"E' protestare questo? A me sembra che sia semplicemente vivere. Dignitosamente. Sapersi al mondo: ecco". GIGI MERONI
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PIERANGELO RUBIN
Nonostante fumasse 20 sigarette al giorno ha deciso di smettere. Sarebbe un Rivera dei nostri giorni. Ma non lo sapremo mai con certezza. Collabora con "Il Mattino di Padova" e la "Nuova di Venezia e Mestre".
ALBERTO FACCHINETTI
Il Mario Kempes della Terza Categoria. Difficile rapporto con il gol e con le donne in genere. Cronista sportivo per “La piazza”.
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Il geometra. Senza rivali in tutto il triveneto. Centrocampista dai piedi buoni. Zero gol in sei anni di prima squadra.
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OASIS: THERE AND THEN... ME AND THEM di Pierangelo Rubin
Era il 1998, ti ricordi? Li odiavi all’inizio. La loro sbruffoneria, la loro arroganza, la loro supponenza, non le sopportavi. Poi iniziasti a capire. E l’arroganza, la sbruffoneria e la supponenza che erano loro divennero anche tue. Avevi sentito parlare di loro, dei loro atteggiamenti, delle loro risse e all’inizio non ti stettero simpatici. Un giorno, però, sentisti “Stand by me” e la tua vita non fu più la stessa. Quel riff di chitarra nel ritornello, quelle parole così dannatamente adatte alla canzone ti scombussolarono non poco l’esistenza. Più di tutto ti piaceva la chitarra parlante di Noel nel bridge che precede il ritornello della canzone. Solo Johnny Marr degli Smiths seppe fare meglio a tuo giudizio. Poi ti arrivò, non ti ricordi nemmeno tu come “Be here now” a casa in regalo da qualche parente o amico, chissà… Non è il loro miglior album, lo ammettono loro stessi (incredibile a pensarci che dicano certe cose). Lo registrarono strafatti di cocaina. Autentici muri di chitarre, suoni confusi e vacui, canzoni che si prolungano stancamente e stoicamente oltre i 5, 6, 7 minuti. Però cazzo una cosa così non l’avevi mai sentita. E nessun gruppo o cantante e nessuna musica sentivi ti avrebbe rappresentato come loro. Dai testi alla musica tutto il loro prodotto musicale, tutti loro erano te stesso. Poi un giorno sotto Natale a Roma ti comprasti “(What’s the story) morning glory?” e avesti la certezza.
Nel frattempo loro pubblicavano “The Masterplan” una raccolta di b-sides scelte. Intanto circolavano le solite voci su di loro: possibile scioglimento, liti fra fratelli, estromissioni di vari membri. Si ritirarono in Francia in un castello a registrare un nuovo album, un po’ come fecero i Rolling Stones con “Exile on main street”. Dopo un po’ Paul “Bonehead” Arthurs viene cacciato e poi se ne va anche Paul “Guigsy” McGuigan per dedicarsi alla famiglia. Dopo tutte queste travagliate vicende esce “Standing on the shoulder of giants”. Viene stroncato dalla critica, anche se non da tutta, e vende molto meno dei predecessori (“(W.t.s.)m.g.? ” e “B.h.n.” avevano portato i cinque mancuniani in vetta anche alle classifiche statunitensi). Intanto entrano nuovi membri. Gem Archer, ex-Heavy Stereo, prende la prima chitarra e Andy Bell, ex-Ride, il basso. Ascolti per un’ estate intera “S.o.t.s.o.g.” con la certezza che il tuo cuore è oramai loro. Anche se… anche se proprio loro tramite la voce di Noel in “Don’t look back in anger” ti ammonivano a non farlo. “Please don’t put your life in the hands of a Rock’n’Roll band who’ll throw it all away”. Era l’estate del duemila. Pochi mesi prima grazie a quel famoso articolo di Enrico Deaglio conoscesti la storia di Gigi Meroni. Quell’estate maledetta che vide l’Italia seconda all’Europeo, leggesti il libro che Dalla Chiesa dedicò alla Farfalla Granata, in sottofondo c’era sempre un pezzo del loro ultimo album. Si era nel duemila, lo hai già scritto, avevi un po’ di soldi da spendere, decidesti di comprare i loro album che non avevi. E via dunque a comprare il primo capolavoro “Definitely maybe”, l'album che li proiettò all'attenzione mondiale, l'album d'esordio che ha venduto di più nella storia della musica. Di sempre. Poi comprasti anche "The Masterplan" di cui hai già parlato sopra. Non ti lasciavi sfuggire nulla che li riguardasse. Scaricavi e stampavi da Internet di tutto, compravi le biografie ufficiali e non che trovavi, leggevi tutte le loro interviste. Intanto non lo sapevi ma loro ti plasmavano. Plasmavano te e i tuoi gusti musicali. Eri curioso di sapere cosa ascoltassero e quindi compravi, masterizzavi, a volte rubavi cd che loro ascoltavano, elogiavano, amavano. Ed è così che nel tuo stereo prima e nel tuo portatile poi, sono finiti Small Faces, Faces, Kinks, Stone Roses, Black Rebel Motorcycle Club, The Smiths, Primal Scream, The Verve, Paul Weller, Happy Mondays, Joy Division, Portishead, Burt Bacharach, The Jam, Kasabian... Beatles, Rolling Stones, Who e Sex Pistols fortunatamente li conoscevi già. Verso natale di quello stesso anno ecco uscire un live registrato nel catino di Wembley, "Familiar to millions", non te lo facesti scappare e quasi lo rovinasti a furia di ascoltarlo e di riascoltarlo. Poi nel 2002 si rifecero vivi con un nuovo album di inediti. "Heathen Chemistry". Archer, Bell e Liam scrivono canzoni proprie che finiscono nel cd. Parte della critica elogiava il disco, ma la maggioranza lo mortificava, tutti dicevano che era pessimo e tu eri uno dei pochi che sapeva che non era vero. Nell'estate del fallimentare mondiale nippo-coreano andasti ad un loro concerto a Vicenza, con te c'era l'amico di sempre Andrea Molena e l'amico Jacopo. Arrivasti davanti ai cancelli prestissimo e con più birra che acqua in corpo. Il caldo estivo ti mortificava e due ciccioni mentre guardavi il concerto dalla seconda fila ti distrussero. Aiutasti un ragazzo di Monza, Federico, a chiamare aiuto. Lo stavano schiacciando sotto i piedi quei ciccioni del cazzo. Realizzasti subito che avresti fatto anche tu la medesima fine dopo pochi minuti. Gridasti al tizio della sicurezza di portarti via, che sfigato sei stato. Stavano suonando "Columbia", ti ricordi?. Tu eri stremato. Dei ragazzi in prima fila aiutarono il tipo della security a portarti via. C'era l'assolo di chitarra. Liam non cantava. Mentre ti alzavano eri davanti a lui e a pochi metri da lui. Gesticolasti come un pazzo, Liam si accorse di te. Ti salutò come faceva sempre Fonzie di "Happy Days" col pollice alzato. Passasti davanti a Noel e anche lui ti salutò, a suo modo, flettendo un po' la schiena mentre suonava. Verso la fine del concerto, fu lo stesso Jacopone ad assicurartelo, ruppe con una gomitata il naso ad uno dei due ciccioni. Ben gli sta. Il concerto ad altre persone andò peggio comunque. Qualcuno perse occhiali da vista e cellulare. Ma visto che non capitò a Jacopone o al sempre buon vecchio Molena non te ne dispiacque. E siamo arrivati ai giorni nostri. Dicevamo che la critica li ha stroncati, demoliti, distrutti. Loro non se la sono presa più di tanto, si sono concentrati ed hanno sfornato un album fantastico "Don't believe the truth". Album schizzato subito in vetta alle classifiche, album a cui hanno partecipato tutti e quattro i componenti più Zack Starkey, il nuovo batterista e figlio di Ringo. La critica fa mea culpa, qualche critico addirittura fa marcia indietro e rivaluta anche i due precedenti lavori che anni prima aveva stroncato. "Il Mucchio Selvaggio" e "Rumore" le sole riviste musicali che compri, riviste che, è bene dirlo, non sarebbero particolarmente disposte a parlare della band dei Gallagher li incensa e li recensisce favorevolmente. A Treviso ti sei beccato il loro secondo concerto. Questa volta è stato Gem più volte a salutarti tanto ti agitavi come un pazzo nei primi posti sugli spalti alla sua destra, rischiavi di cadere sul parquet dello stadio di basket pur di farti vedere. Per il resto... Beh il resto lo hanno fatto loro con il loro sound, le loro parole, la loro fottutissima voglia di mascherare una frustrazione, un senso di rabbia che si ha dentro sempre e comunque urlando, bevendo, bestemmiando, fumando, drogandosi e cantando a squarciagola le loro canzoni. Canzoni che parlano di oggi, di questo cazzo di oggi e di un domani che forse fa troppa paura e quindi è meglio immaginarlo (esorcizzarlo?) bello e felice. Canzoni che parlano di amori che finiscono o che iniziano fra mille insidie, di donne stupendi angeli, di troie infami. Canzoni che parlano di quello che noi siamo e di quello che loro erano e che forse sono ancora. Canzoni rassicuranti che gonfiano il cuore e lo fanno traboccare di energia, di amore. Canzoni che mettono a dura prova l'ugola, le corde vocali. Ecco quello che siamo, io e te, Pierangelo. Ecco quello che sei. Montgomery, scooter italiani, occhiali da sole, sigarette Benson&Hedges, braccialetti e anelli, capelli che nascondono orecchie e in qualche caso anche gli occhi, birra in quantità, voglia di fregarsene il cazzo degli altri, degli altri che non siamo noi, io, te e tutti gli altri come noi, voglia di essere qualcuno anche quando tutti ci ripetono che qualcuno noi non potremmo mai essere, cacciare l’inappagamento e l’impotenza che loro stessi hanno provato quando non erano coloro che hanno trasformato i nostri sogni in realtà, odiare la propria città, odiare il karma culturale che si trasmette di padre in figlio, cercare aiuti chimici, naturali, sintetici… Sognare ascoltando le loro canzoni, sapendo benissimo che loro dopo aver realizzato il loro sogno, essere rock’n’roll stars, vogliono, desiderio molto remoto, farlo avverare per tutti gli altri.
I HAVE A NIGHTMARE… di Pierangelo Rubin
Da un po’ di tempo si fa un gran parlare del futuro di Moggi&Giraudo. Voci insistenti, non si sa quanto fondate, li vorrebbero per la prossima stagione lontani da Madama. Di conseguenza nascono altre voci, anche queste non si sa quanto fondate, che predicono il loro futuro. “Resteranno alla Juve, proprio come Bettega”, “Macchè se ne vanno via, Moggi molto probabilmente andrà all’Inter e Giraudo al Milan”, “No, guarda credo che entrambi andranno al Milan”. Ecco il nocciolo del discorso, quello di cui oggi ho voglia di parlare: Moggi&Giraudo al Milan. Inutile dirvi che questo per me sarebbe uno smacco mai provato, una delusione inimmaginabile. La notte di Istanbul, al confronto, una pippa. Moggi&Giraudo al Milan non li voglio proprio. Perché? Diavolo Moggi nell’ambiente del calcio è una specie di Riina, è un mafioso, dove è andato sono successi scandali. Al Toro si scoprì che pagava delle, chiamiamole hostess, per gli arbitri, alla Juve c’è stato lo scandalo doping, dopo che se ne andò dalla Lazio i biancocelesti rischiarono di fallire, quando era alla Roma usciva a cene con arbitri: mi pare abbastanza per non volerlo nella propria squadra del cuore. Giraudo invece credo sia proprio un pusillanime. Nato Torinista, con la t maiuscola, farà successo come dirigente juventino, con la j rigorosamente minuscola. Ormezzano nel suo “Il vangelo del vero anti-juventino” lo dipinge come un verace antibianconero, legato ai colori granata in maniera indissolubile. In molti si ricordano un famoso derby vinto dal Toro in rimonta sulla Giuve per 3-2 con i gol granata segnati in pochissimi minuti, in quell’occasione il signor Giraudo, allora dirigente granata e presente allo stadio, si voltò verso i dirigenti della Vecchia Signora e fece un gesto dell’ombrello plateale. Alcuni anni dopo eccolo in bianconero. Qualcuno, giustamente, potrebbe obbiettare che la dirigenza attuale del Milan non pare un gruppo di santi, fra presidenti del Consiglio e Presidenti di Lega c’è un conflitto d’interessi spaventoso. Vero, verissimo. Però una cosa, grazie ad una metafora, la voglio dire. In questo momento Galliani è un assassino, sempre metaforicamente, mentre Moggi un serial killer, la differenza fra di i due, ora come ora, sta in questa semplice metafora. Fra un paio d’anni magari i due saranno uguali, avranno il conto di malefatte identico, ma ora non è così. Oltre a vincere tanto nel Milan ho sopportato tanto. Ho sopportato l’incapacità presidenziale di perdere e Galliani che scende in campo e come un invasato fa uscire i giocatori dal campo di Marsiglia, ho sopportato lo scandalo Lentini, ho sopportato l’entrata in politica a destra del nostro presidente e gli sfottò degli altri tifosi che ci prendono per il culo a noi milanisti, noi che eravamo soprannominati casciavid, perché i primi tifosi rossoneri erano semplici operai, ho sopportato perfino il doppio ruolo di Galliani, il suo essere al contempo garante di giustizia e criminale. Moggi&Giraudo al Milan però questo non riuscirei a sopportarlo, proprio no. Anche se uno solo dei due venisse, credo proprio che non ce la farei. Moggi&Giraudo, o uno dei due non possono, non devono venire al Milan, metterebbero in gioco la sua leggenda e la nostra di tifosi. Ed io mi sentirei definitivamente solo.
Giornalista e scrittore, Andrea Scanzi, ci racconta il suo amore per il Portogallo, spiega il suo progressivo allontanamento dal calcio e perché nonostante Berlusconi sia ancora milanista.
Andrea Scanzi scrive di arte e varia umanità ne La stampa e Il mucchio selvaggio. Ha scritto i testi dell’autobiografia di Roberto Baggio (Una porta nel cielo/Il sogno dopo) e tre libri: Il piccolo aviatore (Limina 2002), C’è tempo (PeQuod 2003, prefazione di Daniele Luttazzi), Canto del Cigno (Limina 2004, prefazione di Gianni Mura). Si è laureato in Lettere con una tesi sui cantautori italiani. Ha vinto lo Sporterme 2003 come miglior giornalista italiano under 30 e il Premio Coni Sezione Letteratura 2005. A marzo 2006 uscirà per Giunti il suo quarto libro, la biografia ufficiale di Ivano Fossati.
Il Suo primo articolo per Il Mucchio Selvaggio era la recensione del disco dei Verve "Urban Hymns", dopo che spedì questo articolo alla rivista divenne collaboratore e più tardi entrò in redazione. Un articolo importante per la Sua carriera, si ricorda come recensì il disco? Non molto, era una cosa scritta velocemente e per divertimento. Non l’ho neanche conservato, parliamo di una cosa che doveva rimanere privata, uscita poi su Mucchio Selvaggio a ottobre 1997. Non l’ho più riletta. Ricordo solo che il disco mi piacque (e piace: ogni tanto lo riascolto) e che la recensione era piena di parentesi e dati tecnici, tipico delle prime cose che si scrivono, quando si vuole mostrare agli altri “quanto si sa”. Ha scritto un libro su Gilles Villeneuve e uno su Marco Van Basten, secondo Lei i due cosa avevano in comune? La carriera, e la vita, interrotta. Per il resto, poco. Il primo era un sognatore pazzo, un romantico puro, un immolatore di se stesso. Il secondo era la bellezza, ma una bellezza cerebrale, quasi “fredda” tanto era stilisticamente intatta. Scrivere di Villeneuve era facile, perché la sua vita era già un romanzo, e difficile, perché la retorica era dietro l’angolo. Per Van Basten è valso l’esatto contrario. Marco Van Basten, Stefan Edberg e Muhammad Ali sono stati fondamentali per il Suo "imprinting estetico". Perché proprio loro? Perché, nello sport, non ho mai visto nessuno così elegante. Nei gesti, nei movimenti. Nessuno come il “float like a butterfly sting like a bee” di Ali, nessuno come la volèe di rovescio di Edberg, nessun gesto meravigliosamente immacolato come le movenze fluttuanti di Van Basten. Parlo di “imprinting estetico” perché, come diceva Carmelo Bene, non riesco a emozionarmi di fronte al contenuto puro. Ho bisogno anche della forma. Ho sempre trovato deplorevoli le fisicità rozze alla Vieri o l’ottusità tecnica alla Bierhoff. Non mi interessa chi segna e chi vince. Mi interessa chi ha talento. Ed eleganza. Da che cosa nasce la passione per il Portogallo di Saramago, Lobo Antunes e Rui Costa? Letture, viaggi, empatie non spiegabili. Il Portogallo è l’unico paese in cui mi sento veramente a casa. Mi riconosco nei loro ritmi, nella loro cultura. E’ un popolo antico, misterioso, intatto. Saramago lo leggevo già nel 1988, quando avevo 14 anni. Il resto l’ho scoperto, con gioia, dopo. Lobo Antunes, Sà-Carneiro. E Pessoa, immenso. Rui Costa è un incompiuto di talento, di eleganza purissima. E bella persona. Credo che l’amore sia stato incentivato anche dall’ascolto, nel 1990, di un disco di Fossati dedicato (anche) al Portogallo: Discanto. Nel giugno 2004 è in Portogallo per seguire gli Europei per il Manifesto. Dopo questa esperienza si distaccherà dal mondo del calcio. Cosa vide che La scosse fino a questo punto? Non è andata così, non è stata una cosa così netta. In Portogallo mi sono divertito, a parte il gol di Charisteas in finale. E non sono andato agli Europei con l’idea che il mondo del calcio fosse casto e illibato. Avevo 30 anni, non 7. Molto più semplicemente, credo che il mio distacco dal calcio sia una cosa naturale. Fa parte delle cose, del tempo che passa. Con il tempo si cambia, e cambiano i gusti. E’ dipeso anzitutto da una trasmigrazione di passione, dal calcio al tennis, che ho trascurato per anni e che adesso ho riscoperto. Il calcio si può ancora seguire con entusiasmo solo se si appartiene a due categorie: gli iper-tifosi e i nostalgici. Se, in altre parole, si guarda il fenomeno da lontano, molto lontano. Se si rinuncia alla razionalità, oppure ci si fossilizza nel calcio di una volta. In un monologo, Gaber diceva ironicamente: «Non dico che per seguire il calcio bisogna essere stupidi…però aiuta».Non sono un tifoso da curva, mai stato. Non ho più l’età dell’incanto adolescenziale. E non sono nostalgico. Non devo neppure scrivere di calcio per lavoro, a La Stampa e Mucchio mi occupo di cultura, quindi sono a posto. Il calcio è qualcosa che va guardato con diffidenza. Criticamente. E’ un concentrato di difetti, colpe, derive tribali, nefandezze economiche, doping, brutture sportive. E’ popolato da personaggi con cui non andremmo a cena neanche sotto tortura. Spesso scatena il peggio dell’animo umano. Ecco: io non credo che meriti tutta questa attenzione. Mi piacerebbe vivere in un paese che sa infervorarsi anche per altre cose; che scende in piazza per motivi molto più nobili del fallimento del Messina o della retrocessione del Genoa; che non fraintende il patriottismo con il tifo smodato per l’Italia ai Mondiali. Il novanta percento dei calciatori ha la moralità e simpatia di Cassano, nessuna categoria sportiva è oggettivamente antipatica come quella dei calciatori. Le loro interviste sono un inno alla vacuità mentale. Basta leggere Carlo Petrini per capire come funzionano le cose. Chi fa il giornalista sportivo impara a disilludersi dopo tre giorni. Mi riconosco – non solo sul calcio – nelle analisi “apocalittiche” ma veritiere di Beppe Grillo. Non mi piacciono, per forma mentis, le manifestazioni di entusiasmo cieco. Almeno una volta alla settimana ci sono episodi di violenza sugli spalti, partite interrotte per intemperanze del pubblico. La guerriglia nei dintorni dello stadio è diventata “norma”, come gli ululati razzisti e le croci celtiche. E anche in questo l’Italia riesce a essere più incivile del resto d’Europa. Perfino la letteratura calcistica è in difficoltà. E specifico “calcistica”, perché opere meritevoli di sport escono ancora (quello su Serse Coppi, per esempio). In passato sono usciti libri splendidi, su Gigi Meroni come su Maradona. Atleti nobili, bellissimi o comunque sfaccettati, complessi. Oggi è più difficile. Non è tanto un problema di scrittori, quelli ci sarebbero anche, basta leggersi il trimestrale Linea Bianca. E’ proprio un problema di materia, uno svilimento del contenuto. Si scrive troppo, spesso su calciatori che non meriterebbero neanche un trafiletto in cronaca locale. Come può essere bello, o anche solo decente, un libro su Trezeguet, Inzaghi, Recoba, Totti? Se la materia prima è anonima, quando non respingente, neppure il più grande scrittore del mondo può essere in grado di elevarla. Il calcio di oggi, quello “famoso”, merita la dimenticanza, non l’eternazione. Mi piacerebbe che l’Italia desse al calcio l’importanza che merita: poca. Forse avrebbe bisogno di implodere definitivamente, come qualche anno fa il football americano. Un anno zero, e ripartire daccapo. Non sono diventato un khomeinista, se un amico mi chiama per vedere una partita in tv posso anche andarci, ma solo se è la scusa per bere un buon vino o un Calvados. Seguo ancora il calcio e leggo sempre con piacere i Mura, i Beccantini e i Marrese. Colleghi come Giorgio Porrà, Umberto Nigri e Paolo Ziliani sono bravissimi. Se però devo parlare di sport, scelgo ancora il tennis. Di recente mi hanno chiesto di scrivere la biografia ufficiale di un noto calciatore italiano. Era una grossa casa editrice, ci avrei guadagnato, ma ho detto no. In un' intervista che fece a Paolo Conte domandò se tifava ancora Milan nonostante Berlusconi, Conte Le rispose che si divertiva guardando Kakà e Rui Costa e che certe domade non se le poneva. So che Van Basten è l'uomo che La rese milanista e che Radio Due L'aveva chiamata come opinionista per il programma Atlantis, dopo tre Suoi interventi, nei quali aveva criticato il governo berlusconiano, non La chiamarono più. Tifa ancora Milan nonostante il Premier? Sono legato al Milan della mia memoria, che va da Gullit e Van Basten alla Champions League vinta nel 1994. Da quella data mi sono acceso sempre meno: ricordo con affetto Weah, Boban, Shevchenko e Manchester 2003 contro la Juventus. Lì mi sono fermato. Tendo però a non scendere dalla nave quando affonda. Smettere di tifare Milan dopo la figuraccia con il Liverpool in finale di Champions League sarebbe cosa da Emilio Fede. Quindi, a una domanda di questo tipo, rispondo che sì, sono ancora milanista. E lo sarò sempre, perché il Milan c’era prima e ci sarà dopo Berlusconi. Non credo alle versioni politically correct per le quali la squadra “di sinistra” di Milano sarebbe l’Inter. E’ di sinistra dare del “negro” a Zoro? E’ di sinistra esporre svastiche? E’ di sinistra lanciare razzi addosso a Dida? E’ di sinistra la new economy di Tronchetti Provera? Sono di sinistra i tackle ad altezza pubica di Materazzi? Oppure è di sinistra Mihajlovic, quello amico della tigre di Arkan? E sulle altre squadre: la sinistra è Moggi, è Sensi, è Lotito, è Della Valle, è Zamparini, è Cellino? Attenzione a questo giochino del sinistra/destra, devo ancora trovarla una dirigenza calcistica “edificante” o anche solo minimamente democratica, almeno in serie A. Berlusconi è una condanna biblica per l’Italia, una sciagura immane, ma non si è eletto da solo. E da milanista ho trovato più offensivo l’acquisto di Vieri, quello che a Lisbona disse che “era più omo lui di tutti noi messi insieme”, che l’attuale dirigenza. Per uno come Vieri non tiferò mai (per Kakà, sì). Il mio è un “milanismo” da lontano. L’ultima volta che sono stato allo stadio era il luglio 2004, l’ultima volta che ho visto una partita intera in tv era il gennaio del 2005. Più delle immagini, guardo i risultati al Televideo e leggo i quotidiani. Difficile essere “tifosi militanti” in questo modo. Recentemente il Milan ha giocato con la Fiorentina. Non ho guardato la partita, ma ho sperato che vincesse la seconda. Così mio padre era contento. E' giurato al Premio Tenco, scrive per un mensile, Il Mucchio Selvaggio, che si occupa molto di musica, so che sta scrivendo la prima biografia ufficiale di Fossati e che Gaber è stato un Suo punto di riferimento; come giudica l' attuale scena musicale italiana? Abbastanza male, sotto i 40 anni c’è poco e sopra sono in pochi a non essere “bolliti”. Potrei dire gli Afterhours, ma già per il secondo nome sarei in difficoltà. Se uno si limita a guardare i nomi in classifica, c’è quasi solo da piangere. Dietro, nelle retrovie, qualche talento si trova, ma fatica a emergere. E allora resta condannato alla nicchia, finendo col diventare dolorosamente o inutilmente alternativo. Non sono un fanatico dei cantautori, anzi la figura istituzionale del “cantore” politico voce e chitarra mi atterrisce. Non a caso mi sono sempre piaciuti i musicisti che erano anche autori di testi (Conte, Fossati, Capossela), oppure i manipolatori finissimi di pensieri (De André, Gaber). All’estero la scena è viva, qualcosa di buono c’è, anche se l’exemplum dei Sessanta e Settanta resta schiacciante per chiunque. E il ricambio generazionale non c’è stato. Sono un ascoltatore onnivoro. Da Battisti ai Radiohead, da Rino Gaetano a Joe Zawinful, da Johnny Cash a John Coltrane. Mi fa orrore quasi tutta la musica che passa in radio, Mtv è un propagatore instancabile di suoni agghiaccianti. Ma il mio stereo è sempre acceso. Edberg non gioca più, quali sono i tennisti attuali che Le piacciono? Richard Gasquet, il talento più puro degli ultimi venti anni. E’ giovane, e il suo rovescio è palesemente divino. Purtroppo (o per fortuna?) non ha testa, rischia di essere un incompiuto come Henri Leconte, a cui peraltro somiglia molto. Mi piace anche Max Mirnyi, perché è uno dei due o tre che ancora giocano il serve and volley, in un’epoca di pallettari e muscolari. Roddick mi indigna, Federer mi annoia, Hewitt è uno psicolabile così palesemente odioso da risultare – per contrasto – quasi simpatico. Safin è un pazzo geniale, mi fa ridere. Nadal è un ottimo personaggio pubblicitario per il tennis, ma sottorete è un fabbro - e poi vince troppo per piacermi veramente. Degli italiani stimo Bracciali, e non perché siamo concittadini e mi alleno nel suo stesso circolo. Starace è simpatico, Volandri starebbe tra i primi venti se avesse un servizio appena decente, Sanguinetti è un “piangina” insopportabile. I peggiori, tranne due o tre casi, sono gli spagnoli. Da Berasategui in poi, hanno prodotto un esercito soporifero di arrotini. Comunque non è vero che il tennis, oggi, è brutto. E’ meno bello di venti anni fa, ma di emozioni sa ancora darle. E ha ottime penne: Clerici, Tommasi, Semeraro.
RINGRAZIO A NOME DI TUTTI I MEMBRI DEL “COMITATO GIGI MERONI” ANDREA SCANZI, PER LA GENTILEZZA E LA DISPONIBILITA’ DIMOSTRATA.
LADIES & GENTLEMEN: THE DREAM TEAM di Andrea Molena
Tutti lo riconoscono: nel panorama sportivo di tutti i tempi c’è stata una sola vera volta in cui i migliori talenti e campioni di una singola disciplina si ritrovassero a giocare nella stessa squadra in un torneo mondiale. E’ il caso della nazionale americana di basket alle Olimpiadi di Barcellona nel 1992, meglio conosciuta come il “Dream Team”, la squadra da sogno che ha letteralmente distrutto, massacrato, umiliato qualunque avversaria “osasse” sfidarla. Un’ assemblaggio di assi che ha lasciato il segno non solo nel mondo cestistico, ma nello sport in generale: è come se nel calcio fosse esistita una squadra dove giocavano assieme Maradona, Pelè, Cruyff, Platini e via discorrendo. Non si poteva pretendere di più: sullo stesso campo hanno corso, si sono passati la palla, hanno tirato (per lo più schiacciato) i più famosi giocatori di pallacanestro mai scesi sulla faccia della terra. Era la prima volta che gli Stati Uniti portavano in una manifestazione mondiale un gruppo di giocatori provenienti dalla NBA, il campionato di basket professionistico a stelle e strisce. Appena in tempo per rivedere, prima del loro ritiro, Magic Johnson e Larry Bird di nuovo sullo stesso parquet, addirittura con le stesse maglie. Questi due grandissimi del basket hanno dato vita nelle sfide infinite fra i Los Angeles Lakers dello “showtime” e i Boston Celtics, la squadra con più vittorie nella NBA, a duelli indimenticabili negli anni ’80: un playmaker di oltre 2 metri fuori dal comune e un bianco di puro talento e classe genuina. Fantastici. E poi Michael Jordan, ovvero il cestista più forte di tutti i tempi. Che dire: il basket in persona, l’essenza del gioco, sapeva fare tutto. Il classico giocatore che ti risolveva le partite da solo e quando lo voleva. I leggendari Chicago Bulls hanno vinto 6 titoli nella loro storia, 2 volte per 3 stagioni consecutive (dal ’91 al ’93 e dal ’96 al ’98), in mezzo la pausa di 2 anni perché Air Jordan non c’era. Con Jordan, però, in quei Bulls c’era lo swingman Scottie Pippen, la tattica e la maestria a servizio del più grande di tutti prima citato. I centri erano Pat Ewing e David Robinson, incontrastabili sotto canestro. L’elenco non è ancora finito: la squadra era da sogno anche grazie a Drexler e Barkley (assieme avrebbero poi vinto l’anello di campioni NBA a Houston) e l’affiatatissima coppia (quasi sposi) che per un soffio non è riuscita a battere i Bulls negli ultimi 2 anni di Jordan a Chicago, ovvero Stockton-Malone degli Utah Jazz. La compagine si completava con un grande tiratore da 3 punti, Chris Mullin, e dall’anello debole Christian Laettner, all’epoca appena sfornato dall’Università di Duke e l’unico dilettante del gruppo. Solo per rispettare le regole del gioco c’era anche un allenatore, Chuck Daly, ma non serviva praticamente a niente. Lo stesso coach ha affermato anni più tardi: “Era come stare a un concerto dove sullo stesso palco si esibiscono Elvis e i Beatles. Viaggiare con il Dream Team era come viaggiare con 12 rock star”. Ed è inutile ricordare anche come sono andate a finire le partite di quel torneo per gli Stati Uniti (riporto solo il punteggio della finale con la Croazia di Kukoc: 117-85, 32 punti di differenza per, incredibile a dirsi, il minimo scarto tra gli Usa e gli avversari in quel torneo). Inutile anche perché sembrava che in quell’Olimpiade ci fosse solo una squadra in campo. Ci si accorgeva della presenza dell’altra compagine solo a inizio e fine partita quando i giocatori avversari scattavano foto ai propri idoli. Jordan, Johnson, Bird e gli altri hanno così scritto la più importante pagina di tutta la storia dello sport. Hanno fatto sì che si realizzasse un sogno. In quell’agosto del ‘92 il Dream Team ha fatto conoscere il basket anche a chi non se ne era mai interessato prima. Forse la squadra dei sogni ha fatto spodestare il calcio dal primo gradino sul podio della popolarità sportiva globale.
GIOANN BRERA E L’ARTE DI SCRIVERE DI CALCIO di Daniele Sarto
Brera è stato, a detta di tutti i competenti, il più grande giornalista calcistico di sempre. Mi verrebbe quasi da dire sportivo, nel paese in cui il calcio è lo sport più popolare e praticato. Ma il Gioann non si occupava solo della “pedata”, ha scritto articoli anche di ciclismo, atletica, oltre ad aver seguito come inviato molte Olimpiadi. Comincia a raccontare il calcio negli anni ’50, ma lo fa con un’originalità e fantasia mai vista nel grigiore delle cronache sportive di quegli anni. Per lui il calcio è qualcosa di epico, gli attori nelle loro azioni sono guidati da un’entità superiore, Eupalla, che ne decide le sorti. La forza di un giocatore o di una squadra non è data solo da capacità tecnico-atletiche, c’è la componente fondamentale del caso, che rende il calcio così imprevedibile. Indimenticabili restano i soprannomi, non sempre benevoli, che diede ad alcuni giocatori: “Abatino”, “Rombo di tuono”, “Puliciclone”, “Piper”, “Bonimba” tra i più famosi. La sua scrittura richiede attenzione, ogni parola ha il suo peso, a volte risulta difficile, per alcuni impossibile: troviamo spesso e volentieri termini francesi, inglesi, latini, lombardi. Nei suoi pezzi poi è facile perdere la bussola nelle lunghe divagazioni che spostano di molto l’oggetto del racconto, ma rendono l’articolo vivace. Grande passione e fonte di godimento era la tavola. Semplici e quotidiani gesti come mangiare, bere del buon vino e fumare assumevano una dignità letteraria straordinaria. Suo assiduo compagno di solenni bevute e discussioni attorno al calcio era Nereo Rocco, da cui lo divideva solo il giudizio su Rivera. Negli ultimi anni non ha mai voluto saperne del computer, ha continuato a battere la solita macchina da scrivere che lo affascinava come una donna. Il Presidente di questo Comitato mi ha da poco regalato un libro di Brera, “Derby”, con tutti i resoconti delle stracittadina di Milano fino al 1992. A dicembre di quell’anno infatti la nebbia della sua amata Pianura Padana se l’è preso, e da allora per dirla con Gianni Mura, chi ama il pallone è un Senzabrera.
JOHN LENNON, UN ADDIO LUNGO 25 ANNI di Andrea Molena
Già un quarto di secolo è trascorso da quel maledetto giorno, il più triste nella storia della musica, l’8 dicembre 1980. Tanto tempo è passato ma, ogni volta che questa data arriva durante l’anno, tornano alla mente quei pochi attimi che hanno messo fine alla vita dell’uomo più discusso e più amato del XX secolo. Un gesto folle. 5 colpi di pistola partiti dalla mano di Mark David Chapman e John Lennon si accascia al suolo davanti al suo appartamento nel quartiere residenziale della Dakota House a Manhattan, New York. Sono le 23:15. Inutili i primi soccorsi e il trasporto in ospedale. John questa volta perde la battaglia, la più importante della sua vita. Il mondo è sotto choc: la morte di questo mito, di questo genio della musica (e non solo) sembrava non dovesse coglierlo mai, a 40 anni poi era impensabile. Per tutti doveva vivere in eterno. Anche per lo squilibrato assassino che con quelle 5 pressioni sul grilletto voleva tenere per sè l’immagine intatta del suo idolo. Paradossalmente anche quegli istanti hanno contribuito a portare John Lennon nella sfera dei più grandi e degli indimenticabili. Indimenticabile John perché ha lasciato un’eredità troppo importante per non essere ricordata. Riduttivo definirlo solo cantante e riduttivo definirlo solo anticonformista. Nel panorama musicale, prima assieme agli altri 3 eroi di Liverpool (Paul McCartney, George Harrison, Ringo Starr) poi da solista, ha totalmente cambiato il modo di fare e di concepire questa straordinaria arte. Gli anni ’60 dei Beatles per la musica sono stati come la creazione della donna per l’uomo. Chiuso. “Siamo più famosi di Gesù Cristo” aveva detto in quei tempi John. Indispensabile per la musica e “indispensabile” John lo è stato, a mio parere, per la società in cui è vissuto . “Fate l’amore, non fate la guerra” lo slogan più giusto e semplice l’ha lanciato lui assieme a Yoko Ono da quel famoso letto (“bed-in”), nudi contro la guerra in Vietnam. “All we are saying is Give Peace A Chance”. Anticonformista, ribelle, rivoluzionario. Si, ma a modo suo. La rivoluzione, la ribellione alla torbida società borghese e alla guerra la voleva fare non con le armi o con l’odio, ma con la musica e le parole, con l’amore e la meditazione e, ma si, anche con la droga. Prova ne è lo spinello fumato prima di essere ricevuto con gli altri 3 dalla Regina Elisabetta, che li stava per nominare baronetti. Questo è stato John Lennon, questo è John Lennon. Le poche parole che ho appena scritto vogliono essere un piccolo omaggio, un piccolo saluto ad un uomo che fisicamente non c’e più, ma che rimarrà eterno come la sua musica e i suoi insegnamenti. Thank you for all, John!
INTERVISTA AD ANDREA MAIETTIdi Pierangelo Rubin
Lo scrittore Andrea Maietti spiega quale sia il libro da lui scritto che preferisce, racconta cosa ha in comune con Gianni Rivera e perché Meroni avrebbe potuto giocare solo negli anni sessanta.
Nel maggio del ’68 Brera lo nominò suo biografo ufficiale, lui contraccambiò facendo oggetto della sua tesi universitaria la scrittura del giornalista pavese. Dopo essersi laureato ha preferito fare l’ insegnante che lavorare all’IBM di Milano. L’ incontro con l’editore di Lìmina gli permette di essere conosciuto oltre Lodi e nel 1997 vince il premio letterario “Bancarella Sport” con il libro “La lepre sotto la luna” (edizioni Lìmina) libro in cui la letteratura incontra lo sport e ne esce un’incredibile magia. Successivamente, sempre per Lìmina, pubblicherà: “Vi racconterò di Mariellina”, “Un kriss sulla schiena”, “Canzone per Bugno”, “Nato a Betlemme”, “Eskimo blu” e “Com’era bello con Gianni Brera”. Ho voluto contattarlo (ovviamente non rivelerò come) e intervistarlo via mail.
1) Ha scritto alcuni libri (da “La lepre sotto la luna” a “Com’era bello con Gianni Brera”), tuttavia la Sua opera che predilige di più è “Vi racconterò di Mariellina” (questo è scritto anche nel Suo sito www.andreamaietti.com), come mai? E' il libro che più di tutti gli altri miei, impasta lo sport con la vita. E' anche il diario di una Viaggio con una compagna che valeva Coppi il campionissimo, lei pure inseguita dal destino. 2) “Nato a Betlemme” è il Suo libro su Gianni Rivera, perché proprio il Golden Boy per un interista e breriano rappresenta un calcio felice e perduto? Perché non ha scelto un interista come Picchi, Corso…? Un libro nasce non solo perché sei tu che lo vuoi scrivere, ma anche perché c'è un editore che lo vuole pubblicare. Rivera mi è stato proposto. Ho accettato perché, pur essendo breriano, nella mia personale breve stagione calcistica oratoriana, giocavo col numero 10, Rivera-style. Su Picchi ha già scritto Nando Dalla Chiesa. Su Corso sarei pronto a scrivere domani, se me lo chiedessero. 3) A Bugno e a Pantani ha dedicato un libro ciascuno. Crede siano stati gli ultimi grandi, grandissimi ciclisti italiani? Il precoce ritiro di Bugno, le amare vicissitudine di Pantani ci hanno negato la favola di un duello che poteva ripetere qualcosa dell'epica disfida Coppi (Bugno) - Bartali (Pantani). Sono stati gli ultimi due campioni a gareggiare dalla Sanremo al Lombardia, come i grandi cavalieri antiqui del ciclismo. Adesso chissà? Promettono molto Cunego e Basso. E' giusto aspettare: loro, come altri, ancora in grembo a madri ignare. Per quale stolida presunzione dovrebbe il mondo finire con noi? 4) Nei giorni scorsi, purtroppo è venuto a mancare George Best, Brera si espresse mai nei confronti di quel grande giocatore? E come? Non ricordo. Brera non amava molto quel genere di giocatori cosiddetti atipici, "abatini". S'inchinò religiosamente soltanto davanti a Pelé di cui descrisse un numero con un endecasillabo leopardiano: "Dolce e chiara è la notte e senza vento"; e a Maradona, da lui ribattezzato "Divino Scorfano". Ma quando scrisse della tragica fine di Meroni, si commosse: "Luigi Meroni, morto come uno qualsiasi di noi non nato eroe. Il tuo cieco destino ha voluto che neanche un singhiozzo fosse mai sacrificato alla retorica della bella morte. La morte bionda è un'invenzione idiota, da vecchi corrotti del rischio e della vita. Tu eri giovane e puro abbastanza per non dimenticarti mai di essere vero, neanche nelle stranezze. Addio". 5) Un’opinione, un ricordo su Gigi Meroni calciatore e uomo. Che dirti, Pierangelo? Come scrivo in "Nato a Betlemme", Meroni entrò subito nel gruppo degli abatini breriani (con Rivera, Mazzola, Corso, Bulgarelli), diventando estroso idolo dei torinisti. Aveva baffi e pizzetto alla D’Artagnan , i basettoni allora di moda. Portava come Sivori e Corso i calzettoni “alla cacaiola”. Era un’aletta fantasiosa e lieve come una farfalla (Nando Dalla Chiesa, “La farfalla granata”, Limina 1996). La sua stagione calcistica e umana durò il lampo iridato di una farfalla. Una domenica d’ottobre del 1967 venne investito e ucciso da una macchina , nella sua Torino, a due passi da casa. Meroni è nato nel 1943, lo stesso anno di Rivera. Persino più asciugato di muscoli, più atleticamente implausibile. Il suo amor di dribbling , più viscerale o cordiale di quello di Beccalossi. Oggi Gigi Meroni non farebbe neppure panchina, in un calcio che ha risicato spazio anche a Baggio, sommo poeta del folber. Meroni poteva giocare soltanto in quell’ultima stagione del football, quella dell’oratorio e del prete di Celentano. Qualche anno dopo la sua morte, trovai su una bancarella a Milano un libriccino inglese di racconti sportivi. Autore Brian Glanville, il Brera dei giornalisti sportivi britannici. Il primo dei racconti dal titolo wildeiano , “The thing he loves” (Ciò che lui ama). Una storia ispirata a Gigi Meroni: il dramma di un tifoso che investe in macchina l’idolo delle sue domeniche. Erano gli anni dei Beatles. Dopo aver letto la storia ai miei alunni liceali, chiusi la lezione mettendo sul giradischi “Yesterday”. I miei alunni presero a cantare , a voce bassa, come sentissero che la loro primavera sarebbe presto diventata “Yesterday”: una cosa bella e lontana, ma vera, vissuta, qualcosa in cui credere (Oh I believe inYesterday”, io credo a ieri).
RINGRAZIO A NOME DI TUTTI I MEMBRI DEL “COMITATO GIGI MERONI” ANDREA MAIETTI, PER LA GENTILEZZA E LA DISPONIBILITA’ DIMOSTRATA.