COMITATO GIGI MERONI

"E' protestare questo? A me sembra che sia semplicemente vivere. Dignitosamente. Sapersi al mondo: ecco". GIGI MERONI

Eccomi

Utente: COMITATOMERONI
PIERANGELO RUBIN Nonostante fumasse 20 sigarette al giorno ha deciso di smettere. Sarebbe un Rivera dei nostri giorni. Ma non lo sapremo mai con certezza. Collabora con "Il Mattino di Padova" e la "Nuova di Venezia e Mestre". ALBERTO FACCHINETTI Il Mario Kempes della Terza Categoria. Difficile rapporto con il gol e con le donne in genere. Cronista sportivo per “La piazza”. PAOLO GARATO Il geometra. Senza rivali in tutto il triveneto. Centrocampista dai piedi buoni. Zero gol in sei anni di prima squadra. MASSIMO BERTIN Stopper di professione. Da bambino sognava di diventare un wrestler professionista e in campo si vede. DANIELE SARTO Stuolo di donne al seguito, fluidificava per gli Amatori, ora fa panca in una squadra dilettantistica. MARCO BOLDRIN Barista di giorno (Off side, via Portello Pd), portiere di notte. ANDREA MOLENA Interista così sfortunato che, bambino, nell’anno dello scudetto dei record della sua squadra teneva al Napoli di Maradona. Sorella sfiga… NICOLA BRILLO Scarsa preparazione calcistica, ma un grande merito: lo zio Ignazio è un preparatore atletico d’altri tempi. ALESSANDRO GIRALDO Rappresenta il paese più di qualsiasi altro. Ha venduto, all'angolo della strada che lo porta al bar, la sua anima per la poco religiosa trinità "sesso, droga e r'n'r".

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venerdì, 29 luglio 2005

JAMES DEAN: UN MITO CHE VIVRA’ SEMPRE di Pierangelo Rubin
Quando il 30 settembre del 1955 sulla statale californiana 466 in direzione Salinas, in località Paso Roble, James Dean trovò la morte, milioni di giovani, non solo in America, sentirono  che dentro di loro, forse, si era spezzato qualcosa, e che quel qualcosa era Dean, che era divenuto il simbolo di una generazione frustrata, stanca e insicura che lottava contro i genitori, rappresentanti di un mondo adulto ipocrita. La tenerezza e il candore di molti adolescenti si schiantarono contro una Ford Tudor guidata da  Donald Gene Turnupseed proprio come la Porche Spider550 di Dean; era finita un’epoca. In molti cercarono, provarono a credere che così non fosse ma gli assassinii di Kennedy, Malcolm X e Martin Luther King confermavano che qualcosa era finito. Ma tutto questo era già stato capito dalla moltitudine di ragazzi e ragazze che vedeva in Dean il simbolo, l’emblema delle proprie difficoltà. Uno come lui non ci sarebbe più stato e non c’era mai stato fino a quel momento. Lo sapeva Bob Dylan che lo annoverava fra i propri idoli, lo sapeva John Lennon, che una volta disse “senza James Dean non sarebbero mai esistiti i Beatles” e lo sapeva anche Elvis che cercava ruoli cinematografici per personaggi simil-Dean. James Byron Dean nasce l’otto febbraio del 1931 a Marion nell’Indiana, uno degli stati più rurali degli U.S.A.. Da piccolo perde la madre e ha un rapporto conflittuale col padre che lo lascia agli zii a Fairmont. James studia per diventare attore, va a Santa Monica poi a Los Angeles e quindi New York dove viene scritturato per un’opera teatrale. Qui viene notato dal regista Elia Kazan (noto anche per essere stato fra i fautori del maccartismo nel mondo del cinema, sostanzialmente denunciava presunti comunisti) che decide di dargli la parte principale nel film “La valle dell’Eden”. Dean interpreta Cal, un figlio che vive nel dolore l’assenza di rapporto con il padre che lo rifiuta, vedendo in lui lo spettro della madre del ragazzo che anni prima lo aveva lasciato. James, per gli amici Jimmy, viene preferito a Brando e a Clift, e con questa pellicola inizia la sua scalata al successo nel cinema e nel cuore dei teen-ager dove rappresentava un tenebroso eroe americano che simboleggiava lo straniamento esistenziale di una generazione che non capiva cosa ci stava a fare in Korea e perché doveva odiare coloro che abitavano dall’altra parte della cortina di ferro. Successivamente gira “Gioventù bruciata” (la cui vera traduzione italiana dovrebbe essere stata “Ribelle senza una causa”) per la regia di Nicholas Ray ed è subito successo planetario. Anche qui è un giovane alienato in totale conflitto con il mondo adulto che non trova, e forse neanche vuole dare, risposte al problema del disagio che egli vive. Di conseguenza l’estraneità fra i due mondi è senza possibilità di soluzione. Incompreso dai genitori, che non capiscono il carattere schivo ed introverso, cerca di ribellarsi a questa situazione di solitudine facendo amicizia con un infelice ed escluso come lui ed un ragazza attratta dal suo atteggiamento da duro ma dolce. Con l’amico Plato e la bella Judy cerca di dare un senso alla propria vita e di trovare la via che lo conduca ad una felicità adulta. Curioso è scoprire a distanza di anni che i tre attori principali sono morti in circostanze violente e misteriose. Poi è la volta del suo ultimo film “Il Gigante” di George Stevens dove recita a fianco di una stupenda Liz Taylor. Appena una settimana dopo la fine delle riprese Dean con il suo meccanico parte sulla sua Porche preferita per andare a fare una gara automobilistica alla quale non arriverà mai. Leggenda vorrebbe che appena due ore prima dell’incidente mortale avrebbe preso una multa per eccesso di velocità e che poco prima di spirare avrebbe detto al suo meccanico, che lo accompagnava, “Come ha fatto quello a non vedermi?”. Aveva ventiquattro anni quando morì, la stessa età che aveva Meroni quando morì a sua volta. Non solo i giovani che si identificavano in lui, ma anche il mondo del cinema pianse un attore che interpretava i propri ruoli proprio come viveva la vita, a fondo, appassionatamente cercando sempre e continuamente di migliorare e di trovare nuove sfide, nuovi stimoli. Non troppo alto, goffo, con il viso sempre imbronciato e con delle confusioni sessuali (per un periodo credette di essere omosessuale e una volta ammise: “Quattro pezzi grossi di Hollywood me l’hanno succhiato”) diviene, soprattutto grazie alla sua morte, un mito il cui fuoco sembra non spegnersi mai, nemmeno oggi a cinquant’ anni di distanza e che annovera moltissimi tentativi di imitazione (pensiamo a Fonzie di “Happy days”). La morte neoromantica a bordo di un’auto veloce e sportiva diviene un ideale al quale molti giovani fanno appello esorcizzando una vita che li lascia completamente disillusi. Molti musicisti cantano di morti avvenute in incidenti stradali, come Ray Peterson che con “Tell Laura I Love Her”, racconta di un giovane che per trovare dei soldi per fare un regalo alla fidanzata organizza una gara automobilistica nella quale muore o Wayne Cochran che con “Last kiss”  racconta la storia di un giovane che perde la ragazza scontrandosi contro un auto e promette a sé stesso e a Dio che si comporterà bene, che andrà in paradiso dove la rivedrà. Altri emuleranno la morte di Dean come Eddie Cochran, l’autore della famosa “Summertime blues”, che stava per sfondare anche nel mondo del cinema grazie ad un stile simile a James (maglione o maglietta, jeans e taglio di capelli decisamente non convenzionale). Negli anni in cui Jimmy fa il suo esordio sulle scene cinematografiche un movimento musicale comincia a prendere forma e a coinvolgere tutto il pianeta: il rock’n’roll. L’influenza dello stile di vita di Dean nel rock è stata senz’ombra di dubbio pesante, “vivi veloce, muori giovane e sii un bel cadavere” il suo motto coincide perfettamente con quello di molte rock-star: da Jim Morrison a Ian Curtis passando per Jimi Hendrix, Sid Vicious e Jeff Buckley. Ma questo non spiega il suo imperituro ed immarcescibile successo, da indicazioni su quanto egli sia stato importante per il XX° secolo, ma non ci spiega perché ancora vive nei cuori di molti giovani. Sostanzialmente Dean ha dato voce, oltre ad aver prestato un indiscutibile talento, non solo agli adolescenti degli anni ’50, ma a quelli di tutti i tempi, quelli che siamo noi ora e quelli che saranno i nostri figli un giorno o quelli che erano i nostri padri un tempo; ma non possiamo dimenticare l’inquietudine che egli dava ai propri personaggi, la stessa inquietudine che lo turbava e lo tormentava nella vita (“La sua angoscia era autentica sia sullo schermo che nella vita", commentò Andy Warhol) e che ce lo fa sentire molto vicino, sicuramente più vicino di qualsiasi altro attore.

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pierangelo rubin

mercoledì, 27 luglio 2005

RITRATTO DI UN GENIO COME DI UN PAZZO MAESTRO DI SCACCHI di Pierangelo Rubin
Anche gli scacchi, ritenuti da molti un gioco per secchioni occhialuti, hanno avuto il loro Maradona, il loro fuoriclasse tutto fantasia, genio e sregolatezza: Bobby Fischer.
Fischer è stato il primo americano, dopo la seconda guerra mondiale, a vincere il titolo di campione del mondo di scacchi e a spezzare l’egemonia sovietica. Robert James Fischer nasce a Chicago il nove marzo del 1943, figlio di un medico tedesco e di un’operaia svizzera. Da piccolo trova una scacchiera in casa, legge le istruzioni e decide che quel gioco che gli piace tanto diventerà la sua unica ragione di vita. Nel 1957 diviene Maestro Internazionale, nel 1958 diviene Grande Maestro e sempre dal 1958 fino al 1966 è Campione USA: una carriera impressionante che spingerà l’ex-Campione del Mondo Euwe a dire “La sua tecnica scacchistica è quasi un miracolo”. Ma quello che più stupisce gli addetti ai lavori è il suo carattere dispotico e schivo allo stesso tempo: non sa allacciarsi i lacci delle scarpe, diserta molti incontri, pretende un certo tipo di illuminazione durante le partite, non vuole le telecamere dentro le sale di gioco, vuole che il pubblico non sia troppo vicino ai giocatori e accusa un avversario di avergli schierato contro un mago (si tutelerà comunque con un fachiro); nel frattempo anche dopo una sconfitta si dichiara superiore all’avversario, afferma di essere il miglior scacchista di sempre e si dice sicuro che un giorno avrà il titolo di Campione del Mondo. Questa sicurezza smodata e questa superba arroganza vanno interpretate sapendo che Bobby è stato sostanzialmente un autodidatta, ha imparato tutti i trucchi del gioco da sé e dando per certo che (lui pensasse che) se in età molto giovane poteva giocare alla pari con mostri sacri dell’età di suo padre lo doveva soltanto a se stesso. In tutta la sua vita rilascerà poche interviste; in una di quegli anni emerge il lato più oscuro e strano della sua personalità. Afferma che gli ebrei portano via la classe dagli scacchi e che si vestono male (prima contraddizione di una vita di contraddizioni: Bobby è figlio di ebrea, e per gli ebrei l’appartenenza alla religione si trasmette di madre in figlio), sostiene che le donne non sono sufficientemente capaci per giocare e che ha deciso che non giocherà mai più in un torneo dove ci siano donne o ebrei; poi non cosciente delle affermazioni razziste dichiara che il suo sogno è quello di vivere in una casa a forma di torre degli scacchi. Nel 1970 Bobby entra nella Chiesa Mondiale di Dio, strano movimento religioso metà mormone e metà ebreo, lo scacchista secondo molti è alla ricerca di una figura paterna che possa sostituire il padre che non vede dall’età di due anni, uscirà dalla “setta” nel 1977. Anno di grazia 1972, Fischer accede alla finale del Campionato Mondiale di Scacchi che si svolgerà a Reykjavik fra agosto e settembre, il suo avversario è il sovietico Boris Spasskij. La propaganda sovietica e americana definiscono subito la partita come il “match del secolo”, sono, tuttavia, in molti a credere che Bobby non parteciperà alla finale viste le sue richieste spropositate riguardo l’organizzazione, i tempi e i modi della partita. Tuttavia Bobby vi partecipa dopo che le richieste sono state accettate. L’undici luglio inizia lo scontro. Nella prima partita Bobby perde clamorosamente, dopo aver compiuto un errore madornale, perde anche la seconda partita per essersi presentato in ritardo: in molti sono convinti che presto sarà liquidato dal più anziano sovietico. Ma una telefonata di Kissinger, segretario di stato americano, che si appella al suo senso civico e patriottico, danno la carica giusta a Bobby che diviene Campione dopo una rimonta prodigiosa e dopo aver vinto tutte le restanti partite e realizzando il nuovo record di punti in una partita. Per il mondo occidentale è l’apice e l'unico momento di gloria nel mondo degli scacchi. Passano tre anni e nel 1975 Fischer deve difendere il proprio titolo contro il sovietico Anatoly Karpov. Bobby non ha giocato una partita ufficiale dalla precedente finale e detta condizioni che la Federazione Mondiale giudica eccessive, Fischer decide così di non difendere il titolo e si eclissa. Nel 1981 viene arrestato dalla polizia che lo scambia per un rapinatore. Riguardo a questo incidente scriverà, sotto falso nome, un libello intitolato “Sono stato torturato nella prigione di Pasadena!”. Ricompare nel 1992 per “La rivincita del XX secolo” contro Spasskij. Il match si sarebbe svolto a Budva in una Jugoslavia dilaniata dalla guerra. Il Dipartimento di Stato Americano proibisce a Fischer di giocare la partita visto l’embargo U.S.A. che gravava sullo stato balcanico. Di tutta risposta lo scacchista in una conferenza stampa strappa il documento e ci sputa sopra. Viene quindi incriminato dalla legge U.S.A., e su di lui grava un mandato di cattura. La partita viene vinta ancora una volta, e molto facilmente, dall’americano che poi sparisce ancora. Nel 1999 rilascia un’intervista ad una radio ungherese nella quale spiega come a Budapest ci siano molte più belle ragazze che non in California e poi si lancia in un’ assurda invettiva antisemita e antisionistica sostenendo di essere vittima di un complotto giudaico. Passano un paio d’anni e una radio filippina riesce a contattarlo. In questa intervista Fischer applaude l’attentato alle Torri Gemelle e si dichiara felice degli avvenimenti dell’ undici settembre: “Questo mostra che il detto “ciò che si dà si riceve”, vale anche per gli USA”. Prosegue con il suo antigiudaismo insensato e arriva a sostenere che l’Olocausto non sia mai esistito. Il 13 luglio 2004 Bobby viene arrestato all’aeroporto Narita di Tokyo dalla polizia giapponese per conto di quella americana. In seguito Spasskij chiede la grazia per il “collega” al Presidente U.S.A. o in alternativa di essere incarcerato insieme a lui e ad una scacchiera. Bobby Fischer per molti è il più grande scacchista di sempre, uno dei primi ad elaborare innovazioni alle regole (come il suo orologio digitale per scacchi che dava ai giocatori più tempo per pensare alle mosse ma che comunque velocizzava le partite o lo Scacchi960 Fischer Random cioè il posizionare casualmente i pezzi all’inizio della partita) ed il primo in assoluto ad essere scacchista professionista, vivrà solo delle entrate derivategli dal gioco. Insomma un uomo che ha cambiato per sempre il gioco, ma per lui quel gioco non era solo un gioco: “Gli scacchi sono la vita” disse  un giorno.

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pierangelo rubin

lunedì, 25 luglio 2005

CIAO, EDDIE BUNKER! di Alberto Facchinetti

 

 

È una domenica senza mare e senza spiaggia, a volte mi capita anche se c’è un sole che spacca le pietre e anche i coglioni, se sei senza occhiali scuri. Sono a pranzo da una mia zia, in una casa in aperta campagna, e non che io abiti in città, ma questo posto in culo al mondo sembra proprio dimenticato da dio. Sto bevendo il caffè, nero e amaro come piace a me, e mi arriva un sms al telefonino. Sì, arrivano anche qui. Spero sia qualcun altro, invece no: è un mio amico. La notizia è secca: è morto Edward Bunker. Cazzo, non ho ancora dato un’occhiata a la Repubblica, sennò l’avrei già saputo. È morto martedì 19 luglio nell’ospedale di Burbank in California, già da un po’ non era nella forma migliore. Aveva 72 anni e ancora molte cose da dire. Mi mancherà molto. Eddie Bunker c’ ha lasciato un’ autobiografia (“Educazione di una canaglia”) e quattro romanzi (“Come una bestia feroce”, “Animal Factory”, “Little Boy Blue”, “Cane mangia cane”), tutti ambientanti nel mondo del crimine, che sono il modo migliore per conoscere Ed e la sua vita. La sua vita è stata un romanzo, di quelli che piacciono a me, avventurosi e violenti. I suoi romanzi, i suoi personaggi sono la sua vita: sono tutti largamente autobiografici. Lui il crimine (rapine a mano armata, taccheggio e truffe di ogni genere, tra le altre cose) lo conosce in prima persona. Da quando è nato fino al 1975, quando è uscito definitivamente di prigione, ha passato quasi tutta la vita tra case di recupero, riformatori, carceri duri e il tempo “libero” a fare di tutto per ritornare “dentro”. Lui la materia la conosce bene per averla vissuta, non sentita raccontare o semplicemente spiata da un osservatorio privilegiato. No, lui ha vissuto tutto sulla propria pelle. E quando scrive si sente: prosa secca, asciutta, senza fronzoli, quasi violenta. Sembra un trattato, un documentario scritto sulla delinquenza. E poi Bunker scrive bene. Benissimo. Negli anni del carcere ha letto l’impossibile: quattro libri a settimana. Dostoevskij, Camus, Dos Passos, Sartre, Genet. E si sente, Bunker regge il confronto con loro. Bunker è già un classico, non solo come autore crime, ma all’interno di tutta la letteratura. L’ ho avvertito chiaramente mentre leggevo la sua opera, questa è merda che resterà nella storia. Per sempre, questo è essere classico. Come tutti i suoi personaggi, Bunker sembrava non avere possibilità di salvezza e redenzione, la vita lo aveva reso un criminale e la società lo avrebbe fatto morire così. Poi arrivarono due donne. Prima Louise Wallis, moglie di un celebre produttore hollywoodiano, che affascinata dall’intelligenza oltre la media del ragazzo gli regala una macchina da scrivere. In carcere comincia a scrivere racconti e romanzi. Quando nel 1973 esce “Come una bestia feroce”, capisce di potercela fare. O scrittore o delinquente, non c’è altra scelta. Da quell’anno in poi sarà uno scrittore, di successo si può dire. Solo lo scrivere, e certo i soldini guadagnati, lo tengono lontano dalle antiche tentazioni. E poi Jennifer, l’altra donna, più giovane di lui. La incontra, messo in libertà, quella definitiva. Si amano ed hanno un figlio. È la salvezza di Eddie. Oltre alla letteratura, ha lavorato per il cinema. Come sceneggiatore, come consulente, anche come attore. Ha interpretato Mr. Blue ne “Le iene” di Tarantino. Proprio Quentin, ma anche scrittori così diversi tra loro come James Ellroy e William Styron, impazziscono per lui. Mentre scrivo le ultime righe, e ho paura di non averlo omaggiato abbastanza, di non essere stato in grado di rendergli giustizia, cancello il finale di questo scritto. Era troppo retorico e a lui, credetemi, non sarebbe piaciuto. Non era nel suo stile. Lascio solo l’ultimo saluto, quello del titolo.           

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alberto facchinetti

sabato, 23 luglio 2005

THE WHO E LA SCELTA FELICE DEI LORO FANS di Pierangelo Rubin
A questo mondo, si sa, le contrapposizioni sono il sale della vita. Esistono contrapposizioni note a tutti in tutti gli ambiti nei quali il genere umano si è adoperato. Pensiamo al calcio, negli anni Sessanta gli italiani si divisero fra sostenitori di Rivera e di Mazzola. Anche il ciclismo ha offerto una famosissima contrapposizione tra Bartali e Coppi. Anche nella musica i dualismi non sono mai mancati. Il più noto dualismo che tutti ricordano, e che si ricorderà, è stato quello fra i Beatles e i Rolling Stones.
Già, erano meglio i Fab Four o gli Stones? O, riformulando meglio la domanda, voi siete per
i quattro di Liverpool o per le Pietre Rotolanti? Bella domanda. In molti hanno provato a dare la propria risposta e le seguenti potrebbero essere fra le più gettonate. “Erano meglio Jagger&C. perché loro non si erano venduti al Sistema, Lennon e compari ricevettero l’OBE dalla regina”, “Ringo e soci però venivano da Liverpool e loro erano proletari, invece gli Stones da Londra erano delle fighette”, “Ma i Rolling ci hanno iniziato alla rivolta per primi, non ti ricordi “Street fighting man”?”, “Certo che la ricordo ma intanto i Beatles volevano che aprissimo le nostre menti con la droga:“Norvegian Wood” e “Lucy in the sky with diamonds” dove me le metti?” E non continuo a scrivere questo ipotetico dialogo tanto le vacche sacre del rock le sappiamo tutti. Però fa ridere pensare che persone lascino che un titolo di baronetto o la città di provenienza influenzino l’esito dell’annosa questione. Ma discorsi del genere servono solo a etichettare, a trovare facili schemi e nulla di più. Negli anni ’60 quando i sopraccitati spopolavano un numeroso gruppo di giovani decise che forse fra i Beatles e i Rolling Stones fossero meglio gli Who. Gli Who chi? Si potrebbe chiedere un lettore che non conosce bene la storia del rock, facendo involontariamente un gioco di parole. Sono il gruppo di Pete Townshend, hanno scritto l’inno per tutta la generazione degli anni ’60 “My generation” con la celeberrima frase “I hope I die before I get old” con tutta la filosofia rock contenuta in essa, il bruciare piuttosto che appassire, hanno pubblicato le due più famose rock-opera di tutti i tempi “Tommy” e “Quadrophenia”, hanno avuto il più grande batterista di tutti i tempi Keith Moon, hanno patrocinato l’avvio del dirigibile dei Led Zeppelin, sono passati indenni attraverso il punk con Sex Pistols e Clash che li veneravano mentre sputavano e pisciavano sopra agli LP dei Beatles e degli Stones. Ecco chi sono stati i The Who. Roger Daltrey con la sua voce al vetriolo, Pete Townshend con la sua chitarra, la mitica Gibson SG “diavoletto” puntualmente distrutta, rotta, fracasssata alla fine dei concerti, John “the Ox” Entwistle, il bassista che per lo storico concerto all’isola di Wight si presentò vestito con una tuta da scheletro, Keith “Moony Loony” Moon, ovvero il batterista più funambolico di sempre. Un’ autentica macchina da guerra che spazza via l’easy listening con le sue buone maniere per sempre, la colonna sonora della più importante ribellione giovanile di sempre e secondo molti la prima grande band hard-rock: tutto questo furono gli Who. Quando iniziarono furono, insieme agli Small Faces, la band cult per tutti i mods, i giovani inglesi amanti delle moto italiane e dei vestiti eleganti, in perenne conflitto con i rockers, amanti delle moto americane e senza un briciolo di stile. Poi il movimento mod cominciò pian piano a morire ma loro non ci fecero caso e iniziarono ad avere sonorità sempre più pesanti, marcate, violente. I loro stili di vita riflettono questa fase della loro storia: Townshend ed Entwistle alcolizzati, Moon tossicomane, Daltrey si impegnava a tenere il gruppo unito. Poi Townshend scoprì la filosofia del santone indiano Meher Baba, un uomo che non parlò per anni ma che comunque riusciva a disintossicare i tossicodipendenti e a recuperare i malati di mente. Il messaggio di puro amore di Meher Baba, del nuovo Cristo, conquista il chitarrista che si fa letteralmente trasportare e comincia a scrivere, perfettamente sobrio, decine di canzoni che diventeranno altrettanti classici del rock. Il disco “Tommy” è un esempio della straordinaria vena creativa di Townshend in questo periodo oltre ad essere la prima rock-opera. Infatti l’intero album racconta le gesta di Tommy, un ragazzino che dopo uno shock (ha visto il padre uccidere l’amante della madre) diventa sordo, muto, cieco ma anche un grandissimo campione di flipper. Ovvio che la storia è una metafora di Meher Baba, secondo cui l’assenza di sensi porta a scoprire la vera luce interiore. Il disco diviene anche un film e poi una pièce teatrale. Intanto avanzano gli anni ’70 con la loro furia iconoclasta punk che non ferma i nostri. A dare loro uno scossone sono prima la morte di Keith Moon per overdose, “suicidio involontario” lo definì Townshend, e poi gli undici morti a Cincinnati, ad un loro concerto. Le droghe ritornano, l’alcool pure, ma ancora una volta si rialzano. Il nuovo batterista è Kenney Jones, ex Small Faces e Faces, alla band si aggiunge anche un tastierista, Jack Rabbit. Ma la droga coinvolge ancora Pete che ne fa un uso smodato. Nel dicembre 1983 Townshend esce dal gruppo e il gruppo si scioglie. Torneranno ad intervalli più o meno regolari dalla metà degli anni novanta in poi, perfettamente sobri e resi a nuova vita, con tour mondiali e con delle raccolte e con un nuovo batterista, Zack Starskey, il figlio di Ringo Starr. Va tutto bene ma poi John Entwistle ci lascia la pelle, viene trovato morto a Las Vegas alla vigilia del loro nuovo mega-tour. Causa morte: infarto. Causa infarto: cocaina e due prostitute nella sua camera. Pino Palladino entra nella band al suo posto. Sono rimasti Townshend e Daltrey che incredibilmente dopo aver speso la vita a litigare fra loro decidono di proseguire la carriera artistica insieme senza litigi. Hanno i capelli bianchi e rughe sul viso, per leggere gli spartiti necessitano di occhiali ma ci sono ancora e nulla è cambiato nel loro sound,
proprio come trent'anni fa anche se con qualche chilo di troppo gli Who fanno risuonare la loro musica nei grandi stadi, nei mega-raduni, nei grandi festival, e proprio come trent'anni  fa il pubblico va ancora in visibilio alla loro apparizione e conferma la scelta dei loro padri che li preferivano agli Stones e ai Beatles.

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pierangelo rubin

DEMOCRACIA CORINTHIANA di Alberto Facchinetti

 

 

 

Gli anni settanta per l’America Latina furono anni terribili. Il continente viveva una gravissima crisi economica e sociale. Erano anni in cui non soffiava alcun vento democratico, e se soffiava, il fuoco delle armi riportava tutto al punto di partenza: in Cile il socialista Salvador Allende fu rovesciato nel 1973 da un colpo di stato militare e ammazzato mentre resisteva in maniera eroica nel palazzo presidenziale. Aveva assunto la presidenza tre anni prima e aveva tentato di realizzare un programma di nazionalizzazione e di ampie riforme sociali. Il potere così andò nelle mani del generale Augusto Pinochet: il popolo cileno visse il terrore in quegli anni di regime autoritario. In Perù, Bolivia, Uraguay la situazione non era diversa. In Brasile dal 1964 ci furono per vent’anni governi instabili. Le prime elezioni libere presidenziali si ebbero solo nel 1985. Già nei settanta la dittatura aveva mollato un po’ la presa, però era sempre dittatura: tremenda e violenta. In un epoca, la nostra, in cui i calciatori oltre a prendere a pallonate la sfera diventano imprenditori alla stregua dei loro presidenti e scopano le stelline fredde della tv, e poi si accontentano tanto i soldi nella vita sono tutto, è difficile comprendere cosa successe nella squadra brasiliana del Corinthians agli  inizi degli ottanta. Qualcosa di semplice, ma straordinario. All’interno dello spogliatoio della squadra paulista si era creato un gruppo, la democrazia corinthiana: sognavano la libertà per il loro paese. Entravano in campo con una maglietta che inneggiava alla democrazia e il loro slogan era: “Vincere  o perdere, ma sempre con democrazia”. Vinsero due campionati consecutivi (1982 e 1983). All’interno della squadra poi, sembra che si fosse instaurato una sorta di autogestione: i giocatori partecipavano alle decisioni quasi quanto l’allenatore. Naturalmente non fu tutto semplice per loro. Durante un carnevale trovarono nelle tasche di alcuni giocatori della marijuana. Si dichiararono innocenti: un avviso da parte del potere o semplice voglia di vita dei ragazzi? Di quella squadra facevano parte giocatori dai piedi buoni e dalla mente aperta. Socrates, detto il dottore, per la sua laurea in medicina. Fuori dal campo, barba lunga e capello spettinato, amava le belle donne, le sigarette e le discussioni fino a tarda ora sui problemi del mondo; in campo preferiva i colpi di tacco (il tacco di dio) alla corsa. Quando giocò per un anno nella Fiorentina (stagione 1984-1985) riuscì a segnare 6 gol, si dice, sempre camminando. Correre non faceva per lui. E nemmeno il ritiro pre-campionato: tutto quel lavoro lo sconvolse. Se ne tornò in Brasile: giocò col Flamengo, con il Santos e con il Botafogo e partecipò ai mondiali del 1986. Altro protagonista di quel Corinthias fu Walter Junior Casagrande, che in Italia ebbe più fortuna del “dottore”. Fece bene sia all’Ascoli che al Torino. Proprio ad Ascoli si ricordano ancora gli scontri dialettali col compianto presidente Costantino Rozzi. I due instaurarono un rapporto di stima e amicizia, ma Casagrande non si tirò mai indietro nel difendere le sue idee. L’ Ascoli perde a Torino con la Juve per 3 a 1 e il “geometra” ha qualcosa da dire ai dipendenti della sua squadra, allora il centravanti gli dà del dittatore. Sbollita la rabbia, tutto torna come prima. La libertà, e il coraggio, di dire sempre quello che si pensa.         

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alberto facchinetti

giovedì, 21 luglio 2005

FREDDIE MERCURY, UNA ROCKSTAR IMMORTALE di  Andrea Molena

Freddie Mercury è considerato ancor oggi il più grande showman della storia del rock. Un cantante leggendario che, con la sua incredibile voce, la sua energia e  la sua carica, ha conquistato e trascinato, assieme agli altri 3 componenti dei Queen, folle oceaniche di fans e ha venduto centinaia di milioni di dischi in tutto il mondo. “L’eccesso è una parte di me. La monotonia è un male. Ho davvero bisogno di pericolo ed eccitazione…” frasi che descrivono bene la personalità del cantante, una personalità ritenuta eccessiva persino per le abitudini del rock n’ roll in tema di sesso, droga e alcool. Era un esteta puro, un genio della diversità e della trasgressività, ma allo stesso tempo un”perfezionista pignolo” quando scriveva e pubblicava canzoni e album. Farookh Bulsara (questo il suo vero nome) era nato il 5 Settembre 1946 da genitori iraniani nell’isola di Zanzibar (Tanzania) e già a 1 anno ebbe il suo primo incontro con la celebrità, quando un fotografo espose un suo ritratto nella vetrina del proprio negozio consentendogli di vincere un concorso per bambini. Il lavoro del padre, un funzionario del governo inglese, comportava continui viaggi in India: i suoi genitori decisero allora di iscriverlo al collegio inglese di Bombay, dove, oltre allo studio, Freddie poteva dedicarsi ai suoi hobbies sportivi (la boxe e l’hockey) ma soprattutto alla sua grande passione, la musica. Nel ’64 la famiglia Bulsara si stabilisce in Inghilterra e Freddie, grande disegnatore, si iscrive all’istituto d’arte di Kensington (Londra). È in questa scuola che forma i suoi primi gruppi musicali, gli Ibex e i Wreckage, nei quali fa vedere subito le sue grandi qualità vocali e la sua verve coinvolgente. Nel ’66 incontra in una delle tante feste nei locali londinesi Roger Taylor e Brian May , rispettivamente batterista e chitarrista degli Smile. I 3 diventano subito inseparabili soprattutto per la comune passione musicale (Led Zeppelin, Beatles, J.Hendrix) passione che li porterà nel 1970, visti anche i fallimenti delle precedenti esperienze, a formare un gruppo tutto loro, i Queen (nome scelto dallo stesso Freddie per il suo carattere regale). Mancava ancora un bassista e la scelta cadde su John Deacon dopo varie selezioni. I Queen ora erano al completo con Freddie voce del gruppo, coadiuvato da 3 artisti alla sua altezza: May alla chitarra, Taylor alla batteria e Deacon al basso. “Senza gli altri 3 non sarei stato nessuno” ammetteva Freddie, che oltre a essere il vocalist del gruppo era anche uno straordinario suonatore al piano. La band fece subito scalpore per il modo in cui si presentava: vestiti attillati e sfarzosi, preparati appositamente da sarte di primo livello, trucco e unghie smaltate; indovinate di chi fu l’idea di mostrarsi in questo modo al pubblico… Questo stile caratterizzerà il gruppo per tutti gli anni ’70, periodo nel quale la popolarità dei 4 cresce grazie alle varie Bohemian rhapsody, We are the champions, We will rock you, Somebody to love, Tie your mother down, Killer Queen e a tanti altri capolavori. Il gruppo trova la propria fortuna nell’accostare testi provocatori e spesso autobiografici a un rock duro e melodico, mescolato con armonie derivanti dall’opera e dal jazz. Gli anni ’80 vedono il gruppo in vetta alle classifiche di vendite e all’apice della popolarità, popolarità che porta anche a dissidi interni,  che però non scalfiscono mai l’unità della band. Freddie cambia look, capelli più corti e baffi da macho. Oltre a continuare il lavoro con i Queen, trova anche il tempo di pubblicare 2 album da solista, uno in coppia con la soprano spagnola Montserrat Caballè (“Barcelona”); ma è con i Queen che ha più successo: Another one bites the dust, Radio ga ga, I want to break free, A kind of magic, The miracle, I want it all sono tutte canzoni di questo decennio. Nel 1985 partecipano al Live Aid organizzato da Bob Geldof. È forse il momento più importante della loro carriera perché vengono ritenuti da tutti la band che più ha impressionato durante il concerto più seguito di tutti i tempi. Con quei 20 memorabili minuti di esibizione hanno oscurato tutte le altre star presenti. L’ultima tournee, il “Magic Tour”, è dell’86: più di 400000 spettatori nei 5 concerti più importanti , biglietti a ruba in poche ore e party memorabili alla fine di ogni performance. Fa parte di questo tour la famosa esibizione al Nepstadion di Budapest, primo concerto per una band occidentale in un paese sovietico. Già dai primi mesi del ’90 si capisce che la malattia di Freddie lascia poche speranze (in quel periodo l’AIDS era un male sconosciuto) ma è lui stesso a voler continuare a lavorare  e a registrare in studio. Fino all’ultimo ha così voluto lasciare un segno indelebile: “Innuendo” (’91) è l’ultimo album dei Queen con il cantante ancora vivo e rispecchia gli stati d’animo del leader, così sofferente eppure così tenace e coraggioso. Freddie Mercury muore per una polmonite causata dall’ HIV il 24 Novembre 1991 nella sua casa di Kensington, accudito fino all’ultimo da Mary Austin, l’amore della sua vita (a lei aveva dichiarato di essere omosessuale) e da Jim Hutton, suo ultimo compagno. Il mondo della musica si ferma e per un attimo anche la band. I 3 componenti dei Queen però di li a poco organizzano il concerto “The Freddie Mercury Tribute” (Aprile ’92) a Wembley con tantissime star della musica a cantare pezzi che fino a pochi mesi prima cantava l’amico scomparso. Il giusto addio a Freddie, in uno stile che sarebbe piaciuto anche a lui. L’amore dei fans per questa leggenda del rock però non è scomparso e non scomparirà mai, rimarrà immortale… come lui. Good - bye Mr Mercury. We still love you!

 

 

 

 

 

 

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andrea molena

lunedì, 18 luglio 2005

CHE SCRITTORE JOHN FANTE! di Alberto Facchinetti

 

 

 

Tutto è cominciato da qui. Da questa poltrona di pelle rivestita di telo verde, dove sono seduto ora. Allora aveva un’altra posizione in quello che è il mio studio, una disgraziata stanza, piena di scritte su muri che cadono a pezzi, che ho ricavato da un garage troppo grande. Giusto per stare il più lontano possibile dai miei. Aveva un’altra posizione, la poltrona, perché mia madre ogni tanto si diverte a rivoluzionare la stanza: ecco quindi che un bel giorno mi trovo la scrivania al posto della poltrona o magari le due librerie invertite di posto. Insomma, ero seduto su questa poltrona, che era però appoggiata su una parete diversa da questa. Mi sembra abbastanza semplice che non ho capito come mai abbia speso già queste righe per spiegarlo. E leggevo “La confraternita del Chianti” di John Fante. Mia sorella me l’aveva regalato per quel Natale, sotto consiglio mio. Proprio così: facevo ancora il liceo e il mio vecchio professore di storia e filosofia mi aveva detto: “Leggi Fante!”, rassegnato al fatto che le sue materie non le avrei mai studiate e che le sue lezioni le avrei passate interrogandomi sulla formazione del fantacalcio per la domenica e, appunto a leggere libri. Avrà pensato che almeno meritavo delle buone letture o comunque sarebbero riuscite a tenermi calmo per un po’, perché sì, ero proprio un gran bel rompicoglioni. Fu così che mi consigliò e poi anche prestò: John Fante, Barry Gifford, Elmore Leonard, Joe r. Lansdale, Jim Thompson. Fante mi è arrivato grazie al prof. e tramite mia sorella. E su questa poltrona lessi quel romanzo. Che storia la storia di Nick Molise, un vecchio muratore che si considera il migliore in paese e che litiga con la moglie un giorno sì e l’altro anche, perché sbevazza troppo con i suoi folli confratelli e perché ha troppo spesso macchie di rossetto sul collo della camicia. In uno dei suoi figli, Henry, si nasconde la figura di Fante. Leggendo questo libro ho capito che lavoro avrei fatto da grande: nella vita avrei letto più parole possibili. Fottendomene del fatto che non si becca una lira a farlo. John Fante è nato a Denver nel Colorado. Era il 1911 e suo padre, muratore guarda caso, era di originare abruzzese; sua madre nata da genitori italiani a Chicago. L’infanzia la passa nella miseria. Pubblica il suo primo romanzo “Aspetta primavera, Bandini” nel 1938. Nei cinquanta si dedica ad Hollywood e alle sceneggiature, deve pur dare da mangiare a moglie e figli (uno Dan è diventato un buon scrittore, da leggere se amate il padre). Nel 1955 si ammala di diabete. Allora di John Fante non si ricorda più nessuno, per fortuna Charles Bukowsky (splendida la sua prefazione a “Chiedi alla polvere”) e Pier Vittorio Tondelli fanno del loro meglio perché venga riscoperto. È anche merito loro se è arrivato a me e sono già quattro persone da ringraziare. Muore cieco, con una gamba amputata nel 1983. Spero, consapevole di aver scritto dei capolavori della letteratura, pieni di ironia e tragicità. Nella storia della letteratura americana del Novecento gli si dovrebbe un posto accanto a Francis Scott Fitzgerald e ad Ernest Hemingway, che secondo me gli è inferiore. Siccome sono tutti in cielo, non mi sforzo ad immaginarli: ma quanto cazzo stanno bevendo?

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alberto facchinetti

IL CAMPIONISSIMO di Alberto Facchinetti

 

 

 

 

 

Poche novità dal Tour de France, anche quest’anno: lo vincerà Lance Armstrong. E sarà la settima volta di fila. Mamma mia, quanto vedo difficile battere sto record. È già nella storia del ciclismo: Lance Armstrong, lo metto per iscritto come se cambiasse poi qualcosa, è un fuoriclasse imbattibile nelle corse a tappe. Che poi partecipi solo a queste, e prepari con cura militare solo quella francese, la più importante di tutte, trascurando le corse in linea, è un problema suo, non mio e nemmeno di coloro che gli criticano il modo di correre: ragionato e sparagnino. Sta di fatto che il record di vittorie consecutive al Tour non lo batterà nemmeno chi lo critica, sui giornali e nei bar. Ma non è la storia del texano che voglio raccontare (che pure è straordinaria, un cancro ai testicoli diagnosticato nel 1996 e sconfitto come fosse un qualsiasi scalatore in crisi di fame sulle montagne). Non la voglio raccontare perché io Armstrong lo rispetto sì, ma non riesco neanche io ad appassionarmi alle sue imprese. Strepitoso Armstrong e ottuso non ammetterlo, ma come faccio a tifare per lui? In più, se la fa con la cantante Sheryl Crow e si sa gli uomini delle belle donne sono sempre i più antipatici. La storia che voglio raccontare invece è quella di Fausto Coppi, il campionissimo. Lui sì che riusciva ad emozionare la gente, perché era straordinario tanto quanto riusciva ad essere normale in altre occasioni, in corsa e nella vita. Ha toccato le stelle con un dito ed ha annusato la merda nelle stalle. Sempre con la stessa dignità. Da campionissimo, da uomo vero. Ha vinto di tutto nella sua carriera, 1937 la prima corsa fino al 1960, senza ingordigia: due Tour de France, cinque Giri d’Italia, Campionato del mondo, cinque Giri della Lombardia, tre Milano - Sanremo, una Parigi - Roubaix, una Freccia Vallone. In totale 110 corse vinte, 53 per distacco. Ma non sono i numeri che contano, a lasciare di più il segno sono le imprese sulle montagne con distacchi colossali inflitti ad avversari sfiniti, il suo modo di stare in bici, perfetto e maestoso. Era un altro ciclismo, sicuramente. Quello era il ciclismo eroico. Gianni Brera scrisse, eravamo nel 1949, della bicicletta intesa come mezzo: “E rimase poi sempre com’era, nel suo concetto fondamentale: un aiuto alle nostre povere gambe negate al moto veloce. Uno strumento suppletivo. Sinchè non venne allo sport Fausto Coppi”. Oltre alle vittorie, il dolore: quella per il fratello Serse, morto in corsa; la sofferenza: durante la guerra, che gli tolse un po’ d’anni di carriera e di vittorie; la sfortuna: le ossa che spesso cedettero; il disonore: per la scandalosa, siamo negli anni cinquanta, relazione con la dama bianca. E poi non fu un campione incontrastato. Bartali gli fu un intramontabile e fiero rivale. Un campione che vinse di tutto e di più. Ma non fu “il campionissimo”. Tutta l’Italia era divisa: Ginettaccio era un bacia banchi, un toscano sempre pronto alla battuta, una grinta da vendere. Rappresentava quell’ Italia operosa, ma anche quel paese democristiano che nel dopo guerra non era riuscito a liberarsi dai retaggi fascisti. Coppi invece non si era mai schierato politicamente, ma chi si appassionava a lui non si permetteva di giudicare la sua storia con l’ amante, che al traguardo delle gare si vestiva sempre di bianco. Per loro era solo un atto d’amore e di libertà. Fausto Coppi non si schierò mai politicamente perché non era nel suo carattere, di uomo schivo e malinconico. Con il cuore denso di dolore, nonostante le vittorie. Il suo habitat naturale erano i boschi, dove poteva cacciare tranquillamente, ad anni luce di distanza dalla vita normale, dalle corse di tutti i giorni. La caccia era la sua grande passione. E proprio lei ce l’ ha portato via: per colpa di una malaria contratta mentre era in escursione e diagnosticata troppo tardi. Se ne è andato il 2 Gennaio 1960, aveva appena firmato il contratto con la San Pellegrino. Aveva quaranta anni e avrebbe dovuto fare da chioccia e da esempio ai corridori più giovani. 

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alberto facchinetti

martedì, 12 luglio 2005

IL CIGNO NON CANTERA’ PIU’ di Daniele Sarto

 

 

 

Come si fa a parlare di Van Basten senza commuoversi? Io ci provo, ma non ci riesco. Tutto comincia in Olanda, ad Utrecht, dove Marco nasce nel ’64. A scuola più che alle materie pensa al pallone, e durante le lezioni prende appunti sui molti modi per scartare un avversario, seguiti da un disegnino. Beh, straordinario! Il suo è uno sviluppo strano, arriva al metro e ottantotto molto rapidamente e più tardi del solito, lasciando intatta la tecnica sopraffina. A 18 anni debutta con l’Ajax sostituendo in una partita Cruijff che, oltre al posto, gli cede anche l’eleganza. In quei primi campionati in Olanda per Marco è uno scherzo segnare gol a raffica, vincere classifiche cannonieri, scudetti e la Coppa delle Coppe. Destro, sinistro, acrobazia, velocità, colpo di testa perentorio, controllo impeccabile come fosse 20 cm più basso, sa difendere e fare assist. Un giorno il Berlusca vede una cassetta di Van Basten, resta colpito e stranamente fà una cosa buona: lo regala al Milan. La prima stagione rossonera del tulipano è quella del primo scudetto di Sacchi, in cui Marco non gioca tanto per via di un infortunio. Si rifà all’Europeo in Germania: in questa vetrina il mondo ammira la sua classe (vedi gol all’U.R.S.S. in finale). Col Milan vince tutto quello che è a disposizione e nel ’91 la società, dovendo scegliere tra lui e Sacchi oramai ai ferri corti, dà il benservito al mister. Arriva Capello ma la musica è la stessa: Marco non lo ferma nessun difensore, solo la sfortuna riuscirà a marcarlo stretto. Ultimo atto: stagione ‘92-’93. E’ ormai maturo, sembra addirittura più forte ed implacabile. Comincia il campionato e la Champions come una palla di fucile, poi a dicembre, appena ritirato il terzo pallone d’oro, si opera alla caviglia. Dopo 4 mesi torna ad Udine (io c’ero), poi altre partite in campionato e l’ultimo gol della sua carriera all’Ancona. Anche se è al 50%, Capello si ostina a farlo giocare in finale con l’Olimpique Marsiglia. Il Milan perde, ma il calcio perde l’attaccante più forte degli ultimi 20 anni. Nei due anni successivi prova a guarire ma è un buco nell’acqua. Nell’estate ’95 annuncia il suo ritiro. Una parte di lui sono certo sia morta quel giorno, mentre ai rossoneri come me resta come la sensazione di un amore finito all’improvviso, e per colpa di qualcosa più grande di noi. So che è diventato un bravo giocatore di golf, ma sono sicuro che la palla in buca non fa godere quanto S. Siro che esplode dopo un gol. Finisco con questa citazione: “Gli eroi non muoiono, dicevano gli antichi, vengono rapiti in cielo al culmine della loro gloria. Marco Van Basten fortunatamente è vivo e vegeto, però qualcosa muore. La carriera di uno dei più grandi giocatori di ogni tempo è finita, troppo presto. Qualcosa che si avvicina alla prematura scomparsa agonistica di Maradona. Sotto di loro uno strapiombo, e infine la spianata dove giocano i più bravi fra i comuni mortali”.

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daniele sarto

sabato, 09 luglio 2005

1995-2005: 10 ANNI CON MASSIMO MORATTI, 10 ANNI DI SOFFERENZA    di Andrea Molena

 

 

 

 18 Febbraio 1995. Una data che ai più non dirà molto ma che per un popolo significa molto: un popolo sofferente, esigente al punto giusto, che spesso si lamenta, bistrattato e preso per il culo da chi non ne fa parte. Un popolo sempre sconfitto ma che una cosa non perde mai, la speranza che un giorno potrà finalmente anche lui far esplodere la propria gioia, una gioia vera e illimitata perché attesa da troppo tempo. Naturalmente sto parlando del popolo interista, che quel giorno di 10 anni fa ha visto salire sul “trono” della Beneamata il signor Massimo Moratti, un petroliere che prometteva di mettere a disposizione tutti i soldi possibili per ridare trofei e gloria all’Inter e al popolo prima citato. Una persona fuori dal comune fra i presidenti di calcio e gli addetti ai lavori di questo sport: semplice e straordinariamente generoso con i suoi “dipendenti” calciatori, anche quando quest’ultimi l’ hanno tradito (il caso del traditore Vieri non è il primo), mai sopra le righe e per un calcio più pulito e imparziale... insomma l’esatto opposto dei patron e manager che in questi anni stanno rovinando lo sport più seguito dagli italiani (i vari Galliani, Moggi, Giraudo, Carraro). Con gli anni si è visto che quella promessa l’ ha ampiamente mantenuta spendendo più di 1000 miliardi in calciatori e allenatori, i più bravi che c’erano sulla piazza: Ronaldo, Vieri, Adriano, Baggio, R.Carlos, Recoba, Cannavaro, Seedorf, Cordoba, Djorkaeff, Toldo, Davids, Veron, Stankovic solo per citarne alcuni in ordine sparso (l’elenco è infinito). Tutto ciò però è servito solo a vincere una Coppa Uefa nel ’98 e una Coppa Italia quest’anno. Certo le colpe ce le ha anche lui. Si è fidato troppo di persone che alla fine si sono dimostrate incapaci e ha comprato tanti giocatori che al massimo potevano aspirare a indossare altre maglie nerazzurre come quelle dell’Atalanta o del Pisa (meglio non citarli altrimenti mi sento male). Poi ci si è messa la sfiga che in ogni stagione si è manifestata in tutte le salse: dagli infortuni ai migliori giocatori, i quali, appena venduti, non hanno saltato una partita (vero Ronaldo?),ad arbitraggi scandalosi che hanno sempre e solo favorito le due padrone assolute del calcio italiano Juve e Milan. Insomma Moratti ha veramente cambiato la vita a tutti i tifosi nerazzurri da quel giorno d’inverno del ’95. Tutti hanno iniziato di nuovo a sognare dopo gli anni anonimi del dopo-Trapattoni, magari i meno giovani hanno rivisto la possibilità concreta di rivivere i fasti degli anni ’60 con papà Angelo. A dire la verità anch’io ho iniziato veramente a seguire con il cuore e con passione l’Inter da quella famosa data: come tutti gli interisti ho sofferto e pianto;come tutti gli interisti ho mandato giù sconfitte incredibili (fottuto 5 Maggio) e vittorie degli avversari; come tutti gli interisti però, ho sempre rialzato la testa e ho sempre sperato in un futuro diverso e gioioso per i miei colori. Ed è proprio a 10 anni di distanza che sembra girare il vento in poppa, sembra davvero che le cose stiano cambiando e che la sfiga sia andata a fare compagnia ad altri, chissà... Se sarà così il merito principale sarà sicuramente di quel famoso petroliere sessantenne che, come me, ci ha sempre creduto e che dell’ Inter ha fatto la sua unica ragione di vita.

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andrea molena