COMITATO GIGI MERONI

"E' protestare questo? A me sembra che sia semplicemente vivere. Dignitosamente. Sapersi al mondo: ecco". GIGI MERONI

Eccomi

Utente: COMITATOMERONI
PIERANGELO RUBIN Nonostante fumasse 20 sigarette al giorno ha deciso di smettere. Sarebbe un Rivera dei nostri giorni. Ma non lo sapremo mai con certezza. Collabora con "Il Mattino di Padova" e la "Nuova di Venezia e Mestre". ALBERTO FACCHINETTI Il Mario Kempes della Terza Categoria. Difficile rapporto con il gol e con le donne in genere. Cronista sportivo per “La piazza”. PAOLO GARATO Il geometra. Senza rivali in tutto il triveneto. Centrocampista dai piedi buoni. Zero gol in sei anni di prima squadra. MASSIMO BERTIN Stopper di professione. Da bambino sognava di diventare un wrestler professionista e in campo si vede. DANIELE SARTO Stuolo di donne al seguito, fluidificava per gli Amatori, ora fa panca in una squadra dilettantistica. MARCO BOLDRIN Barista di giorno (Off side, via Portello Pd), portiere di notte. ANDREA MOLENA Interista così sfortunato che, bambino, nell’anno dello scudetto dei record della sua squadra teneva al Napoli di Maradona. Sorella sfiga… NICOLA BRILLO Scarsa preparazione calcistica, ma un grande merito: lo zio Ignazio è un preparatore atletico d’altri tempi. ALESSANDRO GIRALDO Rappresenta il paese più di qualsiasi altro. Ha venduto, all'angolo della strada che lo porta al bar, la sua anima per la poco religiosa trinità "sesso, droga e r'n'r".

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giovedì, 30 giugno 2005

CASSANO CON LA MAGLIA DI SIVORI di Alberto Facchinetti

 

È una giornata no. Tipo le domeniche in campo, quando non ti riesce proprio niente: sbagli il primo controllo, poi il dribbling, infine non ti fai trovare pronto in area al traversone che viene da sinistra; passa il primo tempo e la musica non cambia. Inevitabile la sostituzione, sempre che in panchina ci sia qualcuno in grado almeno di respirare. Oggi è proprio una giornata infernale, così come quelle domeniche. Infernale è anche il clima e il caldo mi dà alla testa. L’unica decisione che riesco a prendere è semplice: vaffanculo all’università e all’esame di domani, non ci vado. Di tutte le disgrazie, ne mancherebbe ancora una. E quando il telefonino suona all’ora di pranzo, rispondo rassegnato, so che è la mazzata decisiva. Hanno appena finito “Studio sport” alla tivù, ma io, all’inferno dove sono, sto ascoltando i “Black Crowes” e me ne frego del pallone. Chi mi chiama è un mio grande amico, juventino dalla nascita, vuole solo sapere se stasera esco; poi fresco di Italia 1 mi dà un po’ di notizie di calcio-mercato, ma grazie a dio, non trasforma le mie paure in realtà. Sarà anche questione di giorni, ma Antonio Cassano non è ancora passato alla Juve. Tiro un sospiro di sollievo perché oggi questa notizia non sarei stato capace di digerirla. Se Cassano va alla Juve è la fine del calcio. I gol con quella maglia addosso li può anche fare, se non li facesse lui li farebbe qualcun altro e non cambierebbe poi molto; sono le sue giocate, le invenzioni, che non gli si appiccicherebbero addosso da juventino: la poesia stona nella stanza dei bottoni. Cassano ha una storia difficile alle spalle, ma l’arte nasce sempre dalla sofferenza: nasce a Bari vecchia, che per come me l’ hanno descritta è tipo il Bronx di New York. Lì se non hai la fortuna di essere e diventare Cassano, finisci che finisci male, scusate il gioco di parole. E se diventi Cassano, non puoi essere uguale a tutti gli altri, non puoi sottostare a tutte le regole di calciatore e di uomo. Da qui nascono le sue “cassanate”, e allora vi prego di smetterla di giudicare, e di sciacquarvi la bocca prima di gettare merda sul pibe di Bari. È un predestinato dalla nascita, Totò. Sua madre lo partorisce l’11 luglio 1982, mentre l’Italia allo “Stadio Santiago Bernabeu” vince il titolo mondiale e mentre la mia, accarezzandosi il pancione, pensa al mio nome. Siamo coetanei, io e lui. Solo che abbiamo problemi diversi in questo momento: lui quello di scegliere o farsi scegliere da Juventus o Real Madrid perché ormai con la Roma sembra amore finito. Ecco al Real lo vedrei meglio, saranno pure la squadra più conservatrice di Spagna, ma se si tengono il lusso di fare giocare contemporaneamente Figo e Zidane, assieme a tutti gli altri, bhè allora nella corsa verso il progresso mi piace che a volte si guardi lo specchietto retrovisore. Come fa il Real, che fa giocare chi è capace come si faceva ai bei tempi. Cassano lì, farebbe i miracoli. Ma la rogna per me sta proprio qui: questo li fa anche vestito in bianconero, a maggior ragione se guidato da Fabio Capello, che ha preso le misure al ragazzo già a Roma. Questo gli fa vincere tutto alla Vecchia Signora. Quel giorno sarà una giornata no, proprio come oggi.    

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alberto facchinetti

martedì, 28 giugno 2005

LA MALEDIZIONE DELLO SCUDETTO di Massimo Bertin

Lo scudetto 1973/’74 per i tifosi della Lazio è stato un sogno. Un sogno, nient’altro, figlio delle felici intuizioni di Maestrelli e del suo credo calcistico. La sua Lazio riuscì in un' impresa unica, battendo gli squadroni del Nord ed esaltando i tifosi per il gioco spumeggiante. Così, grazie soprattutto ai gol del Giorgione nazionale, impareggiabile trascinatore, i biancocelesti vinsero il loro primo titolo. Chi altri, se non Maestrelli, sarebbe stato capace di tenere insieme un gruppo di undici indomabili purosangue, inevitabilmente destinati a sbranarsi a vicenda? E fu un destino crudele, quello che si abbatté sulla giovane truppa allestita dal presidente Lenzini. Divennero improvvisamente uomini, quegli undici purosangue, il giorno in cui il loro amato Tommaso Maestrelli, dopo un anno di calvario, li lasciò per sempre, il 2 dicembre del 1976.  Si scoprirono più uomini, ma tanto più soli, senza la guida sicura del buon Tommaso.Ancora più tragica, per l’assurdità della vicenda e per la giovane età della vittima, fu la scomparsa dell’Angelo Biondo, Luciano Re Cecconi, a poco più di un mese di distanza dal grande maestro Tommaso. L’aveva ucciso la sua stessa voglia di vivere, quella sua pazza giovinezza che gli faceva sempre accarezzare il brivido, in compagnia dell’amico Martini. Amavano l’adrenalina, praticavano paracadutismo sportivo e nutrivano una viscerale passione per le armi, con le quali si esercitavano in aperta campagna. Amavano vivere al massimo ogni giorno, non volevano che gli anni migliori sfuggissero così, come neve al sole. Ma il gioco, purtroppo, un giorno si spinse troppo in là. E fu la fine.Stava ormai per chiudere, la gioielleria di via Nitti, quartiere Flaminio, il 18 gennaio 1977. Chissà perché gli venne un’idea tanto sciocca, quella sera. E dire che tutto forse sarebbe finito in una risata collettiva, se ci fosse stato più sangue freddo. Erano quasi le 19.30 quando il profumiere Giorgio Fraticcioli, amico del gioielliere Bruno Tabacchini, fece ingresso nel negozio di quest’ultimo, accompagnato da due loschi individui. Uno di questi, biondo, col bavero dell’impermeabile alzato e le mani in tasca, esordì:  “Fermi tutti questa è una rapina!” Attimi di silenzio, poi un botto, e la vana speranza di un nuovo scherzo. In soccorso del povero Re Cecconi si affettò il compagno di squadra Ghedin, l’altro “losco individuo”. Il gioielliere, che già in passato era stato vittima di rapine, d’istinto aveva estratto la pistola che teneva sotto il banco e aveva fatto fuoco, senza rendersi conto di aver ucciso un ragazzo che conosceva molto bene.Nel 1990, poi, fu la volta di Mario Frustalupi, il regista, il campione: fu un crudele destino a strapparlo alla vita, in un tragico incidente automobilistico.Sono in tanti, degli artefici del capolavoro Lazio ’74, a guardarci da lassù, oggi: anche il presidente Lendini, il medico Ziaco, Gianni Bezzi e padre Lissandrini. I tifosi biancocelesti non dimenticheranno facilmente i loro nomi. Nomi che hanno grande per sempre la storia della Lazio.

 

 

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massimo bertin

lunedì, 27 giugno 2005

IL TORO NON E’ MORTO, LUNGA VITA AL TORO di Pierangelo Rubin

 

 

 

Il rock è morto, lunga vita al rock” cantavano gli Who, ironizzando sul fatto che a loro avviso il rock non sarebbe mai morto. Questo modo di dire, usato in Gran Bretagna anche per la morte del Re o della Regina, lo voglio usare io stanotte, con una piccola differenza, per parlare del Torino. IL TORO NON E’ MORTO, LUNGA VITA AL TORO. Il ritorno dello spareggio contro il Perugia del tracotante Gaucci è stato perso dal Torino, ma in virtù di un piazzamento migliore in campionato ad approdare nella massima serie sono i piemontesi. Un campionato quello dei granata disputato sempre nelle prime posizioni di classifica, che tuttavia non hanno fruttato l’accesso diretto in serie A, poco male lo spareggio ha solo spostato più in avanti nel calendario la festa granata. Il Torino nelle ultime partite è stato allenato da Renato Zaccarelli, uomo simbolo, insieme a Eraldo Pecci, Patrizio Sala, Claudio “il poeta del gol” Sala, Francesco Graziani e Paolino “Puliciclone” Pulici, dello storico scudetto del ’76. Zaccarelli è subentrato e Ezio Rossi, un altro che sotto la pelle ha la divisa granata. Il Toro ha una storia a parte, si sa, completamente diversa da quella di tutte le squadre d’Italia, una storia grondante di gloria ma densa di dolore. Una rarità del calcio italiano e una simile rarità va ammirata a pieni riflettori, a riflettori di A. Nonostante gli Agnelli lo vorrebbero come loro succursale, magari in una serie minore, nonostante le tragedie toriniste note a tutti (Superga, Baker e Law, Meroni). Ma anche nonostante la Coppa Uefa persa in finale contro l’Ajax, dove bastava un solo gol ma sono arrivati solo pali e traverse, nonostante i “Gobbi” sfornino scudetti su scudetti, nonostante Giraudo e Moggi passino da amministratori granata a bianconeri e subito dopo il loro arrivo a Madama in casa Toro emergano scandali, nonostante presidenti che vanno e vengono, nonostante i bilanci non sempre perfetti, nonostante acquisti non sempre azzeccati, nonostante tutto il Toro non è morto e dalla prossima stagione lo ammireremo in serie A. Grazie Toro, che non hai avuto bisogno di comprare partite; grazie Toro, che non hai un vicepresidente delegato anche presidente della Lega Calcio; grazie Toro che non hai un tecnico superbo e borioso come Mancini o Capello; grazie Toro che i tuoi giocatori mica si filmano mentre si fanno delle flebo dal contenuto imbarazzante; grazie Toro, che i tuoi dirigenti mica sono coinvolti in scandali di doping; grazie Toro che il tuo capitano, Diego De Ascentis, non parla agli uccelli manco fosse San Francesco; grazie Toro che magari rovini la festa a tutti i bianconeri ebbri di gioia dopo l’ennesimo scudetto e grazie Toro che hai sopportato questa mia schifosa ridondanza. Squadre con un quarto di gloria dei granata l’anno prossimo disputeranno Champions o Coppa Uefa, e intanto i torinisti devono sperare di salvarsi inanzitutto, così va il calcio con i suoi mutevoli umori. Ma al domani penseremo domani. Goditi la festa Vecchio Toro, scendi in piazza con il bandierone e fai casino fino a mattina, svegliali tutti i gobbi che ti hanno rotto le palle con i loro caroselli tricolori, svegliali e rompi tu, ora, le palle. Si, goditi questa festa, questa notte e ricorda sempre: meglio un giorno da Toro che una vita da Agnelli.

 

 

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pierangelo rubin

domenica, 26 giugno 2005

Gli AEROSMITH E GLI ANNI ’70 di Paolo Garato

 

 Il 1973 è l’anno del debutto discografico degli Aerosmith. Il gruppo, formatosi a Boston (nella east coast statunitense) nei primi anni settanta, ha le sue radici principalmente nel blues dei primi Rolling Stones e lo stesso interesse nell’ esplorazione di altri generi musicali dei loro idoli Led Zeppelin. Rimanendo essenzialmente un gruppo dalle attitudini rock’n’roll. Sono proprio i gruppi inglesi, Stones, Zeppelin, T-Rex, Yardbyrds, Cream e Beatles a dare loro l’ispirazione musicale per cercare di essere la prima band americana a competere a quei livelli. Il feeling che unisce la grande estrosità compositiva del cantante Steven Tyler al riff accattivante e sporco della chitarra di Joe Perry (ascoltatevi “Somebody” e “Walking the dog”) è la chiave che porterà in futuro al successo il gruppo. Canzoni come “Mama Kin” (tatuata anche sul braccio sinistro di Tyler) e “Dream On” ne sono la prova. La personalità introversa e confusa di Perry, la voglia di emergere, di farcela non di fallire (“Make it”) di Tyler,  creano, unite alla chitarra ritmica di Brad Whitford, al basso di Tom Hamilton e alla batteria di Joey Kramer una alchimia che, negli anni a seguire, si rivelerà l’unica chiave del loro successo: un vero e proprio “sound Aerosmith”. Il contratto con la casa discografica di Leber-Krebs  prevede per loro la produzione di un’ album all’anno, così nel ’74  esce “Get your wings”, che contiene tra gli altri una versione di “Train kept a rollin”, canzone resa ancor più significativa nelle loro esibizioni live; “Pandoras box” canzone scritta da Tyler-Kramer (primo episodio di collaborazione del cantante con un componente della band che non sia Perry); “Lord of the thighs” (“il signore delle cosce”) basato sulle avventure sessuali dei cinque durante la loro permanenza a New York; “S.O.S. too bad” (che secondo Hamilton stava a significare – “same old shit”) e una prova emozionale di Tyler con “Season of Whiter”. Il loro terzo lavoro discografico arriva l’anno successivo, il 1975, con “Toys in the attic”, album con il quale si fanno conoscere a suon di concerti e vendite nell’intero continente a stelle e strisce, la title-track è il brano che apre l’album, una collisione a tutta velocità di chitarre urlanti e di immagini testuali da incubo che richiamano strani sogni dell’infanzia; arriva poi la prima collaborazione Tyler-Hamilton in “Uncle Salty”, canzone che parla della disperata vita di una povera orfanella reduce da un miscuglio di droga e prostituzione; “Walk this way” iniziata da un riff di Perry con un testo cadenzato di Tyler; la cover-boogie “Big ten inch record”; passando per “Sweet emotion” firmato ancora Tyler-Hamilton (riferita ad una ragazza che mette in mostra il suo corpo durante un concerto degli Aerosmith), per il rhytm’n’blues “No more no more”, poi la collaborazione Tyler-Whitford “Round and round” e infine l’ennesima canzone strappa lacrime del solito Tyler “You see me crying”. L’anno successivo c’è il ritorno in scena di un loro pezzo vecchio di tre anni: “Dream on” comincia a scalare le classifiche dei singoli più trasmessi e venduti d’America; spinti da questa corrente di  successo pubblicano il loro quarto album “Rocks”, nel ’76, “Back in the saddle” apre  le danze e in futuro anche molte esibizioni live, passando per “Last child” con un testo stile rap firmato Tyler-Whitford, affiora poi la tetra personalità di Joe Perry in “Combination”, da lui stesso scritta; “Lick and promise” invece è un pezzo allegro in puro stile rock’n’roll. Così la parabola ascendente Aerosmith arriva all’apice, ma i loro problemi di droga continuano a crescere: Joe Perry  arriva a conoscere l’eroina, Tyler ci era già arrivato, passando periodi di assoluta incoscienza mentale creata dall’assuefazione all’ oppio e a qualsiasi altra sostanza potesse causargli alterazione dei sensi. Gli altri tre dipendevano fortemente  da alcool e cocaina. Inizia quindi il ’77 con il gruppo lanciato per la prima volta (ed effettivamente non con molto successo)  in tour europei e giapponesi, le case discografiche infatti preferivano riempire gli stadi con concerti da tutto esaurito negli States piuttosto che girovagare per il vecchio continente in cerca di fama che faticava ad arrivare. Nonostante ciò gli Aerosmith sono  impegnati  nella registrazione del loro quinto album: “Draw the line”  è il titolo e comprende canzoni che diventeranno classici come la title-track e “I wanna know why”; “Bright light fright”  invece rispecchia ancora una volta lo stato confusionale della band, con Joe Perry alla voce; “Sight for sore eyes” invece è una collaborazione Tyler-Perry-Douglas e David Johansen (cantante dei New York Dolls). Nel ’78 gli Aerosmith sono ancora in tour, ma sono evidenti i dissidi interni e soprattutto i concerti non sono più all’altezza delle grandi esibizioni live che li ha portati a suonare anche davanti a  un pubblico di 80.000 persone, con un Tyler che ormai barcolla sul palco e che talvolta fatica a terminare il concerto o ancor peggio dimentica i testi dei brani. Il 1979 è l’anno di “Night in the ruts”, ma ormai la band è fuori controllo, l’assuefazione alle droghe è all’apice e risulta difficile trovare un Tyler ispirato per la composizione di qualcosa che sia simile ad una canzone, rimane però qualcosa di positivo in brani come “Chiquita” e “No surprize”.Così finiscono gli anni settanta per “l’Aerofabbro” di Boston, in un delirio tossico che li porterà ad autodefinirsi “drogati professionisti che si dilettavano con la musica”. Certo con gli anni a seguire arriverà il momentaneo abbandono della band  da parte di Perry e Whitford per intraprendere sfortunate carriere soliste, arriveranno sdolcinate ballate da MTV che li renderà famosi al grande pubblico, addirittura il gruppo si disintossicherà dalla droga, ma ormai non erano più l’immagine della band che viveva “come uno zingaro per strada” e che aveva le “stelle negli occhi e i buchi nelle scarpe”, ma che cazzo importa! Ormai la storia era già stata scritta!

 

 

Postato da: COMITATOMERONI a 15:51 | link | commenti (3) |
paolo garato

giovedì, 23 giugno 2005

PROIBITO ESSERE ARTISTA? di Alberto Facchinetti

 

Ezio Vendrame è un uomo. Sul finire dei sessanta e poi nei settanta ha giocato a pallone, anche in serie A (Lanerossi Vicenza, Napoli), ma a Ezio non piace definirsi un ex calciatore. Dice di essere stato ex di fin troppe cose. Ezio Vendrame è un uomo. Ora che scrive e pubblica poesie e racconta la sua vita maledetta in romanzi di prosa potremmo chiamarlo poeta. Sì, poeta nel senso di uomo con una sensibilità maggiore. Se si dà ascolto ai vecchi del bar che parlano di lui, avrebbe potuto diventare come Maradona. Come Sivori. Un fenomeno. Ma a lui non è mai interessato diventare qualcuno, vincere uno scudetto o il campionato del mondo, se questo voleva dire tradire i propri ideali, tradire la propria sete di libertà. In giro ce ne sono ancora in grado di rinunciare alla carriera per tenersi stretta la propria anima? Lui ha sempre fatto a modo suo. Vissuto in maniera anarchica. Le sue storie d’amore, le sue mille donne, le sue amicizie. Quella più forte e intesa con Piero Ciampi, il poeta livornese morto pieno di vino e fame nel 1980. Ezio Vendrame era un ribelle e lo è ancora oggi che continua a vivere la vita mordendola, senza paura di rimanere sdentato, come dice lui. Sebastiano Vernazza, giornalista della Gazzetta dello Sport, scrive di Ezio nella presentazione all’antologia delle poesie “Il mio cuore stuprato”: “ Vendrame diventò l’idolo di tanti ragazzi dell’epoca. La sua figurina Panini era un distintivo di ribellione, valeva quanto la foto del Che o una canzone di Bob Dylan. Si appiccicava il Vendrame “barbudo” sul diario scolastico, per marcare la differenza, per far saper all’insegnante di religione che in tema di peccati, originali e non, si stava dalla parte dei peccatori, a prescindere da qualunque genere di perdono”. Nei campi di calcio ne ha fatto di tutti i colori: a porta vuota ha aspettato il ritorno del portiere per dargli una seconda chance, ha segnato direttamente dal calcio d’angolo dopo averglielo promesso ai tifosi, ha mirato al palo invece che al gol, ha giocato ubriaco marcio o dopo nottate passate a scopare invece che in ritiro con i compagni. Sempre di testa sua, Ezio. Ma dentro un male di vivere, un incompatibilità col resto del mondo, ma comunque e sempre la voglia di amare fino a spaccarsi il cuore. Di questo parlano le sue poesie, che Gianni Mura, l’illuminato giornalista di Repubblica, ha definito “telegrammi dall’interno o dall’inferno”. Se imparerete a conoscere Ezio Vendrame, state sicuri che guarderete le partite di pallone in maniera diversa o forse non lo farete proprio più. Di sicuro non vi verrà duro nel vedere Beckham, con i capelli appena fatti, crossare dalla trequarti. Quando l’inverno scorso sono andato allo stadio Euganeo di Padova per assistere alla presentazione del suo ultimo lavoro “Una vita fuori gioco”, ho trovato il coraggio di avvicinarlo a fine serata. Sembravo suo figlio, tutti e due capelli lunghi, di più i miei, tutti e due barba lunga da filosofo, ma più lunga la sua, quasi stessa altezza, corporatura diversa, la mia da centravanti, la sua, poetica, da fantasista. Gli chiedo solo: “Ezio, hai ancora la casa a Casarsa del Friuli?”

Mi fa: “Più che una casa è un rottame che sono riuscito a sistemare, ma ora vivo a Parigi. Si vive una volta sola, Dio Poi…”

Sì. Si vive una volta sola, ma a volte facciamo fatica a ricordarcelo, vero? 

Postato da: COMITATOMERONI a 17:26 | link | commenti (1) |
alberto facchinetti

QUEL GENIO DEL PINKETTS di Daniele Sarto

Andrea G. Pinketts è un talentuoso della scrittura. Mi sono avvicinato a lui qualche anno fa con il romanzo “Il conto dell’ultima cena” e da quel giorno non l’ho più mollato. Il suo genere è il giallo, anzi il noir come precisa lui, e le sue storie sono attraversate da delitti, miracoli, misteri, apparizioni, personaggi improbabili, il tutto però trattato con un tono leggero ed ironico. Protagonista di tutti i romanzi, fedele alter-ego dell’autore, di cui sembra proprio ricalcare alcune caratteristiche, è Lazzaro Santandrea. In ogni avventura lo vediamo frequentare lo stesso bar e la stessa ristretta cerchia di amici fidati, insidiare ogni fanciulla piacente che lo colpisca, alzare sovente il gomito, rifugiarsi nei momenti difficili dalla nonna, cacciarsi in guai sempre più grandi di lui ma sempre dalla parte dei più deboli. Può addirittura morire sul finire di un romanzo, tanto in quello successivo, visto il nome, ritorna in vita. L’ambientazione è quasi sempre Milano, la città del Pinketts, ma soprattutto la metropoli delle storie raccontate da Scerbanenco negli anni ’60, al quale il nostro Andrea, in una prefazione di un suo libro, dedica un attestato di stima e riconoscenza. Più che l’intreccio delle vicende narrate, ciò che colpisce ed incanta il lettore è lo stile della scrittura di Andrea. Egli gioca con le parole, con i loro significati, si diverte a mettere accanto due termini simili ma di valore distante, a volte sembra essere rapito dal suono della parola che, come una sirena, lo porta a camminare affascinato e senza meta verso lidi remoti, salvo poi riprendersi e continuare il filo del racconto. Ecco che le sue storie, pur sempre interessanti e mai banali, danno al loro contenuto un importanza quasi secondaria; ciò che intriga è sentire scrivere l’autore, ascoltare quello che pensa e che prova. Un esempio? Eccovi serviti: “Cazzo. E ribadisco cazzo. Il che, sino a prova contraria fa almeno due cazzi. Più di quanto ogni essere umano di sesso maschile possa sopportare. Già un cazzo ti dà i suoi problemi. Da piccolo no ci fai caso, ma non appena inizi a crescere ti condiziona. Te lo controlli, lo misuri con quello degli altri, lo maneggi pensando, appunto, ai cazzi tuoi. E quando sei grande, dopo che ne hai appena appreso il funzionamento, magari ti tradisce là per là. Ti impunti tu, ma non si impunta lui. Almeno non sempre quando dovrebbe. Hai voglia a spiegargli che non può prenderti sotto gamba, perché sotto hai due palle così. Se ne frega. Ti giuro, se ne frega. E magari proprio mentre tutti (tutte) si aspettano grandi cose da lui, è renitente alla leva. Ignora che il proprio dovere è il piacere, anche se glielo chiedi per piacere. L’unica è saperlo prendere, sussurrargli paroline dolci o, in alternativa, parolacce. Così sì e così sia, ritorna ad essere il vecchio amicone, quello che ti trascina in compagnia. Ma se lo trascuri trattandolo come se fosse un qualsiasi tubo di scappamento, il cazzo si incazza, e sono cazzi tuoi!” Di lui riporto una secondo me felice descrizione della critica Fernanda Pivano, sua autentica fan: “Un duro dal cuore tenero come una meringa”. Recentemente Pinketts è venuto a Piove di Sacco (PD) a presentare la sua ultima fatica “L’ultimo dei neuroni” e, alla domanda di un ragazzo su cosa significasse quella G tra nome e cognome, la risposta è stata perentoria: “GENIO!”. Ben detto vecchio mio!

Postato da: COMITATOMERONI a 17:17 | link | commenti (2) |
daniele sarto

MOTLEY CRUE: I CATTIVI RAGAZZI DEL ROCK   di Alessandro Giraldo

 

 

 

La nona edizione del “Gods of Metal festival” ha fatto registrare la presenza, come headliners del secondo giorno della manifestazione, dei riformatisi (con la line up originale) Motley Crue. Se molti erano ansiosi di vedere i Megadeth dopo le fatiche del loro ultimo album o ascoltare gli Anthrax tornati in formazione storica (quella di “Among the living”), tutti sono qui per loro, per i “Bad boys of rock ‘n’ roll”, tornati ad onorare i fans dopo la loro ultima calata tricolore targata ormai 1989. Il palco si presenta addobbato come un grande tendone da circo, e durante lo show faranno la loro comparsa: un nano nelle vesti di maestro di cerimonia, ballerine-spogliarelliste e contorsionisti. Molti erano in ansia per i noti problemi di salute di Mick Mars, invece il chitarrista cinquantaquattrenne, nonostante la scarsa mobilità causata dalla malattia ossea che lo fa soffrire da tempo, è apparso in discrete condizioni fisiche ed ha “macinato” riff con convinzione dall’iniziale “Shout at the devil” fino alla conclusiva cover dei Sex Pistol “Anarchy in the U.K.”. Gli altri membri del gruppo erano tutti in condizioni scintillanti. Il cantante Vince Neil è apparso dimagrito di almeno dieci chili, il batterista Tommy Lee, salito agli onori delle cronache anni fa per il matrimonio avuto con “Pamelona” Anderson, si è dimostrato un eccellente intrattenitore oltre un batterista tra i più grandi che la storia ricordi, sia per fantasia e qualità tecniche sia per l’incredibile “botta” che lo contraddistingue. L’ultimo dei quattro il bassista nonché leader Nikki Sixx deve fare solamente il Nikky Sixx cioè un Dio del Rock, che con il suo ineguagliabile carisma trascina fans in tutto il mondo.

Il concerto si snoda su binari collaudati, e dopo una prima parte di show incentrata sui primi due album, si è proceduto con classici degli altri album fino al periodo di “Decade of decadence”, unica eccezione l’inedita “Sick love song”, contenuta nell’ultima raccolta “Red, White & Crue”. Gli album dai quali i Motley hanno attinto maggiormente sono stati “Shout at the devil” (di cui hanno eseguito la title track, “Looks that kill”,”Red hot” e “Ten second to love”) e “Dr. Feelgood” ( “Dr. Feelgood”, “Kickstart my heart”, “Same ol’ situation”, “Don’t go away mad”) ben rappresentati con quattro pezzi ciascuno, più altre pietre miliari del rock (“Home sweet home”, “Girls girls girls” “Live wire”...) estratte dagli altri album, ma non è una questione di titoli, perché i brani proposti sono veri inni generazionali per i fans di tutto il mondo!

Il concerto termina alle 23:30 dopo più di un’ora e quaranta di spettacolo, e penso che tutti i presenti siano stati consapevoli di aver assistito ad un vero e proprio evento. Dopo un’autobiografia scandalosa come “The dirt” che è divenuto un best seller in tutto il mondo, milioni di dischi venduti, matrimoni vip, droghe, morti, un film in realizzazione e chi più ne ha più ne metta, i Crue sono tornati a fare la cosa che gli riesce meglio, cioè salire su di un palco e infuocarlo con il loro rock pieno di chitarre distorte e cori a pieni polmoni!

Aspettando la reunion dell’altro gruppo di punta della scena street-glam anni ’80 ovvero i Guns n’ Roses, per il momento godiamoci i Motley Crue, che finito questo tour dovrebbero regalarci un nuovo album in studio e relativo tour di supporto, alla faccia dei 150 mila idioti che due giorni prima del “Gods of Metal” erano ad Imola per il concerto di quel gran cazzone del “Vasco nazionale”, credendo di assistere ad un concerto rock, cosa alla quale dubito abbiano assistito, e chi non è d’accordo può andare tranquillamente a fare in culo!

Lunga vita al Rock ‘n’ Roll (quello vero) e lunga vita a Nikki, Vince, Mick e Tommy: i Motley Crue, i “Bad boys of Rock ‘n’ roll”.

Postato da: COMITATOMERONI a 10:06 | link | commenti (4) |
alessandro giraldo

martedì, 21 giugno 2005

THE QUIREBOYS. QUESTO E’ ROCK ‘N’ ROLL!  di Alberto Facchinetti

 

Stanotte non riuscivo a prendere sonno, ma non è novità. Prima di una certa ora non crollo mai. Puoi fumarti tutte le canne che vuoi, respirare profondamente e cercare di rilassarti, accendere incensi all’oppio e distribuirli per tutta la camera, pensare alle porno star più fighe e farti tutte le seghe di questo mondo, ma non c’è verso. Se dentro, proprio all’altezza del petto e un po’ più giù, hai una fottuta ansia che non vuole andarsene via. Non c’è verso. Ma stanotte ho la soluzione. Mi alzo e metto su un disco qualsiasi dei Quireboys. Il sonno di certo non verrà, ma almeno per un po’ riuscirò a spassarmela.

La storia di questa rock ‘n’ roll – band inizia nel 1985, quando il cantante, bandana sempre in testa e scarf al collo, Spike Gray incontra in un pub londinese, guarda un po’, il chitarrista Guy Bailey e fondano i “The Choirboys”, poi ribattezzati “The Queerboys” e finalmente “The Quireboys”. Al basso Nigel Mogg, alle tastiere Chris Johnston. Insieme nel 1990 pubblicano il loro album d’esordio “A Bit Of What You Fancy” con Ian Wallace alla batteria e Guy Griffin alla chitarra al posto di Ginger, che formerà i Wildhearts. Da allora solo altri tre album in studio: “Bitter Sweet & Twisted” del 1993, “This Is Rock ‘N’ Roll” del 2001 e “Well Oiled” del 2004.  

Conoscono a memoria la lezione degli Stones e la loro musica suona un po’ così, suona  blues. Donne, sbronze e macchine distrutte i loro argomenti preferiti. La voce di Spike sembra sempre impastata dal bourbon e da notti insonni a bere birra e a correre dietro alle ragazze più carine. Una voce rauca, a volte straziante. Per capire, andate ad ascoltarvi nel disco-tributo ai Guns ‘n’ Roses la sua versione di “Don’t Cry”. E’ nella dimensione live che i boys danno il loro meglio, anche ora che nel gruppo ci sono solo tre membri della formazione originale. Mi è capitato di sentirli suonare in una torrida giornata a Bologna durante il “Gods of Metal 2004” e poi a Roncade quest’anno, mentre fuori nevicava.  Condizioni atmosferiche diverse, ma sempre stesso suono, stessa voglia di divertirsi e divertire. Sempre la stessa voglia di bere birra, sul palco e giù. Sempre rock ‘n’ roll! Per fortuna che ci sono ancora in giro i Quireboys, sempre uguali a se stessi, soprattutto nel modo di fare. Per fortuna che ci sono perché stanotte non sapevo proprio che cazzo fare. Per quelli che sono arrivati qui in fondo al pezzo. Consiglio i Quireboys a chi impazzisce per il rock n roll che ha un sapore blueseggiante, diretto, divertente, energico. Consiglio i Quireboys a chi ha sempre tanta da sete di birra e sempre il cuore spezzato, ma di arrendersi no, neanche a parlarne.  

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alberto facchinetti

martedì, 14 giugno 2005

DIEGO MARADONA di Alberto Facchinetti

 

Parto col scrivere di me per finire col dire qualcosa su Diego Maradona. Vediamo se ci riesco. Allora è il 2 giugno scorso, giornata proprio calda dalle mie parti. Si decide di andare al mare, ma una coda paurosa di macchine ci fa cambiare subito idea e invertire la marcia. Si va tutti, ragazzi e ragazze quelle più carine del paese, in un parco padovano a prendere il sole e naturalmente a bere birra tra una partitella di calcio e l’altra. Ma la mia caviglia, grossa e fragile, cede praticamente subito. Ricordo di una brutta distorsione patita sul finire del campionato scorso, quando per colpire con una pallonata il mucchio festante della squadra avversaria che aveva appena, era il novantesimo, fatto il gol del 3 a 2 per loro, sono caduto miseramente a terra. Un infortunio che ha dell’incredibile, ma che mi ha insegnato almeno una cosa. Mai nel calcio cercare la vendetta da solo. È così, mio malgrado, sono costretto a cambiare il programma della giornata, come se il traffico maledetto prima non l’avesse già fatto. Nello zaino ho “la Repubblica”. La giornalista Audisio ha scritto con bravura e, direi anche con amore, un pezzo su Diego. Dicendogli più o meno che gli voleva bene e che era contenta di vederlo tornato così in forma e sorridente. Siccome vale la pena, cerco di leggerlo a voce alta all’allegra compagnia. Una sorta di reading poetico di quelli che si facevano una volta, e che adesso qualche scrittore fa in giro per il mondo giusto per vendere qualche dozzina di libri in più. Ma l’argomento Diego non sembra interessare più di tanto. Meglio passare a Fabio Volo e ai suoi romanzi. Mi adeguo. Però mi sarebbe piaciuto spiegare loro chi è Diego Armando Maradona. Naturalmente non l’ ho fatto. Farlo ora sarebbe la mia intenzione, ma come si fa? Non ho vissuto Napoli quando lui era semplicemente tutto per quella gente. La carta d’identità e il passaporto non mi hanno fatto tifare Argentina quando il re grassottello faceva toccare le stelle con un dito al suo popolo durante i Mondiali in Messico. E poi quanti libri, alcuni anche belli, scritti su di lui, servizi giornalistici, addirittura canzoni e poesie, adesso perfino film. Io che cazzo posso dire in più e meglio. Però dedico a chi c’era quel giorno questa parte del libro di Jorge Valdano “Il sogno di Futbolandia”, che per me è come il Corano. “Il suo habitat naturale era in mezzo a una moltitudine, con un pallone sul piede sinistro: in quei momenti sublimi gonfiava il petto d’orgoglio per trasformare il calcio in arte… vincente. Era un superdotato che si sentiva libero, felice e potente solo quando iniziava la partita. Inventava un tal numero di cose, che il calcio pareva sempre un gioco appena inventato. Nessuno ha avuto così poco bisogno dei compagni quanto lui. Se doveva battere un calcio piazzato e qualcuno gli si avvicinava per collaborare dicendogli: “Vuoi che passi sul pallone per distrarre il portiere?”, la risposta era secca: “No, perché distrai me”. Erano lui e il pallone contro tutta la squadra avversaria. […] In realtà ci sono giornalisti vandali. Ci sono moralisti del “questo non si fa”, quelli per esempio, come Havelange o Samaranch, che uscendo da un tribunale o dal Congresso degli Stati Uniti, dove sono sospettati di corruzione, si permettono di dire che “Maradona è un cattivo esempio per la gioventù”. E poi c’è la droga che gli promette paradisi artificiali, proprio a lui, che ha conosciuto paradisi autentici nel cielo calcistico che ha abitato. E ci siamo anche noi che, in qualche modo, lo amiamo per la semplice ragione che è stato capace di stupirci, di emozionarci. Noi non lo spingiamo giù, no, certo, ma neppure sappiamo come aiutarlo. Diego è solo davanti alla sua ultima opportunità. Vuoi che passi davanti al pallone per distrarre il destino? No…? Però lasciami almeno dire una cosa: forza, maestro, io metto una mano sul fuoco per il tuo coraggio”.

 

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alberto facchinetti

domenica, 12 giugno 2005

GENOVA PER NOI” DI PAOLO CONTE, GENOA PER ME di Pierangelo Rubin

 

 

Il Grifone rossoblù è tornato a volare alto, è tornato a volare ad altezze a lui più consone. Il Genoa è di nuovo in serie A dopo dieci anni, dieci anni di sofferenze, dieci anni d’inferno. E’ sabato undici giugno duemilacinque, il Genoa ha battuto il Venezia nell’ultima partita di Campionato di B, la promozione è matematica. Il “Luigi Ferraris” è in delirio, Serse Cosmi a torso nudo è portato in trionfo dai ragazzi che ha allenato per un anno. Lo stadio è di soli due colori: il rosso e il blu. Ci sono Genoa Club da tutta Italia, anche dal Trentino e dalla Valle d’Aosta. Sono felice. Sono felice perché il calcio italiano senza la sua prima grande squadra mi sembrava diverso. Sono felice perché io vorrei che squadre con un grande passato come il Genoa fossero sempre in A e  sono felice perché magari ce la fa anche il Toro. A me piace la storia, e ventate d’aria fresca e nuova, seppur piacevoli, non mi fanno dimenticare il passato, soprattutto se glorioso. Non me ne vogliano i lettori tifosi del Chievo, ma fra i rossoblù e loro scelgo sempre i primi. E sono felice perché l’anno prossimo ci sarà anche il derby della Lanterna che si aggiunge a quello della Madunina  e a quello de Roma. Grande Genoa, grande squadra popolare, coi suoi tifosi che vengono dal porto, con la loro cantilena che sembra un po’ brasiliana, accompagnati dal profumo dell’acqua di mare. Grande Genoa a cui c’è voluto un po’ di tempo ma è risorto, i suoi artigli feriscono ancora. Grande Genoa che dominava agli albori del campionato, con una squadra infarcita di inglesi con i loro nomi ancora stampati nella mente dei tifosi (Spensley, Baird, Leaver…). Grande Genoa, prima squadra italiana a battere il Liverpool ad “Anfield”. Grande Genoa che ne ha passato di tutti i colori negli ultimi anni, ha avuto un declino che non si meritava, caos societario e magari i tifosi della Samp che prendevano per il culo. Sì una promozione meritata, arrivata con classe ma anche con sudore e fatica, una promozione che magari predice il ritorno del Grifone fra le grandi della serie A. Sarebbe così bello, magari con gli avversari che prima di andare nel capoluogo ligure cantassero, proprio come Paolo Conte in una sua famosissima canzone: “Ma quella faccia un po’ così, quell’ espressione un po’ così che abbiamo noi prima di andare a Genova, e ogni volta ci chiediamo se quel posto dove andiamo non ci inghiotta e non torniamo più”. Ovviamente riferendosi al Genoa, non di certo alla Sampdoria.

 

 

 

 

 

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pierangelo rubin