"E' protestare questo? A me sembra che sia semplicemente vivere. Dignitosamente. Sapersi al mondo: ecco". GIGI MERONI
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PIERANGELO RUBIN
Nonostante fumasse 20 sigarette al giorno ha deciso di smettere. Sarebbe un Rivera dei nostri giorni. Ma non lo sapremo mai con certezza. Collabora con "Il Mattino di Padova" e la "Nuova di Venezia e Mestre".
ALBERTO FACCHINETTI
Il Mario Kempes della Terza Categoria. Difficile rapporto con il gol e con le donne in genere. Cronista sportivo per “La piazza”.
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INTERVISTA A GIOVANNI LODETTI di Pierangelo Rubin
Giovanni Lodetti, leggendario centrocampista anni ‘60/’70, racconta il Milan e la Sampdoria (altra squadra in cui giocò) dei suoi tempi, spiega perché il 1970 fu l’anno più drammatico della sua carriera e ci descrive Gigi Meroni.
Campione d’Europa e del Mondo con il Milan, campione d’Europa con la Nazionale, una vita passata a correre dietro ad un pallone per aiutare i compagni più tecnici (Rivera prima, Suarez dopo) che non avevano i suoi polmoni, il mento infinito (da qui viene il soprannome “Basletta”), pochi capelli in testa fin da giovane e tanta, tanta grinta: Giovanni Lodetti. L’ho contattato grazie a Danilo Sarugia, che ringrazio moltissimo, e sono riuscito ad intervistarlo on-line.
Quanto pensa sia cambiato il suo ruolo, dai suoi tempi ad oggi? Credo sia cambiato radicalmente. Allora un giocatore che aveva il mio stesso ruolo aveva un avversario fisso. Su venti derby di Milano diciotto volte m’è toccato Luisito Suarez, contro il Bologna avevo Bulgarelli, contro la Roma o la Fiorentina De Sisti, contro la Lazio Governato, contro il Torino Ferrini, contro il Napoli Juliano. Era un confronto diverso da quello di adesso, adesso il centrocampista è più in movimento ma con un raggio d’azione limitato nel senso che corrono di più ma corrono tutti. Allora il centrocampista aveva un ruolo di marcatura ma doveva anche offendere, secondo me era molto più dura allora che adesso. E’ cambiato molto, adesso si gioca a zona, ognuno ha la sua zona e quindi corrono tutti, il gioco è diverso. Secondo lei ci sono dei giocatori che le assomigliano per il loro modo di giocare? Dal punto di vista dinamico sicuramente Rino Gattuso, anche se lui è molto più duro nello scontro, più irruento. Io mi definirei un mix fra lui e Ambrosiani, perché, ripeto, marcavo ma dovevo anche creare gioco e spesso sono anche andato a rete. Comunque ripeto Gattuso è quello che mi assomiglia di più dal punto di vista dinamico. Nella stagione 1968/69 il Milan, nel quale lei giocava, vinse la Coppa Campioni, in semifinale incontraste il Manchester di George Best, che effetto vi fece giocare contro di lui? Onestamente devo dire che da parte nostra non c’era molto risalto nei confronti dell’uomo. C’erano meno notizie di adesso, c’era meno diffusione di quello che avveniva in quel periodo, però sapevamo che l’anno precedente il Manchester United aveva vinto la Coppa dei Campioni anche grazie a lui e che era un grande giocatore. Insieme a lui c’erano i campioni del mondo Bobby Charlton, Nobby Stiles… Una squadra assolutamente straordinaria. Anquilletti le potrebbe senz’altro parlare in maniera più approfondita di Best, era lui il marcatore diretto del nordirlandese, io posso dire che era un giocatore che se guadagnava qualche metro, bruciava il difensore e creava molti problemi alla difesa. In finale poi incontraste l’Ajax di Cruijff. Il Cruijff che incontrammo in finale era un giocatore che non aveva ancora raggiunto la piena maturità. Avessimo incontrato l’Ajax un paio d’anni dopo ci sarebbero stati senz’altro molti più problemi. C’ è andata bene, noi eravamo una grande squadra mentre loro stavano ancora sbocciando, siamo riusciti a batterli abbastanza agevolmente, infatti eravamo sicuri di vincerla. La vera finale, a mio avviso è stata quella col Manchester. Anno di disgrazia 1970, non venne incluso nella lista dei nazionali di Messico ’70, venne scaricato dal Milan e si ritrovò alla Sampdoria. Fu un anno disastroso! Ritengo che oltre ai 22 convocati per un Mondiale ce ne siano sempre altri 20 che potrebbero essere da Nazionale. Di questo gruppo di quaranta giocatori avevo fatto parte nel ’66, nel ’68, nel ’70 invece non ce la feci. La mia esclusione dalla rosa azzurra determinò la mia cessione. Perché in quegli anni i giocatori che erano stati convocati per le fasi finali dei Mondiali non sarebbero stati trasferiti durante la campagna acquisti. Io feci ritorno dalla Nazionale e fui messo sul mercato. Fui scaricato dal Milan in un attimo. Quelli furono due mesi terribili per me, mi ritrovai alla Sampdoria che non era la Samp che poteva vincere i campionati o che puntava alla Uefa o alla Champions come adesso, ma bensì che se ti andava bene ti salvavi l’ultima domenica. Alla Sampdoria come primo allenatore incontrai Fulvio Bernardini, un personaggio straordinario, sia dal punto di vista tecnico che umano. Era attento a tutti particolari tecnico-tattici ma sdrammatizzava sempre, era piacevolissimo lavorare con lui. Poi venne Heriberto Herrera. Forse era troppo duro, anche se credo sia stato il precursore della disciplina, dell’attenzione al lavoro, della determinazione. Nessuno come lui riusciva ad ottenere quello che desiderava un allenatore dai suoi giocatori, però alla fine in quel periodo era abbastanza pericoloso, dopo un po’ che mi allenava gli dissi “Io a San Vittore non ci sono mai stato, ma con lei ci sono vicino”. Troppo duro, non lasciava niente di intentato ma allo stesso tempo non dava spazio ad una situazione che poteva essere anche più leggera. A Genova giocai tre anni con Suarez e due con Lippi. Da avversario Luis è stato il giocatore che ho ammirato di più, secondo me un vero fuoriclasse, non gli mancava assolutamente nulla. Tecnicamente eccezionale, grintoso, molto forte fisicamente, sempre pronto e determinato in ogni occasione e circostanza. Ho marcato due volte Bobby Charlton, Di Stefano verso la fine della sua carriera ma Suarez è stato quello che più mi ha impressionato, non a caso è stato anche Pallone d’oro. Credo che meglio di lui, nel suo ruolo, in quegli anni non ci fosse nessuno. Si ricorda di Carlo Petrini che giocò con lei un anno al Milan? Certo che me lo ricordo Carlo, un giocatore di grande qualità, molto forte fisicamente e anche tecnicamente. Probabilmente quando è venuto al Milan non era pronto per il salto verso la grande squadra e soprattutto non era pronto per il gruppo che Rocco pretendeva dentro la squadra. C’era una precisa situazione dentro la squadra, dentro lo spogliatoio e dentro la società. Carlo Petrini quando è venuto da noi venne con qualità eccezionali ma non riuscì a sfondare, per me aveva tutti i mezzi tecnici per farlo, ma Rocco era uno che pretendeva disciplina e che tutto funzionasse bene secondo i suoi criteri. Per Carlo questo non andava bene e questo gli impedì di diventare grande nel Milan. Adesso Petrini scrive dei libri in cui denuncia combine, uso di doping… Ho letto qualche libro di Carlo. Sono un po’ sbalordito e meravigliato per quello che scrive e che si sente, è dura digerire cose così. Adesso è quasi cieco, io non l’ho più visto né sentito, l’ho rivisto in una trasmissione alcuni anni fa e non stava già bene, me ne dispiacque, quello che gli è successo è terribile. Certo le cose che scrive sono pesanti. Lei conobbe Jimmy Greaves che giocò solo 10 partite con la maglia rossonera ma fece 9 gol, un funambolo in Gran Bretagna, un bidone in Italia. Quando io mi affacciai in prima squadra al Milan c’era Greaves appena acquistato. Giocò fino a novembre, io mi andavo ad allenare con loro e vidi che era un giocatore assolutamente straordinario, però non pronto al Campionato Italiano per la sua disciplina, era abituato in maniera diversa, ad un altro spirito. Infatti se ne tornò in Inghilterra e arrivò Dino Sani che fece la fortuna del Milan. Quando arrivò dal Brasile sembrava non adatto, invece aveva un senso tattico, una classe e una personalità straordinaria e anche grazie a lui il Milan vinse un campionato alla grande. Chiudendo dico che Jimmy era un personaggio tutto suo, si presentava al campo quando voleva lui, non ascoltava Rocco, la società. Era un vero anarchico, mi ricordo che mentre era a Milano disputò un derby, il Milan vinse due a zero, fece un gol incredibile e il giorno dopo non lo si trovava più. Nessuno sapeva dove era andato. Pierangelo Belli, secondo portiere del Milan per vari anni, oltre che mio omonimo (è per questo che chiedo informazioni su di lui), che cosa fa ora? L’ho sentito un po’ di tempo fa, si è completamente estraniato dal mondo del calcio, vive a Milano e sta bene. Credo sia stato un po’ sfortunato perché aveva grandi doti. La prima volta che si infortunò Cudicini gli soffiò il posto in squadra. Tecnicamente bravo forse fragile caratterialmente. Eravamo molto amici, soprattutto ai tempi delle giovanili. Lui, come me era un ragazzo un po’ magro e allora la società ci mandava ad ossigenarci ad Asiago, li nacque la nostra amicizia. Che ricordo ha di Meroni uomo e di Meroni giocatore? Come uomo Meroni è stato senz’altro un personaggio all’avanguardia. Mi ricordo quando si presentava al raduno con quei capelli alla Beatles, gli occhiali neri, era un personaggio unico e anche un po’ in vista perché nessuno a quel tempo osava quanto lui. Aveva anche un certo tipo di abbigliamento che disegnava lui stesso e che vestiva. Sono stato in camera con lui in parecchie occasioni, soprattutto con la Nazionale B, era una persona bravissima: straordinaria: affabile, gentile, cortese sempre, molto disponibile, stravagante nel suo essere. Come giocatore l’ho incontrato quando giocava nel Genoa e io nel Milan, era straordinario, pieno di vita e di classe, faceva cose incredibili con il pallone. Ho un ricordo bellissimo da parte mia nei suoi confronti.
RINGRAZIO A NOME DI TUTTI I MEMBRI DEL “COMITATO GIGI MERONI” GIOVANNI LODETTI, PER LA GENTILEZZA E LA DISPONIBILITA’ DIMOSTRATA.
GEORGE BEST IN ROCK MAY YOU REST di Pierangelo Rubin
George Best non c’è più. A 59 anni il più geniale, imprevedibile, fantasioso campione britannico di calcio se n’è andato. Se n’è andato nello stesso modo in cui ha condotto gran parte della sua vita: sotto i riflettori. Se n’è andato con coraggio come ha condotto la sua intera esistenza, ha avuto la forza di farsi fotografare in condizioni pessime, pochi giorni prima di morire, la pelle gialla, il volto consunto dall’alcool. Ha avuto la lucidità di capire che anche in punto di morte poteva servire a qualcuno. Quella foto è andata su tutti i giornali accompagnata da una scritta “Non fate come me”. Alcuni giorni fa ha avuto un improvviso miglioramento, addirittura non ha avuto bisogno del respiratore artificiale, di cui da un po’ di tempo necessitava, poi un’altra ricaduta e la fine. George Best sta tutto qui, nella forza e nel desiderio di lottare sempre, comunque anche quando tutto sembra impossibile, soprattutto se la sfida è impossibile. Giocava nel Manchester United, con Charlton e Law compose un trio d’attacco funambolico e concreto, tutti e tre vinsero un pallone d’oro, non so quante squadre europee al tempo potevano permettersi tanta abbondanza. Lui il pallone d’oro lo vinse nel 1968, mai anno e giocatore sono mai stati tanto simili. Lo chiamavano il quinto Beatle per il suo taglio di capelli, e lui su questo scherzava. Era un grande playboy, si portò a letto ben tre Miss Mondo ed un’infinità di stelle, stelline e modelle. Gli piaceva anche giocare d’azzardo e sui tavoli verdi dei casinò lasciò ingenti somme. Tutta la Gran Bretagna stravedeva per lui, il suo modo di vestire influenzò i giovani anglosassoni dell’epoca talmente tanto che aprì anche dei negozi d’abbigliamento che andavano a gonfie vele. Quando nel 1967 in Inghilterra ci fu un sondaggio commissionato da un quotidiano su chi fosse il personaggio dell’anno nessuno si stupì che a finire primo fosse lui e non uno dei Beatles o degli Stones. E lui, forse più di qualsiasi altro giocatore di sempre aveva molto in comune con le rock-star: aveva la genialità fragile di Syd Barret, l’arroganza di John Lennon, il protagonismo di Mick Jagger e l’autolesionismo di Keith Moon. In campo faceva faville, fu fondamentale per la vittoria dei diavoli rossi nella Coppa dei Campioni del 1968, seppellì nel catino di Wembley il grande Benefica di Eusebio, proprio come aveva fatto due anni prima, nel ’66, sempre contro il Benfica nei quarti della Coppa dalle grandi orecchie. A mio avviso Best è forse l’unico che si può accostare a Sivori e Maradona per genialità, a Rivera e Cruijff per eleganza, a Meroni e Garrincha per fantasia, ma forse sarebbe più giusto dire che gli altri erano accostabili a lui. Tutto il Regno Unito sapeva delle sue fughe da allenamenti con donne provocanti, tutto il paese dell’Union Jack seppe quando si era barricato in casa di un’amica e non voleva uscire perché altrimenti la polizia lo avrebbe arrestato visto che non s’era presentato ad un’udienza in tribunale, tutta la perfida Albione leggeva sui giornali che si ubriacava sempre più spesso, che una bottiglia di whiskey al giorno non gli bastava più. I media che per primi ne cantarono le gesta sportive, i moti di ribellione furono i primi a metterlo sul banco degli imputati e fecero di tutto pur di triturargli la vita. Quando iniziò la sua parabola discendente, su cui aveva influito in maniera pesante l’alcool, se ne andò in America a far soldi in un campionato minore, andò anche in Australia e infine se ne tornò in Inghilterra a far contratti a gettone per varie squadre. Passano gli anni ma nessuno si dimentica di lui, soprattutto il mondo del rock, dal quale lui sembrava essere stato preso in prestito dal calcio. Nella copertina di “Definitely Maybe” degli Oasis, supporter accaniti del Manchester City, troviamo una sua foto, i Wedding Present gli hanno anche dedicato un album, Paul “the Modfather” Weller ne ha sempre decantato le lodi e le gesta. Poi un lento recupero, un trapianto di fegato, il ritorno alla nuova vita, scrive la sua autobiografia e collabora alla stesura della sceneggiatura del film sulla sua vita. Tuttavia il felice momento dura poco: l’alcool lo richiama a sé e George si fa invischiare ancora. Il resto è storia dei nostri giorni. George aveva un sogno: segnare scartando tutta la difesa, portiere compreso, fermare la palla sulla linea di porta, inchinarsi e spingere la palla in rete di testa. Non ci riuscì mai, o meglio quando stava per farlo, in finale di Coppa contro il Benfica, vide il suo allenatore Matt Busby violaceo in viso e decise quindi di non esagerare per non fargli venire un infarto, depose tranquillamente la palla in fondo al sacco. In un'altra partita dopo aver scartato tutti i difensori e il portiere lasciò che il pallone rotolasse lentamente verso la rete, con l'estremo difensore che annaspava per prenderlo ma non ci riuscì. Poi si appoggiò con un braccio al palo, le immagini dell’epoca ci mostrano il pubblico dietro di lui in estasi festeggiante mentre lui stanco vicino al palo sorride, si allontana dalla porta, sorride sempre di più e alza un braccio per festeggiare.
INTERVISTA A DANILO SARUGIA di Pierangelo Rubin
Danilo Sarugia, il più grande interologo vivente, spiega perché l’Inter di Angelo Moratti sia stata “Grande”, racconta il periodo della presidenza Masseroni e analizza l’operato di Massimo Moratti.
Nessuno come lui conosce le vicissitudini di Casa Inter, non a caso dal 1981 al 1985 è stato direttore responsabile del mensile «Inter Football Club» e capo ufficio-stampa del F.C. Internazionale. “Corriere Lombardo”, “Milaninter”, “Il Mattino”, “Notte” e “Gazzettino di Venezia” sono solo alcune delle tappe della sua carriera giornalistica. Per Limina ha scritto due libri, ovviamente sull’Inter (“Grande Inter <<Figlia di Dio>> e “Il secolo dell'Inter - Vocabolario illustrato della lingua «beneamata»”). L’ho contattato (ovviamente non rivelerò come) e abbiamo concordato un’intervista via-mail. Eccola: 1) Ha scritto un libro sulla grande Inter di Herrera e Moratti. Cosa aveva quella squadra che nessuna altra Inter ebbe più, e che le permise di vincere così tanto? Grande. Alla voce “grande” il “Vocabolario Illustrato della lingua italiana” di Devoto e Oli dice testualmente: “Che supera notevolmente i valori e le dimensioni e le proporzioni consuete (talvolta con semplice funzione rafforzativa)”. Solo due squadre, nella storia del calcio italiano, hanno superato “notevolmente i valori…”, eccetera, se è vero che – citandole – i loro nomi vengono sempre fatti precedere dall’aggettivo “Grande” (con la “g” rigorosamente maiuscola): il Torino cinque volte campione d’Italia negli anni Quaranta e l’Inter regina d’Italia, d’Europa e del mondo nei Sessanta. Grande Inter, come e perché? Improvvisamente un portento di squadra, un prodigio, un miracolo dello sport. In campo un mix di campioni e campionissimi, di buoni giocatori e gregari, in panchina un allenatore di idee e operosità avanti anni-luce rispetto ai colleghi del tempo, in società uomini capaci e lungimiranti, tra i quali il miglior manager di sempre. I nomi più significativi: Suarez, Corso, Mazzola, Facchetti, Picchi, Bedin, Helenio Herrera, Angelo Moratti, Allodi. Erano anni di passioni forti, in Italia si spegneva il boom economico, si accendeva l’Inter delle meraviglie. Il ricco petroliere Moratti, tipico self-made-man abile e disincantato, ne era diventato presidente il 28 maggio 1955: dovranno passare otto anni prima che potesse togliersi la soddisfazione di vedere la sua squadra conquistare lo scudetto. Spiegò un giorno Allodi: “La svolta decisiva per società e squadra avvenne quando Moratti volle ritagliarsi un nuovo ruolo facendo prevalere la componente imprenditoriale, che era straordinaria, su quella passionale. Capì e ci fece capire che il calcio stava diventando industria”. E dunque la Grande Inter nacque un po’ per caso e molto per l’intelligenza, il talento e il lavoro di un gruppo inarrivabile. Cinque anni, dal 1963 al ’67, di trionfi luminosi e di tonfi tenebrosi, tre scudetti (dovevano essere cinque consecutivi come quelli del Toro), due Coppe dei Campioni e due Intercontinentali, le magiche serate di Vienna, Madrid e Buenos Aires, i gialli che causarono i flop-scudetto nel ’64 (spareggio perso col Bologna invischiato nel caso-doping) e nel ’67 (Mantova, il sorpasso effettuato dalla Juve all’ultima giornata). Quell’Inter era una macchina da calcio pressochè perfetta. La difesa, solida come la falange macedone, era orchestrata dal capitano Picchi, giocatore di spiccato carisma, enorme il suo ascendente sui compagni. Il sommo regista era Suarez, spagnolo di La Coruna, il genio si chiamava Mario Corso detto “Piede sinistro di Dio”. Gli attaccanti su cui si fondava la manovra erano il brasiliano Jair, una specie di ghepardo nero, e Sandro Mazzola, figlio del leggendario Valentino, capitano del Torino scomparso nella sciagura di Superga. Schemi semplici, razionali, mortiferi (per l’avversario), contropiede missilistico, grandi individualità, grande collettivo. Herrera detto “Mago”, argentino di nascita, cresciuto a Casablanca, vissuto in Francia, affermatosi in Spagna, metà arabo e metà andaluso, incitava i suoi giocatori: “Ganaremos todo y contra todos”, vinceremo tutto e contro tutti. Sarà così. La formazione nerazzurra è quasi musica: Sarti-Burgnich-Facchetti-Bedin-Guarneri-Picchi-Jair-Mazzola-Domenghini-Suarez-Corso. Le varianti: Domenghini ala di fatica, Milani o Peirò centravanti. 2) Spesso guardando al passato molti interisti, soprattutto giovani, vedono solo l’Inter di Herrera con i vari Mazzola, Corso e Suarez. Alcuni anni prima tuttavia ci fu l’Inter del presidente Masseroni che aveva giocatori funambolici come Nyers, Skoglund e Lorenzi. Ci racconti un po’ di quella squadra. Carlo Rinaldo Masseroni diventa presidente dell’Inter nel 1942 sostituendo Ferdinando Pozzani detto “Generale Po”. Rileva una squadra in fase calante, vincitrice di tre scudetti e di una Coppa Italia nel decennio ’30-’40. Anni bui quelli dell’immediato dopoguerra, rientra a “casa” il figliuol prodigo Peppino Meazza, ancor oggi considerato il più grande giocatore della storia nerazzurra, Masseroni acquista cinque sudamericani (uno è discreto: Zapirain; gli altri sono bidoni e come tali saranno etichettati: Bovio, Cerioni, Pedemonte e Volpi). Campionati da brivido, poi la storia cambia nel ’48 con l’arrivo di due formidabili attaccanti: Amedeo Amadei della Roma, detto “Il fornaretto”, centravanti, e Stefano Nyers, apolide di origini ungheresi, un cannone nascosto nei piedi, un’ala sinistra di doti tecniche e fisiche strepitose, implacabile goleador. Questi due trovano ad aspettarli Benito Lorenzi, detto “Veleno” per il suo caratteraccio, toscano di Borgo a Buggiano, il gol nel sangue, e nel ’49 a loro si aggiungerà Faas Wilkes, olandese, incantevole dribblatore , un vero tulipano volante. Nell’ottobre ’50 ecco Lennart Skoglund detto “Nacka”, svedese, fantasista di livelli altissimi, il suo gioco rifletteva l’oro dei capelli biondissimi, elegante e diabolica era la sua finta, sublime il suo colpo di tacco, un artista del pallone. 3) Ferruccio Mazzola sostiene che all’Inter durante la permanenza di Herrera in panchina si facesse uso di doping, Lei cosa ne pensa? Voci, indiscrezioni, bla-bla-bla, gossip dell’epoca. Nessuna prova di uso di doping come invece era accaduto e sarebbe accaduto in altre “sedi”. Nel 1961 il presidente Angelo Moratti, infastidito per certe chiacchiere su un presunto uso di anfetamine da parte dei suoi giocatori, assume un giovane medico analista, il dottor Manlio Cipolla, pavese, un passato da giocatore nerazzurro (una presenza in serie A: derby del 2 giugno 1946, 3-2 per il Milan). In sostanza Moratti sospettava che certi energetici somministrati da Herrera ai giocatori non fossero proprio “regolamentari”. Avrebbe confidato anni dopo Cipolla: “Herrera. capì al volo che io e altri medici gli erano stati affiancati per… controllarlo e lui non poteva accettare interferenze che limitassero la sua autorità”. Un episodio di cui si parlò molto e comunque mai chiarito né confermato è questo: giocatori finiti sotto docce gelate (per smaltire una “sbornia”?) negli spogliatoi dello stadio di Lisbona il 25 maggio 1967 a mezz’ora dall’inizio della finale di Coppa dei Campioni contro il Celtic (poi persa 2-1). 4) Non crede che il desiderio di Massimo Moratti di essere all’altezza del padre, di avere una squadra all’altezza di quella del padre sotto sotto freni l’Inter? Massimo Moratti frenato dal confronto col padre? Tesi troppo semplicistica. Il 18 febbraio 1995 il figlio (quartogenito) di Angelo rilevava la società da Ernesto Pellegrini, ne diventava ufficialmente due mesi dopo il diciottesimo presidente della storia interista, carica lasciata nel gennaio 2004 a Giacinto Facchetti per strategie francamente fumose quanto discutibili. Moratti è l’azionista di maggioranza, il patron, il “padrone” del club. Dispone di un patrimonio personale smisurato (“inestinguibile”, a sentire qualche amico), spende e spande per un’Inter mai vincente in competizioni importanti. Quasi undici anni di gestione arruffata e incoerente, undici allenatori (tredici, considerando che due di questi, Hodgson e Castellini, hanno avuto una doppia esperienza), 132 giocatori ingaggiati con un investimento globale, euro più euro meno, di circa 850 milioni, in bacheca la miseria di una Coppa Uefa, una Coppa Italia e una Supercoppa di Lega. Parliamoci chiaro: tre coppette. Raggelanti i conti economici della sua Inter: bilancio dell’ultima stagione in “rosso” di 118 milioni di euro. Numeri, risultati e dati di fatto inconfutabili al di là di ogni ragionevole dubbio dicono che Massimo Moratti ha il peggior “score” tra i presidenti della storia dell’Inter. Tra l’altro, l’unico dall’istituzione del campionato a girone unico, stagione 1929-30, a non avere vinto lo scudetto. Possono fare – come dire? – tenerezza certe attenuanti usate qua e là per rendere il quadro meno imbarazzante. 5) Quanto manca ai tifosi nerazzurri Peppino Prisco? Peppino Prisco, un’ “assenza” incolmabile. I suoi amori, nell’ordine, erano: l’Inter, gli Alpini, l’avversario del Milan, l’avversario della Juve. Sulle due retrocessioni del Milan disse: “La prima volta è andato in serie B pagando, la seconda gratis”. Divenne consigliere della società nel 1953, vicepresidente nel 1963, vinse 8 scudetti, 2 Coppe Italia, 3 Coppe Uefa, 1 Supercoppa di Lega, 2 Coppe dei Campioni, 3 Uefa, 2 Intercontinentali. Uomo acuto, arguto, ironico, di altra categoria rispetto a certa gente senza arte né parte sotto gli occhi di tutti nel nostro quotidiano. Prisco: persona e dirigente inimitabile. 6) Molti interisti sostengono che Lei sia troppo critico nei confronti della sua squadra,i cosa ne pensa? Se essere “troppo critico” significa analizzare i fatti, verificarli, interpretarli, e poi parlarne, discuterne e scriverne seriamente e onestamente, ebbene sì, sono “troppo critico” con l’Inter. Di sicuro non lo sono certi giornalisti-lecchini di certa stampa scritta e televisiva che a Moratti riservano ben diverso “trattamento” rispetto a quello riservato a Fraizzoli e Pellegrini, più volte letteralmente massacrati pur in presenza di situazioni molto meno gravi di quelle che avrebbe vissuto il successore. Stesso discorso riguarda i tifosi: erano tradizionalmente “cattivi”, rognosi e incontentabili; con Moratti sono diventati buoni, generosi e tolleranti. E ogni anno, in agosto-settembre, fanno girare il solito disco: “E’ l’anno buono per lo scudetto”. Ma a novembre-dicembre è già flop. Statistica deprimente per i beneamanti (come li chiamava il grande Gianni Brera): negli undici anni di “governo” morattiano la Juve ha vinto 6 scudetti e il Milan 3. 7)Un’opinione, un ricordo su Gigi Meroni calciatore e uomo. Gigi Meroni: un buon giocatore, non un campione. Forse lo sarebbe diventato. Vittima di un tragico quanto “inammissibile” incidente, è stato poi puntualmente mitizzato come spesso capita a persone e personaggi morti in età verde o quasi verde. Siamo a corto di eroi, e talvolta siamo costretti a fabbricarli. Meroni era figlio della sua epoca, figlio dei fiori, disinibito, estroverso, capelli lunghi, barba folta, una vita spericolata, una vita troppo corta. Un ragazzo dai valori forti. Su di lui ha scritto un libro Nando dalla Chiesa. Titolo: “La farfalla granata”. Bellissimo.
RINGRAZIO A NOME DI TUTTI I MEMBRI DEL “COMITATO GIGI MERONI” DANILO SARUGIA, PER LA GENTILEZZA E LA DISPONIBILITA’ DIMOSTRATA.
IL VECCHIO CUCCHIARONI di Alberto Facchinetti
Classe: prima media, la solita passione per il futbol. Veltroni, direttore dell’ Unità ha un’ idea brillante. Buttare fuori col giornale gli album panini dei calciatori. Roba che faccio un infarto. Mio papà me li prende tutti, ogni settimana. Più per lui, che per me, si capisce. La mattina a scuola, meno attento del solito. A casa, sfoglio il primo fascicolo. 1961-1962: Sivori è alla Juve, Altafiini con la maglia del Milan, Mariolino Corso già titolare dell’Internazionale. C’è in serie A il Venezia di Pochissimo, conosco le facce degli inglesi del Toro: Law e Baker. Deve essere stato un altro calcio, sicuramente. Alla Roma giocano Lojacono, Manfredini e Angellilo. Ma chi attira maggiormente la mia attenzione è un altro. Gioca nella Sampdoria, Ernesto Cucchiaroni. La foto lo ritrae che non guarda fisso la macchina, ma in una diversa direzione, chissà cosa cerca. Il colletto della maglia bucerchiata è immenso, e il suo è scomposto, disordinato. Fuori da ogni modo, fuori da ogni moda. Una parte è alzata, l’altra si arriccia. È messo da cani, insomma. Sarà il vento, a Genova ce n’è sempre, è città di porto. Se non fosse che praticamente non ce li ha, anche i capelli sarebbero spettinati. Ha solo trentaquattro anni, ma nella foto sembra ne abbia il doppio. Poco importa perché in campo si dice facesse magie. Ernesto Bernardo Cucchiaroni detto Tito nasce in Argentina nel 1927, precisamente a Misiones. È del Boca, quando passa al Milan nel 1956. Nel 1958 la Samp vende Firmani all’ Inter e lo prende. Ci resta cinque anni e fa di quella Samp una bella squadra. Divertente, come nel suo stile. Nella stagione 1960-1961 arrivano quarti, miglior piazzamento della storia, fino allo storico scudetto di trenta anni dopo. Compagno di gioco e di nottate da spassarsela: Lennart Skoglund, già genietto interista. “È sul loro stesso pianerottolo impazza Cucchiaroni, ballerino notturno che però apre un contenzioso con la padrona di casa, tifosa genoana, proprio per via dei rumori che arrivavano dal night-club La rosa rossa brulicante di vita lì sotto. Un po’ ci si trova al bar di Bruno, dunque, dove arrivano a giocare a boccette anche Santos e il neo acquisto sampdoriano Paolone Barison e dove diventano proverbiali le sfide tra Santos-Da Pozzo e Skoglund-Cucchiaroni”. Tanto per capire un po’ il tipo. Lo racconta Nando Dalla Chiesa nella biografia di Meroni, che al tempo giocava per l’ altra squadra di Genova. A Cucchiaroni fu dedicato un famoso Sampdoria Club a Sampierdarena, dalla cui chiusura nacque nel 1969 l’ attuale denominazione Ultras Tito Cucchiaroni. I primi in Italia ad usare il termine Ultras. Tito morì il 4 luglio 1971, aveva quarantaquattro anni. Era ancora piuttosto giovane, anche se dava l’impressione di non esserlo mai stato.
INTERVISTA A LUCA SOFRI di Alberto Facchinetti
Certo, la spettacolarità (televisiva, innanzitutto) è più del basket e del football, per restare in America, che del baseball. Ma quest’ ultimo deve nascondere qualcosa di misterioso, di poetico forse, se sono state scritte straordinarie pagine letterarie, De Lillo ma anche Fante, e cinematografiche. Il Baseball è semplicemente uno sport? Risposta: “Ma và. Il baseball è lo sport più epico, letterario e mitologico di tutti. Nel baseball ogni cosa è metafora di qualcos'altro, oppure è semplicemente letteratura”. Non ci allontaniamo dal Baseball.Se tu dovessi, volessi più che altro, scrivere un romanzo o una biografia sull’ argomento. Da dove partiresti, Babe Ruth, Lou Gehrig, Joe di Maggio? Insomma, scegli chi vuoi… Risposta: “Lou Gehrig, ma ci hanno già pensato in parecchi. Altrimenti Charlie Brown”. Su Repubblica Natalia Aspesi (le cui questioni di cuore sul Venerdì sono un mio appuntamento fisso) ha scritto dell’ ultimo film di Benigni e soprattutto del mondo in cui ne parlano gli esperti del Foglio. La sua tesi pressappoco era questa: giudicano malamente, a priori, ogni film di Benigni, con un livore ed una rabbia che non si dovrebbe usare per nessun argomento, figurarsi quando si parla di cinema. Tu cosa ne pensi? Risposta: “Non ho visto il film: penso che la Aspesi abbia un po’ ragione, perché conosce bene il pregiudizio su Benigni”. Conosci la realtà carceraria italiana. Pensa ad un film americano o quello che vuoi, ma in Italia il prison movie mi sembra sia un po’ latitante (gioco di parole involontario), per descriverla. Cosa ti viene in mente? Risposta: “Niente. Ma non si paragona il cinema italiano a quello americano. È come paragonare la pizza americana a quella italiana”. Stasera: serata solitaria e nessun impegno. Cinque album rock prima di andare a dormire. Elenco e motivazioni. Risposta: “Non sento rock prima di andare a dormire. Ti posso dire cinque album non rock: Gavin Bryars - Jesus blood never failed me yet; Keith Jarret Trio - The melody at night without you; Lambchop - Is a woman; Everything but the girl – Acoustic; Philip Glass - The hours”.
INTERVISTA A FRANCO ROSSI di Alberto Facchinetti
In Senza maglia e senza bandiera Carlo Petrini scrive: “Oggi non si contano i giornalisti sportivi che per interessi di carriera si legano alle società (quella che ha più lecchini scodinzolanti è il Milan, per via dei giornali e delle televisioni del padrone rossonero), a singoli campioni, ai loro procuratori, alle dirigenze, ai potenti del pallone (primo della lista: Lucianone Moggi)”. Un giornalista per dire quello che pensa può scrivere per i quotidiani sportivi o apparire in Rai e in Mediaset? No, un giornalista non può scrivere o dire quel che pensa: se lo fa va incontro a gravi danni professionali. Le porto qualche esempio: nel 1988 nel Milan c’era Franco Baresi che era scontento per come andavano le cose. Io lavoravo per il Corriere dello Sport ed ero responsabile del calciomercato. Baresi mi telefonò dicendomi che non ne poteva più del Milan e che voleva andarsene. In pratica, essendo a scadenza di contratto, si offriva a Inter e Samp che in quei tempi avevano soldi e cercavano un libero. Scrissi l’articolo: “Baresi si offre a Inter e Samp” e avvisai il mio giornale. Naturalmente rimasero felici perché l’articolo si preannunciava sensazionale e prepararono la prima pagina. Era le 16 circa e nelle tre ore seguenti ricevetti varie telefonate (esempio Braida e Ramaccioni) che avevano saputo dell’intervista e volevano delle anticipazioni. Io non dissi nulla e alle 20 arrivò una telefonata del mio vicedirettore da Roma che diceva così: “Ho ricevuto una telefonata da Galliani: se esce il tuo articolo ci tolgono non so quanti milioni di pubblicità”. Io gettai l’articolo nel cestino e ne scrissi un altro. Alle 22 ricevetti una telefonata di Berlusconi nella quale mi ringraziò per aver fatto un favore al Milan. Nel 1999 lavoravo per una televisione di Parma, Teleducato. Un telespettatore mi chiese un parere sull’acquisto di Ortega. Risposi: “E’ il Maradona del calcio femminile”. Il giorno dopo arrivò una telefonata di Tanzi e mi licenziarono. A Mediaset per aver criticato Sacchi è arrivato l’ordine del capo dello sport (del cui padre ero amicissimo) di non invitarmi più. In Rai per altri motivi legati ad alcune mie discussioni piuttosto accese con Montezemolo. Di Luciano Moggi posso dire che ne sono amico da trenta anni e con me si è sempre comportato nella maniera più corretta. In Futebol Alex Bellos: “Il 1970 significò la terza vittoria mondiale. La formazione si comportò con una tale disinvoltura che quella finale viene generalmente ritenuta la vetta massima del calcio brasiliano e forse anche mondiale”. A creare quella formazione fu la mente acuta di Saldanha, licenziato poco prima del mondiale (al suo posto Zagalo) perché non voleva piegarsi alle direttive del regime militare brasiliano. Ce ne sono ancora in giro di allenatori con questo coraggio, con questa forza, con questa libertà? Ho avuto la fortuna di conoscere Saldanha. Nel. 1968 fu chiamato dalla Federazione a preparare la squadra per i Mondiali del 1970. Faceva il giornalista (aveva fatto mille altri mestieri tra i quali il coreografo per scuole di samba, l’allenatore di pallacanestro e lo storico) e dopo due ore si presentò alla conferenza stampa e disse; questi sono gli undici titolari in Messico, queste le undici riserve. Tra i 22 non c’era Dario, pupillo del generale che all’epoca era il dittatore in Brasile. Saldanha si dichiarava comunista durante il regime militare di destra, diceva che nella sua squadra c’erano almeno 4 coppie di gay, faceva propaganda politica, andava in tv a criticare apertamente il governo vantandosi di essere maoista. E’ stato il più grande personaggio della storia del calcio. Oggi non ci sono allenatori con un coraggio simile, con questa forza e questa libertà. Joao Saldanha era uno che si era tirato fuori dal sistema per analizzarne i difetti dopo averli analizzati dall’interno. I militari lo cacciarono pochi mesi prima del Mondiale e misero Zagalo che come prima mossa convocò Dario. Ma Dario in Messico non giocò nemmeno un minuto. 22 Maggio 2005: la Samp si gioca in casa con l’Inter la qualificazione alla Champions. La vigilia viene animata da un’ intervista che la figlia di Paolo Mantovani, il grande presidente di quella Samp da sogno, lascia alla Gazzetta. Si scaglia contro Roberto Mancini. La verità sul rapporto che Mantovani aveva col Mancio? Paolo Mantovani e Roberto Mancini erano amici, amici veri. Un rapporto di stima e di affetto, i due facevano parte anche di un ristretto club di tifosi Samp chiamato “Il cerchio blu” assieme a pochi giornalisti (Franco Esposito, Marco Ansaldo, Antonio Ferrari, Enrico d’Orsi, Nicola Forcignanò, Francesco Cevasco e il sottoscritto Franco Rossi) e un amico comune calabrese (Giacomo Di Martino, detto “il generale”). Il giorno delle nozze di Francesca Mantovani “Il Cerchio Blu” ne accettò l’iscrizione e tutto l’ambiente Samp era invidiato e invidiabile. I rapporti tra Francesca Mantovani e Roberto Mancini sono stati perfetti sino a quando Mancini chiese di andarsene alla Lazio. Incomprensioni con il fratello presidente che si sentiva forse messo da parte quando c’era il padre e così via. Ma Paolo Mantovani quando diceva che per lui certi giocatori (Mancini in particolare) erano come dei figli diceva la verità. Magari qualche figlio vero c’è rimasto male… Traditi o traditori. Ronaldo, Vieri, Cassano (andrà all’ Inter, vero?) dove vanno messi? L’Inter ha tradito Ronaldo, Vieri ha tradito il calcio, Cassano ha tradito (qualche volta) se stesso. La solitudine dell’ ala destra. Garrincha, George Best, Gigi Meroni. Differenze e punti in comune? I brasiliani hanno ammirato Pelè perché era quel che volevano essere, ma hanno amato e adorato Garrincha sino al delirio perché rappresentava quel che erano. A cena con Nilton Santos e Zagalo, che con Garrincha hanno vinto due Mondiali, ho chiesto se fosse stato più grande di Pelè e la risposta è stata inequivocabile: Garrincha più grande. La sua morte è un rimorso collettivo per i brasiliani. Punti in comune con Best l’amore per l’alcol e per le donne. Sul piano calcistico è stata troppa la differenza e su quello umano la mancanza di cultura di Garrincha lo rende troppo vulnerabile rispetto a Best. Ho conosciuto Meroni quando lavoravo a Tuttosport a Torino e lo incontravo spesso da Urbani, il ristorante di via Saluzzo dove andavano i giocatori e i tecnici del Torino. All’inizio ero un po’ sospettoso e credevo che Meroni si atteggiasse ad anticonformista per apparire più che essere. Una volta si presentò al ristorante con una gallina al guinzaglio e pensai che lo facesse per attirare l’attenzione. Esibizionista lo giudicai all’inizio… Poi… Poi, gradatamente, parlandoci ascoltando la sua voce carica di sofferenze interiori e guardando quegli occhi che sembravano usciti da una incorruttibile infanzia, all’improvviso mi resi conto di quanto fosse straordinario come uomo. Solo, timido, sensibilissimo e quindi estremamente intelligente visto che considero intelligenza e sensibilità la stessa cosa. La fantasia che aveva dentro, come un artista che usa il pennello per trasmettere le proprie emozioni a chi guarda il quadro, la esprimeva in campo. Il dribbling a rientrare era un colpo di pennello o una nota di clarinetto, il cross sostituiva le giacche corte e colorate ed era come una nota di violino. Gigi Meroni era un artista che faceva il calciatore, non viceversa. E chi lo ha amato, io tra questi, non lo rimpiange. Non lo rimpiange perché sa benissimo che la Morte non se l’è portato via per sempre: l’ ha preso solo in prestito
L’INTER DEI RECORD di Andrea Molena
Zenga, Bergomi, Brehme, Matteoli, Ferri, Mandorlini, Bianchi, Berti, Diaz, Matthaus, Serena. E’ la formazione dell’Inter nel campionato di Serie A ‘88/’89, stagione passata alla storia per essere stata quella dei record stabiliti dalla squadra meneghina, vincitrice, alla fine di quell’ormai lontanissimo campionato, del suo scudetto n. 13. Una compagine fantastica, perfetta, imbattibile, che, appena preso coscienza della propria forza, ha travolto ogni ostacolo. Primo merito per la riuscita di questa meraviglia va sicuramente attribuito al solido e tenace presidente Ernesto Pellegrini, uomo non da spettacolo ma che ha fatto della normalità la sua forza e la sua vocazione. Mai domo e sempre pronto a fare sacrifici per la sua Inter da quando, nel 1984, aveva preso il testimone da Ivanoe Fraizzoli. Per ritornare dopo 9 anni sul tetto d’Italia c’era bisogno di un grande condottiero che facesse girare alla perfezione questa macchina infermabile: Pellegrini scelse Giovanni Trapattoni, tecnico che aveva vinto tutto con la Juventus, ma che aveva voglia di calarsi in nuove esperienze, di rimettersi in discussione. Certo i primi 2 anni aveva fatto fatica (terzo nell’87, sesto nell’88), aveva ricevuto critiche su critiche per il suo modello di calcio ormai superato, ma grazie anche all’appoggio del presidente, non si era mai arreso. Per fortuna. Nell’estate ’88 questi 2 milanesi si misero scrupolosamente all’opera per formare una squadra invincibile, aggiungendo campioni su un gruppo già ben plasmato. Dal Bayern Monaco arrivarono Lothar Matthaus e Andreas Brehme, due colonne della nazionale tedesca, dalla Fiorentina (con un anno d’anticipo per paura di vedersi soffiare l’affare) il ventunenne Nicola Berti e, in extremis, Ramon Diaz, dopo aver abbandonato a malincuore un Madjer lesionato. La squadra era così pronta per competere ai massimi livelli contro il Milan di Berlusconi e dei 3 olandesi, il Napoli di Maradona, la Samp di Vialli e Mancini e la Juve di Zoff, sebbene molto ridimensionata rispetto agli anni precedenti. Nessuno poteva immaginare che quella squadra arrivasse a conquistare uno scudetto-record, superando avversari su avversari con faciltà irrisoria in 34 partite di campionato. Eccoli i campioni, i veri fautori di questa impresa indimenticabile, perché si sa che al di là di tutto sono i giocatori a decidere le sorti di una squadra. Quel matto di Zenga tra i pali, lo zio-capitano Bergomi, la roccia Ferri, ovvero il portiere più forte al mondo e metà difesa della nazionale, più la tranquillità del libero Mandorlini e l’incredibile utilità del fluidificante Brehme, ultimo vero terzino sinistro dell’Inter: un vero e proprio bunker, tanto che si diceva che una volta fatto il gol il successo era garantito con una difesa così imperforabile. L’osso duro della squadra era comunque il centrocampo con la regia dell’esperto Matteoli, la velocità del tornante Bianchi (solo il Moriero del ’98 gli si avvicina), l’esplosione a sorpresa del giovane Berti, adorato dai tifosi nerazzurri per le sue battute contro gli odiati cugini rossoneri, ma soprattutto la forza, la caparbietà e la personalità del grandissimo Lothar Matthaus. A detta di tutti questo giocatore è stato la chiave per la vittoria finale , l’unico in grado di decidere le sorti di una partita con i suoi cambi di ritmo che portavano la squadra in pochi tocchi dalla propria area alla porta avversaria. “Questo scudetto all’Inter per me essere uguale a 3 scudetti vinti in Germania con Bayern”. Grande Lothar! E arriviamo all’attacco con il capocannoniere della stagione Aldo Serena (22 gol) che ringrazia l’abilità dei suoi assist-man: ”Devo più di metà di quei 22 gol ai cross mozzafiato di Andy Brehme e Alessandro Bianchi che ti mettevano la palla sulla testa”. Poi l’ultimo arrivato sull’autobus dello scudetto, Ramon Diaz, la sua agilità e la sua scaltrezza hanno sorpreso tutti. Grave errore venderlo un anno dopo. La formazione titolare era questa, pochi cambi e poche polemiche dalla panchina, da dove uscivano più frequentemente di altri il grande vecchio Beppe Baresi (l’unico ad aver vinto lo scudetto dell’80), Pierino Fanna e lo stopper Verdelli. Una miscela esplosiva che ha totalizzato 58 punti (c’erano ancora i 2 punti a vittoria), record per un campionato a 18 squadre, con la bellezza di 26 vittorie (11 delle quali in trasferta) e solo 2 sconfitte (una a campionato acquisito), segnando 67 gol e subendone 19. Eppure tutta la storia era cominciata con la bruciante eliminazione in Coppa Italia a Settembre per mano della Fiorentina (4-3 sul neutro di Piacenza): l’Inter si chiuse nel silenzio stampa e fece gruppo analizzando gli errori commessi ma anche capendo di essere una bomba pronta ad esplodere per l’inizio del torneo ad Ottobre. L’Inter infatti fa capire subito di che pasta è fatta: 8 vittorie nelle prime 9 partite (unico pari a Verona nella terza giornata, 0-0). La squadra discontinua e “pazza” degli ultimi anni è diventata compatta, grintosa e sicura di sé. Ascoli e Pisa schiantate all’avvio, poi la pausa di Verona e via con altre 6 vittorie, le più importanti con la Roma (2-0) e con la Samp (1-0, Berti al primo minuto dopo una respinta su un bolide di Matthaus). L’ultima di questa lunga trafila di vittorie, che porta l’Inter in fuga, è il significativo successo nel derby col Milan campione d’Italia: l’Inter veniva dall’incredibile eliminazione in Coppa Uefa ad opera del Bayern Monaco (1-3 a S.Siro dopo l’affermazione in Germania all’andata per 2-0, con la straordinaria cavalcata di Nicolino Berti) quindi quella partita poteva rappresentare il tracollo per un gruppo già al centro di aspre critiche. Invece la Beneamata offre una prestazione ineccepibile e riesce a far sua la sfida grazie al “solito” colpo di testa di Serena su cross di Bergomi. Altra tappa importante è la trasferta al S.Paolo di Napoli, con Maradona e compagni secondi a pochi punti dall’Inter: finisce 0-0 e la difesa dimostra ancora una volta di essere veramente insuperabile. La prima sconfitta arriva ancora per mano della Fiorentina e ancora per 4-3, ma l’Inter non perde la testa e, anzi, infila una nuova serie di vittorie consecutive all’inizio del girone di ritorno (ben 8!) con goleade a Pisa e a Roma (3-0) e in casa col Como (4-0). Arriva la sfida col Napoli a S.Siro preceduta dal perentorio 6-0 di Bologna: al ritorno in autostrada dalla città felsinea il pullman della squadra è “scortato” da carovane di macchine con bandiere nerazzurre. I giocatori capiscono che questo pubblico merita di festeggiare lo scudetto tra le mura amiche del Meazza. Migliore occasione non poteva arrivare: battere i partenopei, sempre secondi in classifica, e festeggiare la certezza matematica del tricolore a Milano. Careca spaventa con un gol nel primo tempo gli 80000 di S.Siro, ma, dopo l’autorete di Fusi su tiro di Berti, una punizione di Matthaus, un missile dei suoi, regala all’Inter il tredicesimo scudetto. Ricorda Serena: ”Su quella punizione c’era un’atmosfera irreale allo stadio, sembrava che tutto il pubblico stesse tirando con Lothar”. E’ l’apoteosi, la città di sponda nerazzurra fa esplodere la sua gioia e ringrazia i grandi artefici di questo storico e impensabile traguardo. Quella squadra avrebbe poi vinto una Supercoppa Italiana e una Coppa Uefa nel ’91. Molto meno di quello che avrebbe potuto vincere. All’epoca il sottoscritto, che non aveva ancora compiuto 7 anni, era già un grande tifoso di calcio. Come ormai molte persone sanno la mia squadra del cuore era però il Napoli, per il semplicissimo motivo che vi giocava il più forte calciatore al mondo, un certo Diego Armando Maradona. Quindi, cazzo, non mi son goduto neanche quella lontanissima vittoria della mia squadra preferita di oggi, l’Inter appunto. E’ comunque sempre affascinante rivivere i fasti passati di quella squadra magica e ricordare che, almeno per una stagione, abbiamo chiuso senza nessuna squadra davanti a noi in classifica a fine campionato. Meglio quindi, per un interista, andare indietro con gli anni che guardare al desolante panorama di adesso, visto che l’Inter da un paio di stagioni conclude il suo campionato non a Maggio ma già a Novembre. Ma questa, ahimè, è tutta un’altra storia.