"E' protestare questo? A me sembra che sia semplicemente vivere. Dignitosamente. Sapersi al mondo: ecco". GIGI MERONI
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PIERANGELO RUBIN
Nonostante fumasse 20 sigarette al giorno ha deciso di smettere. Sarebbe un Rivera dei nostri giorni. Ma non lo sapremo mai con certezza. Collabora con "Il Mattino di Padova" e la "Nuova di Venezia e Mestre".
ALBERTO FACCHINETTI
Il Mario Kempes della Terza Categoria. Difficile rapporto con il gol e con le donne in genere. Cronista sportivo per “La piazza”.
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Il geometra. Senza rivali in tutto il triveneto. Centrocampista dai piedi buoni. Zero gol in sei anni di prima squadra.
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INTERVISTA A SEBASTIANO VERNAZZA di Alberto Facchinetti
Hai scritto la prefazione a Il mio cuore stuprato, un’ antologia delle poesie vendramiane. Dici: “Sfidiamo chiunque a reperire un’ intervista a Vendrame ’70 in cui il suddetto abbia pronunciato banalità tipo ringrazio il mister o ci impegneremo al massimo per far contenti i tifosi. Il linguaggio di Ezio era rude, parole come martellate, salutari picconate all’ordine costituito”. Hai avuto modo di intervistare sia Vendrame che Zigoni. La differenza con i pallonari di oggi sembra evidente. Con tutti loro, quelli di oggi, ogni intervista diventa un mare di noia, un fastidioso lavoro? Qualche eccezione? Risposta: Credo che tutto dipenda dalla televisione, che ha omologato i comportamenti e soprattutto il linguaggio. Faccio un esempio: perché i calciatori e purtroppo tanti giornalisti sportivi abusano dell’avverbio <sicuramente>? Sarebbe interessante scavare in questa direzione, forse è tutta gente che ha bisogno di essere rassicurata, di alimentare l’autostima, e così butta là un <sicuramente> ogni tre per due. Negli anni Sessanta e Settanta, in Italia il massimo della trasgressione tele-calcistica era rappresentato dalla tv svizzera, dove le telecronache delle partite erano affidate a Giuseppe Albertini, un signore che diceva <punto> anziché gol e che non cambiava tono di voce neppure di fronte a una rovesciata di Cruijff con triplo salto mortale incorporato. Con ciò non voglio dire che si vivesse nel migliore dei mondi possibili, però l’Italia era meno stordita dalla televisione, aveva modo di attingere parole, idee e opinioni da più parti, e il messaggio possedeva più forza del mezzo (McLuhan, però, aveva avvertito tutti che presto i rapporti di forza sarebbero stati ovunque stravolti). I Settanta furono anni plumbei, ma eravamo più liberi di dire, di fare, di pensare. I calciatori non sono alieni, assorbono gli impulsi del proprio tempo. Vendrame, Zigoni e tanti altri, non necessariamente estremi nei comportamenti (penso per esempio a Faloppa, calciatore operaio nel senso più vero del termine, dato che a fine carriera trovò impiego in un’industria), erano dei ragazzi degli anni Settanta, con i loro eccessi da film <poliziottesco>. Oggi viviamo nell’era della comunicazione edulcorata, ogni calciatore professionista è circondato da una folla di finti amici, procuratori, servitori, parassiti e in questa corte dei miracoli c’è anche l’addetto ai testi, il <ghost writer>, quello che suggerisce al campione le frasi da servire ai giornalisti nelle conferenze stampa. Faccio un altro esempio: qualche anno fa Totti prese a dire <è normale che>, non c’era intervista in cui non infilasse due o tre <è normale che>, formula peraltro pericolosissima perché richiede una discreta padronanza dei congiuntivi. Totti, per giunta, non ha smesso di dire <è normale che>. Sono abbastanza convinto che a Totti qualcuno (non so chi) suggerì di aggrapparsi a questa retorica del <normale> per normalizzare domande già abbastanza normali in partenza. Coi giocatori di oggi i giornalisti sportivi hanno due canali di contatto: c’è il parlato pubblico, costituito dalle interviste in tv e sui giornali e dalle conferenze stampa, e c’è il parlato privato, le telefonate a taccuini e microfoni chiusi. Nel novanta per cento dei casi il parlato pubblico è una comunicazione finta, nessuno dice quello che pensa, ma tutti dicono quello che conviene a loro stessi e alla società e alla squadra di cui fanno parte (il dieci per cento di verità è legato a fatti eccezionali, di fronte a certe evidenze di cronaca l’intervistato è costretto a essere sincero e così si umanizza, ma questa è l’eccezione, non la regola). La verità fa capolino nel parlato privato (non sempre e non del tutto, è chiaro, dipende dal grado di confidenza che si ha con l’interlocutore) e il giornalista sportivo onesto con i propri lettori od ascoltatori non può che percorrere una strada: servirsi del parlato privato per evitare le trappole del parlato pubblico, far capire a chi fruisce del messaggio che è bene procedere in una direzione piuttosto che in un’altra, a prescindere dalle parole spese in via ufficiale (senza virgolettare alcunché di quanto detto fuori intervista, altrimenti si tradirebbe la fiducia dell’intervistato e si perderebbe la possibilità di comunicare con lui in via ufficiosa). Di Zigoni e Vendrame in giro non ce ne sono comunque più, la gran parte dei calciatori pensa alla play-station, al Porsche Cayenne e alla velina o alla letterina e usa <sicuramente> come intercalare, ma non mi sento di deridere e condannare questi ragazzi. Sono figli del loro tempo e di questi tempi l’Italia gira così, tanti ragazzi sognano di diventare calciatori e di essere invitati a Controcampo per conoscere l’opinionista show girl di turno e portarla nei privé delle discoteche di corso Como a Milano, tante ragazze aspirano ai balletti sui banconi di <Striscia la notizia> e al matrimonio con un calciatore di serie A. Passerà, ne sono certo, e un giorno ritorneranno di moda i tipi come Ezio il <maledetto> e Zigo-gol fu pistolero oggi cheguevarista. Bisogna solo aspettare che la televisione imploda (o esploda, fa lo stesso). Già Internet rappresenta un bel salto in avanti. “Io amo le persone che nella vita toccano il fondo, si umiliano, fanno dei solenni errori ed hanno il coraggio di buttarsi via, di abbruttirsi. [..] Maradona è la summa di questo atteggiamento, ma ancora di più mi sembra emblematico il caso di George Best, il classico talento puro che si perde per strada, ed esce sconfitto. Come Ezio Vendrame, del resto, o Garrincha. Queste figure sono stupendamente romantiche. [..] Io adoro il fallimento, perché in esso c’è una forma artistica. Quelli sempre sulla cresta dell’onda non hanno fascino”. È il pensiero di Gene Gnocchi. Come si fa a non preferire il calciatore romantico a quello inquadrato anche nella vita, quello che era Bettega o, che ne so, ora Del Piero? Risposta: <Ognuno è figlio della sua sconfitta>, canta De Gregori nel suo ultimo album. Tutti perdono, anche quelli che vincono o credono di vincere. Il professor Franco Scoglio, defunto in diretta televisiva, era maestro di aforismi e, tra i tanti che ha lasciato, uno riguarda proprio questo tema: <Io mi esalto quando perdo. Che libidine la sconfitta>, disse un giorno di tanti anni fa. Stabilito che non si finge di essere attratti dalla sconfitta perché incapaci di vincere, un contorsionismo che potrebbe funzionare giusto in un film di Nanni Moretti, è vero che la vittoria annoia, induce alla retorica, appiattisce, rende tutti uguali, mentre chi perde non perde mai alla stessa maniera di un altro e si distingue, cattura benevolenza. Il mondo dei vinti è molto più interessante di quello dei vincitori, ma il tema dei campioni che si buttano via è difficile da maneggiare, perché il mondo è pieno di opportunisti, gente disposta a recitare i ruoli dei perdenti, pur di ritagliarsi una parte. Non è il caso di Garrincha, nato poliomielitico e morto alcolizzato né quello di Best, che ha impersonato lo stereotipo del campione sprecato per pagarsi da bere, fino all’autodistruzione, prova provata di un alcolismo reale, sincero, non di maniera. Non ci riferiamo a Maradona, incapace di reggere il peso del proprio talento e perciò condannato ad anni e anni di dipendenza dalla cocaina, né a Vendrame, uno spirito troppo disperato, libero, <ciampista> (nel senso di Piero, non di Carlo Azeglio) e sensibile per scadere nella banalità di un calcolo. Nel suo ultimo libro, <Calci al Vento> (Rizzoli), proprio Ezio scrive: <Ho conosciuto la sconfitta, il più alto valore dell’esistenza, e forse ne ho abusato>. <I <loosers> di professione, però, esistono e l’<Isola dei famosi> è la loro camera di compensazione. Tutto ciò è molto complesso, perché viviamo in un tele-mondo che fa il doppio gioco: da un lato i tele-burattinai ci impongono modelli di successo e inducono la gente a <briatoreggiare>, mamma mia che orrendo neologismo, dall’altro godono a registrare e rilanciare via satellite i fallimenti e la disperazione di tanta umanità, che non ce la fa a scalare la piramide e che si schianta al suolo dopo aver salito a fatica i primi tre piani. E’ un cortocircuito pazzesco che coinvolge anche il calcio. Tutti vogliono essere Totti (confrontare Ligabue, <tutti vogliono viaggiare in prima) e tutti finiscono a giocare a calcetto nei tornei dell’Uisp, senza rendersi conto che forse si è più fortunati e felici in quest’ultima eventualità. Bettega e Del Piero, per restare alla domanda, hanno aderito in pieno al modello Juve: linearità, distacco, vetri oscurati. Sono scelte e non mi permetto di giudicare nessuno, l’impressione però è quella di due super campioni dotati del magnetismo di due criceti ibernati. Dubito che su Bettega o Del Piero usciranno biografie del livello di quella dedicata da Ruy Castro a Garrincha. <Ognuno è figlio della sua sconfitta / ognuno è libero col suo destino / Butta la chiave e vai in Africa… Juventino>. La sclerosi laterale amiotrofica è detta anche morbo di Lou Gehrig. È una malattia mortale. Colpisce di solito che non sei ancora vecchio, la morte arriva dopo un po’ di anni (dai tre ai cinque) per soffocamento: il cervello non riesce più a controllare diaframma e polmoni. Gianluca Signorini, capitano del Genoa se ne è andato così qualche anno fa. “Secondo le risultanze di un convegno organizzato dalla Federcalcio, la Sla uccide 1-2 persone su 100.000. Secondo il magistrato Raffaele Guariniello, ne sono malati (e alcuni sono già morti) 35 calciatori su un campione di 24.000. I miliardari del pallone devono preoccuparsi o no?”. Che risposta daresti ora alla questione che ponevi sul tuo articolo per la Gazzetta di un paio d’ anni fa? Risposta: Ormai ci sono pochi dubbi, il calcio è tra i fattori che possono scatenare la degenerazione del motoneurone e indurre la Sla. Intendiamoci bene: il calcio da solo non genera il morbo di Gehrig, il calcio combinato ad altri <ingredienti> sì. La Sla è figlia di un cocktail di fattori. C’è una componente genetica, ereditaria, che ha la sua importanza. Ci sono le sostanze tossiche, tipo i pesticidi (che, guarda caso, vengono sparsi anche sui manti erbosi dei campi di calcio). Si sospetta dei traumi alle gambe e al midollo spinale, dei sovraccarichi di lavoro, degli eccessi di attività fisica (stress da super allenamento). Tutte queste <cose>, combinate insieme, provocano la Sla. E il doping? Non è sicuro che c’entri col morbo di Gehrig, altrimenti il ciclismo dovrebbe essere uno sport ad alta densità di malati e invece non è così. Anzi, tra i ciclisti i casi di Sla sono rari. Sembra che l’abuso di anti-infiammatori, specie di quelli al cortisone, possa concorrere allo Sla e, come è noto, i calciatori sono grandi fruitori di Voltaren e anti-dolorifici vari. Le cifre sono chiare: Raffaele Guariniello, il magistrato di Torino che indaga sulle morti sospette nel calcio, ha monitorato 24.000 calciatori italiani, in attività tra il 1960 e il 1996. Su questo campione sono stati individuati 38 casi di Sla, un dato impressionante se si pensa che in media si ammalano di Sla sei persone ogni centomila. Qui siamo a 38 (oltre 30 quelli già deceduti) su 24.000, l’equazione è facile. Di più: ristretta l’indagine a 7.325 calciatori professionisti tra il 1970 e il 2001, in base ai parametri della gente comune ci si aspettava di individuare una media di 0,77 malati. Purtroppo su quei 7.325 la media effettivamente riscontrata è stata 5. Tutto ciò è inquietante ma fare allarmismo sarebbe il modo peggiore di reagire. E’ evidente, il calcio è contiguo alla Sla, ne è probabilmente una concausa, ma qualunque attività, non solo sportiva, ha controindicazioni. In attesa che si faccia definitiva chiarezza e che la ricerca sulle cellule staminali possa rendere guaribile la malattia (speranze ce ne sono), un calciatore si attenga a naturali principi: se prende una botta, non si rimpinzi di anti-infiammatori, aspetti che il male faccia il suo corso e passi; se avverte stanchezza, si riposi e dia tregua al suo fisico stressato. E le società s’informino bene sulla manutenzione dei terreni di gioco. Banalità? Forse, ma è meglio non violentare la natura. E questo è un principio che vale per tutto, non solo per il calcio. Scrivi per la Gazzetta dello Sport, la bibbia dello sport, ma farlo significherà anche qualche svantaggio. Qualche rinuncia. Quanti sono gli argomenti di cui non puoi scrivere, quei tasti che non puoi toccare? Risposta: In diciotto anni di Gazzetta solo una volta sono stato oggetto di un tentativo di censura. Il problema era complesso, nell’articolo che avevo scritto sul proprietario di una squadra di calcio c’erano tracce di un affaraccio politico d’attualità in quel periodo. Ricevetti un’allarmata telefonata dal giornale: <O sfumi quel passaggio o l’articolo non esce>. Risposi: <Io non sfumo niente, se il pezzo non va bene, non pubblicatelo e basta>. Altra chiamata mezz’ora dopo: <Va bene, ti assumi tu la responsabilità, il pezzo esce>. Questo per dire che spesso il problema della censura è un falso problema. Ci sono giornalisti che sono più realisti del re e di qualunque ufficio stampa e si auto-censurano perché non vogliono rogne e altri che non hanno il coraggio di ritirare la firma di fronte a richieste di stravolgimenti dello scritto. Basta trovare la forza di dire no e le cose filano. Se sei assunto con un contratto a tempo indeterminato, sei anche perfettamente garantito dal punto di vista sindacale (forse è per questo che oggi in ogni redazione stanno dilagando i contratti a termine, che indeboliscono il giornalista). In Gazzetta non ci sono argomenti che non si possono toccare, bene o male diamo tutte le notizie. Ci sono magari temi che si fa fatica a imporre, come la Sla della domanda di cui sopra, perché si presume che non interessino più di tanto al nostro lettore medio. Tanti piccoli muri di gomma su cui qualche volta rimbalzi, così a volte ti prende lo scoramento: ma chi me lo fa fare, adesso gli propongo una bella intervista all’allenatore XY, quella passa di sicuro… Poi, però, vai a casa, ti prende il tarlo allo stomaco e il giorno dopo ritorni alla carica finché qualcosa non ottieni. Certo, la Gazzetta dello Sport non è e non può essere un giornale di lotta. Siamo un quotidiano sportivo, con un pubblico trasversale, omogeneo a tutti gli strati della società. Il lettore medio della Gazzetta, ammesso che questa figura mitologica esista, vuole sostanzialmente essere rassicurato sulla spalla di Adriano o sul ginocchio di Shevchenko, conoscere in anteprima il prossimo colpo di calciomercato della Juve o dell’Inter. Il nostro specifico è questo. Bisogna essere abili a muoversi tra le pieghe, a individuare degli spazi e a occuparli con argomenti diversi, socialmente più utili, diciamo così. Si tenga però presente una cosa: ogni notizia, quando è tale, ha una forza dirompente e non c’è direttore o caporedattore che possa contenerla. Se porti la notizia, se hai le cosiddette carte, problemi non ce ne sono né alla Gazzetta né in un qualunque altro posto dove si faccia informazione. Fai una lista veloce: quei libri di narrativa sportiva per i quali valga la pena tirare fuori i soldi da sotto il materasso e andare in libreria. Risposta: Mi riferisco a testi che ho letto negli ultimi anni (è chiaro, per esempio, che in assoluto non si può prescindere da buona parte dell’opera di Gianni Brera). Ecco alcuni libri calcistici che non mi hanno fatto pentire di aver messo mani al portafogli: <Io sono el Diego>, autobiografia di Maradona (Fandango) <Il miracolo di Castel di Sangro> di Joe McGinnis (Kaos) <Futebol> di Alex Bellos (Baldini e Castoldi) <Futbòl> di Osvaldo Soriano (Einaudi) <Il sogno di Futbolandia> di Jorge Valdano (Mondadori) <Se mi mandi in tribuna godo> di Ezio Vendrame (Biblioteca dell’Immagine) <La farfalla granata> di Nando Dalla Chiesa (Limina) <Il calciatore suicidato> di Carlo Petrini (Kaos) <La solitudine dell’ala destra> di Fernando Acitelli (Einaudi) <Il romanzo del Vecio> di Gigi Garanzini (Baldini e Castoldi) <Storie esemplari di piccoli eroi> di Cesare Fiumi (Feltrinelli; ma qui non si parla di solo calcio) <Il calciatore> di Marco Weiss (Marcos y Marcos).
INTERVISTA A LUIGI GARLANDO di Alberto Facchinetti
“A chi ci dice che siamo in pochi, che spariremo, che ormai non c’è più spazio per noi, che non vinceremo mai nulla, rispondo: lo dicevate anche allora, quand’ero bambino, l’avete sempre detto, scritto e sperato. C’è chi lavora da anni per questo scopo. Siamo in serie B? Va bene pure questo, pazienza, abbiamo già dimostrato di saper rinascere e lo faremo anche stavolta. È l’unica vittoria che a voi manca, il risorgere: la più difficile. E l’avete evitata solo grazie ad una delle vostre prime dimostrazioni di “stile”: e questa è storia. Ma ho visto anche fior di squadre, gente che dava l’anima, scudetti persi per un soffio ed uno vinto alla grande: e prima o poi lo rivedrò. Certo, che lo rivedrò! Insieme a mio figlio, o, se non basterà, insieme ai nipoti. E sarà sicuramente il più bello di tutti”. E’ la dichiarazione d’amore per il Toro, ma non solo. Qui c’è l’odio di Michele Monteleone nei confronti della Juve. Qual è invece il tuo rapporto con la “Vecchia Signora”? <Il mio rapporto non è certamente di odio, perché non riesco a concepire questo sentimento quando parlo di sport. E poi ho un fratello juventino al quale sono legatissimo e col quale sono cresciuto. Ci dividono solo 14 mesi, siamo quasi gemelli e siamo stati inseparabili, poi lui ha ritenuto di sposarsi giovanissimo e ha cambiato famiglia, ma continuiamo a frequentarci. Gli juventini si sposano sempre giovanissimi, come voleva Boniperti per i suoi giocatori, soprattutto se belli come Cabrini… Siccome siamo cresciuti a Milano e mio fratello aveva tutti contro, interisti e milanisti, mi spiaceva vederlo soffrire, così finivo per simpatizzare un po’ anche per la sua Juve, anche se ero interista. E poi sono stato ragazzino negli anni ’70 ed era impossibile non stimare Zoff, Gentile, Cabrini e tutti gli juventini che formavano la splendida Nazionale del ’78. Mio padre invece è tifoso del Torino e mi ha raccontato, giorno per giorno, tutta la leggenda granata oltre ad avermi trasmesso l’amore per i grigi dell’Alessandria, che ho visto più volte al Moccagatta. Vidi giocare tra l’altro Camolese che ho conosciuto molti anni dopo e che considero un bravissimo tecnico, assolutamente sottovalutato. Mi fa piacere telefonargli ogni tanto, per salutarlo e parlare della nostra “povera” Alessandria. Tutto questo per spiegarvi che sono sempre stato un interista atipico, che vedeva nel Milan il vero avversario di riferimento più che nella Juve. Comunque, nonostante i buoni sentimenti verso mio fratello, non mi sfuggiva un’anomalia, da piccolo. I miei genitori si preoccupavano di non fare differenze tra me e lui: la bici a me, la bici a lui; il motorino a me, il motorino a lui; un cappottino nuovo a lui, uno nuovo a me… Ma alla domenica non potevano farci niente: a mio fratello juventino davano molti più rigori che a me. Perciò quest’anno ho pubblicato uno studio sui 452 rigori assegnati alla Juve nei campionati a girone unico, riletti (tutti!) sulle vecchie Gazzette, per vedere quanti erano giusti, quanti dubbi e quanti regalati. Il libro s’intitola: <Nostra Signora del Dischetto> ed è stato pubblicato da Kowalski. Molti juventini, per questo, hanno ingolfato di insulti la mia posta-internet: evidentemente non hanno apprezzato. Per concludere le vicende familiari: mio padre Augusto è cresciuto contadino, lavorando le vigne e poi si è trasferito a Milano dove ha aperto un negozio di vini che consegnava anche a domicilio portandosi sulla schiena damigiane da mezzo quintale al quarto piano di case senza ascensore: un vero cuore Toro. Mio fratello è entrato in banca a 18 anni, subito vicino ai soldi: un vero juventino…> “Sarei disposto ad avere 37 e 2 tutta la vita in cambio della seconda palla di servizio di McEnroe”. Quanto manca uno come Beppe Viola al giornalismo sportivo? Non è anche colpa dei giornalisti senza un briciolo di ironia se il calcio è diventato una cosa troppo seria? <Certo che è anche colpa nostra. Non per tirarmela, ma quando qualche mese fa ad Arco di Trento, Sergio Zavoli mi hanno consegnato il Premio Beppe Viola ho provato un’emozione vera, forte. Il premio vero era vedere accostato il mio nome a un grande maestro di ironia che è sempre stato per me un punto di riferimento professionale. Agli antipodi dell’intelligenza, della leggerezza, del disincanto di Viola c’è tanto giornalismo sportivo di oggi che sgomita per guadagnarsi una briciola di televisione. Ho visto colleghi trasformati dalla popolarità e dalla riconoscibilità che dà la tv, compresi i teatrini urlati su certe reti private: si prendono così sul serio che fanno paura. Il giornalismo sportivo, a mio parere, ha due strade obbligate per garantirsi un futuro. Prima: la competenza tecnica, cioè l’approfondimento (inchieste, studi….) che la tv, superficiale per natura, non riesce a offrire. Seconda: l’approfondimento umano del campione e dell’evento sportivo, letti con ironia, sensibilità, scoperti oltre la maschera che offre in televisione. Se nei prossimi anni non saprà fare questa deviazione di percorso, il giornalismo sportivo della carta stampata sarà inevitabilmente assorbito dalla tv e meriterà di scomparire. Meglio prepararsi subito alla resistenza, rileggendo Viola, ma anche Arpino, Brera, Dino Buzzati al Giro d’Italia… gente che scriveva come giocava Meroni: con poesia e fantasia>.Capitolo Nazionale italiana. Impossibile per un C.T creare quegli automatismi di gioco che si vedono nelle squadre di club. Non c’è il tempo a disposizione per farlo. Sacchi ci provò. Fallì. Quali sono le Italie che hai visto giocare meglio? Questa, che segui per la Gazzetta, quanta strada farà? <Associo l’idea di bellezza al ricordo di due partite della Nazionale: l’Italia che sconfisse l’Argentina in casa sua nel ’78 e quella che 4 anni più tardi sconfisse il Brasile a Barcellona. Ricordo che vidi quella partita con mio padre, era pomeriggio. Avevamo chiuso il negozio per godercela in santa pace. La gente veniva a suonare il citofono per chiedere come mai fosse chiuso in orario di apertura. Davanti alla porta del negozio si formò una fila di casalinghe indignate. Era chiuso perché Pablito stava facendo la storia, care signore… Questo da spettatore tifoso. Da giornalista frequentatore della Nazionale ho visto grande spettacolo dal vero pochissime volte. Diciamo: nell’amichevole di agosto a Stoccarda, contro la Germania, qualche anno fa, l’Italia del Trap; bellina anche l’Italia di Lippi in Bielorussia, ma bisogna fare la tara degli avversari. Questa Nazionale mi piace soprattutto per la compattezza del gruppo. C’è armonia vera, un bello spirito, anche tra i grandi: Totti, Del Piero, Vieri… Ha giocatori di grande personalità e credo che possa fare un bel Mondiale. L’incognita è Lippi che ha lavorato bene solo nell’ambiente ovattato della Juve. All’Inter saltò in aria con più colpe che alibi e, in caso di falsa partenza, temo che possa accadere lo stesso nel clima teso di Mondiale dove si gioca ogni tre giorni e il ritiro prolungato fa rimbombare le polemiche. Per permalosità di carattere e insofferenza alle critiche, Lippi è più portato ad esasperare che a smorzare. Lo si è visto nei primi mesi della sua gestione azzurra, tanto che ora si parla della necessità di un’“operazione simpatia”. Se parte bene, l’Italia può arrivare in fondo. Se inciampa subito, il ritiro azzurro può diventare una polveriera: Lippi potrebbe trovarsi sotto tiro e pagare tutte le antipatie che si è guadagnato in questi anni>. Il giornalista Giancarlo Padovan allenava, non lo so se lo faccia ancora, una squadra di calcio femminile. Scrivi libri per ragazzi e ti piace il pallone: mai pensato di allenare una squadra di piccoli? <Sì, l’idea mi piacerebbe, ma non avendo tempo e modo per farlo, cerco di allenare i piccoli lettori ai valori migliori dello sport. Per la casa editrice Piemme (quella del famosissimo topastro Geronimo Stilton) scriverò una serie di libri (6 per cominciare) che avranno per protagonista una squadra di piccoli calciatori, allenati da un improbabile cuoco francese. I primi due libretti usciranno a maggio, prima del Mondiale. In questa squadra divertirsi sarà sempre più importante di vincere e rispettare l’avversario più importante di batterlo>. Le figurine Panini hanno perso il loro fascino a causa della televisione: è solamente una mia idea. Per più di una generazione di giovani le figurine rappresentavano l’unica banca dati per le notizie su squadre e calciatori. Poche informazioni, che però bastavano. Qui il mistero, qui il fascino. Che ne pensi? <Non sono attendibile sul tema figurine: le amo troppo. Tanto che ho scritto un romanzo folle in cui un giornalista rapito e il suo rapitore passano il tempo giocando con le Panini in una grotta della Barbagia. Titolo: <Cielo Manca> (Sonzogno). Il fascino delle figurine era il fascino della radio che ti costringeva ad immaginare ciò che non potevi vedere. La televisione di oggi che fa l’autopsia a una partita con cento telecamere non lascia margini all’immaginazione. Le figurine di una volta mostravano calciatori che assomigliavano alla gente comune e avevano sguardi sperduti, in imbarazzo davanti al fotografo. I calciatori nelle figurine di oggi sono così gonfi di muscoli che faticano a starci dentro e guardano sicuri, spesso arroganti, consapevoli del loro potere sociale e della forza della loro ricchezza. Oggi è quasi inconcepibile l’idea di album e comunque è più triste, perché da luglio a giugno un giocatore può aver cambiato maglia tre volte. Un tempo con le figurine si giocava sul marciapiede, oggi con la Playstation ci si spacca gli occhi e, a sentire certe tesi su Nesta, anche le dita>.
LUIGI LO CASCIO, LA NUOVA STAR DEL CINEMA ITALIANO di Andrea Molena
Sono passati ormai i tempi in cui al cinema italiano si criticava la mancanza di attori con la A maiuscola che riportassero in auge un mondo sempre più in crisi. Dopo i grandi Gassman, Mastroianni, Sordi, Tognazzi, Manfredi, Loren, Magnani, Vitti e tanti altri, il cinema italiano ha vissuto infatti una fase intermedia in cui c’era stato un ricambio generazionale con attori non all’altezza di quelli prima citati. Fase che ora sembra essere terminata grazie alla crescita di nuove leve. Una di queste è sicuramente Luigi Lo Cascio, attore che vede sempre di più crescere la propria fama grazie alle sue grandi doti interpretative mostrate in film anche con tematiche molto diverse fra loro: da pellicole sentimentali a ruoli forti di personaggi storici e di grande importanza sociale, passando anche per la commedia e il giallo poliziesco. Un attore a tutto campo che ha costruito il suo successo solo grazie a un preciso e lungo lavoro di gavetta a teatro (cosa che non hanno fatto interpreti più conosciuti dal pubblico, ma con scarse qualità). Luigi Lo Cascio nasce a Palermo il 20 Ottobre 1967. Frequenta l’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma e si diploma con un saggio su “Amleto” diretto da Orazio Costa; si fa subito notare in “Aspettando Godot” di Beckett e messo in scena da Federico Tiezzi, dove recita una piccola parte, ma soprattutto in “Sogno di una notte d’estate” di Carlo Cecchi. E’ affascinato dal teatro e non si ritiene adatto al cinema. Il caso, tuttavia, lavora per lui: lo zio Luigi Maria Burruano, che interpreta il padre di Peppino Impastato ne “I cento passi”, consiglia al regista Marco Tullio Giordana di provare suo nipote per il ruolo di Peppino dopo i tanti provini andati a vuoto. Il regista rimane impressionato e sceglie Lo Cascio come protagonista del suo film. Se “I cento passi” (2000) riscuote un grande successo di pubblico parte del merito è del bravissimo attore, che al suo esordio riceve subito un David di Donatello come miglior attore protagonista. Nel film Lo Cascio interpreta, appunto, Peppino Impastato, coraggioso attivista antimafia cresciuto in una famiglia di Cinisi legata a Cosa Nostra, un grande lottatore che va avanti fino al suo assassinio del ’78 nonostante le minacce e i contrasti familiari. Di tutt’altro genere è il secondo film interpretato dall’attore siciliano, che intanto si è stabilito a Roma: “Luce dei miei occhi” (2001) è infatti un film sentimentale dove recita in coppia con Sandra Ceccarelli, assieme a Maya Sansa la partner femminile preferita. Interpreta un autista che s’innamora della titolare di un negozio di surgelati piena di problemi: “Ho accettato la proposta di Piccioni (il regista) perché mi ha colpito la possibilità di interpretare un personaggio agli antipodi di Peppino Impastato. In questo film, a differenza del primo, parlo pochissimo”. Grazie a questo film vince la Coppa Volpi alla Mostra di Venezia. Successivamente conferma le sue qualità ne “Il più bel giorno della mia vita” (2002) di Cristina Comencini, dove traccia con finezza il ritratto di un avvocato omosessuale che vuole urlare contro i soliti pregiudizi. Commedia con risvolti drammatici è “Mio cognato” (2002) di Alessandro Piva. Qui è Vito, impiegato tranquillo e pignolo che passa un’intera notte col poco stimato cognato Toni (Sergio Rubini) alla ricerca dell’auto rubata. E arriviamo a “La meglio gioventù” (2003, trasmesso in 4 puntate da RaiUno), straordinario lungometraggio di M.T.Giordana concentrato sulle vicende di una famiglia italiana (i Carati) dagli anni ’60 ai giorni nostri. E’ la consacrazione totale e definitiva di Lo Cascio che riceve assieme ai “colleghi” Alessio Boni, Fabrizio Gifuni, Andrea Tidona e ad Adriana Asti, Maya Sansa, Jasmine Trinca e Sonia Bergamasco (l’intero cast) il nastro d’argento come miglior attore protagonista. Film che vede al centro il forte, ma anche discusso legame tra i vari membri della famiglia sullo sfondo della società italiana sempre in mutamento. Discusso e al centro di tante critiche è stato il film di Bellocchio “Buongiorno, notte” (2003), in cui Lo Cascio veste i panni del sequestratore di Aldo Moro: un’altra prova dell’incredibile dimistichezza e abilità con cui l’attore riesce a passare da un personaggio all’altro e a interpretare ruoli difficili e “rischiosi” anche in vicende non ancora risolte e vive nei cuori della gente come quella del sequestro del segretario DC. “La vita che vorrei” (2004) è un film romantico-sentimentale ancora con la Ceccarelli e ancora con la regia di Piccioni: è la storia d’amore tra gli attori Stefano e Laura vissuta in parallelo con i ruoli che interpretano nel film che li vede recitare assieme (un po’ come il teatro nel teatro di Pirandello). Film insolito per Lo Cascio è “Occhi di cristallo” (2004) di Eros Puglielli, dove interpreta l’ispettore Arnaldi all’inseguimento di un pericoloso assassino. Insolito perché è un film a grandi effetti speciali visivi e dove il sangue la fa da protagonista. Ancora grande successo alla Mostra di Venezia, quest’anno, con “La bestia nel cuore” di Cristina Comencini: qui è Daniele, il fratello della protagonista Sabina (Giovanna Mezzogiorno) alle prese con i ricordi e gli incubi legati alla sua infanzia. Sempre di quest’anno, ma ancora in fase di lavorazione, sono le pellicole “La guerra privata del Tenente Guillet” e “Mare buio”. C’è da credere che anche questa volta il bravo Lo Cascio ci stupirà. Si perché, ripeto, il grande attore, a mio modesto parere, è quello che riesce a spaziare fra un personaggio e l’altro senza aver alcun tipo di problema o difficoltà: questa caratteristica è stata riconosciuta a Lo Cascio dai maggiori registi contemporanei, che sicuramente ne sanno più di me. E’ per questo quindi che Luigi Lo Cascio è ritenuto, giustamente, la nuova star del cinema italiano.
INTERVISTA A BRUNO BERNARDI di Alberto Facchinetti
“C'è chi nasce Diego Armando Maradona e chi diventa Pavel Nedved”. La classe non è la stessa ma, in comune, questi due fenomeni del calcio di epoche diverse, hanno avuto da madre natura un fisico straordinario. Ciascuno, a modo suo, l'ha usato per esaltare le proprie doti tecniche e atletiche. Se il talento di Maradona è inarrivabile, il rendimento di Nedved può toccare picchi altrettanto inaccessibili, per quantità e qualità”. È il suo omaggio al giocatore che “si è fatto” col sacrificio. Ma di Bruno Bernardi calciatore dilettante, prima di diventare quel giornalista che ha seguito sei Coppe del Mondo e altrettanti Campionati d’Europa, si dice avesse una propensione maggiore per il ghirigoro bello ma talvolta inutile che per gli allenamenti. Tutto vero? Tutto vero. Ho giocato a livelli dilettantistici, ma i miei piedi, mi scusi la presunzione erano davvero buoni. Da serie A. Ho seguito da cronista 200 partite della nazionale: sono in grado di riconoscere il valore di un giocatore. Ecco, mi mancava il fisico. Lì peccavo, nel fisico. Capitava che Rocco, quando seguivo il Torino, mi facesse scendere dalla tribuna per farmi giocare la partitella d’allenamento. Io, accanto al mitico Giorgio Ferrini, a Gigi Meroni, a Hitchens, l’inglese. Una volta ho anche giocato con la De Martino, in maglia granata. Allenato da Bearzot. In campo con Bolchi e Pestrin. Avessi fumato meno… Ma, mi creda, preferisco così. Essere stato semplicemente un “testimone”. Mi piaccio come sono, dai. Il pallone e le carte: mi viene in mente la storica partita in quell’aereo che tornava da Madrid nell’ 82 o i ritiri pre-campionato: tra una scappatella e l’altra non è così faticoso immaginare calciatori intenti a “giocarsi tutto” in una camera d’albergo. Qualcun altro avrà associato la passione per le carte a quella “sorella” del whisky: qui si parla di tirare mattina in night pieni di fumo. Scrivendo la prefazione a “Scopone Arte Antica” avrà pensato a qualche calciatore? Ha azzeccato anche questa. Ma io sono un appassionato, più che un buon giocatore di carte. Quante partite con Boniek e Platini… assieme al povero Enrico Ameri, ma anche con Sandro Ciotti. Faccia la migliore Juve che possa immaginare, ci metta Zoff, Parola, Boniperti, Sivori, Platini, chi vuole. Reggerebbe il confronto con il Grande Torino? Metto Zoff in porta. Ho visto anche Sentimenti IV, forte. Ma Zoff era un’altra cosa. Buffon è fortissimo, forse ha più numeri e un fisico migliore, però Zoff aveva esperienza e senso tattico, fondamentale per un portiere. Con che modulo gioco? Alla vecchia perché devo mettere Scirea libero e Parola stopper, formidabili. Cabrini: terzino sinistro. Di destri ce ne sono stati tanti di buoni, ma scelgo Gentile. Una volta a San Siro per un Inter - Juve gli ho pronosticato la nazionale. Voleva andarsene da Torino perché aveva paura di non diventare titolare. Gli ho detto di stare tranquillo e che, conquistato il posto, non l’avrebbe tolto più nessuno. È diventato campione del mondo! A centrocampo voglio Tardelli. È arrivato alla Juve che era il terzino più forte al mondo, Trapattoni lo ha messo in mezzo al campo ed è diventato uno dei migliori nel ruolo. Platini in regia. Platini era tutto. Lasci che le racconti questa. Una volta gli ho dato un 5 nelle pagelle del lunedì. La Juve aveva giocato, e lui malamente, a Como. Non me l’ha perdonata per anni. Poi, siamo in Germania per gli Europei, 1988. Giochiamo assieme una partitella. Lui ormai aveva il culo di una matrona. Io, che fumavo 50 sigarette al giorno, ho fatto un gol incredibile. Michel non ha detto niente, ma da quel momento mi ha guardato con occhi diversi. Ha digerito solo allora quell’insufficienza. Aveva capito: io potevo dargliela. Continuiamo con la formazione. Causio a destra: la qualità, nel senso letterale del termine. Un divertimento vederlo giocare. Poi Boniperti. Mi dispiace non mettere Furino, otto scudetti non sono pochi. Avanti gioca John Charles e Omar Sivori. Perché il calcio è anche divertimento.Questa Juve reggerebbe il confronto con il grande Torino. Come no, scherziamo? Più forte non lo so, ma il derby potrebbe vincerlo. Non ho messo Borel. Farfallino, aveva il piede piccolissimo. C’ ho giocato assieme una volta. Io, giornalista poco più che ragazzo. Lui a 49 anni a levare le ragnatele da sotto l’incrocio con una punizione. Per fare quella partita amatoriale, Boniperti mi ha fatto prendere l’aereo. Era il mio primo volo. Gian Paolo Ormezzano: “Chi scrive queste righe va d'accordo su pochissime cose con Giampiero Boniperti, e questo è stato il presupposto per l'instaurazione di una fortissima amicizia basata sui confronti, sui contrasti, sul gioco psicogeometrico degli spigoli. Uno dei rarissimi punti di convergenza è sull'utilità supermassima di Valentino Mazzola per una squadra, qualsiasi squadra di qualsiasi football. Concetto sodo, sicuro. Il resto è leggenda, di quella tosta, sudata, operaia, altro che poetata”. Mazzola la prosa, e Gigi Meroni la poesia? Ho visto giocare Mazzola, ma i miei occhi erano quelli di un bambino. Fidiamoci allora di Boniperti, che ha sempre patito i derby, lo hanno sempre fatto morire: Mazzola il più grande giocatore del dopo guerra. Due spanne oltre Meroni. Mazzola: prosa e poesia. Ma anche Meroni non era solo poesia. Aveva gambe forti. Gigi, sapeva difendere palla come pochi. Pensandoci, a uno come Gigi io potevo somigliare. Era un artista. Morto troppo giovane per riuscire a dimostrare tutto il suo valore. Rocco che amava i giocatori di temperamento ha fatto poche eccezioni. Erano per Meroni, Rivera e Bernardi.
EUROPEI ’68, LA VITTORIA DIMENTICATA di Andrea Molena
Se chiedete a qualcuno quali sono state le pagine più emozionanti vissute dalla nazionale italiana di calcio, questo vi risponderà sicuramente la vittoria al Mundial ’82 (uno meno giovane anche le vittorie mondiali del ’34 e del ’38), il memorabile 4-3 alla Germania in Messico nel ’70 o le grandi prove (finite in grandi delusioni) nel mondiale argentino del ’78, in quello casalingo del ’90 e negli Europei 2000. Quasi certamente non vi citerà l’affermazione all’Europeo ’68, giocato proprio nel nostro paese. Un trionfo ingiustamente sottovalutato se si pensa che in quella nazionale giocavano calciatori come Mazzola e Rivera, Zoff e Facchetti, Riva e Anastasi, quindi quasi tutti coloro che avrebbero partecipato ai mondiali messicani 2 anni più tardi (a mio avviso la più grande Italia di tutti i tempi). Inoltre questa vittoria “scomparsa” rimane l’unica in questo torneo e rappresenta il ritorno al primato in una competizione dopo 30 anni dal mondiale ’38. Tanti possono essere i motivi di questa dimenticanza: l’ancora viva delusione per la sconfitta con la Corea nel ’66 o la poca importanza all’epoca di un torneo nato da appena 8 anni. Se però nominiamo il ’68 ci vengono in mente altre cose che nulla hanno a che fare col calcio: le manifestazioni studentesche, la primavera di Praga, il “maggio francese”. Ecco le vere cause, i fatti che hanno occupato la mente e le coscienze degli italiani in quegli anni. La storia e la società stavano cambiando, non si poteva pensare ad altro e non ci si poteva fermare. Adriano Sofri, in un’intervista a “Sky racconta” di D. Pastorin, afferma che la sua esistenza nel ’68 era tutta incentrata sul tentativo di fare la rivoluzione, non c’era spazio per passioni o passatempi. Eppure anche il calcio rappresentava un’occasione di protesta contro i padroni e i borghesi bempensanti: l’ex leader di Lotta Continua ricorda com’era diviso il tifo allo stadio, da una parte la curva dei proletari, dall’altra la tribuna dei padroni, tutti a battere il cuore per la stessa squadra. Tornando a parlare di calcio “giocato”e di quell’Europeo, la nazionale azzurra ci arrivò passando le qualificazioni contro Romania, Svizzera e Cipro (5 vittorie e 1 pareggio) ed eliminando ai quarti la Bulgaria (sconfitta 3-2 a Sofia, vittoria 2-0 a Napoli). La fase finale a quei tempi si giocava in un unico paese solo dalle semifinali e l’Italia nel ’68 ebbe appunto quel vantaggio. Per entrare nella finalissima contro la Jugoslavia (battuta l’Inghilterra 1-0 a Firenze), l’Italia deve superare l’ostacolo URSS: il 5 Giugno a Napoli finisce 0-0 dopo i tempi regolamentari e supplementari. Tutto quindi sarà deciso dal sorteggio della monetina (a quei tempi non si tiravano i rigori per decidere la vincitrice): arbitro e capitani negli spogliatoi, le squadre e i 70000 del San Paolo fuori ad attendere col fiato sospeso. Al primo lancio la monetina si fermò in bilico contro la gamba di un tavolo, si dovette ripetere l’operazione e questa volta l’Italia ebbe chiaramente la meglio. L’8 Giugno l’Olimpico di Roma ospitò le finali, prima quella per il terzo posto vinta dall’Inghilterra campione del mondo (2-0 sull’URSS), poi la sfida per il primo posto tra Italia e Jugoslavia alle 21:15 davanti a 80000 persone. Finì 1-1 (39’ Dzajic, 80’ Domenghini su punizione), quindi ci fu bisogno della ripetizione 2 giorni dopo, stesso stadio e stessa ora. Valcareggi cambia molti uomini rispetto alla prima finale: fuori Lodetti, Prati, Ferrini e Juliano (Rivera si era infortunato in semifinale contro l’URSS), dentro Salvadore, Rosato, Mazzola, De Sisti. Mossa azzeccata del nostro ct che, al contrario del collega slavo Mitic, teme la stanchezza per la partita giocata appena 2 giorni prima. Riva al 12’ e Anastasi al 31’ firmano le reti del trionfo azzurro davanti a 50000 persone, che alla fine festeggiano con una memorabile fiaccolata una vittoria strameritata per il gioco esaltante mostrato dagli azzurri. Era l’Italia degli esordienti (o quasi) Zoff, Prati, De Sisti e Anastasi, della colonia interista composta da Mazzola, cap. Facchetti, Domenghini e Burgnich, del grande Rombo di Tuono Riva e del genio di Rivera (sebbene infortunato nell’ultima fase del torneo). Una nazionale che sarebbe arrivata 2 anni più tardi in Messico, con i vari innesti, dietro solo al Brasile di Pelè e alla stanchezza per l’eterna semifinale con la Germania. Assi storici del calcio italiano che hanno portato l’Italia sul tetto d’Europa in una fase in cui il nostro paese e l’Europa intera guardavano da tutt’altra parte.
GIOVANNA MEZZOGIORNO, SEI UNA BOMBA! di Pierangelo Rubin
Il piccolo porticciolo dell’hotel Excelsior al Lido di Venezia ha visto l’arrivo di molte dive. Dive italiane e straniere, bionde e more, ossute e prosperose, caste e provocanti. Intendiamoci subito: col termine diva non intendo per forza attrice e con il termine attrice non intendo per forza una donna che sappia recitare. Credo tutti voi conosciate Monica Bellucci e Martina Stella. La prima era al Festival quest’anno, la seconda l’anno scorso. Entrambe hanno realizzato alcune pellicole nelle quali avevano ruoli importanti. Tuttavia entrambe, almeno a mio avviso, hanno un’idiosincrasia verso la recitazione. Non credo che il mondo della moda sia la palestra ideale per il cinema. Dive? Credo di si, almeno la maggioranza della popolazione italiana le considera tali (popolo bue). Attrici? Così si definiscono, per me no, ma se insistete almeno lasciatemi dire che non sanno recitare. Fortunatamente il porticciolo del Lido quest’ anno ha visto l’arrivo di Giovanna Mezzogiorno. Fortunatamente perché è un’attrice che sa recitare, recitare sul serio, ed è una donna bellissima. Se non ci credete, forse perché avete guardato sempre con distrazione fotografie che la immortalano, guardate ora, con attenzione, una foto dell’attrice che giustamente ha vinto la Coppa Volpi, guardatela per un paio di secondi, fatevi ipnotizzare dai suoi occhi, così intensi, così espressivi ed enigmatici. Adesso fate scivolare il vostro sguardo sulla figura intera vi accorgerete che non mento se dico che è bellissima. Giovanna è nata a Roma il nove novembre del 1974, figlia degli attori Cecilia Scacchi e Vittorio Mezzogiorno. Fin da giovanissima sente l’irresistibile attrazione per la recitazione, decide quindi di andare a Parigi al Centro Internazionale di Creazioni Teatrali diretto da Peter Brook. Durante la stagione 1995/’96 debutta sul palcoscenico con lo spettacolo “Qui est là” diretto dal suo professore sopraccitato. Interpreta con classe e passione il ruolo di Ofelia, le giurie del premio Coppola-Prati se ne accorgono e le fanno ricevere l’onoreficenza. Nel 1997 debutta nel grande schermo diretta da Sergio Rubini in “Il viaggio della sposa” che è uno strano road movie ambientato nel ‘600 che vede protagonista una giovane che sta per essere condotta dal suo futuro marito che non ha mai visto. Anche per il suo primo lavoro cinematografico la Mezzogiorno raccoglie giudizi entusiastici e premi per l’interpretazione: Targa d'Argento "Nuovi talenti del cinema italiano", Grolla d'oro, Globo d'oro della stampa estera e Premio Flaiano come migliore interprete femminile. Davvero un inizio stupefacente. Nel 1998 viene diretta da Michele Placido ne “Del perduto amore” dove recita al fianco di attori ben più navigati ed esperti, come lo stesso Placido, Fabrizio Bentivoglio ed ancora una volta Sergio Rubini, ma è lei la protagonista del film intorno alla quale si intreccia la trama. Giovanna è una giovane militante del P.C.I. verso la fine degli anni ’50 che cerca di aiutare, anche attraverso l’istruzione, le sue compaesane. Anche questa volta impressiona i critici che la premiano con Nastro d’Argento, Ciak d’Oro e Premio Pasinetti come Migliore attrice protagonista. L’anno successivo reciterà ancora con Placido, diretta da Maurizio Zaccaro, in “Un uomo perbene”. Il film narra la triste storia del presentatore Enzo Tortora incarcerato e poi dimostrato innocente. Accanto a Giovanna recitano Stefano Accorsi, Mariangela Melato, Leo Gullotta e Giuliano Gemma. Nello stesso anno recita insieme a Claudio Bisio nel film “Asini” diretta da Antonello Grimaldi. L’anno d’oro della sua carriera resta comunque il 2000, che la vedrà impegnata in più lavori. Ma andiamo con ordine. Fra Praga e Parigi lavora al film-TV “Les Miserables” per la regia di Josée Dayan, con autentici mostri sacri come Gerard Depardieu e John Malkovich; in Danimarca è una delle interpreti del film “Nobel” di Fabio Carpi e in Italia è impegnata prima con Eros Puglielli ne “Tutta la conoscenza del mondo” e poi con Muccino in “L’ultimo bacio”. Il successo di quest’ultimo film è enorme e Giovanna diviene, giustamente, la più grande attrice italiana dell’ultima generazione. Nel 2001 la vediamo impegnata in “Malefemmene” di Fabio Conversi e in “Stai con me” di Livia Giampaolo dove recita al fianco di Adriano Giannini. Altro anno di grazia è il 2002 che proprio come il 2000 la vede impegnata in più pellicole. “Ilaria Alpi-Il più crudele dei giorni” di Ferdinando Vicentini Orgnani dove è la giornalista Alpi, appunto, che viene assassinata in Somalia. La pellicola più importante dell’anno resta comunque “La finestra di fronte” di Ferzan Ozpetek che la vede recitare con Raoul Bova e Massimo Girotti. Qui è una donna forte, emancipata, sensibile ed intelligente, caratteristiche che non ci possono non far ricordare l’attrice. Per l’interpretazione di questo film sarà premiata con il David di Donatello, il Ciak d’Oro, il Nastro d’Argento, il Globo d’Oro dalla Stampa Estera, il Flaiano, il Karlovy Vary, come Migliore attrice protagonista. L’anno successivo è ancora diretta da Sergio Rubini per “L’amore ritorna” (grazie al quale vince un altro Nastro d’Argento, questa volta come Miglior attrice non protagonista) e in Francia per la regista Marie-Anne Chazel recita ne “Il club delle promesse”. Leggiamo come si espresse la critica cinematografica Roberta Bottari del Messaggero su questa pellicola: “Una commedia leggera, certo, ma con una protagonista (Giovanna Mezzogiorno) che leggera non è mai, nel senso buono del termine. E, infatti, regala intensità e profondità a una commedia che, altrimenti, rischiava di diventare una commediola." Arriviamo ai giorni nostri. “La bestia nel cuore” di Cristina Comencini è in concorso a Venezia. Nel cast: Luigi Lo Cascio, Alessio Boni, Stefania Rocca ma soprattutto lei, Giovanna Mezzogiorno, che è un’attrice affermata e nell’immaginario comune, insieme a Maya Sansa, rappresenta il presente e il futuro del cinema italiano femminile. Qui è una doppiatrice che vive felice con il proprio compagno. La scoperta di essere incinta la scuote e le fa scoprire ricordi della sua infanzia dimenticati. La giuria non resta insensibile davanti all’ennesima grande prova recitativa della Mezzogiorno, anzi decide di premiarla con la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile. Un altro premio per il suo impegno e le sue qualità d’attrice, questa volta però è il premio più importante e più prestigioso che si possa consegnare in Italia. Lontani i tempi della Mangano, della Cardinale, della Vitti, della Magnani, però mentre si guarda un film con Giovanna Mezzogiorno sembrano meno lontani.
INTERVISTA AGLI SKIANTOS di Pierangelo Rubin
Freak Antoni e Dandy Bestia si raccontano: il demenziale, i giovani d’oggi, i loro progetti e il rock come lo intendono loro: una fenice.
Chi l’avrebbe mai detto che un gruppo storico italiano come gli Skiantos sarebbe venuto dalle nostre parti, l’anonima, umida e nebbiosa provincia veneziana, per un concerto? Credo non molti, ma così è stato, ed ovviamente, da bravo spaccapalle che sono, non potevo lasciarmi scappare la possibilità di un’intervista ai cinque bolognesi. Ho parlato con gli organizzatori del concerto e mi sono fatto promettere un po’ di minuti prima del soundcheck, Skiantos permettendo, ovviamente. E gli Skiantos hanno permesso e, anzi, sono stati molto gentili e disponibili. Appena smontano dal loro pulmino vengono avvicinati da un tecnico che li parla di una piccola intervista, Freak accetta subito e con lui Dandy Bestia. Andiamo in quello che dovrebbe essere il loro spogliatoio, Freak si siede davanti a me, la voce calma e tranquilla, Dandy al suo fianco mangia un po’ di frutta. Sono nervoso, cazzo, questa è la prima intervista che faccio di persona, le altre le facevo via mail, ma il cantante e il chitarrista mi fanno sentire subito tranquillo, non si danno le arie da rock’n’roll star del cazzo, anzi mi sembra d’aver davanti due amici che non vedo da tempo e che mi vogliono raccontare cosa hanno fatto in tutti questi anni. 1)Una volta avete dato questa definizione di demenziale: “Demenziale: cocktail di ironia, improvvisazione, poesia quasi surreale, cretinerie, paradossi e colpi di genio”. Oltre a voi, tenendo presente questa definizione, chi fa musica demenziale? Freak Antoni “Io non voglio essere assolutamente rigido, per cui chi si riconosce nel genere demenziale ben venga. Anche se gli artisti hanno poi tutto il diritto di scegliere una strada propria, secondo il proprio stile e la propria originalità. Elio e le storie tese potrebbero essere demenziali. Noi fummo costretti ad esporre la nostra idea di demenziale in questa formula che cercava di semplificare le cose e di dire in poco spazio quello che per noi era il demenziale. Ci importa comunque far sapere che il demenziale non è solo la barzelletta volgare, e che non basta fare canzoni un po’ barzellettiere per passare per demenziale, il demenziale avrebbe anche la presunzione di affrontare argomenti seri tra le pieghe dell’ironia. Questa è la nostra formula, la formula nella quale noi crediamo. Si possono fare anche discorsi “impegnati” all’occorrenza usando soprattutto l’ironia, senza far retorica e predicazione. Quindi il nostro modello ideale è fare canzoni ironiche, a volte comiche, a volte surreali e sempre con una punta di divertimento, facendo dell’autoironia alla Woody Allen per esempio. In Italia c’è Paolo Villaggio, la sua maschera di Fantozzi è veramente demenziale ed è molto profonda, molto più profonda dell’aspetto boccaccesco e popolare che è pur divertente. Dietro alla maschera di Fantozzi o di Fracchia si celano le frustrazioni dell’italiano medio. Volendo usare una parola irritante, il personaggio ha uno spessore che a noi piacerebbe avere. Non dimentichiamoci le barzellette, noi ascoltiamo molto gli Squallor, Dandy Bestia è un cultore degli Squallor. Il fatto che improvvisassero fece sì che molte loro canzoni fossero dei capolavori e molte altre, forse la maggioranza, fossero poco riuscite.” Dandy Bestia “Mi sono piaciuti molto gli Squallor, ma gli Skiantos sono molto diversi. Noi usiamo l’ironia per dire delle cose importanti, a volte tragiche. Gli Squallor usano un’ironia prettamente goliardica, senza nessuno sbocco: ridere per ridere mentre noi, ripeto, lavoriamo sull’ironia e sull’autoironia per dire anche cose importanti.” 2)In uno dei vostri ultimi lavori hanno collaborato anche Dalla, Carboni e Branduardi. Non molti si sarebbero aspettati questi ospiti da voi. FA “Perché mai?! Carboni stesso ha più volte detto, anche in molte interviste, di aver iniziato la sua carriera musicale dopo aver sentito gli Skiantos. Noi abbiamo sempre cercato di diffondere un contagio. Siamo nati a metà degli anni settanta e non ne potevamo più di cantautori, disco music e rock melenso tutto pailletes e lustrini. Come ho già detto prima ognuno adotta la strada che preferisce. Prima abbiamo ascoltato “Doppia dose”, un disco che noi facemmo alcuni anni fa e che io mi sbilancio nel dire che nel nostro piccolo era straordinario perché siamo riusciti a raccogliere il contributo di artisti molto diversi e apparentemente a noi molto distanti. Lucio Dalla ci disse “Fratelli, vengo”, venne e diede il suo contributo così come tutti gli altri. Venne anche Shel Shapiro, cantante e frontman dei Rocks, uno delle nostre divinità, uno dei nostri miti degli anni sessanta. Gli altri li abbiamo invitati con grande piacere; da Samuele Bersani che cantò molto bene “Non sono un duro, guarda come piango” a Carboni che collaborò con “La sonnolenza provoca dipendenza” (anni dopo una giornalista maliziosa ci disse che eravamo stati un po’ crudeli a fargli cantare proprio quella canzone, visto il suo modo di cantare particolarmente rilassato). Si pensa sempre agli Skiantos come un gruppo in trincea contro tutti e contro tutto, questo è vero fino ad un certo punto; noi vogliamo avere dei rapporti anche con l’esterno.” 3)Dal “Corriere della Sera” dell’undici luglio 2005, un’intervista di Mario Luzzato Fegiz agli Skiantos, leggo questa risposta “I giovani sono prevedibili perbenisti, imparino ad essere meno scontati”. Perché pensate questo? DB “Ovviamente è un’esagerazione di una sensazione che abbiamo, certamente portata all’eccesso perché le esigenze dell’ironia sono quelle, si può sparare alto. Poi chiaro ci sono dei giovani preparati e in gamba che mi piacciono molto. In generale però noi la tendenza la vediamo così, sono degli estremisti del perbenismo, per citare una canzone di Freak. Sono diversi da noi perché noi lottavamo con i genitori per conquistarci gli spazi, i giovani odierni visto che hanno tutti gli spazi possibili immaginabili forse si trovano senza qualcosa da desiderare. Noi abbiamo dovuto conquistarci tutto, dal permesso per uscire la sera al permesso per rientrare più tardi. Adesso escono anche prima, poi magari buttano dei sassi giù dai cavalcavia. La vediamo così, ovviamente sul disco c’era una provocazione. Come tutto il repertorio Skiantos bisogna fare uno sforzo metalinguistico, cioè dietro alla metafora c’è un altro significato. Non ci si può fermare all’affermazione, quando abbiamo scritto la canzone “Calpesta il paralitico” è chiaro che nessuno di noi ha mai pestato un paralitico, il gioco però era quello di dirlo, di dire una cosa assolutamente proibita, immorale, deficiente. E’ un po’ questo il senso dell’ironia, bisogna quindi prendere tutto con beneficio di inventario e leggere fra le righe.” FA “Calpesta il paralitico”era una provocazione per tutti coloro che nutrono tutti questi buoni finti sentimenti verso gli handicappati, che non si sporcherebbero mai le mani davvero con un handicappato però fanno finta di essere solidali. La canzone è stata molto apprezzata dai portatori di handicap che ci hanno chiesto di diffonderla come messaggio contro tutti i moralismi di comodo nei confronti dei paralitici. Quindi proprio come la canzone sui giovani è una provocazione che però pesca in alcune osservazioni fatte dal vero. Ci sembra che i giovani d’oggi, anche se è sempre sbagliato generalizzare, siano viziati, garantiti e questo li ha chiaramente rammolliti. Ci sembra che non abbiano tante mire, tanti obbiettivi nella propria esistenza. Sono molto annoiati e poco motivati. Non pensiamo tuttavia che questa generazione sia peggio delle altre, ogni generazione, poi, per certi versi si assomiglia.” 4)C’è un ritorno di fiamma, a livello cinematografico, per il periodo in cui siete nati, penso a “Paz!” ma anche a “Lavorare con lentezza…”, che effetto vi fa? FA “Voglio essere sincero, non crediamo molto nella dietrologia, nel retrò, non pensiamo sia vantaggioso vivere questo ritorno di fiamma. I revivals non portano mai a granchè. Siamo più orientati verso il futuro, prova ne sia il nostro nuovo disco “Sogno improbabile” di canzoni inedite presentate a “Colorado cafè live”. Ci interessa andare avanti, quindi non siamo molto lusingati dal fatto di essere “storici” cioè consegnati alla storia della canzonetta italiana, ma non siamo nemmeno imbarazzati, non ci interessa essere comunque e sempre giovani secondo lo stereotipo giovanilista. Ci lusinga il giusto, il non troppo, vorremmo esprimerci ancora. Abbiamo ancora molte cose da dire, ci piacerebbe andare avanti a vedere cosa succede.” 5)Il rock vi da ancora lo shock? FA “Sempre. Sempre cercando delle nuove formule. Siamo convinti che il rock sia una fenice che risorge sempre dalle proprie ceneri. Come ogni forma d’arte popolare, radicata nell’immaginario generale, collettivo, quando sembra non abbia più risorse, è proprio allora che il nuovo genio si presenta. Successe con Jimi Hendrix riguardo la chitarra. Sembrava che la chitarra non avesse più niente da dire, il genio di Jimi Hendrix ha dato una nuova strada inimitabile, per cui non ha fatto discepoli, perché il suo suono è talmente irripetibile che appena ci provi allora ti dicono subito che vuoi fare qualcosa “alla Hendrix”. Però ci sono delle rivitalizzazioni, dei rilanci nel rock che in qualche modo lo rendono eterno, sempre verde. Noi siamo sempre emozionati davanti alla musica rock anche delle ultime versioni e proposte musicali. Ci piace la musica rock, per dirla alla Lou Reed abbiamo dei limiti grandiosi, il balletto ci annoia, la musica classica ci piace ma a volte ci ammorba, il rock quando riesce ad avere effetto su di noi ha un effetto devastante per il nostro spirito, corpo e cervello. Siamo nati con il rock, quindi siamo dei rockettari irriducibili.”
Il soundcheck deve iniziare e le mie domande sono finite, Freak e io ci scambiamo un pio di battute prima di lasciarci, la sua ultima è “Lunga vita al Comitato Meroni”. Lunga vita a voi, lunga vita agli Skiantos.
RINGRAZIO A NOME DI TUTTI I MEMBRI DEL "COMITATO GIGI MERONI" GLI SKIANTOS, PER LA GENTILEZZA E LA DISPONIBILITA' DIMOSTRATA.