COMITATO GIGI MERONI

"E' protestare questo? A me sembra che sia semplicemente vivere. Dignitosamente. Sapersi al mondo: ecco". GIGI MERONI

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Utente: COMITATOMERONI
PIERANGELO RUBIN Nonostante fumasse 20 sigarette al giorno ha deciso di smettere. Sarebbe un Rivera dei nostri giorni. Ma non lo sapremo mai con certezza. Collabora con "Il Mattino di Padova" e la "Nuova di Venezia e Mestre". ALBERTO FACCHINETTI Il Mario Kempes della Terza Categoria. Difficile rapporto con il gol e con le donne in genere. Cronista sportivo per “La piazza”. PAOLO GARATO Il geometra. Senza rivali in tutto il triveneto. Centrocampista dai piedi buoni. Zero gol in sei anni di prima squadra. MASSIMO BERTIN Stopper di professione. Da bambino sognava di diventare un wrestler professionista e in campo si vede. DANIELE SARTO Stuolo di donne al seguito, fluidificava per gli Amatori, ora fa panca in una squadra dilettantistica. MARCO BOLDRIN Barista di giorno (Off side, via Portello Pd), portiere di notte. ANDREA MOLENA Interista così sfortunato che, bambino, nell’anno dello scudetto dei record della sua squadra teneva al Napoli di Maradona. Sorella sfiga… NICOLA BRILLO Scarsa preparazione calcistica, ma un grande merito: lo zio Ignazio è un preparatore atletico d’altri tempi. ALESSANDRO GIRALDO Rappresenta il paese più di qualsiasi altro. Ha venduto, all'angolo della strada che lo porta al bar, la sua anima per la poco religiosa trinità "sesso, droga e r'n'r".

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lunedì, 20 febbraio 2006

INTERVISTA A MAURIZIO PUPPO di Alberto Facchinetti

 

 

 

 

 

 

 

Poi venne la botta, proprio non ci credeva / lo dissero a scuola, che con lui più non c'era. E pianse davvero, per la sua ultima volta / lo pianse a singhiozzi, la mente sconvolta. E' un lampo, un'immagine, dura un momento / tra alberi spogli e già troppo cemento. La vita si è presa soldati e palloni / e anche il mio primo amico: era Gigi Meroni. Questa è di Michele Monteleone, poi ancora, quella di Fernando Acitelli (di quella storia poetica del calcio mondiale i due ritratti che preferisco sono quelli dedicati a Skoglund e a Boninsegna). Sembra anche a te che la forma più naturale per raccontare Gigi Meroni sia la poesia? probabilmente sì, anche se come sai non mancano esempi contrari, ad esempio il bel libro di Nando Dalla Chiesa, “La farfalla granata”.  Ma certo la poesia, per sua natura, è un codice molto più adatto a  cifrare in sé le contraddizioni, le sfumature, le malinconie. A patto ovviamente che si tratti di una poesia non celebrativa, non retorica. Nel raccontare un personaggio come Meroni, credo si debba fare sempre molta attenzione a non trasformarlo in un “mito” né in un monumento a se stesso, a diffidare dell’eccesso di retorica, e a rispettare invece la sua essenza di grande talento irregolare, anarchico, figlio perfetto del suo tempo. Meroni viveva in una specie di mansarda, dipingeva, leggeva, era inquieto, umano, problematico. Pensa quanta differenza rispetto a certi calciatori di oggi, tutte villone con le guardie del corpo, magliettina firmata dall’amico stilista e giri in fuoriserie con le stelline della televisione. Eppure, al tempo stesso, era anche un campione, uno sportivo, un talento. Un “vincente”, insomma, diremmo con la brutta terminologia di oggi, che pure si porta appresso una virtù salvifica: e cioè una viva intelligenza, un animo dolente, allegro e malinconico al tempo stesso, aperto agli altri ma anche solitario. Uno di quelli che sono sempre “alla ricerca di qualcosa che non trovano/nel mondo che hanno già...”. Sampdoria e Gigi Meroni.Quanto ti sarebbe piaciuto che Genova, Meroni l’avesse vissuta con l’altra squadra della città? nel mio libro, in effetti, parlo di questo incontro mancato... Pensavo soprattutto a quei meravigliosi calzettoni bianchi a strisce blu orizzontali, che la Sampdoria indossava in quegli anni. Poi fu Paolo Mantovani a farli cambiare, perché secondo lui quei calzettoni erano troppo associati all’immagine della Sampdoria piccola piccola, quella delle salvezze mirabolanti, insomma portavano un po’ sfiga per dirla chiara. Ecco, in ogni caso a me quei calzettoni “beat” parevano perfetti per un giocatore come Meroni. L’aria scanzonata, un po’ svagata di quella Sampdoria gli sarebbero calzate a pennello... In realtà un filo rosso che lega la sua storia alla Sampdoria c’è. Non so se conosci quella vecchia storia, molto controversa. Ad un certo punto, siamo credo nel 1964, Meroni gioca nel Genoa ma girano voci di una sua cessione. Così a Genova viene organizzata una specie di colletta per aiutare la società rossoblù a non venderlo. E Paolo Mantovani, in seguito alle insistenze degli amici, pur non essendo genoano accetta di contribuire. Il Genoa ringrazia, poi però vende lo stesso Meroni al Toro... E lì Mantovani si sente tradito, da una sorta di “piccineria”, dal timore di fare il passo più lungo della gamba, da una tendenza ad un realismo eccessivo che è un elemento ricorrente nella storia genovese. Qualcuno ha detto che proprio in quel frangente maturò il suo intento di portare la Sampdoria ai vertici, per la voglia di dimostrare come quel cinismo fosse in realtà un alibi per non fare nulla... Vera o inventata che sia la storia, lega in qualche modo il destino di Meroni a quello della Sampdoria. Tra l’altro l’incidente è avvenuto proprio dopo una partita contro di noi, il 15 ottobre del 1967, e pare che il severissimo Edmondo Fabbri, allenatore dei granata all’epoca, e teorico del ritiro “post-partita”, avesse concesso la “libera uscita” proprio come premio per la vittoria. Insomma, i fili del destino si sono intrecciati più volte, fino a quel fatale appuntamento su Corso Re Umberto. Ma se penso al sogno di Mantovani di arrivare “ai vertici”, scusa la divagazione, ma mi viene in mente un’altra storia... Nei primi tempi della sua presidenza, con la Sampdoria in serie B, pare che un giorno sia arrivato a Bogliasco e abbia cominciato a parlare della costruzione del secondo campo d’allenamento dicendo “del resto, come si fa a vincere la Coppa dei Campioni con un solo campo d’allenamento?” e tutti lo hanno guardato come se fosse un pazzo, scusi presidente? La Coppa dei Campioni? Una battuta? E lui serio, no no, non è una battuta, io voglio vincere la Coppa dei Campioni. Proprio lui che non ha mai promesso nulla ai tifosi. Lo presero per matto. Pensa anche che in quegli anni le squadre italiane nelle coppe stentavano, dall’ultima coppa dei campioni, vinta dal Milan di Rivera, erano passati dieci anni. Va be’, c’è arrivato, a due centimetri direi, due centimetri dal palo. Ho divagato un po’, ma insomma, dalla storia di Meroni e dal senso di rivalsa verso la logica del “non si puo’ fare niente”, si passa a questa “visione” di una Coppa dei Campioni blucerchiata che all’epoca – parlo forse del 1979, 80 – era qualcosa di totalmente, assolutamente inimmaginabile. Sampodoria e i gemelli: la Genova blucerchiata, negli d’oro della Samp, amava di più Gianluca Vialli o Roberto Mancini (dimmi anche quale era il tuo gemello favorito)? Ora, quell’ amore verso quei due, in cosa si è trasformato? penso che il rapporto con Vialli sia stato, in generale, assai più limpido e chiaro. Vialli è venuto a Genova con grande umiltà, su di lui c’erano forti speranze ma non aveva l’aria del predestinato. Quando giocava in serie B, nella Cremonese, la Juventus aveva deciso di non prenderlo perché Zoff, all’epoca osservatore dei bianconeri, lo aveva rubricato come “giocatore di categoria”. Come si sa, anche Omero talvolta dormicchia... Insomma, Vialli è arrivato abbastanza in punta di piedi e ha sempre avuto un appoggio totale, incondizionato da parte del pubblico, anche agli inizi, grazie anche al suo atteggiamento disponibile, aperto. E in fondo ben pochi ne hanno contestato la partenza, nel 1992, semmai percepita come una decisione dolorosa ma forse inevitabile. Per Mancini fu molto diverso. Nel 1982 fu accolto un po’ come una sorta di messia, perché a diciassette anni, buttato in campo da Burgnich nel disperato tentativo di salvare il Bologna, in poche partite aveva segnato nove reti in serie A, di cui alcune splendide, straordinarie, e tutti gli pronosticavano un avvenire da fuoriclasse assoluto. Ma i primi anni furono difficili, difficilissimi. Mancini era beccato dal pubblico, soprattutto da quello dei “distinti”, che è sempre stato il più difficile da accontentare. E volarono gli sputi... Era piuttosto inaffidabile, nel senso che alternava prestazioni stupefacenti ad altre sconcertanti. Ulivieri, il suo primo allenatore alla Sampdoria, lo vedeva nei panni di prima punta. Poi con Bersellini, il sergente di ferro, i rapporti non furono certo idilliaci. Bisogna dire che il primo Mancini era di difficile collocazione tattica, nel senso che rientrava nella categoria dei nove e mezzo, coniata ironicamente da Michel Platini per Roberto Baggio. Insomma, in quegli anni la gradinata era a suo favore, il resto dello stadio un po’ meno. Mancini trovò la sua collocazione definitiva grazie a Boskov, senza dubbio, che gli affidò la sospirata maglia numero dieci continuando però a farlo giocare praticamente da seconda punta, e grazie anche alla crescita tecnica e atletica di Vialli, che lo sollevò dall’incombenza di puntare la porta. In realtà Mancini avrebbe avuto tutte le doti per essere una prima punta di grandissimo valore, e dopo la partenza di Vialli alla Juventus, nel ’92, quando Eriksson lo convinse a ritornare nel ruolo degli inizi per una stagione (poiché Bertarelli, preso per sostituire Vialli, si era rivelato troppo acerbo), segnò subito quindici reti, giocando una delle sue migliori stagioni, e d’improvviso riscoprendo perfino una certa umiltà e un certo spirito di sacrificio. Mancini, per rendere al meglio, aveva bisogno di sentirsi protetto, di avere una serie di punti di riferimento, da Vialli al massaggiatore di fiducia e così via. Ecco perché in nazionale non ha mai reso all’altezza delle aspettative; si sentiva fuori dal bozzolo, stretto com’era soprattutto nel blocco del Milan. Dopo la partenza del dioscuro Vialli e soprattutto dopo la scomparsa di Paolo Mantovani, dal ’93 in poi insomma, Mancini ha stentato ad accettare il progressivo, ma secondo me inevitabile, ridimensionamento della Sampdoria. E così in quegli anni ha fatto riemergere il lato capriccioso, volubile, scostante del suo carattere, proprio nel momento in cui la Sampdoria avrebbe avuto più bisogno invece del suo sostegno. Segnava e non esultava, in una partita a Marassi contro l’Inter, dopo un presunto rigore negatogli, e il conseguente giallo per simulazione, cercò a bella posta l’espulsione, con un’entrataccia sotto gli occhi dell’arbitro seguita da una frase del tipo “questo invece l’hai visto, eh?”. Condita probabilmente da qualche insulto. Lasciando la squadra in dieci per un’ora, così, per capriccio. Poi vi fu la rottura definitiva nell’autunno del 1996. Aveva trentadue anni, vedeva davanti a sé ancora tre anni di carriera ai massimi livelli e giustamente voleva provare a giocarseli al massimo livello; quello che la Sampdoria, non certo per cattiva volontà ma per ragioni ben più profonde, non poteva più garantirgli. Si fece tentare dalle sirene di Moratti, ma Enrico Mantovani lo invitò a rispettare almeno l’anno di contratto in corso, confermandogli però che sarebbe potuto partire a parametro zero a fine stagione, come promessogli dal padre. Lì vi fu la rottura, Mancini trattenuto controvoglia smise praticamene di giocare: nel girone d’andata aveva segnato dodici reti, mi pare, e in quello di ritorno ne mise a segno appena una, a porta vuota da due metri contro il Perugia a Marassi, inciampandosi pure. A fine stagione andò alla Lazio ma con l’atteggiamento di chi ha subito gravi torti. Una polemica destinata in seguito a produrre molti guasti, tra cui quello di spaccare in due la gradinata, frattura che ha segnato la nostra storia recente e ancora non si è ricomposta. Venendo al mio rapporto con loro, devo dire che dal punto di vista tecnico il mio idolo era Mancini, perché ho sempre amato i giocatori di grande creatività. Uno dei miei eroi calcistici, indipendentemente dal mio tifo blucerchiato, è stato Gianni Rivera, e in Mancini ho rivisto, talvolta, un po’ della sua genialità; la palla filtrante in area che taglia fuori i difensori e si deposita, con il “giro” giusto, davanti al piede dell’attaccante. Lo diceva anche Bulgarelli, che di certe cose se ne intende. E poi anche perché Mancini mi pareva più fragile, più esposto alle intemperie, più simile a quell’Alviero Chiorri che avevamo “tanto amato, per un anno e forse più”... Ricordo quella partita dell’Italia in Svezia, qualificazioni per gli Europei dell’88, Vialli e Mancini finalmente titolari in nazionale. I primi minuti Mancini li gioca in modo devastante. Poi l’arbitro fischia un calcio di rigore per l’Italia. Mancini va al tiro con l’aria del condannato al patibolo e io comincio a preoccuparmi. Lo tira bene, ma il portiere arriva non si sa come a deviarlo sul palo, e sulla ribattuta Vialli da pochi metri spara alto... Mancini smette di giocare, scompare. L’Italia perde uno a zero. I giornali lo massacrano. Ecco, credo che quello sia stato un momento decisivo. Se quella palla fosse entrata, credo che lui stesso avrebbe acquisito quella fiducia di cui aveva assolutamente bisogno per esprimere il suo potenziale in maglia azzurra. Mentre Vialli aveva le spalle,come dire, molto più larghe. Con lui in campo, io, da “tifoso” non avevo paura di nessun avversario, avevo la sensazione che ce la saremmo giocata con chiunque, e credo che trasmettesse questo senso di protezione anche ai compagni. Quando abbiamo giocato la partita decisiva per lo scudetto, a San Siro contro l’Inter, dopo l’espulsione di Mancini e Bergomi, Vialli si è preso sulle spalle tutta la squadra, giocando praticamente da solo nella metà campo interista. Gli altri a difendersi dal disordinato assalto interista e a rilanciare il pallone un po’ alla viva il parroco, sai; e Vialli straordinario, una specie di bufalo nella prateria, con un’occupazione proprio fisica dello spazio incredibile. In quelle circostanze si esaltava, dava il meglio di sé. Come persona, mi è sempre parso estremamente vivo, forse un po’ snob ma certamente assai intelligente. Anche adesso, a molti anni di distanza, su Vialli non ho cambiato parere. Sampdoria in esilio: “Febbraio ha ceduto il passo a marzo, e la neve è quasi sparita, tranne in quei recessi in cui il sole non s’ insinua mai. I rami degli alberi sono ancora spogli, ma dal mio arrivo a Parigi, stanno germogliando piccole gemme dure che ben presto diverranno foglie sontuose danzanti nella brezza. Mio Dio, amo Parigi in tutte le stagioni dell’anno”. Firmato Ed Bunker, nella Postfazione (“Parigi, quasi Primavera”) di “Educazione di una Canaglia. Come vivi le partite della tua squadra del cuore in una città come Parigi? All’inizio c’è stato un senso di separazione “spaziale” molto forte. Per qualche mese non avevo nessuna possibilità di seguire le partite, perché non avevo né il satellite né internet... Allora telefonavo ad un mio amico che però mi raccontava delle frottole incredibili, del tipo che avevamo fatto due a due dopo essere stati in vantaggio di due reti fino al novantatreesimo... Erano gli anni più duri, la serie B, la contestazione alla società, e poi lo spettro del fallimento. A novembre, mi pare, del 2001 abbiamo giocato il derby contro il Genoa di Scoglio che era lanciatissimo in quel momento. Caso raro, partivamo sfavoriti. Allora ho deciso che non potevo mancare, mi sono preso un bel trenino di notte e sono tornato a Marassi. Abbiamo perso uno a zero, gol di Francioso e poi un nostro palo clamoroso colpito nel finale. Mi sono ritrovato a Principe, di notte, ad aspettare il treno, con il peso di questo derby perso, da solo, una grandissima malinconia... Ma anche uno strano senso di ricongiungimento. Da lì, ho preso poi a frequentare il forum degli Ultras, il che mi ha consentito davvero un riavvicinamento forte. Sul forum scrivevo a ruota libero con lo pseudonimo Maury65, e qualcuno si era fatto la convinzione che dietro quel nome ci fosse Maurizio Michieli, un bravo giornalista dell’emittente genovese Primocanale. Siccome io lì andavo giù duro, senza remore (erano i tempi in cui la spaccatura della tifoseria in due fazioni, pro e contro Enrico Mantovani, era profondissima), so che a volte al campo di Bogliasco veniva elogiato o criticato da qualche tifoso per quello che aveva, secondo loro, scritto sul “forum”... Poi la storia ce la siamo raccontata di persona quando ho partecipato alla sua trasmissione, in occasione dell’uscita del libro. E’ una cosa buffa, divertente, che contribuisce però a far capire come ci sia stato, proprio a distanza di mille chilometri, un mio progressivo riappropriarsi del mondo blucerchiato. Si dice “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”; in questo caso è stato proprio il contrario. Anzi, forse non mi sono mai sentito così vicino alle cose blucerchiate come adesso. Sampdoria e letteratura. Qualche anno fa la Rai passava, in piena notte, un programma in cui si ripercorreva la stagione dello scudetto di una squadra. Non erano altro che tutti i servizi della “Domenica Sportiva” messi in fila. Quello del 1991 ce l’ ho, registrato in vhs, ma i nuovi miracoli della tecnica mi permetteranno di trasferirlo in dvd. Ci sono molto legato. Quali sono le cose (romanzi, saggi, articoli, poesie, canzoni, documentari, quello che vuoi) sulla Sampdoria che valgono la pena di essere conosciute? Una vera e propria bibliografia non la possiedo, e penso che sarebbe una buona idea farne una. A braccio, così, credo che il primo cantore della Sampdoria sia stato Giovanni Ballerino, negli anni Settanta con un libro che si intitolava "I racconti del dottor Pestaolive". Sarebbe interessante ripescarlo e magari ripubblicarlo, in un’ideale antologia di cose blucerchiate. Poi hanno scritto sul tema blucerchiato penne di grande talento come quelle di Nino Gotta, Dario G. Martini e anche Stefano Rissetto, ad esempio nel volume “Eurosampdoria” che celebrava la vittoria in Coppa delle Coppe. Il libro di Acitelli che hai citato all’inizio contiene una bellissima poesia su Cristin, che fotografa molto bene la Sampdoria di quegli anni. Un po’ maliziose quelle su Vialli e Mancini, che però colgono bene, in controluce, molti aspetti dei nostri due dioscuri. E poi così, di fiore in fiore, famosissime sono le canzoni dei New Trolls sulla Sampdoria. Tra cui quella, stracelebrata, che racconta appunto la passione e la malinconia di un tifoso in esilio, “lettera da Amsterdam”, dove si vedono “ciminiere e tulipani”; un tifoso che è partito con la Sampdoria sbarazzina ma fragile, e che poi la ritrova, ahimé in televisione, “vestita come una signora”, in gran spolvero, in una di quelle serate memorabili degli anni d’oro. L’identificazione della Sampdoria con una figura femminile è sempre stata quasi inevitabile; e la Sampdoria di Paolo Mantovani sembrava proprio ripercorrere l’eterna storia della ragazza che diventa donna, o quella di Cenerentola se vuoi. Ma tornando alla letteratura, il grande cantore della Sampdoria è Edoardo Guglielmino. Che ha scritto bellissimi racconti di argomento e sapore blucerchiato. Io li leggevo, tanti anni fa, sulla rivista Sampdoria Club. Poi sono stati pubblicati in volume, anche recentemente con le “Storie blucerchiate” dei Fratelli Frilli. Molto di quello che ho scritto lo devo a lui, all‘impressione incancellabile di quelle antiche letture. Allora ti racconto un’altra storia. Io avevo da poco terminato la prima bozza del libro “Bandiere blucerchiate”, che come titolo provvisorio aveva quello di “Pazzia vaso terrazza”. Il manoscritto era nel mio cassetto, e non sapevo ancora se avrei trovato un editore disposto a pubblicarlo. Un fine settimana ero a Genova e passando in libreria vedo appunto il libro “Storie blucerchiate” di Guglielmino. L’ho comprato, l’ho aperto e cosa vedo? La litania blucerchiata, fatta alla maniera di quella di Caproni, appunto “Genova vecchia ragazza/pazzia vaso terrazza...”, rivisitata in chiave sampdoriana. Un’idea che era venuta anche a me, e che volevo inserire nel mio libro. E lì mi sono detto, belin (sai com’è, è un francesismo) sono proprio sfigato. Poi però mi sono ripreso e ho deciso di spedire il testo in visione proprio a Edoardo Guglielmino. Qualche settimana più tardi, ricevo una bella, bellissima lettera sua, molto affettuosa e vicina... Il testo poi fu letto anche dal figlio, Andrea, titolare di una libreria nel Porto Antico. E grazie al loro incoraggiamento tutto è cominciato. Fino alla pubblicazione con i Fratelli Frilli che hanno avuto il grande merito di credere in un testo un po’ atipico, che aveva l’ambizione (non so quanto riuscita) di mescolare letteratura e calcio, poesia e gioco... Passando al repertorio filmato, c’è abbondanza di materiale celebrativo, ma a mio modo di vedere manca ancora un documentario davvero riuscito, che fotografi davvero, per quanto possibile, la storia blucerchiata nella sua interezza. Mi spiego meglio. Spesso i film, i documentari si concentrano, anche per ragioni commerciali, sul periodo vincente. Vialli e Mancini, gol, vittorie, anche sconfitte ma sempre e comunque al massimo livello. Io credo invece che sarebbe il caso di riportare all’onor del mondo tutta la storia blucerchiata; la Sampdoria ha scritto pagine importanti del calcio italiano anche prima di Paolo Mantovani. Basta pensare al quarto posto del sessantuno, con Brighenti capocannoniere. O, per affondare proprio nelle radici più lontane, quelle prive di registrazioni filmate, allo scudetto mancato per un soffio dalla Sampierdarenese o ad altra imprese quasi del tutto dimenticate; ad esempio la Sampierdarenese è stata la prima squadra italiana a vincere a San Siro, in occasione del primo incontro di serie A giocato in quello che sarebbe divenuto il più importante stadio italiano. Senza parlare degli scudetti “fantasma” dell’Andrea Doria, quelli vinti all’inizio del secolo sotto il cappello della federazione dei ginnasti che organizzava tornei calcistici in concorrenza con la FIGC. Ecco, penso che sarebbe interessante “cucire”, magari con l’aiuto di fotografie e poi dei filmati mano a mano che arrivano, tutta questa lunga storia. Altre cose che mi vengono in mente. C’è un curioso libro per immagini di Giampaolo Pagni, “Futebol 2002”, pubblicato in Belgio per le Editions du Rouèrgue, con un giocatore di subbuteo in copertina con una maglia che, con ogni evidenza, è quella blucerchiata... L’ho scovato su una bancarella parigina e ho avuto un tuffo al cuore per l’emozione. E poi, una cosa a cui sono molto legato, perché per me riassume bene lo spirito blucerchiato, la trovi in Jacovitti. Credo che sia in una delle storie di Zorry Kid. Il ribelle, pescato in flagrante nell’atto di scrivere “abbasso” sul muro, sulle prime si giustifica dicendo in quello pseudo-spagnolo jacovititano “io stavo scrivendo abbasso la Sampdoria, e non abbasso el gobierno”, ma poi tira fuori la spada e rivela: io con l’espada in pugno me permetto de gridar viva la Sampdoria e abbasso el gobiernador”.  Uno dei titoli provvisori del mio libro era proprio questo: viva la Sampdoria,abbasso el gobiernador. La Sampdoria è squadra di opposizione per natura, nasce come tale, e Jacovitti, nel suo procedere per paradossi e folgorazioni, l’ha intuito benissimo. Sampdoria e il potere. Qualora non si risolvesse la questione dei diritti televisivi, il presidente Riccardo Garrone ha minacciato di non fare giocare contro le potenti del calcio italiano (resta solo la Juve, la Samp ha già giocato con il Milan) neanche la squadra Allievi. Cosa ne pensi? com’è che diceva Jacovitti? Viva la Sampdoria, abbasso el gobiernador. Appunto. La Sampdoria, nella sua storia, ha la vocazione a fare sempre un po’ parte per se stessa. I rapporti con le centrali del potere, cittadino o calcistico che sia, sono sempre stati complicati, basti pensare alla vicenda, davvero incredibile, che portò alla demolizione di mezzo stadio di Marassi in vista dei mondiali del ’90; proprio nel momento in cui Genova, per la prima volta da tempo immemorabile, aveva una squadra in grado di ambire ai massimi traguardi... Fu un’altra occasione di scontro, visto che Mantovani pare avesse proposto un piano alternativo che consentiva di conservare una capienza attorno ai trentamila posti, e che questo piano gli fu rifiutato. Con il risultato che si giocò in un cantiere per due anni, ospitando sfide scudetto in uno scenario surreale. Impossibile fare il bilancio dei possibili successi mancati in quelle due stagioni. Questo per dire che tra la Sampdoria e il potere il rapporto è sempre stato sofferto. Venendo all’oggi, penso che la ripartizione dei diritti televisivi non sia un punto accessorio, ma il punto centrale attorno a cui si decide il futuro del calcio italiano. La sproporzione oggi è tale che, giusto o ingiusto che sia il principio della negoziazione individuale, è divenuto di fatto impossibile provare a competere per qualcosa di più che la quarta piazza. Non è un caso se la Sampdoria è stata l’ultima squadra a infrangere il dominio metropolitano con lo scudetto del 1991. I club principali, grazie alle entrate televisive, possono costruire squadre che garantiscono loro la partecipazione alla Champions League, e questo crea un circolo, virtuoso per loro ma vizioso per gli altri, che allarga ogni anno di più la forbice. Faccio un esempio. Ancora poco più di dieci anni fa, la Sampdoria che già aveva dovuto cedere Vialli per assicurare le basi della sua sopravvivenza, poteva permettersi di pagare l’ingaggio a un campione come Gullit, scaricato dal Milan. Gullit arrivò a Genova e, per una stagione, fece sfracelli, portandoci al terzo posto, alla Coppa Italia e, a un certo punto della stagione, alla speranza di poterci giocare lo scudetto. Oggi una cosa del genere è impensabile: Vieri o Recoba o Crespo, giocatori che non trovano posto se non in modo saltuario e discontinuo nei grandi club, sono inavvicinabili per tutte le altre società. Almeno per chi non abbia voglia di portare i libri in tribunale tra un paio d’anni. Per cui i loro ingaggi o se li trovano all’estero in club ricchissimi oppure accettano di restare ai margini del calcio giocato. Basterebbe distribuire un po’ di questi giocatori nel campionato di serie A per alzare il livello delle seconde linee e ritrovare d’incanto un po’ d’equilibrio, e quindi d’interesse. Ma non avviene. Perché non è nell’interesse dei grandi club, i quali non solo vincono e si arricchiscono, ma alla fine, svuotando il senso del torneo nazionale, finiranno con il rendere inevitabile, nella percezione e nel senso comune, il salto verso la superlega europea, che è la mecca del calcio visto come prodotto televisivo. Garrone, che negli affari c’è da qualche annetto, tutto questo l’ha capito. Guardando il monte ingaggi della serie A dell’anno scorso, si vede che il Milan paga stipendi che basterebbero a coprire venticinque squadre come il Livorno. Venticinque! Eppure giocano nella stessa categoria. La Sampdoria, per navigare a vista nella parte sinistra della classifica di serie A, con una politica degli ingaggi rigorosissima, e una politica degli acquisti a parametro zero che fa storcere il naso a molti, ha un passivo di gestione notevole, credo sui quindici milioni di euro annui. La chiave per invertire questa tendenza è la ripartizione dei diritti televisivi e bene fa Garrone a perseguirla, con qualunque mezzo, se necessario. Senza accontentarsi di qualche briciola che servirà solo come foglia di fico al sistema. Sampdoria e le sue bandiere. Dai Settanta ad oggi quali sono, secondo te, i giocatori che meglio rappresentano la maglia blucerchiata? dunque, dai settanta ad oggi... sono legato affettivamente a Marcello Lippi per un certo suo indomito spirito da ligure d’adozione (e poi comunque i viareggini sono storicamente mezzi liguri), fatto di serietà e costanza. Poi, all’estremo opposto Alviero Chiorri; Chiorri è l’angelo blucerchiato caduto in volo, come ha scritto Stefano Rissetto con grande felicità d’immagine, l’incarnazione della sindrome di Peter Pan, della Sampdoria che in fondo non vuole crescere, che si perde nei rivoli e nelle incertezze del suo talento, che non si prende troppo sul serio, che non si fa ammaliare dalle sirene della gloria o che comunque lo fa con una buona dose di disincanto. Su Alviero hai scritto benissimo tu, e non credo ci sia molto da aggiungere. Ma certo è un giocatore fondamentale per la nostra storia, anche se non ha legato la sua vicenda a grandi successi calcistici. Nel libro parlo poi di Alessandro Scanziani, che è il nostro traghettatore; con il suo spirito battagliero e umile, con consapevolezza dei suoi limiti ma fiducia nelle sue qualità, è Scanziani a spezzare l’incantesimo di quella squadra che non aveva mai vinto niente; è il capitano, de jure e de facto, di quella serata indimenticabile del 3 luglio 1985, contro il Milan, la sera della prima Coppa Italia. Poi certo, Vialli. Senza la sua feroce determinazione, senza la sua convinzione di poter dare l’assalto al cielo anche con la maglia blucerchiata, e soprattutto senza il suo “no” al Milan nell’estate del 1986, tutta la nostra storia sarebbe stata diversa. Il suo “se non le spiace, presidente, io preferirei rimanere con lei” è forse il momento più importante di tutta la storia della Sampdoria. Ecco, sì: Lippi, Chiorri, Scanziani, e Vialli. Grazie, e un caro saluto a tutti gli autori e i lettori del sito.

Postato da: COMITATOMERONI a 10:10 | link | commenti (3) |
alberto facchinetti

venerdì, 10 febbraio 2006

LE DIADORA DI ZICO di Alberto Facchinetti

 

 

 

Il gol più bello della sua carriera lo ha fatto a quarant’anni. Il suo viale del tramonto in Giappone. La squadra del Kashima Antlers affronta per la Coppa dell’ Imperatore il Tohoku Sendai. Arriva un cross dalla destra, un attaccante qualsiasi proverebbe a colpire la palla di testa, da quella posizione si può segnare solo così. Ma Arthur Antunes Coimbra, che tutti conoscono con il nome di Zico, non è un giocatore come gli altri. Fa la mossa dello scorpione, quella con cui il portiere colombiano Renè Higuita parava i tiri più semplice per deridere l’attaccante avversario: una rovesciata all’indietro a colpire la palla con il tacco della scarpa, e le braccia a toccare il suolo per ammorbidire la caduta. È forse il gol più spettacolare nella storia del calcio. Al termine di quella stagione (1993/1994) appende le scarpe al chiodo. Impossibile chiedergli di più. Nasce nei sobborghi di Rio de Janeiro nel 1953. Dalla passione per questo sport non si scappa, ha il calcio nel dna: figlio di un portiere che giocò nel Vasco Da Gama e fratello di Edù e Antunes che fecero la loro nel campionato brasiliano nei Sessanta. È la natura però, ingrata, che non gli regala un bel fisico, a 10 anni è piccolo, pelle e ossa, il ragazzino. A 15 pesa 37 chili. Quando lo ingaggia nel 1970 il Flamengo, la squadra più amata in tutto il Brasile, il dottor Josè de Paula Chaves Filho e il preparatore fisico Josè Roberto Francalacci lo fanno lavorare duramente. Il ragazzo si farà: passa in quattro anni da 53 a 66 chili. Non un titano, ma è la sua classe straordinaria a pesare tonnellate. Vincerà una Libertadores (la Coppa dei Campioni del Sudamerica) e una Intercontinentale, quattro Campionati brasiliani e tre Palloni d’oro sudamericani. Esordisce in Nazionale nel 1976, marcando la rete con la quale la Seleçao batte l’ Uruguay. Gli mettono addosso la maglia numero dieci del Brasile e lui diventa il “Pelè Bianco”. Non male per quel magrolino che i tifosi chiamavano “O Galinho”, il galletto. In carriera ha segnato 729 gol in 1047 partite (in Brasile contano anche le amichevoli, partendo dal presupposto che in qualsiasi contesto venga fatto, un gol è comunque un gol: bisogna sempre farlo). Una sola macchia sporca la vita calcistica del giocatore: Zico ha disputato tre mondiali (1978, 1982, 1986) e non è ha vinto nemmeno uno. Quando nel 1990 lasciò il Flamengo, c’erano cento mila persone al Maracanà per la sua partita d’addio. I tifosi impazzivano per il loro numero dieci. Per Roberto Baggio, il talento più puro del calcio italiano negli ultimi venti anni, Zico è stato, sportivamente parlando, un eroe. Zico e Baggio, entrambi baciati dal talento, hanno in comune anche un’ altra cosa. La marche degli scarpini. Proprio così, perchè Zico indossò nelle stagioni italiane, dal 1983 al 1985 (una parentesi di due anni in mezzo ad una vita nel Flamengo: giocò nell’ Udinese, entrando per sempre nel cuore dei friulani), le scarpe Diadora. Quelle Diadora che Roby avrebbe poi rese celebri, e sulle quali avrebbe inciso il nome dei suoi due figli, Valentina su quella destra, Mattia sulla sinistra. La Diadora non era nuova a vestire i piedi di giocatori formidabili. Il primo testimonial nel mondo del calcio fu Roberto Bettega, l’incontro è del 1978, giusto in tempo perchè il goleador della Juventus e della Nazionale riuscisse a vincere altri tre scudetti (in tutto 7, tutti bianconeri) e due Coppa Italia e a partecipare ai Mondiali in Argentina, dove l’Italia di Bearzot arrivò quarta, anticamera del trionfo di quattro anni più tardi. Gli anni Settanta sono stati l’era delle sponsorizzazione. Gullermo Vilas e Bjorn Borg giocavano a Tennis con addosso le scarpe con lo sfregio (il simbolo nasce giusto nel 1970, prima, dal 1966 la scarpa si faceva riconoscere invece per i 5 cerchi cavi, in richiamo al simbolo olimpico). L’azienda di Caerano S. Marco diventa una realtà a livello internazionale. Lo svedese, sull’erba e sulla terra rossa, vinse tutto quello che si poteva vincere. L’effetto delle sponsorizzazioni è forte. A metà degli anni ’70 la Diadora produce più di tre milioni di calzature, 3500 punti vendita in 45 paesi diversi in tutto il mondo. Ma Diadora non è stata sempre attenta allo sport. Si avvicina negli anni Sessanta, oramai in un contesto industriale, allo sci. Prima l’azienda, creata nel 1948 nella zona del montebellunese da Marcello Danieli, si limitava a costruire artigianalmente scarponi da montagna, distribuiti in Veneto e successivamente in tutta Italia. Il nome Diadora era stato suggerito a Danieli da un amico. Era la denominazione dello storico sodalizio sportivo, il Circolo Canottieri  con sede al Lido di Venezia ad inizio secolo. Nella lingua greca “dia-dora” stava a significare “condivisione di doni e onori”; con lo sport e i suoi valori, insomma, aveva già a che fare dalla nascita, dal nome.  

Postato da: COMITATOMERONI a 10:04 | link | commenti (4) |
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