"E' protestare questo? A me sembra che sia semplicemente vivere. Dignitosamente. Sapersi al mondo: ecco". GIGI MERONI
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Nonostante fumasse 20 sigarette al giorno ha deciso di smettere. Sarebbe un Rivera dei nostri giorni. Ma non lo sapremo mai con certezza. Collabora con "Il Mattino di Padova" e la "Nuova di Venezia e Mestre".
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OCCHIO AL GORILLA: SANDRONE DAZIERI di Daniele Sarto
Sandrone Dazieri ha da poco pubblicato il suo ultimo lavoro intitolato “Il karma del gorilla”, quarto libro della serie che vede come protagonista il personaggio del Gorilla. La prima volta che mi sono avvicinato ad un suo libro mi è parso di intravedere il già noto Pinketts. Prima di tutto il genere, il noir, raccontato in chiave sempre ironica, ma non per questo privo dei suoi elementi fondamentali: crimini, misteri, azione e colpi di scena. Poi i personaggi; Dazieri fa girare le sue storie attorno al protagonista, che è Sandrone stesso e per certi atteggiamenti fa venire in mente il Lazzaro Santandrea di Pinketts. Stesso carattere inquieto, che lo porta a volersi occupare in prima persona di delitti trascurati dalle indagini ufficiali, forse perché riguardano gli anelli deboli della società. Uguale attrazione per l’altro sesso con discreto successo e temperamento facile alla rissa. Accanto al protagonista si muovono sempre gli stessi 3-4 personaggi, gli amici più fidati che lo sostengono nelle sue ricerche per risolvere i casi che di volta in volta si presentano. Infine c’è Milano, questa metropoli così controversa, multietnica e con mille contraddizioni, amata e odiata allo stesso modo da entrambi (anche se Sandrone è di Cremona), ma ideale per ambientarci un buon noir. In particolare Dazieri proietta molti passaggi nei centri sociali milanesi, ambienti che conosce bene avendo militato per diversi anni nel famoso Leoncavallo. Un altro suo tratto distintivo è rappresentato dal personaggio del Socio, ovvero l’altra faccia del protagonista che entra in azione mentre Sandrone dorme. Il Socio ha un carattere complementare al protagonista, appare freddo e determinato nell’agire; prima di lasciare spazio all’altra metà, lascia sempre dei lunghi scritti con le sue intuizioni sulle ricerche e quello che ha fatto mentre Sandrone dormiva, in modo che tutto il lavoro compiuto non vada dimenticato. Da poco è uscito il film “La cura del gorilla” tratto dal suo romanzo, in cui Sandrone è anche sceneggiatore, con attori principali Claudio Bisio e Stefania Rocca.
INTERVISTA A CHRISTIAN GIORDANO di Alberto Facchinetti
Quando scrivi di giocatori, squadre, allenatori che per ragioni d’età non hai conosciuto in prima persona, quali sono gli strumenti (libri, giornali, siti internet, giornalisti di riferimento) che usi per essere preciso, per conoscere bene insomma la materia in questione? «Tutte le voci citati, piú il mio super archivio di articoli e filmati. Il tutto, ovviamente, filtrato dall’esperienza di tantissime partite viste, dal vivo e in tv, e dal mio modesto passato di calciatore amatoriale (max livello: prima categoria)». 1980, le squadre italiane di Serie A, dopo d’anni di proibizionismo, possono acquistare uno straniero. Delle 16, 11 cadono in tentazione. Se tu dovessi scrivere una biografia su uno di questi 11 veri o presunti fenomeni, chi sceglieresti e perché? «Direi due brasiliani. Eneas per la tragica vicenda umana, prima ancora che sportiva. Luis Silvio per raccontare, su carta (per immagini lo ha già fatto Sky), anche la sua verità e non solo le storielle, facilmente vendibili, che lo volevano venditore di gelati allo stadio eccetera». Quali sono gli allenatori del calcio sudamericano che ti hanno sempre affascinato? «Troppo facile dire “el Flaco” Menotti. Vado su Carlitos Bianchi, grande attaccante in Francia e sfortunato in Europa (alla Roma e all’Atlético Madrid), ma grandissimo in patria. Nel passato, Juan Carlos Lorenzo: per la sua eccentricità (eufemismo), perfetto figlio dei suoi tempi». Lascia stare quello italiano, quali sono i campionati di calcio che segui maggiormente (cerca di dare una motivazione più sentimentale che tecnica)? «Quello olandese. Mi rendo conto della impresentabilità delle difese (a livello individuale e di squadra), ma al cuor non si comanda. Premiership, Bundesliga, Liga e Ligue1 per lavoro e per passione. Poi Argentina e Brasile. Quello irlandese mi è capitato di seguirlo sul posto per ragioni sentimentali, ma extracalcistiche». Mi sembra l’abbia scritto anche Mario Sconcerti, recentemente sulla Gazzetta. Le rivoluzioni tattiche difficilmente nascono dalle prime della classe, ma sono le altre che provano qualcosa di nuovo per colmare il divario. Hai analizzato tutte le finali della Coppa del Mondo nel tuo libro “Un sogno grande come il mondo - Storia e cronaca di 16 + 1 finali mondiali da Montevideo 1930 a Yokohama 2002”. Quali sono state le squadre che tatticamente hanno cambiato la storia del calcio, in una finale? «Olanda 1974, e non sembri una citazione di parte. Poi Brasile e Francia. Il Brasile fece sensazione per il 4-2-4, mentre la Francia a Svezia 58 giocò con 5 attaccanti veri. Il Brasile 70 schierò in prima linea 5 numeri 10. E poi la magnifica Ungheria seconda a Svizzera 54, ma più per il torneo che per la finale in sé. Come, in negativo, il 5-3-2 della Germania Ovest a Italia 90 e i 4-4-2 speculari di Brasile e Italia a USA 1994. Evito volutamente le citazioni sul calcio d’anteguerra: era altra cosa». Nei paesi in cui è così importante nell’ immaginario collettivo (quelli sudamericani, certo. Ma in questo momento penso all’Italia) il calcio diventa epica, quando viene raccontato bene. Gli esempi non mancano: Brera o, perché no?, Linea bianca il trimestrale di scienza e cultura calcistica. Non so se sia lo stesso per il basket italiano: ci sono belle storie che raccontano la vita, che valga la pena di raccontare? «In linea di principio sono d’accordo. In concreto, no. Nel calcio di oggi fatico a trovare qualcosa di epico, se non nelle storie umane figlie di paesi poveri e qualche rara eccezione tecnica. Il calcio lo adoro e uno come Ronaldinho è poesia in movimento, gioia di giocare e di veder giocare. Ma per l’epica forse non basta, anche se spero di sbagliare. Grazie per avermi dato modo di dire la mia».
INTERVISTA A CARLO PIZZIGONI di Alberto Facchinetti
Didier Drogba al Chelsea è diventato uno dei più forti centravanti al mondo. Non sembra, almeno in termini di prestazioni e risultati, aver sentito troppo il trasferimento Marsiglia-Londra e il passaggio Coppa Uefa-Champions League. Però il cuore, quello sì, deve essere rimasto all’OM. Cosa ha trovato l’ivoriano nella città di Marsiglia? L’OM è l’unica cosa che unisce Maghreb e Africa sub sahariana di cultura francese. Le banlieues lo testimoniano: sono tutte per l’OM. Perché? Non lo so. E’ come per il Flamengo, la maggior parte degli abitanti delle favelas è per il Mengão, il Nordest brasileiro è rubronegro. Aggiungo: chi non conosce il futebol è flamenguista (eu sou vascaíno, rapaz). Secondo te, quali sono stati i talenti del calcio africano maggiormente sottovalutati dall’Europa? L’Europa non so, l’Italia certamente sottovaluta tutta l’Africa, e non solo nel calcio. Drogba, Essien, Eto’o sarebbero molto più celebrati se non fossero africani. Il livello medio del calcio africano che conta è altissimo. Purtroppo, la Nigeria, una nazione guida in questo senso, non andrà in Germania. Si rifarà tra poco, sono convinto. Di cosa sia il calcio per il Brasile si sa: ne hanno scritto in molti, alcuni assai bene. Più difficile trovare scritto qualcosa sull’Africa. Cos’è rappresenta il calcio da quelle parti (puoi prendere anche solo un caso: Camerun, Nigeria, Costa d’Avorio… l’esempio che preferisci)? L’Africa è un continente, e anche bello grosso. Parlare ogni volta di Africa come fosse un insieme omogeneo mi pare sbagliato. Conosco bene la realtà della Costa d’Avorio e lì il calcio ha concetti affatto brasiliani. Ad Abidjan, forse anche adesso, a Drogba preferiscono Baky, certo gli mettono davanti Aruna Dindane. Esiste un culto sfrenato per l’Accademie, la più incredibile scuola calcio del Mondo, voluta da Jean Marc Guillou come un inno alla tecnica (infatti, dicono i maligni, i giocatori più bravi, poi venuti in Europa, all’inizio, non avendo una preparazione fisica adeguata erano sempre infortunati). Di storielle su Romario ne avrai sentite molte in Brasile. Puoi raccontarci le più interessanti, le più divertenti? Su Romario (il giocatore in attività più amato dal Brasile no contest) i primi fornitori di storie sono i tassisti carioca: ho speso non so quanti reais in più pur di starli ad ascoltare. Suo padre, uno che per abitudini licenziose vince per distacco anche con suo figlio, è uno scatenato tifoso dell’America (che, mistero, è la seconda squadra di tutti gli altri tifosi delle squadre di Rio) e gli sacramenta contro ogni volta che il nostro numero 11 incontra os diabos nel Carioca. E guarda che Romario, come avviene spesso in Brasile, ne ha girate tante a Rio (Fla e Flu, oltre che nel Vasco). Un caso che gli può assomigliare è quello di Felipe (un talento cristallino, ingaggiato dalla Roma e scaricato, dicono in Brasile, da Capello, che aveva qualche amico della Rio bene che conosceva le seratine del mancino), altro grande traditore vascaino. Quando il padre e altri familiari seppero che aveva firmato per il Flamengo non gli rivolsero la parola per non so per quanti mesi. Tutto vero. Romario è un battutista naturale, un fuoriclasse anche qui. Arcinoto il duello con Edmundo. Rigore per il Vasco, i due attaccanti litigano. “lo tiro io” “no, tocca a me”. Calcia, e sbaglia, Romario. Edmundo ai microfoni a bordo campo “Il Re (riferendosi al mitico Eurico Miranda un personaggio equivoco, caciarone, mezzo zanza e altro però l’unico che ha sfidato la Globo - che gliel’ha giurata – e che ha dato la paga al Fla anche a canottaggio) ha deciso che il Principe doveva battere…” Commento successivo di Romario “Nel regno siamo tutti contenti, c’è il Re, il principe e il giullare!”. Frase preferita del Baixinho: Quando sta zitto, Pelé è un poeta. E su Edmundo ne circolano altrettante? Edmundo è stato un giocatore meraviglioso, assolutamente sottovalutato in Europa. Ancora adesso, nel Verdao, regala lampi di classe. Pensa che in Brasile, quando si seppe che Ronaldo era in dubbio per la finale di Francia 98 quasi festeggiavano al pensiero che l’avrebbe giocata o Animal. Quali sono le tue sfide preferite (quelle che ti affascinano per storia, tradizione, leggenda) dei campionati del calcio sudamericano? Tutti i classicos hanno uno o più motivi di fascino, anche Avaì – Figueirense. Il Fla – Flu è incredibile anche per la storia letteraria che si porta dietro (se non conosci Nelson Rodrigues, non conosci Rio). Boca – Chacarita, se riuscite a portare a casa la pelle, è un’esperienza emozionalmente irraggiungibile. Dai un tuo giudizio sui “Dieguitos”, quelli che dovevano essere gli eredi di Maradona: Ortega, Gallardo, Riquelme, D’Alessandro e quelli che non ricordo. Hanno fallito? Bach è inarrivabile, ma, chiedo io, Albinoni è un fallito? Sono tutti ottimi giocatori, Riquelme, poi: Vivaldi. Cosa può diventare invece Leo Messi? Messi lo scoprii in un Sudamericano under 20, corsi subito a fare un pezzo per il Guerin. Stimmate da fuoriclasse, poche chiacchiere.