"E' protestare questo? A me sembra che sia semplicemente vivere. Dignitosamente. Sapersi al mondo: ecco". GIGI MERONI
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PIERANGELO RUBIN
Nonostante fumasse 20 sigarette al giorno ha deciso di smettere. Sarebbe un Rivera dei nostri giorni. Ma non lo sapremo mai con certezza. Collabora con "Il Mattino di Padova" e la "Nuova di Venezia e Mestre".
ALBERTO FACCHINETTI
Il Mario Kempes della Terza Categoria. Difficile rapporto con il gol e con le donne in genere. Cronista sportivo per “La piazza”.
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Il geometra. Senza rivali in tutto il triveneto. Centrocampista dai piedi buoni. Zero gol in sei anni di prima squadra.
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Stopper di professione. Da bambino sognava di diventare un wrestler professionista e in campo si vede.
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Interista così sfortunato che, bambino, nell’anno dello scudetto dei record della sua squadra teneva al Napoli di Maradona. Sorella sfiga…
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IL GRANDE TORINO di Massimo Bertin
Il Grande Torino, era nato durante la guerra. Il presidente Ferruccio Novo, ex giocatore granata, si era adoperato alla fine degli anni Trenta per ricostruire su nuove basi la società, debilitata da una pesante crisi. Dall’amico Vittorio Pozzo aveva appreso i sistemi organizzativi dei club inglesi e ad essi si era ispirato, provvedendo poi a rastrellare i migliori talenti del calcio italiano, con l’aiuto dello stesso Pozzo, che poteva nella sua qualità di Ct promettere esenzioni militari più allettanti di qualunque ingaggio. Il nucleo essenziale risaliva per l’appunto all’inizio degli anni Quaranta, col tesseramento del varesino Franco Ossola e delle ali Ferraris II, funambolo dell’Ambrosiana, e Menti, dalla Fiorentina; erano poi venuti tre “cugini” della Juventus: il portiere Bodoira, il centravanti Gabetto e “Farfallino” Borel II. Al termine di un appassionante testa a testa a tre con Roma e Venezia, i granata chiudono, quell’anno, il campionato al secondo posto dietro i giallorossi. Il fatto determinante, tuttavia, capita alla terz’ultima di campionato. Il Torino va a giocare a Venezia, lo scudetto è ancora in ballo anche per i neroverdi. I granata, passati in vantaggio, vengono travolti dagli uomini di casa, trascinati dagli irresistibili interni Loik e Mazzola, due autentici rulli compressori. Novo assiste in tribuna alle loro vertiginose azioni, poi, al fischio di chiusura, scende negli spogliatoi e incontra i dirigenti neroverdi: ci sono 1.250.000 lire, una cifra colossale per l’epoca, più Patron e Mezzadri, per avere i due fenomeni. Il contratto viene firmato all’istante sottraendo così i due giocatori alla Juve.Campionato 1942-43: mentre ormai la guerra devasta il paese, i granata conquistano all’ultima giornata lo scudetto sul Livorno e la coppa Italia. Il Livorno è l’ultima squadra a riuscire ad insidiare fino in fondo la corsa al titolo del Torino. I campionati (quelli ufficiali, almeno) vengono interrotti. Quando la guerra si spegne, due anni dopo, Novo pesca altri assi sul mercato, mentre gli altri club restano in attesa: il portiere Bacigalupo dal Genoa, il terzino Ballarin dal Venezia, il poderoso mediano Castigliano dallo Spezia, il giovane terzino Maroso dall’Alessandria. L’allenatore è Luigi Ferrero. In campo va una squadra dalla forza dirompente, ed una tale concentrazione di fuoriclasse che, in una circostanza contro l’Ungheria nel ’47, la Nazionale scenderà in campo con dieci giocatori granata, tutti tranne il portiere. Questa gloriosa squadra fa incetta di titoli e record. Quattro scudetti consecutivi (1946, 1947, 1948, 1949), il maggior numero di punti in classifica (65), il massimo numero di gol realizzati (125), il maggior vantaggio sulla seconda classificata (16 punti): queste cifre si riferiscono al campionato 1947-’48, quando lo strapotere della squadra non conosce avversari in grado di impensierirla. Memorabili le partite al Filadelfia, quando capitan Mazzola decide di cambiare marcia (“Su le maniche, ragazzi, e vadi come vadi!”) tutto lo stadio si esaltava ed un addetto a bordo campo suonava la carica. Diventano famosi i dieci minuti di bufera Toro, la superiore preparazione fisica e la grinta dei giocatori granata a spazzare via qualsiasi ostacolo. Il portiere Bacigalupo, di grandi doti acrobatiche, veniva protetto da un trio di difensori di classe cristallina: Ballarin, gran combattente e duro negli interventi; Maroso, considerato tuttora come uno dei più tecnici difensori della storia del calcio italiano (con De Vecchi, Caligaris, Facchetti, Cabrini e Paolo Maldini); il centromediano Rigamonti fu inventato come stopper per contribuire alla costruzione del gioco. Il quadrilatero di centrocampo era l’anima della squadra: Castigliano e Grezar situati davanti alla difesa, con la loro forza fisica e di interdizione, bilanciavano l’assetto spregiudicato della squadra, le mezzali Loik e Mazzola si completavano a vicenda. Il primo era un infaticabile costruttore, mentre il secondo era il campione più completo della storia del calcio italiano. In avanti, due ali rapide ed incisive: Ferraris II o Menti e Ossola, a sostegno dell’acrobatico Gabetto. Il mito di questa squadra invincibile s’infranse contro il terrapieno della Basilica di Superga in un piovoso pomeriggio di primavera. Il 4 Maggio 1949, sulla via del ritorno da Lisbona, dove la squadra ha partecipato ad un amichevole contro il Benfica per giocare la partita dell’addio al calcio del capitano José Ferreyra, un mutamento di rotta indirizza l’aereo del Torino dall’aeroporto Malpensa di Milano al capoluogo piemontese. Sull’aereo ci sono i giocatori ed i dirigenti: non è salito il presidente, il segretario Igino Giusti, il dirigente Carlo Rocca ed un unico giocatore: Sauro Tomà. Due minuti dopo le diciassette il velivolo si abbassa troppo presto verso l’aeroporto, il pilota, viste le condizioni atmosferiche, ha appena il tempo di trovarsi davanti la Basilica, poi lo schianto, contro la parete sul lato sinistro del colle. Non si salva nessuno, assieme ai diciotto giocatori della rosa e l’allenatore Erbstein muoiono cinque dirigenti, tre giornalisti (tra cui Renato Tosatti, padre di Giorgio) e i quattro membri dell’equipaggio. Un popolo intero pianse la perdita della squadra simbolo della rinascita e gettò numerosi fiori sulle bare il giorno dei funerali. Le ultime quattro giornate di campionato furono giocate dalla squadra ragazzi e lo scudetto assegnato alla memoria.
Metto su una raccolta dei Beatles, quella con tutte le canzoni arrivate in testa alla classifica di vendite. Io che sono un rollingstoniano convinto da quando ho letto, in una rivista trovata in casa, che quelli più sporchi e cattivi, quelli che scrivevano del diavolo e della strada, quelli pieni di donne e sempre strafatti di droga e alcool erano proprio gli Stones. Quando ho scoperto che Jagger e compagni erano quelli più borghesi, quelli che venivano dalla città, da Londra, era troppo tardi: mi ero già innamorato delle loro canzoni. E i Beatles sempre in secondo piano. Però oggi avevo voglia di ascoltarli. Perché vengono da Livepool e dalle cantine, da una città portuale che come tutte incutono timore. Lemmy Kilminster, leader dei Motorhead, ha detto che bisognava essere dei veri duri per vivere la notte fuori nelle strade di Liverpool al tempo degli “scarafaggi”, ma penso in qualche misura ancor oggi. Metto su i Beatles in onore della squadra campione d’Europa. Ho lasciato passare qualche giorno per scrivere queste righe, per lasciare passare le sensazioni del dopo partita. La felicità del risultato: Milan battuto ai rigori, dopo essere stato rimontato di tre gol. E quel leggero senso di colpa per non avere tifato per un’italiana, dispiaciuto per il vecchio capitano Paolo Maldini, fenomeno capace di marcare e marchiare la partita con un gol dopo pochi minuti, per Hernan Crespo, l’attaccante argentino dal capello un po’ lungo, tanto spesso criticato tanto spesso decisivo nelle partite che contano. M’è dispiaciuto per le loro facce tristi, quelle facce da combattenti appena persa la battaglia. M’è dispiaciuto per loro, lo ammetto. Ma durante la partita ho tifato Liverpool. E ho gioito nel vedere Gerrard alzare quella coppa. Quella coppa che ha le orecchie a sventola, ma che per una volta non ha ascoltato la voce del padrone.
Il Liverpool è una buona squadra, niente di più. Maglia rossa, sponsorizzata da una marca di birra che si fa bere senza sforzarsi troppo. Ha una storia calcistica che vale. Ha battuto per arrivare in finale Juventus e Chelsea, che hanno vinto rispettivamente i loro campionato. Ma ad Istanbul ha vinto una partita che era già stata vinta. Da un’altra squadra, il Milan. Le partite finiscono al novantesimo o meglio quando l’arbitro fischia, quante volte lo avete sentito dire? Però nessuno meglio delle squadre inglesi incarna la filosofia del si lotta fino alla fine. Il Liverpool l’ ha fatto e il Milan è tornato a casa a mani vuote.
Ho sentito dire a Emilio Fede nel telegiornale che dirige con passione che la vittoria morale e metaforica (ha usato proprio questa parola) è del Milan e che tutta l’Italia è dispiaciuta. Una cagata vera e propria. Tanta gente ha goduto per questa coppa. In tutta Italia. In tanti bar, in tante strade. Perché fa bene alla salute vedere le brutte facce di Galliani e di Berlusconi diventare ancora più brutte, loro, pieni di sé e pieni di cariche. Loro pieni di potere, mercoledì 25 maggio, mi sa, ne hanno perso un po’.
Si dice che quegli attaccanti dotati di uno spiccato senso del gol possano segnare in ogni categoria: chi ha il vizietto di farlo nel campionato di Promozione, lo potrebbe fare anche in serie A. Estendendo inversamente il discorso, qualcuno fatica ad immaginarsi lo sciagurato Egidio Calloni, attaccante del Milan nei settanta e poi al Verona, sbagliare qualche golletto anche in Terza Categoria? Ma questi sono luoghi comuni. Che hanno magari un fondo di verità, ma non fotografano perfettamente la situazione. Cristiano Lucarelli, classe 1975, è dovuto ritornare nella sua terra per ritrovare la via del gol. Con le capacità che si ritrova, avrebbe potuto fare gol in Coppa dei Campioni, ma per come stavano le cose, non li avrebbe più fatti neanche nelle partite tra scapoli e ammogliati. Se non fosse ritornato a Livorno per la stagione 2003-2004. Lucarelli aveva bisogno della sua città. Perché veniva da due stagioni difficili nel Torino, la seconda molto più della prima, dove non fece muovere il tramaglio per un bel po’, quasi un anno. Non un bel record, per un attaccante. Intendiamoci, la piazza di Torino sponda granata aveva le carte in regola per essere la sua isola felice. Il tifoso del toro si appassiona a quei giocatori che si dannano l’anima per la propria squadra. Qualche nome? Negli anni novanta: Pasquale Bruno “o animale”, Roberto “Rambo” Policano, Enrico Annoni per tutti “Tarzan”. Il cuore di Lucarelli sarebbe potuto diventare un cuore granata a tutti gli effetti. Ma niente. Per lui giocare col Torino era come giocare col Real Madrid, però farlo per il Livorno qualcosa di più. Manco a dirlo, nella prima stagione nella sua città sfiora i trenta gol personali e la squadra centra la promozione in serie A dopo 50 anni. Quest’anno la squadra si è salvata in netto anticipo, togliendosi la soddisfazione di battere l’odiato Milan di Berlusconi. E lui è diventato il capocannoniere del campionato. Più gol di Gilardino, di Montella, di Shevchenko. Più gol di tutti.
Il centravanti si fece conoscere al grande pubblico nella stagione 1996-1997: giocava nel Padova in serie B, 14 gol che consentirono alla squadra di salvarsi dall’incubo della C. Ma per gli ultrà padovani questo contava poco, loro fascisti, lui comunista; lo fischiarono per tutto l’anno. Quell’anno giocava nella nazionale Under 21, quella in cui fece la sua anche Francesco Totti, un anno più giovane di Cristiano. Dieci gol in dieci partite con l’Italia, per il bomber labronico. Il destino volle che un match per le qualificazioni all’europeo di categoria si disputasse allo stadio Ardenza di Livorno. Lucarelli segnò proprio sotto la curva dei suoi tifosi e amici, si tolse la maglia azzurra e mise in bella mostra la t-shirt degli ultrà con l’immagine di Che Guevara. Apriti cielo, piovvero critiche da tutta Italia. La sua però non era propaganda politica, ma amore per Livorno e per la sua gente. Certo, Lucarelli è comunista e non lo ha mai nascosto perchè, dice, tutti a Livorno sono comunisti. Il Pci nacque proprio qui, nel 1921 al Teatro Goldoni, quando la parte più a sinistra guidata da Bordiga e Gramsci si scisse dal Psi. Livorno ha una storia particolare, come la sua gente. Nel XVI secolo fu popolata da puttane, galeotti e intellettuali di tutta Europa. Vittime della controriforma. E divenne una delle città più tolleranti del vecchio continente. Mi viene in mente Amsterdam, ma perché no, anche Venezia. E qui che doveva tornare a fare gol, Lucarelli. Solo qui poteva diventare capocannoniere un comunista. Ed essere amato dal suo popolo. Il centravanti è una razza strana, non deve avere paura di niente. Non deve averne, per mettere la testa dove due difensori spesso mettono la scarpa grossa. Non deve averne perché a tu per tu col portiere si rischia sempre di sbagliare la più facile delle reti e essere travolto dai fischi dei tifosi. Il centravanti non deve aver paura perché tutti passano periodi, più o meno lunghi, d’astinenza da gol e bisogna sapere sopportare. Il centravanti non ha paura, però deve essere amato dal suo popolo. Gabriel Omar Batistuta fece vincere lo scudetto a Roma a suon di reti, però niente, coi tifosi non scoccò l’amore e se ne andò tristemente all’Inter, dove peraltro continuò a non segnare. Ci saranno di mezzo anche altri motivi, ma Luca Vialli quando arrivò alla Juventus dalla sua Sampdoria, dove era protetto e amato dai doriani, dal presidente Paolo Mantovani, da tutto l’ambiente, faticò non poco a diventare il trascinatore che sarebbe diventato della Juve di Marcello Lippi. Anche Pippo Maniero, mi sembra, quando è dimenticato in panchina, si lascia facilmente dimenticare. Credo sia quest’amore, che altrove non avrebbe trovato, a fare la differenza. Se vediamo Lucarelli in testa alla classifica marcatori, mi piace pensare sia per l’amore ricambiato della sua città. La città del nostro presidente della repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. La città che fu di Amedeo Modigliani, il pittore fragile vissuto in povertà, morto precocemente il giorno successivo al suicidio della donna amata e incinta. La città che fu di Piero Ciampi, un poeta sincero, appassionato del bere ma anche del pallone, che naturalmente l’Italia ha già dimenticato. Ma anche la città di Cristiano Lucarelli, perché qui il calcio è veramente passione.
HO TOLTO IL SALUTO A FABIO BAZZANI di Alberto Facchinetti
Quando per la stagione 2002-2003 la Sampdoria ha acquistato Fabio Bazzani, professione centravanti, ho capito che la mia squadra del cuore aveva intenzioni serie per quell’anno. E la voglia, dopo un po’ d’anni di serie B, troppi per me, di ritornare nella massima serie. Infatti tutto facile quell’anno: ammazziamo il campionato e torniamo nel calcio che conta. Non solo merito di Bazzani, ma di tutti, di Francesco Flachi, di Sergio Volpi e soprattutto dell’allenatore Walter Alfredo Novellino detto Monzon.
Ho trovato il centravanti, ho pensato. Anche l’anno successivo, nella categoria che più conta, il Bazza fa gol, trascina la squadra e addirittura finisce in nazionale. In più il ragazzo di Bologna sembra avere una certa propensione per le donne e una certa continuità nel chiudere le discoteche durante il periodo estivo. Si diverte insomma e questa attitudine a me piace; in soprammercato in campo da l’anima e si butta a testa bassa su ogni pallone. Se un giocatore lo si giudica dal coraggio e dall’altruismo, Fabio Bazzani è un grande calciatore. Serse Cosmi, l’allenatore che lo ha scoperto nelle serie minori e lanciato in serie A, dice che il ragazzo vive il calcio con tanta intensità, forse troppa. Ma è questo che piace a noi tifosi, si sa. Io azzardo: questo ha sostituito nel mio cuore Gianluca Vialli. Non lo aveva fatto ancora nessuno: né Enrico Chiesa, né le treccine di Ruud Gullit, né l’aeroplanino Vincenzo Montella.
Ma nella stagione successiva, siamo nel 2004-2005, si rompe qualcosa. Non segna più. Ma con noi doriani non c’è da preoccuparsi, lo aspettiamo. Come, del resto, sembra aspettarlo mister Novellino. Ma intanto nei rotocalchi rosa lo si vede sempre più spesso in compagnia di Alessia Merz, di professione prezzemolina. Il prezzemolo va dappertutto. Lei in tv, senza saper fare gran che. Poco male, saranno pure cazzi suoi. Ma dopo un po’, e Bazzani continua a non vedere la porta, si vocifera di una sua partenza da Genova. Vuole la Lazio, e la Lazio metti voglia lui, perché la sua donna vive a Roma e non ci pensa nemmeno di trasferirsi in Liguria. Cosa? Se succede gli tolgo il saluto, dico arrabbiato nel mio bar mentre un telegiornale sportivo racconta la sua storia con la Merz. Poi qualche giorno di tira e molla e succede quello che pochi mesi prima sembrava impensabile. Fabio Bazzani lascia la Sampdoria per la Lazio. Per Alessia Merz. Col cazzo che ti saluto Bazzani, se ti vedo. Anche se non ti ho mai incontrato.
Poi passa il tempo e ci penso su. Cosmi non aveva detto che il suo centravanti preferito vive il calcio con l’intensità di pochi altri? E allora, capisco. Bazzani vive anche la sua vita con quella stessa intensità. E come si fa a ragionare quando si parla d’amore? Certo, qualcuno meno passionale avrebbe reagito in maniera diversa. Racconta Jorge Valdano, l’attaccante filosofo che nel ’86 è stato campione del mondo a fianco di Diego Maradona, che proprio durante il ritiro messicano una parte della rosa argentina chiese una riunione per discutere con la dirigenza la possibilità di fare del sesso con la propria donna durante il ritiro. Ricardo Bochini, talento stratosferico ma riserva di Maradona, disse la sua: “Io non vi capisco; siete in grado di mettere in pericolo il Mondiale per un paio di rapporti sessuali… Come fate a non capire che se vinciamo il Mondiale il giorno dopo scopiamo tutto il paese?”. Ma non è da tutti essere così lucidi. Così freddi. Bazzani non lo è. Come non lo era l’argentino Valentin Angelillo, che ancora oggi detiene il record di 33 gol in una singola stagione. Si invaghì di una donna, di un certo tipo di donna, una valletta, ed il mago Helenio Herrera, che di lì a poco avrebbe fatto diventare l’Inter “La Grande Inter” non glielo perdonò. Lo invito a cena a casa sua, assieme alla nuova fiamma, e capì che Angelillo che pur era stato un fenomeno non lo sarebbe stato più. La donna lo avrebbe rammollito. Fu così: fu venduto alla Roma e l’Inter vinse tutto quello che c’era da vincere.
Bazzani alla Lazio ha fatto ben poco, chiuso dal buon campionato di Tommaso Rocchi e da Paolo di Canio che in termini di scelta della formazione conta più dello stesso allenatore. Allora sarà un’annata storta, ai centravanti capita, non ne va dritta una. È per questo che sono disposto a perdonargli le sue colpe, qualora ne avesse qualcuna, e di vedere di buon occhio il suo ritorno. Alla mia Sampdoria. E se lo incontro, magari anche lo saluto.
Desiderosi di porre fine alla annosa questione sul migliore giocatore di calcio dal dopoguerra ad oggi, i componenti del Comitato Gigi Meroni hanno stilato una classifica che tiene conto del voto di ognuno di loro. La votazione è stata facile: a turno tutti hanno votato i propri migliori venticinque. Raccolte tutte le schede si è proceduta al conteggio dei voti che è stato organizzato così: al primo giocatore di ogni lista venticinque punti, al secondo ventiquattro punti, al terzo ventitre e via dicendo fino all’ultimo che raccoglieva un solo punto.
Successivamente sono stati sommati i voti raccolti da ogni giocatore e ordinata la classifica.
Ovviamente nessun componente del Comitato ha preteso di possedere la verità quando ha composto il proprio elenco ordinato, la verità non è stata assolutamente uno dei fini di questa iniziativa, la classifica va intesa esclusivamente come un gioco, dentro il quale sono rintracciabili i gusti calcistici di alcuni ragazzi.
L’ESEMPIO DELLA FARFALLA GRANATA di Pierangelo Rubin
Conobbi la storia di Meroni grazie ad un articolo di Enrico Deaglio su un articolo del Guerin Sportivo del Marzo Duemila.
Realizzai subito che la sua vita era stata qualcosa di incredibile, bella e triste nello stesso momento.
Bella come l’amore dei tifosi per lui, bella come la sua storia d’amore con la sua compagna, Cristiana. Triste come le persecuzioni che subì ad opera di giornalisti e allenatori, triste come la sua fine. Meroni a distanza di anni dalla sua morte mi offrì l’unico modo possibile di vivere la vita, cioè a testa alta senza vergognarsi di ciò che si è, di ciò che si è fatto. Mi diede un esempio di vita e non è poco, credo. Mi fece capire che anche se nessuno ascolta le nostre opinioni noi possiamo comunque andare avanti e condurre un’esistenza felice. Ma non bisogna confondersi. Qualcuno leggendo la storia di Gigi potrebbe pensare che egli fosse un contestatore. Forse per i suoi contemporanei era un contestatore, ma lui non si definì mai tale, non usò mai quel termine. Non a caso nella sua frase riportata sotto il titolo del blog Meroni spiega che lui non protesta ma vive;
è una cosa ben diversa, ma nessuno riuscì a capire tutto ciò in quegli anni. Da quel Guerin Sportivo ritagliai una foto di Meroni e la misi dentro il mio taccuino. E’ ancora lì, credo non la toglierò mai.
GIGI MERONI, UN UOMO LIBERO di Alberto Facchinetti
Amo da sempre le persone irregolari. L’ ho scoperto presto, a dieci, massimo undici anni, leggendo, o forse è meglio dire divorando, pagina dopo pagina “Le avventure di Tom Sawyer” di quel geniaccio di Mark Twain. Al tempo ero già blucerchiato e, che orgoglio, la mia squadra aveva appena vinto il primo e per ora ultimo scudetto della sua storia; giocavo già nel Bojon con la mitica divisa gialloverde. Ero insomma già calcio e ancora calcio. Non conoscevo però ancora chi fosse Luigi Meroni, ala destra del Torino negli anni sessanta, ma mi piace pensare che, se l’avessi saputo, lo avrei amato come amavo quello spirito libero di Tom Sawyer. Di più, mi piace pensare che se fossi vissuto in quegli anni, e il mio look non sarebbe poi stato tanto diverso da quello che è oggi, avrei tifato per Gigi Meroni, per la sua vita e per il suo modo di vivere, malinconico e allegro, ma soprattutto libero. La sua vita è ben raccontata da Nando dalla Chiesa nel libro “La farfalla granata”, ecco perché non ve la racconto io, se vi va andate a recuperare il testo. Racconto solo la sua tragica morte: ucciso a ventiquattro anni, investito dall’auto di un suo grande tifoso. Ezio Vendrame, allora calciatore, ha scritto che da quel giorno si sentì un po’ più solo. Ezio Vendrame, un tipo irregolare pure lui. Ma questa è un’altra storia.
PERCHE’ ABBIAMO DEDICATO IL NOSTRO COMITATO E IL NOSTRO BLOG A GIGI MERONI Comitato Gigi Meroni
Luigi Meroni nacque il 24 febbraio 1943 a Como e morì il 15 ottobre 1967 a Torino.
Meroni era un giocatore di calcio, un’ala destra, forse la più funambolica ala destra italiana di sempre. Fisico asciutto e nervoso, basso e un po’ sbilenco, aveva gambe storte: sembrava essere il prototipo medio di chi non può essere calciatore. Ma più di altri energumeni, che in quegli anni attraversavano il nostro calcio, colpiva l’immaginazione collettiva con i suoi dribbling ai difensori avversari, le sue giocate veloci e imprevedibili che mettevano in crisi i terzinacci di turno. Ma non era solo questo, non solo un campione. Era anche un grande uomo. Nell’Italia conformista degli anni ’60 Meroni era un pugno nell’occhio, una voce che stonava in un canto altrimenti “perfetto”. Capellone, con i baffi, con la barba e con tutti i suoi vestiti eccentrici era veramente troppo diverso per vivere tranquillamente, per sperare di giocare in nazionale senza sentirsi dire “Giochi se ti tagli i capelli”, per sperare che i tifosi avversari non gli dicessero “Tagliati i capelli, barbone”, per sperare che gli allenatori non commentassero acidamente la sua straordinaria storia d’amore con una donna sposata.
No, questo era troppo, Meroni pretendeva troppo, se sperava di poter vivere senza che nessuno gli negasse qualche stravaganza, qualche particolare fuori dal comune.
Ma non permetteva ad alcuno, tuttavia, di imporgli qualcosa, e questo era forse, per un Italia ancora non toccata dal ’68, il suo peggior crimine.
Quando dal Como andò al Genoa quasi nessuno si accorse di lui, quando lasciò la casacca rossoblù per il capoluogo piemontese a Genova ci furono disordini causati da tifosi che non volevano che il loro idolo partisse. A Torino diventò la Farfalla Granata, il simbolo di una squadra che cercava di rinascere, di ripartire, dopo essere morta alcuni anni prima sulla maledetta collina di Superga.
Pian piano mostrava le sue immense capacità, la sua classe, e tutti si accorsero di lui. Se ne accorse Fabbri il Commissario Tecnico che lo portò con sé ai Mondiali del 1966, quelli della Korea, dopo i quali si disse che forse l’atteggiamento fuori dal comune di Meroni nella vita privata portò alla debaclè azzurra, quando lui la partita contro i Koreani non l’aveva nemmeno giocata. Si accorse di lui anche Agnelli con i suoi soldi. Fu allora quando pareva che potesse divenire bianconero che si capì quanto era radicato nei cuori granata l’amore per lui. Infatti la stragrande maggioranza dei lavoratori della F.I.A.T. era di fede granata e, pare, che fossero pronti a boicottare la catena di montaggio della 128; biglietti minatori trovati nella fabbrica in cui si prometteva il finimondo se Meroni fosse andato alla Juve indussero Agnelli con i suoi cinquecento milioni, la cifra che sarebbe entrata nelle casse del Toro, a farsi da parte e lasciare il giovane lariano dov’era.
Abitava in corso re Umberto in una piccola mansarda dove disegnava i suoi quadri poi ammirati anche da Guttuso, leggeva Pavese, si disegnava gli abiti e ascoltava Tenco e i Beatles. Gli studenti che iniziavano a sentire la necessità di occupare università, di scendere in strada, di lottare lo elessero a proprio compagno ideale, amico, fratello maggiore. A Meroni la politica non interessava, desiderava, sperava, solo di poter vivere a modo suo e tranquillo. Divenne un’icona anche se non voleva esserlo.
Poi ci fu la fine. Dopo una partita lui e un suo compagno di squadra si recarono in un bar davanti alla sua mansarda, attraversarono la strada diretti nuovamente verso casa Meroni e un’auto li investì. Alla fragile Farfalla Granata i femori si ruppero e uscirono dalla gamba, portato all’ospedale Mauriziano dopo alcune ore fu decretato morto. Ventiquattro anni era durata la sua vita.
Tragedia nella tragedia a guidare l’auto “assassina” era un giovane tifosissimo di Meroni che poche ore prima aveva avuto una scazzottata allo stadio con un altro tifoso granata che rimproverava a Gigi di non aver giocato una belle partita. Il povero tifoso non andò allo stadio per anni. Ora è divenuto il presidente del Torino: Attilio Romero.
La prima partita senza l’ala destra era il derby contro l’odiatissima Juventus.
Erano in molti a pensare che la Vecchia Signora con il suo solito stile poteva vincere la partita senza umiliare un avversario già distrutto, annichilito per la mancanza del suo miglior elemento.
Accade invece l’inverosimile. Il Toro rifila una quaterna ad una Juventus che in campo è incapace di imporre il proprio gioco. L’ultimo gol lo segna Alberto Carelli con la maglia numero sette, la maglia di Meroni. Il Torino non vinse più un derby con uno scarto di gol così grande.
Un sentito omaggio, una dimostrazione d’affetto per un uomo che non ebbe vita facile neppure sul campo di gioco, proprio lì dove lui faceva apparire tutto facile.