"E' protestare questo? A me sembra che sia semplicemente vivere. Dignitosamente. Sapersi al mondo: ecco". GIGI MERONI
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PIERANGELO RUBIN
Nonostante fumasse 20 sigarette al giorno ha deciso di smettere. Sarebbe un Rivera dei nostri giorni. Ma non lo sapremo mai con certezza. Collabora con "Il Mattino di Padova" e la "Nuova di Venezia e Mestre".
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Il Mario Kempes della Terza Categoria. Difficile rapporto con il gol e con le donne in genere. Cronista sportivo per “La piazza”.
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LA FARFALLA GRANATA, DAI CAMPI DI CALCIO ALLA LEX AQUILIANA di Nicola Brillo
La tragica fine di Gigi Meroni si intreccia con quella dell'evoluzione del diritto italiano, in particolare in tema di tutela del credito. Una decisione della Suprema Corte, la numero 174 del 1971, che ha contribuito a cambiare la storia del nostro diritto. Una vicenda forse poco conosciuta, ma che è giusto ricordare.
Nel testo, non sempre discorsivo, della Cassazione l'illustrazione della vicenda che ha portato al riconoscimento della tutela aquilana da parte del Torino Calcio, ingiustamente danneggiato e quindi legittimato a chiedere il risarcimento.
"La s.p.a. Torino calcio, premesso che il 15 ottobre 1967, in Torino, il calciatore Luigi Meroni, tesserato per la società istante, aveva perduto la vita in un incidente stradale, a seguito del quale era stato iniziato procedimento penale per omicidio colposo a carico del minore Attilio Romero, e che, essendo ancora in corso tale procedimento, essa aveva interesse a far accertare giudizialmente la propria legittimazione a chiedere il risarcimento dei danni che le erano derivati dalla morte del Meroni".
Nel 1971 la sentenza della Corte di Cassazione, passata alla storia come sentenza Gigi Meroni, ha stabilito principi "rivoluzionari" per il diritto dell'epoca: l'ammissibilità della tutela aquiliana del credito, con la delimitazione dell’ambito di applicazione, fissando il criterio che: "Chi col suo fatto colposo o doloso causa la morte del debitore altrui è obbligato a risarcire il danno subìto dal creditore, qualora quella morte abbia determinato l’estinzione del credito ed una perdita definitiva ed irreparabile per il creditore stesso.
E' definitiva e irreparabile la perdita quando si tratti (di obbligazioni di dare a titolo di mantenimento o di alimenti, sempre che non esistano obbligati in grado eguale o posteriore, che possano sopportare il relativo onere, ovvero) di obbligazioni di fare rispetto alle quali vi è insostituibilità del debitore, nel senso che non sia possibile procurarsi, se non a condizioni più onerose, prestazioni uguali o equipollenti".
Ovviamente che Gigi Meroni non fosse facilmente sostituibile, lo sapevano anche i giudici.
Tale principio giuridico è ormai consolidato con ripetute decisioni in giurisprudenza. L’interesse tutelato dall’art. 2043 Codice Civile non è soltanto il diritto soggettivo, ma anche l’aspettativa o diritto futuro, e, più in generale, la derivazione dal fatto illecito della perdita di fondati benefici patrimoniali anche non esclusivamente legati a prestazioni alimentari.
OMAGGIO A PEPPINO PRISCO di Pierangelo Rubin
Credo che non si sarebbe mai aspettato, lui interista e soprattutto anti-milanista, un articolo in suo onore scritto da un verace milanista profondamente anti-interista. Ho voluto comunque scrivere un pezzo su di lui, perché è stato sì interista, e quindi una persona da evitare, ma è l’interista che più ho amato. Davide Grassi nel suo libro “Inter? No, grazie!” lo colloca al primo posto fra gli interisti che più hanno turbato la sua vita, ma con una motivazione veramente simpatica: “E’ stato lui, indiscutibilmente, il numero uno. E questo primo posto vuole essere anche un omaggio nei suoi confronti (…). Sono convinto, infatti, che da buon anti-milanista viscerale (ma leale e dotato di spiccato senso dell’umorismo) avrebbe considerato questa mia valutazione quasi un onore. Se lo avessi collocato anche solo al secondo posto si sarebbe probabilmente offeso”. Nasce a Milano il 10 dicembre 1921 in Corso Buenos Aires 66. Il padre era un avvocato di Torre Annunziata, la madre era una milanese figlia di un catanese. Durante la Seconda Guerra Mondiale è alpino nella divisione Julia sul fronte russo, la divisione comprende 53 ufficiali, ne tornano a casa solo tre, lui è uno di quelli. Alla fine del conflitto si ritrova con due medaglie d’argento ed una croce di ferro al valore. Si laurea in Giurisprudenza nel 1944 e si iscrive all'Albo degli Avvocati il 10 maggio 1946. E' uno dei più noti penalisti (a tal proposito diceva “Nel mio studio possono entrare i non interisti, purché accompagnati da persona che garantisce…”), principe del Foro di Milano, per anni è presidente dell'Ordine degli Avvocati milanese. E poi il suo più grande amore, insieme alla moglie Maria Irene, da cui ha avuto due figli, l’ Inter. Prisco nacque interista ma non credo morì tale. Disse una volta infatti “Un secondo prima di morire mi converto e divento milanista. Così ce n’è uno di meno”. Una frase così delinea chiaramente il personaggio: interista, sarcastico, divertente. Oreste del Buono, uno dei suoi più grandi amici, così lo definì nel libro “Giuseppe Prisco-Pazzo per l’Inter”: “Il nemico vero per me è stato presto Peppino Prisco, napoletano di Milano. Nemico come solo gli amici possono essere. Peppino Prisco rappresenta il vero interista. Uomo di grandi virtù, nella passione sportiva diventa il peggio del peggio. Il vilipendio sistematico dell’avversario; la diffamazione praticata con ferocia, l’abuso dell’ inesauribile estro satirico, l’assoluta incapacità di ammettere una sia pur temporanea, effimera superiorità altrui anche nei casi più clamorosi, il coriaceo rifiuto di arrendersi all’evidenza e il maniacale ricorso al revisionismo storico e astorico sono le sue armi, ma non le sole”. Prisco rispose così a Del Buono “Oreste del Buono è del Milan perché a scuola da giovane lui teneva per i Troiani. E’ sempre stato abituato a mettersi con i più deboli”. Ma se del Buono scrisse di lui una definizione di parte, Prisco come si definì? “Mi definisco un ometto di grandi passioni: sottotenente degli alpini, tifoso dell'Inter e avvocato. Ometto, non uomo: è troppo impegnativo”. Profondamente anti-milanista ma anche, e giustamente, anti-juventino “La Juventus è una malattia che purtroppo la gente si trascina fin dall'infanzia", “Il rigore negato a Juventus-Inter nell'aprile del '98 non è stato assolutamente un furto. In realtà si è trattato di ricettazione", “Credo che nessuno sia peggio di un milanese che tiene alla Juventus”, "Sono sempre d'accordo con lui [si riferisce a Di Biagio che aveva avuto uno sfogo contro la Vecchia Signora ad un inizio campionato] quando gioca, ma non su queste dichiarazioni. Perché sono così diplomatico? Sapete ho quasi ottant'anni e non vorrei che Dio fosse bianconero...", “Per Lippi ho il massimo rispetto e gratitudine, specie da quando è tornato alla Juventus”. Prisco fu capace anche di grande autoironia “Ho una scaramanzia. La domenica compro la Settimana Enigmistica e cerco di risolvere i “Quesiti della sfinge”. Credo che riuscendoci l'Inter poi vinca”, “Teo Teocoli? Uno bravo che mi imita bene e con simpatica correttezza. Mi mette di buon umore. Giacca da camera a parte”, “Ai giocatori piacciono le ragazze? [durante lo scandalo giocatori Inter-festine a luci rosse] E allora cosa c'è di strano? Sarebbe strano se i calciatori si piacessero a vicenda. Alla loro età anch'io avrei fatto lo stesso, se non fossi stato incidentalmente impegnato nella campagna di Russia". Fu comunque un uomo di grande sportività e onestà “Il miglior acquisto dell'Inter è stato l'abbandono del calcio di Franco Baresi: se si ritirava prima gli pagavo io la festa”. Ma comunque non dimenticò mai il suo nemico numero uno, il Milan “Una volta, nel 1954, mi hanno chiesto se con l'Inter fuori causa mi augurassi che lo scudetto lo vincesse il Milan. Io risposi: 'Mi auguro che lo vinca la Scarioni , gloriosa squadra dilettantistica dove ho militato negli Anni 30'”, “La gioia più grande? Scontata. Il Milan in B. E per ben due volte: una... a pagamento e una... gratis. Sono dell'idea che una retrocessione cancelli almeno cinque scudetti conquistati e che la vittoria di una Mitropa Cup elimini i residui”, “Da bambino avevo fatto un voto perché volevo il Milan in serie B. Poi l’ho perfezionato: serie C” . Peppino fece parte dell’Inter per oltre mezzo secolo e conobbe cinque presidenti diversi: Carlo Rinaldo Masseroni, Angelo Moratti, Ivanoe Fraizzoli, Ernesto Pellegrini e Massimo Moratti, vittorie e sconfitte, scudetti e coppe e tanti, tantissimi giocatori. Ovviamente anche lui ebbe una sua Inter-ideale con i giocatori che più gli piacquero “In porta Zenga, difesa Burgnich, Facchetti, Guarneri, Picchi. Bedin in mediana, Friore all'ala destra. Davanti tutti insieme, Matthaus, Mazzola, Suarez e Corso. Non ho incluso Meazza, il più grande di tutti, e Ronaldo perchè li considero fuori concorso. Una gioia per gli occhi.” Peppino Prisco muore il dodici Dicembre 2001, due giorni prima aveva compiuto ottant’anni. Proprio alcuni giorni prima ne aveva detta un’altra delle sue irresistibili battute “E' una settimana che sono partite la celebrazioni nei miei confronti. Arrivano da un po' ovunque, però io comincio a preoccuparmi: non vorrei che tutti questi elogi si trasformino presto in necro-elogi...”. Davide Grassi lo ricorda così: “Vero maestro del bauscismo, quintessenza dell’interismo, a lui va comunque riconosciuto l’onore delle armi, come si fa con gli avversari che si rispettano. Questo perché le sue battute sono sempre state taglienti, odiose, ma pensate, argute, intelligenti. A differenza di chi, tra i nerazzurri, ha tentato di imitarlo. Con risultati disastrosi [Mancini, Materazzi, Branca, Berti, Ferri, Zenga…, nda]”. “Il Padreterno convoca senza preavviso: sarebbe bello morire sapendolo 48 ore prima, almeno uno sistema le ultime cose...” così disse una volta. Spero sia riuscito a sistemare le sue cose, a riordinare i ricordi a pensare ai grandi momenti della sua vita, alle sue gioie e ai suoi dolori. Ecco pronto un articolo su di te, l’ha scritto un milanista, l’avresti mai detto Peppino?
HA LE SPALLE LARGHE MARIO KEMPES di Alberto Facchinetti
1974, 1978, 1982. Mario Kempes ha vestito la camiseta dell’Argentina in tre Coppe del Mondo. Naturalmente alla storia passerà per l’edizione disputata in casa, nel ’78. La Seleccion vince il titolo mondiale, e Kempes con sei gol è il capocannoniere del torneo. Aveva le spalle larghe, “el matador”. E i capelli lunghi e scuri, che vuol dire spirito ribelle. Ai generali che assistevano alla finale con l’Olanda, il 25 Giugno 1978, lui non strinse la mano. Perché quelli là avevano ordinato i massacri più crudeli: migliaia di persone che sparivano e non facevano più ritorno a casa, venivano torturati, ammazzati e poi buttati in mare per cancellare ogni traccia. Aveva le spalle larghe, Mario Alberto Kempes: partiva da distante per arrivare in area di rigore, devastante, veloce, potente. Come il suo tiro.
È nato il 15 luglio a Belville, Cordoba. Rifiutato, quand’era giovane dal Boca ha giocato per l’Instituto Atlético Central Cordoba (1971 - 1973) e per il Rosario Central. Il passaggio al Valencia è nel ’76, vince due volte il titolo di Pichichi, e ci resta fino al 1984 con un breve interruzione (‘81-’82) nel mezzo: gli mettono addosso la maglia del River per controbattere i rivali del Boca di Maradona. Rivale è il Boca, non Diego che ha sempre speso belle parole per Kempes; vado a memoria: “Tutti sono grati a Menotti per la vittoria del ’78, ma cosa sarebbe stata quell’ Argentina senza “Marito”? Meriterebbe più rispetto e maggiore fortuna da allenatore. È costretto a girare il mondo per quattro soldi quando in giro c’è gente che allena senza capire un cazzo”. Bueno, il cappellone ha ricambiato. Una volta Clarin ha chiesto a cento opinionisti (la maggior parte ex giocatori) la loro Seleccion “di tutti i tempi”, lui ha votato interamente l’Argentina del 1978, escludendosi, e mettendo Diego al posto suo. Poco male, con 49 voti è finito ugualmente “in squadra”. Umile. Ha finito la carriera da calciatore in Indonesia a 42 anni, dopo aver giocato anche nel campionato cileno e in quello austriaco. Mancava solo che finisse nelle serie minori italiane, quelle in cui si gioca in campi senza erba e con tifosi, pochi ma indiavolati. Nell’ estate del 2001 ha vissuto uno dei progetti più strambi che si possano pensare. Chiamato dal Fiorenzuala, C2 non A e neanche B, ad allenare una rosa composta interamente da giocatori argentini e uruguaiani con passaporto italiano. E’ rimasto in Italia qualche mese prima che il sogno svanisse, per i soliti problemi economici, ma anche per il disappunto degli abitanti della cittadina. Il sogno suo, ma soprattutto quello dei ragazzi che “speravano” il campionato italiano. La storia è diventata nel 2004 documentario, per la regia di Cèsar Meneghetti e Elisabetta Pandimiglio.
Dicevo di lui, ecco bisogna iniziare tutto daccapo ancora una volta. Ma lui ci è abituato. Ha allenato nei paesi più lontani dal calcio dei miliardi. Indonesia, Albania, Venezuala, Bolivia. Ora non so bene cosa faccia. Parlerà di pallone per qualche trasmissione Tv?
Nel marzo del 2004 Pelè lo ha messo tra 125 football player viventi. Ci mancherebbe altro. Mucha suerte, Mario.
INTERVISTA A WU MING 1 di Alberto Facchinetti
1.Nel periodo del fascismo l’Italia viveva un periodo di arretratezza culturale: la negazione della libertà di stampa e di espressione soffocava ogni dialettica delle idee. In questa situazione Pavese e Vittorini si fanno responsabili di un fatto culturalmente rivoluzionario: scoprono l’America (e la sua libertà, felice, rissosa, dissoluta) e gli scrittori americani. Cominciano a tradurre Faulkner, Melville, Dos Passos, Saroyan. Eroici. Perché lo facevano per mille lire, rischiando il culo in prima persona. Il mestiere del traduttore è spesso sottovalutato. Tu cosa ne pensi? Esistono illustri eccezioni (non tante, a dire il vero), ma in genere il traduttore è sottovalutato, sottopagato, sottopressione, sottopeso dal punto di vista contrattuale. Soprattutto, non è considerato per quel che, a tutti gli effetti, è: non soltanto un co-autore, ma un “ri-autore”. Suo compito è reinventare, "rendere" uno stile, una lingua, un alternarsi di tonalità emotive. E' un traghettatore, uno sherpa, una guida indiana, colui (o colei) che "porta attraverso": prende in consegna una storia e la accompagna da un mondo a un altro, aprendosi sentieri, guadando fiumi, soffrendo di vertigini su ponti di corda smangiucchiati dalle tarme. Durante il viaggio, non deve mai scordare che una storia non è un oggetto inanimato, la metti in una cassa o in un sacco e non te ne preoccupi più. No, una storia vive di vita propria, è un soggetto attivo e intelligente, prende parte all'esperienza del viaggio, si impone, dà suggerimenti al traghettatore su come superare le rapide e cambia, si arricchisce, giunge alla meta trasformata, in simbiosi e comunione col suo sherpa/traduttore. Tradurre, se si ha la fortuna di farlo in condizioni ottimali, è un viaggio iniziatico denso di meraviglia, massimo rispetto per tutti i traduttori. Noi abbiamo sempre detto che tutti i traduttori dei nostri libri in giro per il mondo sono “Wu Ming 6 ad honorem”, sono ri-autori, prendono le nostre parole e le trasformano alchemicamente. In altri paesi questo ruolo è riconosciuto, infatti il traduttore prende una percentuale del prezzo di copertina. In Italia avviene di rado, la situazione è peggiore che altrove, inoltre si traduce tantissimo e a ritmi forsennati per soldi pochi-maledetti-e-subito, io sono molto solidale con Tullio Dobner, che ha pochi mesi di tempo per tradurre libroni di Stephen King da novecento pagine. Negli ultimi anni, comunque, è cresciuto l'interesse per l'arte della traduzione e lo studio di tale arte (la traduttologia). Il saggio-divertissement di Umberto Eco Dire quasi la stessa cosa è solo la parte che affiora. I traduttori hanno cominciato a farsi sentire, a riflettere sul proprio status, a organizzarsi. In italiano c'è un sito molto bello, si chiama "La nota del traduttore"(http://www.lanotadeltraduttore.it/). 2.Quando si legge Leonard, e quindi Willeford, poi parlo per me Bunker, Gifford e Crumley la sensazione che si prova è: piacere. Cazzo, il piacere di leggere. Ma forse non è tutto qua. Non credi che i personaggi che vivono le loro pagine, le loro storie, siano una commedia umana con la quale un giovane (o anche no) lettore può riempirsi l’anima e capire un po’ meglio cos’è sta cazzo di vita? Andrebbero studiati al liceo (certo, con dovute sostituzioni dietro alle cattedre)? La narrazione, in genere, serve a questo, è da sempre la sua funzione, dall'alba dei miti, dai racconti intorno al fuoco durante l'era glaciale. Mettendo sul proscenio dei personaggi e facendoli agire, facendo loro capitare delle cose, facendoli interagire l'uno con l'altro nelle più differenti situazioni, ci fa vivere esperienze "vicarie", per un limitato periodo di tempo entriamo nella testa e nel cuore di Ercole, di Riccardo III, di Madame Bovary, di Philip Marlowe, di Eymerich, di Hoke Moseley, di C.W. Sughrue... Questo ci fa capire (o almeno intuire) quanto sia vasto il campo delle possibilità, quanto sia molteplice e complessa la vita in tutte le sue manifestazioni. Ci fa capire quanto sia preziosa e quanto vada preservata questa fiammella del convivere umano. Quanto agli autori che hai citato, io li adoro tutti quanti, direi in quest'ordine: Leonard, Willeford, Crumley, Bunker, Gifford. E' un peccato che Willeford sia poco conosciuto in Italia, ha scritto romanzi pieni di incanto e meraviglia, di trovate inaspettate ( ad esempio gli haiku in Miami Blues, geniale). Crumley è un poeta, è uno dei pochissimi per cui si possa scomodare l'aggettivo "struggente". Il suo Montana è vivido, dolente, preciso. 3.Fosse per me parlerei di pallone tutto il giorno. Certe storie di calcio non ti sembra profumino da sé di letteratura? Penso a Gigi Meroni, a Diego Maradona, a George Best,o a quelle minori ma lo stesso profonde come il mare: Paolo Sollier, Fabio Rustico. Ci metterei anche Tommasi. Anche Kempes ha una storia pazzesca. Chi sa scrivere bene di quanto sia importante il calcio nel nostro immaginario, sa scrivere bene di tutto. Le pagine di Soriano su Obdulio Varela sono indimenticabili. E Galeano... E in Italia Brera, Mura, Darwin Pastorin, Rudi Ghedini... La leggenda di Maradona attende soltanto la grande saga intercontinentale, il romanzo-fiume al cui interno incastonarla. Uno di noi, Wu Ming 3, ha scritto la prefazione alla sua autobiografia, Io sono il Diego, benché quello non possa essere il libro. Dovremo attendere anni prima di avere il libro su Maradona, anzi, il libro-Maradona. 4.Robert Johnson è stato il primo musicista famoso a lasciarci le penne a ventisette anni, poi nella storia della musica una serie infinita di casi disperati. Per ultimo, il disastro di New Orleans. C’è nel jazz e nel blues un destino maledetto impossibile da sfuggire? La spiegazione è molto più terra-terra. Il jazz e il blues sono musiche che nascono nella povertà e in molti casi ci rimangono. Da lì traggono la loro poetica, la loro tonalità emotiva. "Avere i blues" significa essere in preda di una melancolia da sfiga. In una società divisa in classi, sempre più polarizzata, ai poveri capitano più sfighe che ai ricchi. Se poi, oltre che una questione di classe, è anche una questione razziale ed etno-culturale... Il jazz e il blues hanno anche avuto l'ardire di tenere il piede in due staffe e forse anche di più, cosa imperdonabile per l'establishment: sono sempre state musica di intrattenimento e di protesta, musica nera e bianca al tempo stesso ("nera" e "bianca" non necessariamente come colore della pelle, anzi, ho in mente la distinzione tra "magia nera" e "magia bianca"), la loro storia è una camminata sulla fune, giocoforza molti musicisti sono caduti giù. Di queste cose mi sono occupato a fondo e continuerò a occuparmi, anche dopo New Thing. 5.Quanto cazzo ti ha disgustato il modo in cui la stampa ha trattato il caso Cesare Battisti? Valerio Evangelisti ha scritto: “Corri, Cesare, corri. Spero di non avere tue notizie per molti anni. Poi, appena sarà possibile, ti raggiungerò in qualche angolo del mondo in uno di quei baretti di periferia che prediligi, a berci una tequila alla faccia di tutte queste merde.” Se ti capita di pensare a lui, e immagino di sì, come e dove lo vedi in questo momento? Non ho idea di dove si trovi né ho modo di saperlo. Ho difficoltà a immaginarlo, mi viene in mente solo l'epilogo di Cosa fare a Denver quando sei morto (film misconosciuto e sottovalutato, senz'altro da rivedere) ma non so quanto sia calzante. Forse tanto. Spero per Cesare che sia lontano e che abbia i mezzi e i contatti per sfangarsela.
GOLDEN BOY, ABATINO E POETA: GIANNI RIVERA parte 2 di Pierangelo Rubin
“Abatino: molto vicino al cicisbeo. Omarino fragile ed elegante, così dotato di stile da apparire manierato e qualche volta finto.” Così Gianni Brera, definì Livio Berruti alle Olimpiade romane del 1960. Ma abatino sarà soprattutto negli anni a venire, sempre secondo Brera, Gianni Rivera (che era, per altro, in simpatica compagnia, infatti fra i vari abatini ricordiamo Bruno Mora, Giacomo Bulgarelli e il nostro Gigi Meroni). Spesso, se non sempre, nella vita dei poeti qualcosa ne mina la tranquillità, qualcuno ne ostacola il felice proseguo degli eventi. Baudelaire aveva la madre e il patrigno che non gli lasciavano sperperare i soldi fra oppio e assenzio, Dante aveva il papa o i ghibellini, il fenomeno rossonero aveva il giornalista pavese. Rivera fu particolarmente “caro” a Brera che non mancò mai nei suoi articoli di consigliarne l’accantonamento sia in nazionale che a livello di club o di promuoverlo a vescovo per le sue gesta sportive; non a caso Nereo Rocco, grande amico del giornalista lombardo, disse una volta: “Noialtri semo amici ma il Gioannin Rivera è la nostra Stalingrado”. Gianni come ogni poeta che si rispetti non è stato particolarmente amato se non dal suo pubblico o dagli esteti del calcio e proprio per questo in nazionale spesso è stato escluso. Nella finale del Mondiale ’70 giocò solo i sei minuti finali con risultato già compromesso e li visse come un’umiliazione. Non si è mai capito bene quale oscuro motivo abbia spinto Valcareggi a tenerlo fuori soprattutto dopo la prodezza del 4-3 della semifinale. Anzi, di motivi se ne sono trovati a dozzine, ma quello a cui do più credito è che la presenza del principe degli abatini innervosisse il clan nerazzurro in nazionale. Ovviamente il suo bagaglio di classe pura, naturale e infinita era mal digerito dai vari Facchetti, Burgnich e soprattutto da Sandro Mazzola, o Mazzandro come lo chiamava Brera, principale rivale dell’alfiere rossonero, vuoi perché giocava per l’altra squadra di Milano, vuoi perché egli stesso si rendeva conto che Rivera gli era nettamente superiore (ecco come il giornalista e scrittore Davide Grassi esprime il concetto della rivalità fra i due: “Un dualismo irriverente (…) perché la superiorità assoluta di Rivera non la potrebbe mettere in discussione nessuna persona dotata di normale capacità di intendere e volere”)... Purtroppo i giocatori della Beneamata avevano un peso superiore all’interno dello spogliatoio poiché erano in maggioranza, senza contare coloro come Domenghini o Gori che avevano un passato nerazzurro e che di sicuro patteggiavano per i loro ex-compagni. La finale è finita come sappiamo, ma un paio di aneddoti che riguardano Pelè ci fanno capire come fosse valutato al tempo Gianni Rivera. Quando O’Rey seppe che il capitano del Milan non era nella formazione della finale si mise a ridere e disse ai compagni che Valcareggi aveva fatto loro un regalo. Alla fine della partita la Perla Nera avvicinò Gianni e gli disse di ringraziare il suo C.t. per averlo escluso per 84 minuti. Josè Altafini commentò: “Rivera avrebbe trovato posto, e per tutti i novanta minuti, in qualsiasi nazionale, anche nel Brasile, poi laureatosi Campione del Mondo”. Ma il giornalista più avverso al numero dieci rossonero cosa scrisse a proposito? “Gli stessi che lo avevano voluto escluso non si reggevano in piedi. A ragion veduta, un paio di lanci Rivera avrebbe potuto farli verso Riva e Bonimba marcati ad personam dai due terzini centrali del Brasile…”. Rivera poi, come ogni buon poeta maudit che si rispetti ebbe dei rapporti contrastanti con l’autorità, nel calcio rappresentata dalla classe arbitrale che più volte ostacolò il Milan e, a conti fatti, gli fece perder punti che sarebbero stati fondamentali per la conquista dello scudetto (ebbene sì cari amici anti-milanisti invidiosetti delle nostre vittorie anche a noi hanno rubato!). Dopo una partita durante la quale non fu fischiato un rigore per il Milan Rivera disse quello che pensava. “Queste cose alla Juventus non succedono. La logica è che il Milan doveva perdere il campionato… Queste cose le sanno tutti. E’ ora che vengano dette. Se lo avessimo saputo ieri, avremmo potuto fare a meno di giocare. Passa la voglia di giocare al calcio. L’arbitro avrà inventato ottanta punizioni dal limite contro di noi. E’ il terzo campionato che ci rubano in questo modo”. Dopo queste affermazioni gli furono assegnate cinque giornate di squalifica. Pensiamo anche al campionato 1964/65 quello del famoso sorpasso dell’Internazionale ai danni dei cugini rossoneri dopo che quest’ultimi avevano collezionato sette punti di vantaggio. Il 28 marzo 1965 c’è il derby Inter-Milan, risultato finale 5-2, Milan umiliato, Rivera fra i pochi a salvarsi nonostante Bedin punti costantemente alle sue caviglie; ecco tuttavia una serie di errori arbitrali che hanno influenzato l’esito del match e quindi dello scudetto. Alla mezzora il rossonero Benitez viene falciato da Domenghini e si becca una scarpata sulla schiena da Suarez che poi simulando si getta a terra. Benitez ammonito. Suarez resta a terra. Benitez espulso dall’arbitro Sbardella. Più tardi ci sarà un gol del rossonero Amarildo, ispiratissimo in quella partita, annullato per fuorigioco. Passano alcuni minuti e Domenghini segna nonostante un fuorigioco netto. Dopo l’espulsione di Benitez Rivera capisce in che verso va la partita, commenterà anni dopo “A cosa serve ricordare il seguito di quella partita?” Altra data, altra polemica. 22 aprile 1973 Lazio-Milan, i rossoneri sono in testa al campionato, Lazio e Juve seguono a pochissimi punti. Durante la partita un gol di Chiarugi viene annullato da Lo Bello arbitro manifestamente anti-riveriano. Intorno all’arbitro si scatena un capannello di giocatori dai quali si leva Rivera per affermare che quando aveva l’opportunità di danneggiare il Milan Lo Bello lo aveva fatto. Rivera si becca un’altra squalifica e la moviola ancora rudimentale del tempo determina che il gol era validissimo. Il campionato vedrà la vittoria finale della Juventus, a tal proposito Rivera commenterà “La palla è rotonda ma rotola sempre dove la si vuol mandare”. Ma il divino Gianni come viveva questo burrascoso rapporto con classe arbitrale e Brera, i suoi “nemici”? Ancora Andrea Maietti ci aiuta. “Fuori dallo spogliatoio Rivera si fermò per i taccuini dei cronisti locali.[il Milan era impegnato in una amichevole a Lodi, nda] <<Se si trovasse su una torre con Gianni Brera e Concetto Lo Bello, chi butterebbe giu?>>, chiese qualcuno. Rivera lo guardò per un attimo con aria di vaga commiserazione:<<E’ una domanda che non ha senso per me-disse. -Non sono uno che scala le torri. Sto sulla terra, come tutta la gente normale>>”. Altro “nemico” di Rivera fu Mario participio passato del verbo correre (altra geniale invenzione di Brera) Corso. In realtà i due non furono mai nemici, anzi a distanza di anni ancora ora si scambiano messaggi di stima e rispetto, più che altro a proporli come antagonisti fu la tifoseria nerazzurra che cercava un giocatore che potesse essere sullo stesso piano di Rivera, una volta era Mazzola un’altra volta era Mattobirago (ancora Brera ci illumina). Ma basta la seguente frase del giornalista Alberto Crespi per farci capire che anche questo paragone è già segnato in partenza: “Lo sguardo acquoso e spento andava non si sa dove. Tutt’intorno c’erano gli anni Sessanta, la Milano del boom: ma lui non era un hippy né un “commenda”, non ambiva alla contestazione, né alla fabbrichetta; non era un poeta ribelle alla Gigi Meroni né un astuto, futuro politico alla Gianni Rivera. Mariolino è stato il primo e unico fantasista in grigio”. Ultimo nemico riveriano l’attuale stolta dirigenza rossonera. Berlusconi e Galliani fin dal loro insediamento nella gloriosa società decisero escludere Rivera poiché ne temevano la gloria e la popolarità. Gianni non se ne ebbe particolarmente a male sapendo che il suo nome sarebbe sempre stato ricordato nell’ambito calcistico in maniera entusiastica, quelli del Dottore e del suo Antennista in maniera diametralmente opposta. I fatti degli ultimi anni non hanno che confermato tutto ciò. E poi Rivera la sua “battaglia” contro di loro la vinse subito, infatti temere un uomo non è già un atto di sottomissione, di implicita sconfitta? Ma poi perché sporcare un articolo su un grande poeta parlando di quei due? Avrò modo di scagliarmi contro i vertici alti rossoneri in un futuro articolo. Non dimentico. L’invidiosissimo clan interista, la classe arbitrale, con Lo Bello a capo, Brera, quanti nemici per Gianni, quanti “nemici” per la poesia. Tutti abbattutti e vinti. Rivera è già nella storia, maestra di vita che non dimentica ma tramanda. Aver cercato di sconfiggerlo, di piegarlo ha solo cementato e reso più forte il suo mito, già di per sé immarcescibile e radicato in generazioni di tifosi. In Italia dare del “Rivera” ad un giocatore è un complimento, il massimo complimento calcistico italiano. Anche all’estero il suo mito non tramonta, in Inghilterra il Golden Boy è ancora lui, in Brasile di lui si narra come l’unico non-brasiliano che avrebbe meritato di indossare la casacca verdeoro nel 1970. L’indimenticabile Brera pian piano moderò la sua visione del numero dieci e come ho già scritto e lo nominò vescovo per le sue incredibili gesta; e proprio con uno stralcio di un articolo del 1985 di Brera voglio chiudere. “Unendo il proprio destino al Milan fu sempre coerente, non fortunato. Nessuno osa privarsene o mancargli di rispetto. E' equilibrato, forse anche saggio. La fama gli si dissolve sul capo come una nube non più molto grata. Non se ne affligge e per questo lo stimo. Forse l' angoscia lo prende sentendosi vecchio per un atleta che invero è stato più artista che atleta: però è composto, schivo, e mai lo dà a vedere. L' ho incontrato l' altra sera presso un amico comune, Ross Galimi. Abbiamo bevuto e conversato a lungo, molto serenamente. Fra i due, a capir meglio l' altro è stato lui. Orrida vecchiezza, ridammi il mio abatino.”.
Ho deciso di scrivere un articolo che parli di poesia. Un po' di tempo fa c’è stata una piccola polemica intorno alla poesia all’interno del nostro blog. Ecco dopo questo articolo nessuno più potrà pensare che non scriviamo di poesia, tutti dopo questo articolo capiranno veramente di cosa scriviamo. Ho deciso di scrivere un articolo sul più grande giocatore italiano di calcio, un autentico poeta: Gianni Rivera. Nella mia classifica personale di poeti del rettangolo verde Rivera è quasi accostato dal funambolico Meroni, dietro di loro Best poi Baggio, dopo di Baggio scorgo Antognoni e Claudio Sala, dopo di quest’ultimi non riesco a riconoscere con precisione i volti dei giocatori, c’è nebbia, la stessa nebbia che imperversa nella bassa lombarda che ha dato i natali a Gianni Brera e ad Andrea Maietti, due storici giornalisti italiani che ci accompagneranno con frammenti dei loro articoli o libri nel calcio e nell’Italia degli anni ’60 e ’70. Provare a racchiudere un personaggio come Rivera mi è stato difficile in un articolo di dimensioni accettabili che non facesse annoiare i lettori. Ho deciso dunque, piuttosto che mutilarlo, di dividerlo in due parti che verranno pubblicate on-line a distanza di pochi giorni.
GOLDEN BOY, ABATINO E POETA: GIANNI RIVERA parte 1 di Pierangelo Rubin
Ho scritto di Rivera poeta, questa ovviamente non è un’invenzione di un Pierangelo Rubin qualsiasi ma di uno dei massimi poeti italiani di sempre: Pier Paolo Pasolini. Non c’è da stupirsi che Pasolini apprezzasse il football, lui stesso una volta disse “Il calcio insieme alla letteratura e all’eros regala le emozioni più genuine e vere”. In un’altra occasione ebbe modo di raccontare quanto felici fossero stati i pomeriggi passati a rincorrere la palla con gli amici, forse, sostenne, furono i più felici della sua vita. Rivera, per il regista-scrittore, era un poeta elzevirista, niente male come complimento, soprattutto se proviene da un personaggio che mastica poesia da sempre. Abbiamo appurato quindi che Rivera è un poeta, ma quali furono le sue poesie, i suoi versi? Come artista Rivera si espresse spessimo, molto di più di molti suoi altri contemporanei più discontinui, penso soprattutto a Corso. Che Gianni fosse uno di quelli che nascono ogni mille anni lo si capì l’ undici Novembre 1962. E’ alla sua terza partita in nazionale, illumina il match, vinto poi dall’Italia contro l’Austria per 2-1. Fabbri, il nostro C.t., a fine partita dirà “Ha acceso la luce, senza di lui è notte”. Gli inglesi, popolo snob e restio a capire che forse esistono giocatori straordinari anche oltre Manica poterono ammirarlo il 22 Maggio 1963 quando il Milan vince a Wembley la prima Coppa dei Campioni. I britannici rimangono estasiati davanti alle prodezze dell’alessandrino e conieranno per lui un soprannome decisamente azzeccato: Golden Boy. Il 16 Ottobre dello stesso anno in finale di Coppa Intercontinentale Rivera gioca una partita superiore anche a quella di Pelè suo avversario con la maglia del Santos. Il mondo s’accorge di lui. Anno di grazia 1968, anno ricco di vittorie di club e di nazionale. Infatti il 12 Maggio 1968 Rivera vince il suo secondo campionato col Milan, durante il torneo è particolarmente ispirato, segna 11 gol, altrettanti ne fa fare a Sormani, Prati farà 15 gol sfruttando al massimo i provocanti palloni del suo capitano. Pochi mesi dopo il numero dieci rossonero diventerà campione d’Europa con la maglia della nazionale. Altra data storica: 28 maggio 1969, altra finale di Coppa dei Campioni. Davanti al Milan c’è l’Ajax del talento ancora acerbo di Cruijff, Rivera trascina il Milan ad uno storico 4-1. L’assist per il quarto gol è così descritto magnificamente da Andrea Maietti: “Fulmineo scambio con Sormani a metà campo e vola in contropiede (…). Portiere saltato e stop sulla linea di fondo. (…) Rivera alza gli occhi con la freddezza che avrebbe in un allenamento contro il pur glorioso Fanfulla di Lodi. Vede Prati, attorniato da un nugolo di difensori retrocessi in affanno nell’area di porta. Il pallonetto del capitano è una pennellata di mirabolante, non irridente precisione. Impatta la vogliosa testa di Prati con tale apparente facilità da indurre l’arbitro a guardare l’orologio. Dopo simile ultima prodezza, rendiamo obbligato omaggio e andiamo a casa.” Ogni vincitore della Coppa dalla grandi orecchie deve misurarsi contro il suo corrispettivo sudamericano, il vincitore della Libertadores, e quindi il 23 Ottobre del 1969 il Milan vince la sua prima Intercontinentale contro i terribili picchiatori dell’ Estudiantes. Il portiere argentino Poletti già prima della partita prova a pigliare a calci in culo Rivera che segnerà comunque un gol, rientrerà in Italia gonfio di botte, come altri compagni di squadra, alla faccia di chi lo chiama abatino. Alla fine dell’anno vincerà il Pallone d’oro, è il primo italiano a vincerlo. Ecco la motivazione di France Football che assegna il prestigioso premio: “In un calcio arido, persino cattivo, con troppi dubbi di doping e di premi elevati che deformano la verità, Rivera è il solo a dare un senso di poesia a questo sport”. Credo non serva aggiungere altro. Poi arriva il Mondiale Messicano, nasce la staffetta con Mazzola, Gianni comunque si comporta benissimo, invita con i suoi assist a segnare e segna lui stesso. Poi arriva la partita più bella di tutti i tempi e che forse tale non sarebbe stata senza di lui. Ancora Maietti ci ricorda i minuti a più alta intensità di Italia-Germania. “Angolo per i tedeschi, la testa del vecchio Seeler incorna alla “come viene”: la palla spiove davanti ad Albertosi. La sfiora appena col ciuffo il maligno Gerd Muller, sorprendendo Rivera che è appostato sul palo di sinistra. Albertosi strozzerebbe il Golden Boy, che forse si strozzerebbe da sé. E’ lo stesso Gianni a portare la palla la centro, a scambiare con De Sisti che porge a Facchetti. Lancio immediato sulla sinistra per lo scatto di Boninsegna. Il pugile si libera con un ringhio da un tentativo di abbraccio di un difensore, va sul fondo e crossa a rientrare, teso e basso. Un invito per chi abbia ancora forza orgoglio e cuore per crederci. Chi mai, buon dio? Ma lui, Giannirivera. Eccolo sulla palla, la colpisce al volo di piatto destro, spiazzando Maier senza rimedio. E’ un colpo che si tenta solo in allenamento. Riva è il primo a voler stritolare Rivera. Io, interista e breriano, mi sento urlare: Gianni sei nato a Betlemme!”. Nella sciagurata stagione 1972/73, quella della fatal Verona per il Milan, Rivera tuttavia è capocannoniere insieme a Pulici e Savoldi con 17 reti; Brera lo promuove da abatino a vescovo. Altra poesia, questa decisamente nello stesso stile di Angiolieri, del mitico piemontese è quella che egli “scrive” il 3 luglio del 1977 giorno della finale Coppa Italia. Finaliste: Milan e Inter. E’ l’ultima partita di Mazzola, Gianni fa il guastafeste porta i rossoneri alla vittoria per due a zero e dimostra ancora una volta che Mazzola gli è nettamente inferiore. Arriva poi l’epilogo. 6 Maggio 1979 Milan-Bologna, al Milan basta un punto per vincere finalmente lo scudetto della stella, San Siro è gremito e molti tifosi del diavolo vanno ad occupare dei settori inagibili dello stadio. Si ferma la partita, Gianni con il megafono chiede al suo popolo di sfollare dalle zone a rischio, i tifosi seguono le parole del più grande rossonero e italiano di sempre come un bambino ascolta un padre premuroso e attento. Il Milan vincerà lo scudetto, vincerà la stella, Rivera si ritira. “Lo spettacolo è finito” scriverà a caratteri cubitali il mensile rossonero “Forza Milan”. Autentico monumento per tutti i tifosi milanisti, Rivera ha attraversato la storia della squadra come nessuno aveva mai fatto prima e come nessun altro, nemmeno Baresi e Maldini, potrà fare poi. “Rivera xe i me oci” disse un giorno Rocco. In realtà Gianni non era solo l’uomo di fiducia del Paron, era molto di più, era l’autentico padrone del Milan. Si arrivò al punto che non solo Rivera poteva decidere l’acquisto degli allenatori ma anche i cambi dirigenziali o addirittura i cambi presidenziali. Quando Rocco andò al Toro per alcuni anni Rivera volle fortissimamente il suo ritorno che poi avvenne. La storia del Milan è in un certo senso anche la sua storia. Quando iniziò giocava con Altafini, Danova, Sani e quando finì correva a fianco di Buriani, Maldera e del giovane Baresi, in mezzo Lodetti, Rosato, Cudicini, Prati, ma anche Schnellinger, Hamrin e Combin. E manco Rivera fosse un talismano portafortuna dopo la sua partenza il Milan colò letteralmente a picco fra le risate dei cugini nerazzurri, dei gobbi juventini e di tutte le altre tifoserie italiane che per quasi un ventennio invidiarono al diavolo il più grande calciatore italiano, quello che seminava poesia fra una finta e un dribbling, fra un cross ed una rete.
ELMORE “DUTCH” LEONARD di Alberto Facchinetti
Un paio di mutande nere sono il mio pigiama in questa notte, fa caldo. È settembre, ma sembra agosto. Certo, come al solito, sto esagerando e non si muore. I muscoli delle gambe mi fanno male, la preparazione pre-campionato si fa sentire, e non è detto che sarò pronto per il via della stagione. La caviglia sembra che non smetta più di darmi fastidio, ogni sera si gonfia. Aspetterò che mi passi, serve anche un po’ di pazienza nella vita, mi hanno detto. Sul comodino ho un Elmore Leonard del ’95, che faccio, lo prendo o continuo a guardare il soffitto? Sono troppo stufo per allungare la mano sul libro, stanco che mi sembra di essere ubriaco. Del resto la posizione è quella. Di quando finisco la serata per aver bevuto troppo. Quella della rana, disteso di schiena, perché non voglio finire come Hendrix soffocato dal mio vomito, braccia sotto il cuscino e occhi che puntano il soffitto che, cazzo, non smette di girare. Essere stanco e sembra di essere sbronzo. Quando prendo sonno, ho gia dimenticato chi è Elmore Leonard, i miei malanni fisici e quelli mentali. Al risveglio, undici, undici e quarto fra una cosa e l’altra, tornano puntuali. Grazie al cazzo, dove volete che si sia spostato il libro? Leonard è lì, e nel retro della copertina c’è un frase di Abel Ferrara che dice: “Leonard è il Mark Twain di questo cazzo di xx secolo”. Che sia un regista a parlare non è un caso. Il cinema e Leonard, fatti l’uno per l’altro come quelle coppie di fidanzati che non si mollano mai. Ritt, Frankenheimer Tarantino, Schrader, Soderbergh, ne cito solo pochi, ma pochi veramente, sono partiti da un suo libro. Niente di più normale. I suoi romanzi sono già un film su carta. Non che lui diventi matto per le trasposizioni cinematografiche che fanno dei suoi romanzi, intendiamoci, ma comunque viene saccheggiato continuamente, e però naturalmente anche pagato. Anche con la scrittura di sceneggiature ha smesso perché in team non riesce proprio a lavorare. Eccomi quindi costretto ad una correzione: Leonard e il cinema stanno insieme come quelle coppie in cui lui ci sta solo per convenienza, non per amore. I suoi personaggi sono talmente vivi (e vivaci) che sembra di sentirli parlare; i dialoghi: non c’è nessuno che li fa meglio, l’ha detto anche Stephen King. “Dutch” (è dalle superiori che si porta avanti questo nickname) è un maestro in questo. Non sempre le traduzioni in Italiano rendono al meglio il suo slang; Wu Ming 1 c’è riuscito meglio di tutti (ha tradotto “Tishomingo blues), ma bravo è stato, come lo è sempre, anche Luca Conti. Proprio Wu Ming 1 è riuscito a capire l’essenza del linguaggio leonardiano: “Da anni sono appassionato di Leonard. Approcciandomi al lavoro di traduzione, ho cercato di "sentire" il broken Italian di tutti i giorni salire dalla strada. Qualcuno avrà forse da ridire, ma la lingua non vive nei salotti, non è un cane da grembo, è un cane randagio e rognoso, è quel "cane venuto dall'inferno" (Hell Hound On My Trail) dal quale Robert Johnson diceva di essere seguito”. Ironia e azione i condimenti di ogni storia. Scrive crime novels: anche se è partito dal western perché negli anni ’50 andava così, in ogni romanzo deve esserci un crimine. E poi naturalmente donne fascinose, belle sì certo, ma anche e soprattutto intelligenti, questo è il fascino!, pronte a tutto pur di mettertelo nel culo e scappare con i soldi o con quello che vogliono. È del ’25, vive a Detroit e ha scritto tanti di quei libri che è difficile stargli dietro. Fosse per me si studierebbe al liceo.
ROMARIO, SENSO DEL GOL:11 di Paolo Garato
In area di rigore succedono cose davvero strane. Il ritmo di gioco aumenta vertiginosamente e il battito cardiaco di conseguenza. La tattica salta, non ci sono più schemi, ne regole di gioco. Inizia “la lotta per la sopravvivenza”. E se vuoi far gol devi essere freddo, rapido, spietato. Insomma devi essere Romario.
Romario de Souza Faria è nato (per segnare) il 29 Gennaio 1966, ovviamente come tutti i più grandi in un quartiere povero, a Rio de Janeiro, Brasile. E’ basso, un metro e sessantotto per settantadue chili, lo chiamano il “Baixinho” (piccolo). Già da ragazzo però si fa notare per la sua grande abilità nel segnare. In una partitella nelle giovanili del Vasco de Gama la sua squadra vince 18 a 1. Lui ne segna sedici. La sua carriera è ricca di partenze, addii e ritorni, litigi, feste ma soprattutto gol. Il 23 Marzo scorso ha fatto il numero novecento. Secondo marcatore di sempre nel calcio professionistico, dietro solamente al grande Pelè. Esordisce nel 1985 col Vasco De Gama, squadra in cui milita ancora oggi a trentanove anni suonati. In Europa veste le maglie di PSV Eindhoven (’88-’93), Barcellona (’93-’95) e Valencia (’96-’98). Quindi chiude l’avventura europea per ritornare in patria, Flamengo, Vasco de Gama e Fluminense. Una piccola parentesi araba nel 2003 per arricchirsi e il ritorno al suo club d’esordio con il quale è arrivato ad avere uno score di 252 gol in 331 presenze. Con la nazionale vanta 52 gol in 70 presenze. Il Brasile vince nel ‘94 la prima coppa del mondo dopo ventiquattro anni di astinenza dall’ultima Rimet. Lui ne è l’artefice principale. Votato come miglior giocatore del torneo, segna cinque reti. Lo stesso anno vince anche il premio “Fifa world player”. E’ un attaccante puro, pochi come lui uniscono una grande tecnica ad una facilità nel fare gol. Dribbling stretto, opportunismo e fiuto del gol sono le sue doti principali. Non è veloce solamente di gambe, ma soprattutto nel pensiero, questo fa la differenza. Estroso anche fuori dal campo, non disdegna mai una serata party o una dichiarazione pungente. Al suo arrivo a Barcellona rilascia un’intervista dove promette 30 gol. Alla fine del campionato la promessa è mantenuta in pieno, diventa capocannoniere e il Barça vince il titolo. Non sarà Pelè, ma non ho mai visto nessuno come lui avere il controllo totale della situazione in area di rigore, sia quando riceve il cross che quando avanza palla al piede. Un giocatore unico, imprevedibile, fuoriclasse. Per me sui sedici metri è il migliore degli anni novanta. Jorge Valdano ha detto di lui: “Si tratta di Romario: l’unico giocatore ad avere tecnica in tutto il corpo, quando riceve la palla il mondo si ferma. Cosa succede? L’arbitro ha fischiato la fine? Romario se vuelve loco? Una catastrofe? Niente di tutto ciò, se il genio ha una pausa è perché sta creando il gol nella sua immaginazione”. Anche questa volta sono d’accordo con te, Jorge.
DIMEBAG DARELL DEI PANTERA di Alessandro Giraldo
Il giorno 8 dicembrre 2004 verrà ricordato come il giorno dell’assassinio del grande chitarrista dei Pantera “Dimebag” Darrell Abbott, ucciso assieme ad altre quattro persone durante un concerto del suo nuovo gruppo, i Damageplan, a Columbus, Ohio. Lo squilibrato autore della carneficina è stato ucciso a sua volta da un agente di polizia, il killer si chiamava Nathan Gale, e dal 2002 al 2003 era stato nei Marines e poi congedato per ragioni ignote. Questa morte è un fatto totalmente imprevedibile, perché nonostante negli Stati Uniti sia assolutamente facile per chiunque reperire un’arma, non ci sono altri casi nella storia in cui un fan spari ad un proprio idolo, a parte John Lennon, ucciso per mano di un certo Mark Chapman, ironia della sorte proprio lo stesso giorno: 8 dicembre. Quindi anche se i controlli ai concerti sono fatti all’acqua di rose ciò che è successo per quanto orribile è da catalogare come un imprevedibile incidente.
Dimebag aveva formato assieme al fratello batterista Vinnie Paul (poi anche lui nei Damageplan), al cantante Phil Anselmo e al bassista Rex Brown i Pantera, gruppo che partendo dal glam dei primi due album (“Project in the jungle” e “I am the night”) ha mutato il proprio suono fino a diventare uno dei gruppi più violenti, volgari e rabbiosi di sempre. La svolta stilistica dei Pantera la si deve in gran parte alla perizia tecnica e allo stile di Dimebag, un chitarrista che per inventiva e creatività è da considerare uno dei migliori, se non il migliore, di tutti gli anni novanta, perché è stato l’unico capace di creare dal nulla uno stile che influenzerà molti gruppi negli anni a venire. Dischi come “Cowboys from hell”, “Vulgar display of power”, “Far beyond driven” e “The great southern trend kill” hanno dato vita ad una serie infinita di cloni, molti hanno tentato di imitare il “muro sonoro” che creava Dimebag con la sua chitarra, ma nessun c’è mai riuscito in pieno. Così i Pantera sono diventati un gruppo da usare come punto di riferimento per chiunque ami il metal. Ricordo che a metà anni novanta gruppi storici come i Judas Priest, nuove leve come i Machine head e anche i due gruppi italiani più famosi all’epoca ovvero Extrema e Timoria hanno cercato di riprodurre su disco lo stesso suono di Dimebag.
Non è mai stato chiaro a nessuno il grande successo commerciale dei Pantera, sono riusciti a vendere milioni di copie con dischi altamente “anti-commerciali” come “Far beyond driven”, senza seguire minimamente alcuna regola del music business. I quattro non erano particolarmente carini, anzi erano proprio brutti, non vestivano bene, perennemente in maglietta e pantaloni corti, e oltre a bere e a ruttare durante i concerti, mandavano a fanculo chiunque. Però forse avevano dalla loro parte altri pregi come l’onestà verso il loro pubblico, e la coerenza verso la propria musica, che li ha fatti amare da subito da fans di tutto il mondo, che nei Pantera non vedevano quattro miliardari boriosi bensì quattro ragazzi come gli altri. Molto tempo fa ho letto un’ intervista a Dimebag in cui diceva che la sua casa era sempre aperta ad amici che avessero voglia di bere birra e suonare in compagnia, e non stento a credere che fosse vero.
Il gruppo si è sciolto ufficialmente nel 2002 o giù di lì, dopo un disco di certo non eccelso come “Reinventing the steel”, ma nel cuore dei metal kids di mezzo mondo c’era la speranza di una reunion. Dopo la morte di Dimebag, la speranza si è dissolta per sempre, relegando i Pantera nella categoria che racchiude anche Led Zeppelin e Hendrix, la categoria degli immortali. Continueremo ad amarli attraverso il groove dei loro album, il ricordo del pogo assassino che si creava ai loro concerti e i divertenti home-video che ci hanno lasciato, dove si riesce a capire la loro attitudine e il loro porsi nei confronti della gente. I tre rimasti continueranno di certo con i loro progetti musicali, mentre l’unica cosa da fare per Dimebag è ringraziarlo di cuore per ciò che ha fatto per tutti coloro che amano la buona musica, e di tanto in tanto ascoltare i suoi vecchi album.
“Dimebag” Darrell Abbott, 1966-2004, R.I.P.
PAUL SCHRADER, CLASSE 1946 di Alberto Facchinetti
Millenovecentosettanta. Aveva già lasciato la moglie per questa donna e ora si stava separando anche da questa. Le cose non potevano andargli peggio; depresso, stava mandando tutto a puttane. Non si conosce nessun rimedio per queste cose, a parte quello che si usa più spesso: berci su. Paul Schrader passò un mese attaccato alla bottiglia, praticamente senza toccare cibo. Scorazzava per la città di notte, standosene rinchiuso in casa di giorno. Fu ricoverato in ospedale e in quindici giorni scrisse la sceneggiatura di un film epocale, “Taxi driver” di Martin Scorsese, uscito nel 1976; un anno prima aveva co-scritto, ed è il suo esordio, con Robert Towne, il copione di “Yakuza” di Sydney Pollack per un salario di 162 dollari e mezzo. Mitchum faceva il poliziotto e non fu un gran successo al botteghino.
Come sceneggiatore Schrader è un fuoriclasse, questo è fuori discussione. Ha anche scritto “Complesso di colpa” di Brian de Palma, ma è con Scorsese che dà sempre e ancora il meglio: “Toro Scatenato”, “Aldilà della vita”, “L’ultima tentazione di Cristo” (dove è diventato amico dell’attore Willem Defoe). Dal 1978, grazie al successo di “Taxi driver” ha avuto la possibilità di mettersi dietro la macchina da presa. “Tuta blu”, il suo primo film da regista.
Tormentato il suo rapporto con il cinema, a causa della religione. L’educazione assai severa, impartitagli dai genitori calvinisti, gli impone di non guardare film prima dei diciotto anni. Ma la passione c’è, soprattutto per lo scrivere. Come regista cerca di rimanere indipendente. Il budget a disposizione se lo fa bastare, insomma non è mai troppo, ma sempre abbastanza. A proposito di Hollywood dice: “Quando pensi che gli studios ti abbiano fottuto in tutte le maniere possibili, ecco che trovano un altro modo”.
Paul Schrader come regista (ma anche da sceneggiatore, perché scrive da sé i propri film) ha raccontato più o meno sempre la stessa storia. Quella di chi, dopo aver assaggiato il successo e in un certo senso essere diventato qualcuno, cade giù. Giù agli inferi dove è impossibile, difficile, alzarsi. È affascinato dalla gente che vuole essere qualcosa, ma agisce in una maniera contraddittoria allo scopo, a chi dice di volere essere felice, ma continua a fare di tutto per non esserlo. “American gigolo” è del 1980, Richard Gere è vestito Armani e i Blondie cantano sempre la stessa canzone. Diviene il suo maggiore successo al botteghino e il regista viene conosciuto dalla gente. Poi voglio ricordare “Lo spacciatore” con Defoe, e il dramma famigliare “Affliction” dove c’è Nick Nolte, forse il suo film più riuscito. A me sono piaciuti anche i recenti “Autofocus” e “Forever mine”, che non hanno trovato, che strano?!, il giusto successo. Troppo perversi, neri. Il sesso, spesso la pornografia, è un’ ossessione. “Ogni giorno senza sesso è un giorno perso”, ripetono spesso i protagonisti in “Autofocus”. Controverso, ecco perché i suoi film sono spesso poco apprezzati e dalla critica e dal pubblico. Quasi dimenticavo, Paul Schrader è nato nel 1946, Grand Rapids, Michigan.