COMITATO GIGI MERONI

"E' protestare questo? A me sembra che sia semplicemente vivere. Dignitosamente. Sapersi al mondo: ecco". GIGI MERONI

Eccomi

Utente: COMITATOMERONI
PIERANGELO RUBIN Nonostante fumasse 20 sigarette al giorno ha deciso di smettere. Sarebbe un Rivera dei nostri giorni. Ma non lo sapremo mai con certezza. Collabora con "Il Mattino di Padova" e la "Nuova di Venezia e Mestre". ALBERTO FACCHINETTI Il Mario Kempes della Terza Categoria. Difficile rapporto con il gol e con le donne in genere. Cronista sportivo per “La piazza”. PAOLO GARATO Il geometra. Senza rivali in tutto il triveneto. Centrocampista dai piedi buoni. Zero gol in sei anni di prima squadra. MASSIMO BERTIN Stopper di professione. Da bambino sognava di diventare un wrestler professionista e in campo si vede. DANIELE SARTO Stuolo di donne al seguito, fluidificava per gli Amatori, ora fa panca in una squadra dilettantistica. MARCO BOLDRIN Barista di giorno (Off side, via Portello Pd), portiere di notte. ANDREA MOLENA Interista così sfortunato che, bambino, nell’anno dello scudetto dei record della sua squadra teneva al Napoli di Maradona. Sorella sfiga… NICOLA BRILLO Scarsa preparazione calcistica, ma un grande merito: lo zio Ignazio è un preparatore atletico d’altri tempi. ALESSANDRO GIRALDO Rappresenta il paese più di qualsiasi altro. Ha venduto, all'angolo della strada che lo porta al bar, la sua anima per la poco religiosa trinità "sesso, droga e r'n'r".

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lunedì, 29 agosto 2005

PAZ! RE DEL FUMETTO di Daniele Sarto

 

 

 

Andrea Pazienza nasce a S. Benedetto del Tronto nel ’56. Già a 3 anni si nota che il suo talento nel disegnare è indubbiamente fuori dal comune. Il percorso non può che essere questo: liceo artistico a Pescara e Dams a Bologna. A soli 21 anni fa il suo esordio pubblicando “Le straordinarie avventure di Penthotal” in “Alter Alter”. Il protagonista Penthotal (dal nome di un farmaco che agisce sui centri nervosi) per alcuni aspetti sembra l’alter ego dell’autore, anch’egli infatti si divide tra il Dams e i movimenti di sinistra in una Bologna fine anni settanta. Il suo tratto, l’originalità delle storie e il linguaggio innovativo e altamente realistico lo mettono in luce come il nuovo astro nel panorama fumettaro italiano e gli garantiscono successo soprattutto nel pubblico giovanile. E’ tra i fondatori di riviste storiche come “Il Male” e “Frigidaire”, poi precocemente scomparse, collabora con gli inserti “Satyricon” di “Repubblica” e “Tango” de “L’Unità”, disegna per le più prestigiose “Corto Maltese”, “Comic Art” e “Linus”. Nell’84 si trasferisce in Toscana, a Montepulciano. Qui crea uno dei suoi personaggi più famosi e cattivi, Zanardi, e Pompeo, che tratta il tema della droga pesante con competenza e senza ipocrisie. Una serie più leggera e umoristica che personalmente ho molto apprezzato è quella di “Pertini”, in cui proprio l’ex Presidente è visto nei panni di soldato partigiano affiancato da Paz. In un’intervista che ho rintracciato nel web di Vincenzone Mollica, Pazienza afferma che secondo lui il fumetto si avvicina molto alla letteratura, in quanto può suscitare le stesse emozioni che possono dare un romanzo o una poesia, e questo è il suo obiettivo ogni volta che si mette a disegnare. La sua bravura negli anni è richiesta anche in altri campi; disegna manifesti cinematografici (per Fellini) e teatrali, scenografie, copertine di dischi (un album di Vecchioni), costumi per stilisti e pubblicità. Nell’86 sposa Marina Comandini, che dovrà lasciare dopo soli 2 anni. Dopo un periodo di lontananza dall’eroina, Andrea la abbraccia nuovamente e il 16 giugno 1988 muore a soli 32 anni. I suoi ammiratori ne rimpiangono l’innovazione che ha portato nel linguaggio, il sarcasmo e il cinismo dei personaggi, nonché la bravura stilistica. Inoltre la sua figura di giovane dotato di un’arte fuori dal comune e morto giovanissimo ne ha accentuato l’alone di mito presso i suo fan. In suo onore è stato creato a Cremona il “Centro Fumetto Andrea Pazienza” per i giovani che si affacciano in questo mondo. Inoltre è stato girato anche il film “Paz!” di Renato de Maria nel 2002, basato sulle sue storie. 

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daniele sarto

domenica, 28 agosto 2005

IL CUORE SELVAGGIO DI BARRY GIFFORD di Alberto Facchinetti

 

Einaudi, Bompiani e Fandango hanno pubblicato in Italia la traduzione di alcuni dei suoi romanzi, ma non è di certo l’autore più conosciuto dalle nostre parti. Qui si legge Dan Brown e Giorgio Faletti. In America sembra non sia un eroe, e almeno in Europa qualcuno che lo caghi c’è. Ma avere tutti quanti i lavori di Barry Gifford nella propria libreria è un’ impresa disperata. Io ne ho tre, e se vi dico come me li sono procurati farei una sciocchezza. Un’altra. Non sono Sant’Agostino. Lui sì, innamorato dei suoi peccati, decise di confessarsi. Io non lo faccio neanche in chiesa, figurarsi ora e qui. Ma dove eravamo rimasti? Gifford da noi, in Italia dico, ha anche vinto qualcosa. Il premio Brancati. Quello istituito da Alberto Moravia e Pierpaolo Pasolini. Ma non riesce a ritirarlo perché una tormenta di neve chiude l’aeroporto di New York proprio mentre stava partendo per la Sicilia. Così vanno in fumo i  cinque mila dollari di premio. Peggio per lui.

Nasce a Chicago, millenovecentoquarantasei. Suo padre è uomo della malavita, racket il lavoro principale. “Il fantasma di mio padre” racconta con dolcezza la sua infanzia, con verità quegli anni: gran bel libro di memorie. E anche in “Wyoming”, romanzo, o sceneggiatura chi lo sa, di solo dialogo tra mamma e figlio mentre i due viaggiano verso chissà cosa, c’è un padre delinquente a cui di tanto in tanto, lungo la strada, bisogna fare una telefonata. Comincia a scrivere molto presto, a undici anni. Gli piace tanto anche il baseball, lo praticherà per molti anni e ci scriverà anche su. Cresce in un particolare ambiente, quello che gli offre il padre. Sarà la sua università. Tenere la bocca chiusa e ascoltare quella strana gente che parla, nelle hall degli alberghi. Quel loro modo di parlare aveva qualcosa di affascinante per il piccolo Barry. E’ in quei momenti che diventa scrittore. E’ anche poeta, sceneggiatore, musicista, critico cinematografico, biografo (di Kerouac, e di Saroyan). Quel pazzo scatenato di Enrico Grezzi ha scritto di lui: “Tra gli scrittori americani contemporanei, Gifford è tra i non molti che conoscono ancora la gioia di raccontare, e che continuano a stupirsi di fronte all’assurdo della vita. […] Onirico e freddo, appassionato e ironico, secco come Dashiell Hammet e bizzarro come David Lynch, Gifford inventa storie dove personaggi duri e fragili, melodrammatici e robotici, si commuovono ricordando un film di Ozu o vengono “sparati” e uccisi con negli occhi un Peckinpah appena visto”. Proprio con Lynch si è preso le più belle soddisfazioni al cinema. Dal suo “Cuore selvaggio” è stato tratto il film che ha vinto la palma d’oro a Cannes; ha sceneggiato poi “Strade perdute” (bellissimo, ma io non l’ ho capito). Nel 2003 ha co-scritto “City of ghosts” di Matt Dillon. Se ami Gifford, (è perché) ami i suoi personaggi. Sempre al di là del limite. Gifford è un autore nero per questo, il bene e il male si confondono. Non c’è morale. I sentimenti, quelli sì.

Se non avete già acquistato il biglietto per il paradiso, la gente che abita le sue pagine potrebbe piacervi. Allora, chiedetemi in prestito i libri. Con piacere, quelli che ho naturalmente.     

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alberto facchinetti

mercoledì, 24 agosto 2005

L’ETA’ D’ORO DEL ROCK ‘N’ ROLL: CHUCK BERRY di Alberto Facchinetti

 

 

“Se voi cercaste di dare un altro nome al rock ‘n’ roll, probabilmente lo chiamereste ‘Chuck Berry’”. È John Lennon che parla, difficile pensare ad un complimento più bello. Chuck Berry nasce il 18 ottobre del 1926 in California, ma cresce nel Missouri. Figlio di un falegname, diventa presto apprendista barbiere. Ma nelle sue vene scorre la musica, è cantore in una chiesa battista. Comincia a suonare seguendo i dettami della scuola di Chicago, blues elettrico. T Bone Walker il modello per la tecnica chitarristica, Nat King Cole per il modo di cantare. Nel 1955 è a Chicago per vedere Muddy Waters (il bluesman di “Hoochie Coochie Man”, composta da Willie Dixon) che suona in un club. Arriva in ritardo, in tempo solo per ascoltare l’ultimo pezzo della scaletta. E per avvicinare il suo idolo, che lo indirizza verso la mitica “Chess Records”, etichetta per la quale hanno già registrato Howlin’ Wolf e Bo Diddley. Ma non ha niente da fargli sentire, allora ritorna a casa, a St. Louis, registra quella che sarebbe diventata “Maybelenne” e torna indietro. Leonard Chess lo mette sotto contratto. La storia ha inizio. Nella sua musica il r & b nero e il country & western bianco si fondono perfettamente. Il 1955 è l’ anno anche di Little Richard che suona “Tutti frutti”, un anno prima si erano mossi anche Billy Haley e Elvis Prestley. È l’epoca d’oro del rock ‘n’ roll, altro che balle. Nei suoi testi (Berry è il più colto e attento alle liriche di tutti gli altri colleghi) i protagonisti sono i giovani. A loro è dedicato il suo rock ‘n’ roll. L’ argomento preferito: il divertimento come ribellione contro la moralità bigotta dei genitori. Macchine veloci e sesso fanno il resto. La ribellione anche come stile di vita: a quindici anni conosce il riformatorio, aveva tentato una rapina. Nel 1959 cerca di abbordare una ragazza bianca e viene fermato dalla polizia, nello stesso anno fu accusato di violenza carnale da una prostituta indiana di quattordici anni. Faceva la guardarobiera nel suo night club e lui l’aveva licenziata perché si era trovata in mezzo in una nottata di disordini nel locale. Fu dichiarato colpevole nel processo solo nel 1962. Sconterà sedici mesi di galera invece dei tre anni che doveva alla giustizia, quando uscirà i Beatles, gli Stones e i Beach Boys suonavano pressappoco la sua musica. Addirittura lo omaggiavano spesso, suonando sue canzoni. E’ uno dei rocker più coverizzati nella storia della musica: Ramones, Springstean, Ac/Dc, Uriah Hepp, Doors, Bowie, Clapton, Hendrix. E molti altri. Keith Richards, l’unico amico che ha nel mondo della musica (nel 1981 però gli mollò un cartone all’uscita di un locale che il “pirata” degli Stones ricorda ancora). È un carattere forte, Chuck Berry. Schizofrenico, duro. Cinico, si può dire. Attaccato ai soldi come pochi altri, lui che senza la musica sarebbe rimasto povero, un nero disgraziato come gli altri. Resta il mio rocker preferito di quell’ epoca. Jerry Lee Lewis ha avuto modo di dire: “Mia madre diceva che io e Elvis eravamo dannatamente bravi. Ma non eravamo Chuck Berry”. Stasera, al diavolo il resto. Metto su “Memphis, Tennessee”, poi via via tutte le altre e me ne sto a casa. C’è da divertirsi.      

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alberto facchinetti

lunedì, 22 agosto 2005

DOLCE SAMPDORIA di Alberto Facchinetti

 

 

 

 

Gli Hellacopters che escono ad alto volume dallo stereo della mia macchina, ormai scassata, nascondono l’emozione della mia prima riunione da allenatore di una squadra di calcio. Che nessuno dei giocatori sia nato prima del 1998, non fa che darmi ancora più responsabilità. Per una volta cercherò di assumermele tutte. Spero solo che i ragazzini abbiano la stessa passione per il pallone che avevo io alla loro età. Quando sudavo metaforicamente sette camicie (d’estate giocavo sempre a torso nudo, in inverno invece mi coprivo con qualcosa di più) tra gli alberi del giardino di casa mia, rincorrendo un pallone. Tutto il giorno. Come non bastasse facevo in diretta la telecronaca del match che io stesso organizzavo. Partite esotiche di Coppe Europee, imbastendo la formazione delle squadre straniere con quei tre o quattro nomi che avevo memorizzato alla tv, di solito ricordavo il portiere, il bomber, il “dieci” e il capitano sempre che non coincidesse con uno dei primi tre. Giocavo e parlavo, come fossi un matto. Ma la mia pazzia era solo amore per questo sport. Al tempo, seconda metà degli anni ottanta, avevo già deciso la mia squadra del cuore. Non  so per quale cazzo di motivo, scelsi la Sampdoria. Sembra che dando un’ occhiata alla tv che trasmetteva una partita (di Coppa Italia o amichevole?) tra una squadra con la maglia rossa (Roma o Torino?) ed una blucerchiata, scelsi la profondità del blu. In quegli anni la Samp stava diventano una delle squadre più forti d’ Europa. Dal 1985 al 1992 vincerà tutto, eccetto la Coppa dei Campioni. Paolo Mantovani, uomo dal cuore grande e malato, aveva il portafoglio pieno e si dedicò alla squadra dal 1979 fino alla morte, 1993. Costruì una squadra giovane con i migliori talenti italiani di quella generazione, una società sana e a gestione familiare e istruì i tifosi blucerchiati al rispetto e alla non violenza (non ricordo scontri di nessun tipo da parte degli Ultras doriani in quegli anni). Fece della Samp un esempio da esportare all’ estero. A tenere le redini della squadra Vujadin Boskov, una vecchia volpe, uno slavo che sapeva di pallone e di spogliatoio come pochi. Mi innamorai subito di quella squadra: la velocità di Lombardo, la tenacia dei difensori Mannini e Vierchowod, e poi i due là davanti: Viallimancini, tutto attaccato come li chiamava il nostro allenatore. Erano i gemelli del gol, inseparabili in campo e fuori. Erano nati per giocare insieme: Luca Vialli finalizzava quello che Roberto Mancini inventava. Uno spettacolo. I miei occhi di ragazzino non chiedevano altro. Avevo Vialli e Mancini e mi bastava. Paolo Mantovani se li coccolava i due gioiellini, che a più riprese Agnelli e Berlusconi cercarono di strappargli. Era più un padre che un presidente per loro. A Vialli dava un milione di lire in più di stipendio, una stronzata per un calciatore. Ma Mancini, orgoglioso come lo è anche ora da allenatore, chiedeva il perché. Mantovani lo rassicurava nella maniera che Roberto preferiva: “Tu resti comunque la ragione per cui io vengo allo stadio”. Vero, Mancini valeva il biglietto. Così una volta che Mancini era squalificato, Vialli durante un allenamento settimanale avvicinò il presidente: “Allora, presidente, Domenica che manca Mancini, lei non verrà neanche allo partita?!”. Vialli, ragazzo colto e intelligente, sempre pronto alla battuta. A volte quando penso a quella Samp mi vengono gli occhi lucidi, poi correggo subito il tiro e ritorno nella mia parte. Sguardo da duro, a recitare il ruolo di Humphrey Bogart.

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alberto facchinetti

sabato, 20 agosto 2005

LA GRANDE UNGHERIA di Massimo Bertin                                                                     

 

 

 

A mio parere una delle più grandi squadre di tutti i tempi fu la grande Ungheria di Gusztav Sebes. Le vicende dell’ “Aranycsapat” (squadra d’oro) sono fortemente legate alla figura del suo creatore, il c.t. Sebes. Era stato un buon centromediano del calcio ungherese, ma soprattutto fu grande ammiratore del calcio austriaco e italiano, e in particolare di Hugo Meisl (il creatore del Wunderteam) e di Vittorio Pozzo. Sebes divenne c.t. dell’Ungheria nel 1949 e si trovò immerso in una giovane generazione di fuoriclasse. In gran parte quei fuoriclasse erano concentrati nella Honved di Budapest, la squadra dell’esercito, all’epoca probabilmente la più forte del mondo. Forte dei precedenti di Meisl e Pozzo, Sebes decise di fondare la squadra su due blocchi, completando il meglio della Honved con elementi del Voros Lobogo. A poco a poco, la “squadra d’oro” prese forza, sbaragliando il campo alle Olimpiadi di Helsinki nel 1952. Vittorio Pozzo commentò nell’occasione di non aver mai visto un calcio così spettacolare. Tatticamente, la squadra era sistemata secondo il classico Sistema, ma con una modifica fondamentale, che ne fece passare alla storia anche il modulo. L’origine era stata suggerita a Sebes da una contingenza particolare: il più grande centravanti ungherese, Deak, poderoso uomo d’area, aveva lasciato la nazionale per motivi politici. Lo aveva sostituito Palotas, altro notevole interprete, privo tuttavia delle caratteristiche preferite dal tecnico, che aveva messo gli occhi su un altro campione. Si chiamava Nandor Hidegkuti, grande ala, ma non uomo di sfondamento. Disponendo di due interni, Kocsis e Puskas, eccezionali uomini gol, Sebes riteneva di dover schierare appunto dietro a questi due il primo uomo “dietro le punte” della storia del calcio: Hidegkuti. La difesa ricalcava la “M” tipica del Sistema. In porta giocava Grosics. Davanti a lui, un trio di difensori solidi: Buzansky e Lantos terzini laterali, Lorant stopper. A centrocampo Bozsik dettava i tempi alla squadra, supportato da Zakarias che gli garantiva copertura e corsa. Sugli esterni si trovavano Budai II e Czibor, che dovevano agire arretrati per poter supportare il trequartista (Hidegkuti) e le due punte (Kocsis e Puskas). La leggenda dell’ “Aranycsapat” si snodò attraverso fantastiche dimostrazioni di calcio su ogni campo. In particolare, restarono memorabili tre incontri. Il primo, il 17 maggio 1953, a Roma, per l’inaugurazione dello Stadio Olimpico: il 3-0 alla Nazionale azzurra sfatava una lunga tradizione sfavorevole. La seconda suscitò un clamore straordinario. Il c.t. Sebes, in occasione del successo olimpico, aveva ricevuto da Stanley Rous, presidente del calcio inglese, l’invito a far cimentare i propri ragazzi nel tempio di Wembley. Di propria iniziativa aveva accettato, combinando senz’altro il match, fissato ovviamente dai “maestri” con l’occhio alle loro note preferenze climatiche: 25 novembre del 1953. Mai nessuna squadra continentale aveva vinto sul suolo inglese. Ebbene, quando il giorno fatidico giunse, l’ “incontro del secolo” tra i campioni olimpici ed i “maestri” si risolse in una lezione di calcio a domicilio, chiusa con punteggio di 6-3, con tre reti di Hidegkuti, che stordì lo stopper inglese coi suoi arretramenti, due di Puskas ed una di Bozsik. Il fatto destò enorme scalpore, ma ancor più ne procurò la rivincita, concessa il 23 maggio dell’anno successivo, all’approssimarsi dei mondiali: a Budapest gli ungheresi si affermarono per 7-1: due reti di Puskas, due di Kocsis, una per Lantos, Hidegkuti e Toth. Il titolo mondiale doveva suffragare la superiorità di quella macchina da calcio. Ma in Svizzera, dopo spettacolari dimostrazioni di gioco, il crollo repentino nella seconda parte finale chiuse inaspettatamente e malinconicamente i conti dell’ “Aranycsapat” decretandone la fine. Infatti, la Grande Ungheria perde la finale con i tedeschi per 3-2, con gravi colpe del c.t. per aver scambiato proprio in quella partita le ali Czibor e Toth. Amareggiato, il c.t. rifiutò le dimissioni. Venne esonerato solo due anni dopo, nell’estate 1956, quando ormai la sua grande squadra si era dissolta.

 

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massimo bertin

venerdì, 19 agosto 2005

IN UNA NOTTE, LA STAGIONE 2005-2006 di Alberto Facchinetti

 

 

 

 

Vado a letto particolarmente nervoso, e quando mi sveglio ho la fronte sudata, i capelli scombinati  e le lenzuola giù dal letto. C’è stata una cazzo di guerra, stanotte? Invece, sono solo stato devastato dagli incubi e giuro: sono andato a letto sobrio. In più a svegliarmi è stato il telefonino, mia madre. Pazienza, erano le undici e mezza. La cosa che mi ha rotto di più i coglioni però, è un’ altra. Quest’ anno non potrò godermi il campionato di calcio e le altre manifestazioni della stagione. E se continuerete a leggere questo pezzo, siamo sulla stessa barca. Uno strano omino, stanotte, mi è apparso in sogno e mi ha raccontato tutto. Tutto sul pallone. Da non crederci. La corsa per lo scudetto è cosa a tre, le solite squadre. Inter, Juventus, Milan, rigorosamente in ordine alfabetico. Troppo più forti delle altre, anche a livello di potere economico e non, hanno fatto un calcio mercato che non ha paragoni con le altre. Quindi quest’anno le tre sono ancora più forti e le altre ancora più deboli: date un’ occhiata alla formazione del Treviso (alla fine si salverà però: l’entusiasmo della neo-promossa), del Livorno, del Chievo, di tutte le altre. Nessuna formazione potrà impensierire per lo scudetto la triade. Lontani gli anni in cui poteva vincere lo scudetto il Verona o la Sampdoria. Chi in questi anni si è inserito tra Milan e Juve, vedi Roma e Lazio, ma anche il Parma, ha visto il dissesto economico bloccare i sogni. Hanno fatto il passo più lungo della gamba e si sono ritrovati a terra. Delinquenti, per quanto riguarda Cragnotti e Tanzi; diverso il discorso Roma, Sensi ha messo le mani al portafoglio (ha venduto le sue proprietà, tipo cinema, ecc) e ha stretto amicizia con la Juve e così può permettersi ancora Totti, ma senza disturbare troppo. Anche le squadre di seconda fascia si sono indebolite. Palermo perché ha venduto Toni (centravanti che segna, anche i gol facili ed è una qualità non da poco, e fa segnare) e non ha più Guidolin come allenatore (anche se Del Neri è comunque bravo). La Fiorentina ha soldi da spendere, ma li spende male, soprattutto da centrocampo in giù. L’Udinese di Cosmi ha anche la Coppa Campioni, un impegno non da poco per una provinciale. La Samp è pressappoco quella dell’anno scorso e pressappoco quello sarà il piazzamento, un po’ più giù però. Lo scudetto lo vincerà l’Inter. Davvero strano l’omino che mi è apparso, ma proprio così mi ha giurato. Lo scudetto lo vinceranno gli uomini di Mancini. Samuel e Pizarro sono acquisti giusti. Figo, non lo so, ma è meglio averlo che non. Adriano (fortissimo, ma ha sempre giocato per conto suo, e meglio se in una compagnia d’attacco dispari e non superiore a due) e Martins troveranno finalmente la giusta intesa e saranno devastanti. La Juve è forse più forte, con la coppia di centrali di centrocampo più grande al mondo. L’anno scorso ce l’ ha fatta con una squadra buona, e quest’anno è ottima. Ma punterà decisamente alla Champions League, ci andrà vicina ma non è detto che ce la farà. Capello è tra i migliori al mondo, con Mourinho, prepara e “legge” la partita come pochi, ma soprattutto in campionato, cioè lui è bravo a ragionare quando sa che ha davanti ancora 10, 20, 30 partite. Nella partita secca lo è meno, ma non fa neanche danni. La Juve può farcela in Europa, dai. Al Milan resta la Coppa Italia, l’ anno scorso ci sono rimasti male che l’abbia vinta l’ Inter e quest’anno la rincorreranno con tutte le forze. La stagione passata hanno perso tutto sul filo di lana e avrebbero dovuto rivoluzionare la squadra, voltare pagina. Invece hanno preso solo Gilardino, per i titolari. Vieri, in forma, non ha paura di nessuno. Ma deve giocare molto, la panchina lo invecchia. Ma allora a discapito di qualcun altro. Al  ceko a sinistra bisogna trovare ancora il ruolo giusto, meglio Kaladze per fare quello che hanno intenzione di fargli fare, cioè il terzino. Ad Ancellotti, la corona del rosario non gli basterà perché la pressione che gli metteranno Galliani e Berlusconi (Dio, secondo me crede di essere Dio) sarà troppa: ultima stagione a Milano. Chi è arrivato fino a qui, saprà quindi già tutto. Ma i gol vorrà comunque vederseli. Li vedrà su Canale 5. Sono cresciuto con Novantesimo minuto, con Valenti, Galeazzi, Carino, Necco e gli altri, logico che io ci stia male. Ma al di là del mio romanticismo, i diritti Galliani li ha, o se li è, dati a Mediaset grazie alle troppe cariche che ricopre. Il conflitto di interessi è gravissimo, anche questo. Ahn, la Supercoppa italiana, andrà alla Juve: arbitra De Santis.  

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alberto facchinetti

giovedì, 18 agosto 2005

TAKE A LOOK AT THE GUY... RON WOOD di Paolo Garato

 

 

Se davvero sono importanti lo stile, il look e l’attitudine con i quali un chitarrista si approccia allo strumento, allora Ron Wood è decisamente uno dei miei preferiti. Ok Keith Richards è il più grande, si sa, la sua chitarra ha fatto scuola, ha scritto pagine indelebili nella storia del rock. C’è però qualcosa in Ronnie che mi affascina fin dai primi tempi in cui ascolto gli Stones e ne ho avuto conferma vedendoli in concerto a Milano due anni fa: questo suo modo di suonare, di muoversi sul palco. Riesce ad avere un feeling con la band veramente incredibile. La sua carriera lo distingue per la sua capacità di confrontarsi con mostri sacri del mestiere quali Eric Clapton, David Bowie, Bob Dylan e Jeff Beck tra gli altri. E poi questo look che non passa mai di moda; i capelli sono sempre gli stessi di quarant’anni fa, si proprio quaranta!, è sempre al passo con i tempi, in tutto ciò che fa, lo puoi sentire anche nei suoi album da solista, secondo me regge benissimo il confronto con qualsiasi altro chitarrista importante di vecchia data, non tanto per l’inventiva, ma per la sua capacità di divertire chi lo ascolta. Il suono della sua chitarra è blues, molto simile a quella di Keith, non capace di grandi assoli , è eccezionale nelle parti ritmiche-soliste degli Stones. E’ anche molto bravo con la “slide”, altra sua grande passione. Insomma più lo ascolto e più mi convinco che un posto tra i grandi gli spetta di diritto. Ronnie è nato a Hillingdon Londra il 1° Luglio 1947, inizia la carriera in band quali: Thunderbirds, Birds, Creation. Fino a quando viene “invitato” a suonare il basso nel Jeff Beck Group, con Rod Stewart alla voce. Qui rimane il tempo per due album “Truth”, ’68 e “Beck ola” ’69, ma lascerà presto il gruppo insieme all’amico cantante, sfortunatamente poco prima di suonare a Woodstock nel ’69. Torna alla sei corde negli Small Faces lo stesso anno, con Stewart alla voce, sotto questo nome il gruppo compone un album “First Step”, diventati poi Faces, nei quali ci sono anche Ronnie Lane Ian Mc Laghan e l’amico Stewart, il gruppo incide altri quattro album. Ma il passo importante della sua carriera lo fa nel ’75 quando viene chiamato nei Rolling Stones a sostituire la partenza di Mick Taylor. Di qui in poi la sua storia non poteva avere percorso più glorioso, visto che proprio il giorno del suo ventottesimo compleanno debutta live, in concerto a New York con le “Pietre Rotolanti”. Con loro inciderà otto album nel corso dei successivi trent’anni. Sicuramente non poteva esserci destino migliore per un chitarrista che da sempre amava gli Stones e che meritatamente ne era entrato a far parte, proprio in un periodo in cui, uscito dai Faces, componeve per i suoi primi album da solista. Carriera solista che inizia nel ’74 con “I’ve got my own album to do” e proseguirà contemporaneamente alla carriera negli Stones con altri sei album, più svariate raccolte di collaborazioni live con Ronnie Lane e Bo Diddley. Il resto lo conoscete già, non voglio dire altro; sui Rolling Stones è già stato detto tutto e poi non troverete di sicuro qui la notizia che vi mancava su di loro, solo una cosa: oggi è certo ci sono ancora grandi chitarristi, però quando li ascolto a volte mi annoiano, non mi trasmettono allegria, mi sembra che manchino un po’ di personalità, di stile. Allora mi viene voglia ancora una volta di dare un’occhiata al ragazzo…

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paolo garato

martedì, 16 agosto 2005

CLINT EASTWOOD BLUES di Alberto Facchinetti

 

 

 

 

Sono un ragazzo all’antica: apro sempre la portiera della macchina alla donna che ho a fianco. E se in piena notte decido di masturbarmi, preferisco farlo con negli occhi un film appena visto di John Ford, piuttosto che qualcosa tipo Matrix, Revolution o Reloaded che sia. Sono un ragazzo all’antica, ve lo già detto, e amo il cinema classico americano. Quei film lineari, perfetti, o perché no con qualche sbavatura; posso addirittura chiamarli semplici, rischiando naturalmente una querela. Dove la mano del regista sembra non vedersi, ma c’è e eccome perché se no non si spiegherebbe come un film può essere così bello. I film di Ford, Capra, Lang, Hawks,Walsh, Wyler, Siodmak, Ray. Clint Eastwood, classe 1930, è un regista che conosce il cinema classico ed ha imparato la lezione sul campo. Sergio Leone e Don Siegel i suoi maestri, tanto che a loro è dedicato il suo “Gli Spietati” del 1992. Leone lo scopre, lo fa recitare nei suoi tre western all’italiana firmati nel ’64, ’65, ’66, e lui diventa una star: sguardo intenso, poche parole, cappello in testa e sigaro sempre in bocca. Tornato in America incontra Siegel che dal 1968 al 1979 gli dà una parte da protagonista per ben 5 volte: western, polizieschi (il primo episodio della fortunata serie con Harry Callaghan, mai visto al cinema un ispettore più duro?) e un prison-movie ("Fuga da alcatraz", il miglior film carcerario di tutti i tempi). Nel 1971 l’esordio dietro la macchina da presa: nel thriller "Brivido nella notte" ci sono tutte le sue attitudini, l’azione e la tensione di Siegel (che qui interpreta un barista), la musica jazz, l’ economia di produzione (verrà risparmiato metà del budget previsto, da produttore ha anche fondato la mitica Malpaso) e Carmen (la città dove nel 1986 diventerà sindaco). Poi con "Lo straniero senza nome" (1973) si cimenta anche con il western, e lo farà spesso. In mezzo, ma sicuramente più verso l’italiano, tra Leone e Ford, naturalmente trovando subito uno stile personale. Diciamo così: guarda a Leone e a Siegel per i western, ancora a Siegel per i polizieschi. Ma dove finisce il western e inizia il poliziesco? "Un mondo perfetto" del 1993 cos’è, l’uno o l’altro? La musica la sua grande passione. "Honkytonk man" (1982), "Bird" (1988, in cui costruisce in maniera personale la biografia nera e notturna del grande jazzista Charlie Parker), "The blues: piano blues" del 2002, documentario in cui suona, assieme a Ray Charles. Quando invece si butta nel sentimentale, penso a "Breeze" del ’73 o a "Ponti di Madison County" del ’95 riesce a toccare le corde dei sentimenti dello spettatore, senza un briciolo di retorica: ogni volta che rivedo il lungo addio che Francesca (Meryl Streep) dà al fotografo vagabondo (Eastwood, guarda un po’) dopo quattro giorni di amore e passione, mentre la pioggia nasconde le lacrime, vorrei che piovesse anche a casa mia. Invece il soffitto tiene e mi ritrovo con il viso umido. Di recente altri capolavori. "Mystic River", del 2003 tratto dal bellissimo libro di Dennis Lehane, avrebbe meritato l’oscar (oppure no, dipende da come si giudica la cerimonia americana), glielo hanno invece dato all’ultimo "Million Dollar Baby". Io non l’ ho ancora visto. Mi hanno detto che è bello.

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alberto facchinetti

lunedì, 15 agosto 2005

LA FINE DEI LITFIBA: ADIOS CANGACEIROS! di Daniele Sarto

 

 

 

I Litfiba sono stati assieme ai Moda, Rats, Denovo, Diaframma e CCCP protagonisti dell’avanguardia rock italiana degli anni ’80. La loro parabola è durata 19 anni, dall’80 al ’99, e si è conclusa per gli oramai insanabili contrasti tra le 2 anime della band: Federico “Ghigo” Renzulli e il frontman Piero Pelù. Leggendo il libro “Perfetto difettoso” sulla storia del gruppo scritto da Pelù con l’aiuto del giornalista Massimo Cotto, si capisce che i dissapori tra i 2 partono da lontano. Il biennio ’88-’89 a detta di Piero è uno dei momenti più neri del gruppo. Ghigo è ai ferri corti con Gianni Maroccolo (basso), Ringo De Palma (batteria) è sempre più immerso nella spirale dell’eroina. In questo quadro Pelù ricorda così l’atmosfera dell’ultimo concerto a Montreal nell’89 dei Litfiba con la formazione storica: “Eravamo l’ombra di un gruppo. Gianni, appena sposato, era in luna di miele; Antonio non parlava con nessuno; Ringo, completamente fatto, perdeva le bacchette della batteria, dimenticava le parti; Ghigo mi riferiva di cose che altri avrebbero detto alle mie spalle, sorridendomi in faccia, attitudine che avrebbe approfondito negli anni.” Nell’89 Maroccolo e Aiazzi (tastiere) se ne vanno, mentre il 1° giugno se ne va in cielo per overdose Ringo. Per il cantante è un duro colpo, anche perché col batterista aveva suonato anche nel gruppo precedente ai Litfiba, i Mugnions. In questa circostanza viene fuori tutto il cinismo di Ghigo: “Ghigo, che finalmente si sentiva investito del ruolo di capobanda e se ne fregava del resto, mi vomitò addosso parole che non dimenticherò mai: “Non vorrai mica prendere la morte di Ringo come una scusa per non fare un cazzo?”. Dieci anni di vita in comune con un amico non possono essere una scusa, pezzo di merda!” Nel libro Piero mostra di avere il dente avvelenato anche col produttore d’allora Alberto Pirelli che, a suo dire, negli anni si sarebbe arricchito molto a spese del gruppo, avrebbe sempre cercato di dividere i suoi componenti e avrebbe portato la band a scelte artistiche sbagliate. Il divario tra le 2 menti del gruppo si allarga durante la preparazione di “Mondi sommersi” nel ’96; Ghigo è sempre più ostile nei confronti di Piero, non vuole che questi firmi come suoi dei brani arrangiati dallo stesso Pelù. Inoltre va avanti con l’abitudine di far sue idee di composizione che in realtà erano venute fuori da Piero anni prima ed erano state scartate. Il suo atteggiamento in quel tour appare a dir poco irritante: “Lui dava ordini, decideva ogni cosa ed impartiva lezioni di tecnica ad una band allucinata. Arrivò addirittura ad imporre la sistemazione dei musicisti sul palco, il loro raggio d’azione.” Nel ’98, mentre preparano “Infinito” avviene ufficialmente la rottura, con un dialogo che, secondo me, rappresenta una pagina triste per il rock italiano: “Ghigo disse la frase che, per quanto mi riguarda, segnò la nostra dichiarazione di morte: “Non mi fido più di te” . “Va bene Ghigo. Mi sembra che i Litfiba, dopo questo disco, siano obbligati a sparire”. Lui, sicuro di sé: “Se vuoi sparisci tu. Il nome Litfiba lo tengo io”. Ghigo giustifica questa sua assurda pretesa sbandierando la presenza di uno statuto in cui sarebbe stabilito che il nome storico sarebbe toccato a lui. Non è difficile prevedere che quella vecchia volpe di Ghigo lo abbia stampato nottetempo e lo abbia esibito l’indomani. Addirittura mette in moto i suoi avvocati per intimare a Piero di non ostacolarlo nei suoi progetti. Nonostante ciò Pelù fa un ultimo tentativo di ricucire i rapporti e la descrizione è per certi versi esilarante: “Durante le prove cercai per l’ultima volta di farlo ragionare. Andammo a cena insieme. Un albero, un sasso avrebbero reagito di più. Mi guardava con quel suo sorrisino vuoto stampato in faccia, senza parlare, in pieno “ghigocentrismo”. Dirò di più e di meglio: Ghigo si era pirellizzato; nel video e nelle interviste parlava imitando quel tono da intellettuale da salotto, saccente ed insopportabile.” Inoltre rivela che il Renzulli viaggiava sempre solo nei tour, invece che in furgone con la band, e arrivava in ritardo di almeno un’ora agli appuntamenti. Lungo tutto il libro insomma viene fuori un’immagine di Ghigo che stupisce su come abbia fatto la band a rimanere in vita per quasi vent’anni. Io onestamente credo che le colpe del divorzio non siano da far ricadere tutte sul povero Renzulli, il quale ha pubblicato a sua volta un altro racconto di quell’esperienza intitolato “A denti stretti”, anch’esso molto interessante e in cui non c’è tutto quel livore che invece ci ha messo Piero. Quest’ultimo ha continuato col resto della band facendo dell’ottimo “med-rock”, mentre Ghigo ha fatto ben poca strada con quel pagliaccio di “Cabo” alla voce, portando il nome Litfiba a suonare a sagre paesane. A noi resta l’ascolto di melodie straordinarie, riff potenti, atmosfere lontane, liriche immaginifiche e una voce che spaccava!

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daniele sarto

domenica, 14 agosto 2005

YELENA, LA REGINA DI HELSINKI di Massimo Bertin

 

 

 

Yelena Isimbayeva realizza il suo diciottesimo record del mondo di salto con l’asta venerdì 12 agosto 2005 (nove dei quali realizzati nella metà di quest’anno), portando l’asticella a 5.01 al secondo tentativo di record. Questa formidabile atleta è nata il 3 giugno 1982 nella città Volgograd (Russia), ex Stalingrado. Alta 1.74, pesa 64 kg. Con il capolavoro realizzato ai mondiali di Helsinki va ad ampliare la sua già ricca collezione di medaglie. Oro all’ Olimpiade di Atene 2004, oro ai mondiali indoor 2004, bronzo ai Mondiali 2003, argento agli Europei del 2002, oro ai Mondiali juniores del 2000 e under 18 del 1998. Bella, elegante e strafottente al punto giusto, proprio come piace a me, guarda le altre atlete battersi per misure insignificanti: tranquilla, rilassata, con il cappellino da pin-up davanti agli occhi quasi per non vedere quello scempio. La sua gara ha inizio pochi centimetri sotto il risultato finale della seconda classificata e praticamente il suo primo salto sarebbe già da medaglia. Al secondo salto stacca tutte e se ne va in testa, al terzo è già campionessa del mondo, poi chiede al giudice di mettere già l’asticella a 5.01 . Non ha praticamente alcuna rivale visto che la polacca Pyrek ha saltato solamente 4.60 e la Ceca Hamackova 4.50. Riesce a farsi amare da tutti, anche le avversarie dell’ultima gara scandivano con il pubblico il tempo per l’assalto al record, riconoscendo che, nell’asta femminile, c’è un’ unica concorrente da ammirare. Secondo gli esperti può arrivare benissimo a 5.20, ma lei non vuole sentirne parlare, andando più cauta sull’avvenire: “Forse al 5.20 un giorno ci arriverò, ma per quest’anno mi sono posto un limite molto più basso: 5.03. Ho dimostrato di non saltare un centimetro alla volta per soldi, ma ora non ho alternative. Oltre i cinque metri posso salire solo di un centimetro alla volta!”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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massimo bertin