COMITATO GIGI MERONI

"E' protestare questo? A me sembra che sia semplicemente vivere. Dignitosamente. Sapersi al mondo: ecco". GIGI MERONI

Eccomi

Utente: COMITATOMERONI
PIERANGELO RUBIN Nonostante fumasse 20 sigarette al giorno ha deciso di smettere. Sarebbe un Rivera dei nostri giorni. Ma non lo sapremo mai con certezza. Collabora con "Il Mattino di Padova" e la "Nuova di Venezia e Mestre". ALBERTO FACCHINETTI Il Mario Kempes della Terza Categoria. Difficile rapporto con il gol e con le donne in genere. Cronista sportivo per “La piazza”. PAOLO GARATO Il geometra. Senza rivali in tutto il triveneto. Centrocampista dai piedi buoni. Zero gol in sei anni di prima squadra. MASSIMO BERTIN Stopper di professione. Da bambino sognava di diventare un wrestler professionista e in campo si vede. DANIELE SARTO Stuolo di donne al seguito, fluidificava per gli Amatori, ora fa panca in una squadra dilettantistica. MARCO BOLDRIN Barista di giorno (Off side, via Portello Pd), portiere di notte. ANDREA MOLENA Interista così sfortunato che, bambino, nell’anno dello scudetto dei record della sua squadra teneva al Napoli di Maradona. Sorella sfiga… NICOLA BRILLO Scarsa preparazione calcistica, ma un grande merito: lo zio Ignazio è un preparatore atletico d’altri tempi. ALESSANDRO GIRALDO Rappresenta il paese più di qualsiasi altro. Ha venduto, all'angolo della strada che lo porta al bar, la sua anima per la poco religiosa trinità "sesso, droga e r'n'r".

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Archivio

oggi
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005

Feeds

  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte

 
lunedì, 30 gennaio 2006

LA PANTOFOLA D’ORO DI GARRINCHA di Alberto Facchinetti

 “Non è una scarpa, questa è una pantofola… una pantofola d’oro”. Siamo nel 1959 e John Charles, il gigante buono che segnava gol per la Juventus, battezza così la morbida scarpa che gli hanno messo al piede. È il battesimo, appunto. Non l’ inizio della storia. Per quello bisogna tornare indietro fino al 1886, quando nasce ad Ascoli Piceno la bottega di calzolaio dei Lazzarini. Negli anni Quaranta, Emidio la eredita dal padre e ha un’ intuizione geniale: confezionare da sé le scarpe che indossa per lo sport che pratica, la lotta libera. Quelle che si usava prima erano dure, ti spaccavano i piedi: la vera lotta sembrava essere quella per infilarsele. Le sue invece sono morbide e avvolgenti. La voce gira e più di un lottatore ne vuole un paio, Lazzarini non se lo fa chiedere due volte. Non solo, annusa l’affare e comincia a fabbricare scarpini da calcio per la squadra della sua città, l’Ascoli Calcio 1898. E non si ferma qui: adatta per il rugby i modelli per il futbol, rinforzando la punta e alzando la tomaia. I piedi grossi sono quelli degli Amatori Aquila, e lo sport è quello fatto senza mezzi economici sufficienti, ma con i giusti valori, la passione innanzitutto. Emidio in poco tempo passa dall’Ascoli al Real Madrid, negli anni in cui la squadra vive la sua epoca d’oro. Realizza così il sogno di ogni calciatore, quello di giocare con la squadra più prestigiosa del mondo. Al posto suo, lo fanno le sue creature, le sue scarpe. Ai piedi del colonnello Puskas e Di Stefano, la “Saeta Rubia”. Perché la Pantofola d’oro è da subito sinonimo di comodità. Il segreto: una soletta in pelle di vitello che sostituisce il cuoio che normalmente si usava e una linea ergonomica tagliata perfettamente sulla forma del piede. Realizzata utilizzando i migliori pellami, la qualità artigianale è evidente. Ogni scarpa mostra piccolissime difformità, ognuna è interamente montata e cucita a mano. Un artigianato che profuma d’arte. La Pantofola d’oro ha vestito nel corso degli anni i piedi di campionissimi. Fra i tanti: il 47 del portiere russo Jashin e del suo erede italiano Zoff, quelli geniali di Sivori, quelli raffinati di Rivera, Mazzola (qui nessuna staffetta, un paio a testa) e Van Basten, quelli potenti di Riva, quelli rivoluzionari di Cruijff, quelli che sembravano avere il goniometro di Falcao. Ma anche piedi più ruvidi, ma sempre vincenti, Burgnich, Capello, Bergomi. La leggenda di una scarpa passa anche per quella dei giocatori che l’ hanno  indossata. Quella che vogliamo raccontarvi è quella speciale di Manuel Francisco dos Santos. Nel 1958, Charles non l’aveva ancora provata e quindi non si chiamava ancora con il nome che l’ ha resa celebre, Lazzarini mette addosso le sue scarpe al giocatore più amato dal popolo brasiliano. Garrincha, nato nella totale miseria di Pau Grande, un quartiere a troppi km, 70 da Rio. Poliomielitico, con le gambe piegate dallo stesso lato, parallele. Con quelle scarpe fece vincere al Brasile il Campionato del Mondo disputatosi in Svezia, ripetendo l’ impresa quattro anni dopo in Cile, dove fu anche il miglior giocatore del torneo. Manè regalò allegria, con le sue finte, i suoi dribbling, la sua andatura sbilenca. La più forte ala destra della storia del calcio. Era praticamente impossibile marcarlo, per qualunque terzino. Dei dodici incontri giocati in Coppa del mondo, ha perso solo l’ultimo (con l’Ungheria in Inghilterra); ormai era finito, sfiancato dall’alcool e dalle troppe infiltrazioni al ginocchio perché potesse giocare. Alla prima partita intera con la Botafogo, Garrincha segnò subito tre gol. Due mesi prima, a diciannove anni, aveva superato il provino, umiliando Nilton Santos, il terzino sinistro della Seleçao chiamato Enciclopedia (evidentemente qualcosa sul pallone la sapeva). Un dribbling, un tunnel e un pallonetto, fu così che Nilton Santos, a denti stretti, andò dai suoi dirigenti a obbligarli di tesserare quel ragazzino. Contratto misero, Garrincha firmò sempre i suoi assegni in bianco. A lui bastava giocare a pallone. E’ nel cuore della sua gente più di Pelè: perché se il secondo è quello che i brasiliani vogliono essere, l’angelo dalle gambe storte è quello che in realtà sono; e i brasiliani in genere non sono ambiziosi, preferiscono godersi la vita con il carnevale, la spiaggia, il calcio e le belle donne. Che sia morto solo, ubriaco e povero, in un triste giorno del 1983, è uno dei pesi più grandi che il suo popolo debba sopportare. Un tempo faceva ridere il suo paese, ora lo fa piangere.  

Postato da: COMITATOMERONI a 12:11 | link | commenti (1) |
alberto facchinetti

venerdì, 20 gennaio 2006

INTERVISTA A DAMIANO TOMMASI di Alberto Facchinetti

 

 

 

 

 

 

 

Ho ripreso in mano, dopo anni di polvere, il “Candido” di Voltaire (tutto sottolineato, lo voleva la prof. di lettere: è pieno zeppo di figure retoriche, quel libro). Andrea Scanzi lo ha citato (in un “Guerin sportivo” del 2004, Agosto). Scrive, il giornalista: “Calciatore dotto, misericordioso, corretto al limite del martirio, è Damiano Tommasi, che neppure dopo l’intervento omicida di un macellaio dello Stoke City ha perso la serenità. In questo ricorda Candido, il protagonista di un racconto filosofico di Voltaire. Candido è indottrinato dal maestro Pangloss, discepolo di Leibniz, secondo il quale tutto in questo mondo è bello e meraviglioso. Candido, all’inizio, ci crede. Poi lo cacciano dal castello. Poi l’Inquisizione lo condanna a morte. Poi scappa, ma per far questo è costretto a uccidere. Alla fine, qualche dubbio su Pangloss e il suo ottimismo gli è venuto (a Tommasi, non si sa)”. Il tuo invece di ottimismo (per il recupero dal grave infortunio, intendo) evidentemente non l’hai perso. Credo abbia a che fare anche con la passione, forte, per il pallone. Lo so che è difficile raccontare lucidamente un sentimento. Ma provaci, magari aiutandoti con scrittori che hanno parlato di calcio e sono riusciti a farlo. Credo che il mio punto di forza nel recupero dall’infortunio sia stato l’aver avuto sempre in mente che il risultato negativo della riabilitazione avrebbe cambiato di poco la mia vita. L’idea di dover ammettere che il calcio giocato non avrebbe più fatto parte della mia vita non mi ha mai turbato. Mia moglie nel momento in cui avevo ripreso una vita normale fatta di totale autonomia sia in casa che con l’automobile mi disse “per me vai già bene così”. Forse così posso cercare di far capire perché una gamba rotta non mi ha tolto l’ottimismo e la gioia di provarci ancora una volta. Riguardo Taggart (il difensore dello Stoke City) non posso che ribadire ciò che più volte ho detto e cioè che non ho visto in lui cattiveria o malizia ma reputo ciò che è accaduto uno scontro di gioco. Thuram ha rilasciato un’intervista, intelligente e profonda, a Emanuele Gamba di Repubblica. Dice il francese: “Ho letto sul giornale che un cardinale importante ha sconsigliato matrimoni fra persone di religione diversa, di cattolici con musulmani. Ma che razza di ragionamento è? Mi sembra esista un comandamento che invita ad amare il prossimo come noi stessi. Mi piacerebbe sapere come, secondo il cardinale, Gesù valutava il prossimo. Si rende conto di quanto siano pericolose, quelle parole?”. Il cardinale è Ruini. Tu che idea hai in proposito? Non ho purtroppo letto le dichiarazioni del cardinal Ruini e non posso perciò commentare quello che ha detto… posso dire di questo argomento che il futuro va nella direzione della multi-etnicità, di popolazioni sempre meno radicate nel territorio, di un mondo sempre più piccolo e con l’obbligo da parte di tutti, mussulmani, ebrei, cristiani, buddisti… di aprirsi agli altri, di mettere da parte la propria specificità per arricchirsi delle novità, dei punti di vista degli altri. La Verità chi ce l’ha? Avere sempre in mente questa domanda è già un buon punto di partenza. Bianchi, Mazzone, Zeman, Capello nel passato romano, quelli che hai avuto a Verona, nelle giovanili, in Nazionali. Quali allenatori ti hanno insegnato di più a livello professionale e a livello umano? Da tutti gli allenatori ho imparato qualcosa (Mazzone non ho avuto la fortuna di averlo come allenatore) ma quello che mi ha dato di più sotto tutti i punti di vista è stato Zeman. Sarà stata la mia giovane età, sarà stata la mia poca esperienza da professionista ma una figura come la sua in quel momento della mia carriera è stato come mettere le basi per svolgere poi il mio lavoro secondo un criterio preciso e secondo un approccio mentale del tutto diverso. Lo sport come impegno, preparazione, lavoro sul campo. La sua passione per lo sport si respirava in campo ed il suo attaccamento al lavoro è riuscito a trasmettermelo molto bene. Hai partecipato ai deludenti, per la Nazionale italiana, mondiali nippo-coreani del 2002. Trapattoni, la federazione italiana, Moreno… o abbiamo perso solamente perché non abbiamo vinto? Devo ammettere che per me non sono assolutamente un brutto ricordo. Professionalmente sono cresciuto molto in quella competizione perché era la prima volta e perché ho avuto la fortuna di viverla direttamente da protagonista. Sicuramente il modo in cui si è conclusa non è stato positivo e forse sì, la sconfitta non è stata l’unica nota stonata. Nello sport bisognerebbe saper perdere con un altro spirito. Come ti vedi tra trent’anni, riccioli e barba bianca, ma ancora dentro al mondo del calcio? Non ho programmi a lungo termine, il mio sogno come credo quello di molti è di poter diventare un buon nonno… ho tre bambine e chissà che fra trent’anni non mi toccherà portare in giro qualche nipotino. Nel mondo del calcio… sicuramente il calcio farà ancora parte della mia vita perché è una mia passione ma non so se mi vedrà coinvolto anche professionalmente.

 

 

 

 

 

 

 

 

Postato da: COMITATOMERONI a 16:47 | link | commenti (5) |
alberto facchinetti