COMITATO GIGI MERONI

"E' protestare questo? A me sembra che sia semplicemente vivere. Dignitosamente. Sapersi al mondo: ecco". GIGI MERONI

Eccomi

Utente: COMITATOMERONI
PIERANGELO RUBIN Nonostante fumasse 20 sigarette al giorno ha deciso di smettere. Sarebbe un Rivera dei nostri giorni. Ma non lo sapremo mai con certezza. Collabora con "Il Mattino di Padova" e la "Nuova di Venezia e Mestre". ALBERTO FACCHINETTI Il Mario Kempes della Terza Categoria. Difficile rapporto con il gol e con le donne in genere. Cronista sportivo per “La piazza”. PAOLO GARATO Il geometra. Senza rivali in tutto il triveneto. Centrocampista dai piedi buoni. Zero gol in sei anni di prima squadra. MASSIMO BERTIN Stopper di professione. Da bambino sognava di diventare un wrestler professionista e in campo si vede. DANIELE SARTO Stuolo di donne al seguito, fluidificava per gli Amatori, ora fa panca in una squadra dilettantistica. MARCO BOLDRIN Barista di giorno (Off side, via Portello Pd), portiere di notte. ANDREA MOLENA Interista così sfortunato che, bambino, nell’anno dello scudetto dei record della sua squadra teneva al Napoli di Maradona. Sorella sfiga… NICOLA BRILLO Scarsa preparazione calcistica, ma un grande merito: lo zio Ignazio è un preparatore atletico d’altri tempi. ALESSANDRO GIRALDO Rappresenta il paese più di qualsiasi altro. Ha venduto, all'angolo della strada che lo porta al bar, la sua anima per la poco religiosa trinità "sesso, droga e r'n'r".

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sabato, 29 aprile 2006

INTERVISTA A RINO TOMMASI di Alberto Facchinetti

 

 

Quali sono i tornei dello Slam che preferisce? “Wimbledon e Open degli Stati Uniti sopra tutti, ma anche gli altri vanno bene. A Londra c’è un’atmosfera diversa, la gente capisce di tennis. Ogni bambino che fa questo sport sogna di vincerlo, Wimbledon. Ha un difetto: non ti lascia tempo libero, in Australia invece è diverso, con le 10 ore di fuso orario non si è assillati dagli orari”. La generazione di Camporese, Gaudenzi, Canè, Narciso che sempre faceva bene in Davis cosa aveva in più rispetto a questa? “Canè e Camporese hanno più talento di quelli di oggi, hanno una maggiore qualità tennistica, per esempio di Volandri, che invece per quantità si può paragonare a Gaudenzi. Narciso no: ha vinto un Wimbledon Juniores, ma quando questi tornei già non dicevano più niente, non scoprivano più nessuno, cioè esattamente dal momento in cui Becker ha vinto Wimbledon. Gasquet, per intendersi, non ha mai giocato un Wimbledon Juniores”. Richard Gasquet come Henry Leconte: un po’ come quei calciatori slavi di talento che s’accontentavano dell’idea che avrebbero potuto fare di più, se solo lo avessero voluto, se solo fossero stati alle regole. Il francese cosa può diventare? “Non credo si possa fare una similitudine tra i due. Leconte è stato un grandissimo talento, ma non un bambino prodigio. Gasquet invece sì, un bambino prodigio che non ha un fisico adatto a sostenere le sue caratteristiche. Il braccio è buono, ma nel tennis di oggi… si fa sempre male: non ha giocato all’ultimo Torneo di Montecarlo perché in Davis era appena arrivato per due volte al quinto set”. Rispetto agli Ottanta, al tennis di oggi mancano di più i campioni o i personaggi che, in modo o nell’altro, promuovano questo sport? “Si può essere personaggi in due modi: perché si vince tanto (Borg) o perché si è dei mascalzoni (McEnroe). Certo, i ragazzi per bene fanno fatica a diventare personaggi, in questo senso bisogna avere più difetti, che qualità umane. Oggi personaggi come McEnroe non ce ne sono. Né Nadal, né Federer”. Gianni Clerici… “Dico sempre: devo aver combinato qualche disastro da bambino, se poi il destino mi ha mandato Clerici. Siamo diversi, per questo andiamo d’accordo. Ma non la pensiamo sempre allo stesso modo; finale di Montecarlo, lui crede che Federer, contro Nadal, abbia sbagliato tattica, per me no. Ha perso perché ha giocato solo al 20% delle sue possibilità. Se lo leggo? Tutti i pezzi che scrive, e ai suoi libri do sempre un’occhiata in anteprima così che gli correggo qualche refuso: perché in certe cose è un po’ sbadato”. Di solito capita nel pugilato, campioni che si buttano via perché non riescono a gestirsi la carriera, e la vita. Nel tennis succede di meno? “Sì. Di solito il pugile nasce dalla strada, vedi Tyson. E dopo spesso finiscono male. Denaro e popolarità sono una brutta malattia, una brutta bestia. I pugili non hanno le attrezzature, anche a livello culturale, per gestire certe cose. Devo dire una cosa però: di boxe si può morire, ma qualcuno questo sport lo ha pure salvato. A Tyson gli avrebbero sparato presto”. Come mai la boxe ha queste storie così belle così profonde, che riescono, a differenza degli altri sport, bene al cinema? “Niente boxe al cinema. Va bene finche i film descrivono l’ambiente, ma la boxe finta non fatemela vedere! Mi fa venire l’itterizia. Sì, ha belle storie e quadri d’ambiente straordinari, ma in generale non mi piace lo sport al cinema. So già chi ha vinto i 100 metri olimpici, non mi va di vederli in un film. Nello sport il bello è il finale, se lo si conosce già il bello dove sta?” Calcio. Quali sono i sei attaccanti che porterebbe ai Mondiali di Germania? “No, la formazione non la faccio. La facciano gli allenatori e i giornalisti-allenatori. Io credo che ognuno debba fare il proprio mestiere. Inorridisco quando sento un giornalista dire che questa non è una punta, ma una mezzapunta o un esterno… io mi limito a guardare una partita e a vedere se una squadra gioca bene o male. Se poi mi chiedi Vieri o Inzaghi, io ti dico Inzaghi perché è più adatto a giocare gli ultimo 20 minuti, quindi più utile. Iaquinta invece lo lascerei a casa. Lucarelli? Col Palermo ne ha fatti 3, che però valgono meno di 3 in altrettante partite. L’anno scorso con Gilardino in un Parma-Livorno si sono messi d’accordo per farne 4 a testa. Lucarelli capocannoniere, a Parma i punti per lo spareggio-salvezza. Quale è stato il primo sport che ha iniziato a seguire? “Il mio primo amore è stata l’atletica leggera, mio padre è stato olimpionico. Poi ho iniziato a seguire il calcio. Il tennis e la boxe sono arrivati dopo. Campionato 1941-42, mio padre era in Russia ed io avevo i biglietti per vedere il Verona in tribuna, ma io preferivo seguire la partita da dietro la porta. Il “Calcio illustrato” era già il mio vangelo. Ho una foto con Menegotti dentro al campo, tutti e due bambini. Suo padre era il custode dello stadio, lui poi giocherà in serie A col Milan”. Segue ancora la sua squadra? “Sono ancora tifosissimo del Verona, ma anche del Chievo. Non c’è la stessa rivalità che c’è tra Genoa e Samp, e tra Roma e Lazio. Sono contento che il Chievo vada in Coppa Uefa”. Pillon dopo qualche annata storta, sta facendo davvero bene. Le piace? “Pillon è bravo e preparato, ha lavorato bene anche a Treviso. In generale poi non sopporto gli esoneri, è la società che fallisce, non l’allenatore”. È quello che è successo a Livorno. “A parte il fatto che Spinelli non capisce niente, Mazzone non doveva accettare. Ma gli allenatori non riescono a mollare, a stare distanti dal palcoscenico. Dopo un po’ cominciano a sentire la mancanza delle interviste, delle telefonate dei giornalisti… io sono amico di Mazzone, lui vive ad Ascoli ed io per 4 anni ho abitato a San Benedetto del Tronto: gli do del tu. Quest’estate mi ha detto che ormai voleva godersi la pensione, io gli ho risposto di stare tranquillo che tanto qualcuno l’avrebbe chiamato. E sono sicuro che se non fosse stato per la storia che ha Mazzone, a Livorno avrebbero già fatto la rivoluzione”.

 

 

    

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alberto facchinetti

venerdì, 21 aprile 2006

LE LOTTO DI GULLIT di Alberto Facchinetti

 

 

 

Fu un calcio mercato movimentato, quello dell’estate 1987. Il Napoli prese Careca, la Roma Voller, il Milan Van Basten. Alla Juve, al Toro e all’Inter andò peggio, resta il fatto che il colpo sensazionale lo cercarono pure loro. Rush, Polster, Scifo. Non tutte le ciambelle escono col buco, lo sa qualunque pasticciere. Doppia poi, la fortuna per i rossoneri: arrivò anche Ruud Gullit. Dopo due stagioni strepitose al Psv Eindhoven, due titoli nazionali e un sacco di gol, 46 in 68 partite dicono le statistiche. Erano gli anni Ottanta e l’azienda Lotto, produttrice di calzature sportive dal 1973, iniziava le grandi collaborazioni, Newcombe, Gomes e Clerc nel tennis, e a produrre i primi modelli di scarpe da calcio. Gullit: l’uomo giusto per essere il loro testimonial. Per l’azienda di Montebelluna (Treviso) iniziò una nuova stagione di mercato. Quello internazionale, che portò il marchio a frequentare, nel giro di una decina d’anni, i negozi di 60 diversi Paesi sparsi per il mondo. I fratelli Caberlotto, terza generazione di una storica famiglia nel mondo della calzatura sportiva, vendettero all’americana Spalding, la Caber (specializzati in scarponi da sci) e fondarono la Lotto, appunto nel 1973, nel mese di Giugno. La scelta del nome è semplice: presero in prestito le ultime cinque lettere dal loro cognome. Quella del logo, che resta in sostanza sempre quello a distanza di anni, anche: due campi che si sovrappongono parzialmente. Quello con le racchette, una pallina e una rete a metà campo lo sport a cui all’inizio sono interessati. Quando l’azienda Lotto capì che il mondo del pallone poteva voler dire business (negli stessi anni iniziarono ad essere prese in considerazione anche le calzature sportive per il tempo libero), pensarono a Ruud Gullit. Un grande giocatore. Una forza della natura, tiro potente e stacco da terra imperioso. Un vero atleta, capace di ricoprire più ruoli nei diversi reparti. Attaccante, centrocampista, addirittura difensore (iniziò e concluse la carriera da libero, ruolo che praticò all’olandese: costruiva il gioco e partecipava attivamente alla fase offensiva). Il portiere no, questo gli è mancato, non l’ha mai fatto. I piedi educati, allenati quand’era giovane. Quando, ragazzino, giocava nel Meerboys, l’allenatore non si preoccupava di tenere aggiornata la classifica marcatori della squadra. I gol li segnava tutti quanti lui. Ma la Lotto scelse anche il personaggio. Ruud, baffi neri e dreadlock lunghi lunghi, lo è sempre stato. Stile Bob Marley. La passione per la musica lo portò, in una serata milanese, a suonare musica reggae con i Revelation Time. Concerto contro il razzismo e Pala Trussardi tutto esaurito. Nel 1987 quando vinse il Pallone d’oro, la prima persona a cui pensò: Nelson Mandela. Dedica immediata a chi, per la sua lotta contro l’Apartheid, era ancora segregato in un carcere sudafricano. E con le donne? Matrimonio nel 1984 con Yvonne De Vries, lui ventiduenne, lei uno di meno. Due figli. A Milano poi conoscerà la modella Cristina Pensa. La sposò. Altri due figli. Finirà anche con questa. Le due rilasciarono interviste al “Sun” e per entrambe la tesi fu pressappoco la stessa. Sintetizziamo: il Tulipano Nero non se la cavava male neanche sotto le lenzuola. Ebbe anche una relazione con la nipote del grande Johan Cruijff. Risulta tuttavia difficile segnarsi tutte le donne di Ruud. Più facile fare i conti con cosa ha vinto. Una Coppa d’Olanda, tre Campionati olandesi, il primo, 1984, con la maglia del Feyenoord, lui ragazzino giovane sulla fascia destra, per lasciare campo aperto proprio al mitico Cruijff, che spendeva gli ultimi anni di carriera, lottando contro l’amore di una vita, l’Ajax e il suo presidente che l’aveva tradito. Con il Milan (in panca prima Sacchi, poi Capello) vinse tre Campionati Italiani, due Supercoppe italiane, due Coppe dei Campioni, due Intercontinentali, due Supercoppe Europee. La carriera italiana finì a Genova, con la maglia della Samp s’aggiudicò una Coppa Italia. Venne allora il trasferimento al Chelsea, per un bel gruzzolo di sterline. E il fatidico passaggio: dal campo alla panchina. Vita agra da allenatore. Non sempre un fuoriclasse diventa un brillante coach, si sa. Resta con la sua nazionale (è nato ad Amsterdam, nel 1962) il ricordo più bello da giocatore. Vale una vita sui campi da calcio un Campionato Europeo vinto.1988 in Germania. L’Olanda di Rinuus Michels, capitanata da Ruud, riuscì nell’impresa di vincere a livello internazione. Unico titolo per gli arancioni. Non c’era riuscita nemmeno “l’Arancia Meccanica”, che da favorita aveva perso le finali di Coppa del Mondo del ’74 e del ’78. Gullit e Van Basten dove Cruijff e Neeskeens si erano fermati.

 

 

 

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alberto facchinetti

venerdì, 07 aprile 2006

ARSENAL, THAT’ S ENOUGH? di Pierangelo Rubin
In molti non li davano favoriti e ricordavano i fallimenti dei biancorossi in Europa negli ultimi anni, con la finale di Coppa Uefa persa contro il Galatasaray di Terim come scheletrica consolazione. Il loro ultimo successo continentale risale alla Coppa delle Coppe del 1994 quando sconfissero il Parma detentore del trofeo. In molti non li davano vincenti e se questo non bastasse in molti non capivano o non ritenevano validi i nuovi acquisti. Hleb veniva definito un oggetto misterioso, Fabregas non ancora maturo, Flamini e Senderos non pronti al salto di qualità. I fatti hanno dato torto a costoro che predicavano (male). Per la prima volta da quando Wenger è alla guida dell’Arsenal, quindi dal 1996, i londinesi sono in semifinale di Champions, non era mai accaduto prima nemmeno negli anni di grazia quando la squadra rimase imbattuta per 49 partite consecutive e vinse Premier e F.A. Cup, meritandosi il soprannome di “Invincibili”. Anche Vieira da Torino sentenziava “L’Arsenal sta soffrendo la mia partenza soprattutto a livello psicologico”. Le due partite giocate dalla sua ex-squadra contro la Juventus, nuova squadra del gigante d’ebano, credo lo abbiano ammutolito. La quasi assenza di impegni in Campionato (Chelsea già vincitore e da un bel pezzo, anche se l’obbiettivo è il quarto posto che vale Champions da soffiare ai cugini del Tottenham) fa sì che il gruppo allenato dall’ alsaziano possa concentrarsi maggiormente sulla coppa dalle grandi orecchie. I presupposti, se guardiamo gli accoppiamenti, ci sono tutti affinché i Gunners possano conquistare l’unica coppa europea che manca loro. Se la devono vedere con il Villareal del tecnico cileno e dalla rosa molto sudamericana (Arruabarrena, Senna, Riquelme, Sorin, Forlan e magari ne dimentico qualcuno) grande rivelazione di quest’edizione di coppa. Gli spagnoli potrebbero sorprendere ancora, al punto in cui sono tanto vale dare tutto e pure l’anima, ma potrebbero anche afflosciarsi davanti al calcio champagne dei Cannonieri. Certo se l’Arsenal dovesse andare in finale, ma questo vale anche per il Villareal, per il Barça o per il Milan potrebbero essere dolori perché galvanizzati da una prestazione che nessuno avrebbe pronosticato loro sarebbero degli ossi molto duri. “Boring-Arsenal”, Arsenal noioso si disse per decenni in Inghilterra. Wenger ha cancellato la lavagna e disegnato nuovi schemi, ha preso una squadra che sembrava una fabbrica inglese, ne ha individuato i punti deboli e l’ ha trasformata in una società per azioni (in tutti i sensi) multietnica (6 francesi, 4 africani, 3 olandesi, 3 spagnoli…) più francofona che anglofona (fra l’altro i due inglesi più noti Cambpell e Cole sono fuorigioco da un po’ ma se dovessero tornare per le semifinali…). Ha riportato Henry a ottimi livelli (in Italia non ci avevamo capito niente, Ancelotti lo faceva giocare in fascia sinistra, Italo Cucci noto giornalista sportivo tuonava dalle pagine del Guerin Sportivo contro il francese “è tutta corsa e niente cervello”), ha ridato motivazioni a Dennis Bergkamp, ha creduto in Reyes e Fabregas quando in Spagna non sembravano disposti a scommettere molto su di loro (d’altronde al Real Madrid che gliene frega dei due virgulti iberici? Hanno Cassano e Beckham che sul piano dell’immagine funzionano molto di più dei due spagnoli, fanno vendere molte più magliette, e non importa che Antonio e David insieme ai compagni di squadra se la guardino in tv la Champions a causa proprio del club londinese che ha dato rifugio sportivo ai due profeti non capiti in patria). Ma tutto ciò non deve stupire, al Monaco Wenger costruì Weah, Henry e in parte anche Trezeguet. I Gunners con lui hanno vinto tre Premier (1998, 2002, 2004), quattro F.A. Cup (1998, 2002, 2003, 2005), centrando due volte la doppietta (1998, 2002), e sono  entrati così nel gotha del calcio britannico, contendendo a Manchester United e Chelsea il ruolo di primatista in patria. Tanta dinamicità (i terzini che pompano continuamente, gli attaccanti che svariano su tutto il fronte offensivo…) ma anche molti piedi nobili (Henry, Reyes sono i primi che mi vengono in mente) fanno si che la squadra nata nel 1886 produca raffinati ricami in tutte le zone del campo piuttosto che semplici azioni;  Henry è la luce che illumina le notti ad Highbury prima che chiuda, il cavaliere che si carica sulle proprie spalle molte responsabilità e sembra uscirne potenziato e lusingato, Van Persie, Ljungberg, Reyes e Berkamp i suoi scudieri, Pires il suo gemello con cui va più d’accordo. Mi ricordo un gol che fecero al Celta Vigo nell’anno in cui il Milan vinse a Manchester: Henry-Pires-Henry-Pires, un elzeviro, non una triangolazione. Ripeto potrebbero farcela, hanno le carte in regola, basta che non si smarriscano per strada, non si perdano in un bicchier d’acqua spagnola, catalana o italiana ma con le loro bollicine champagne francese facciano ubriacare l’avversario. La forma li sosterrà, la fame di vittorie non so, sta a loro riflettere se quello che hanno vinto finora (molto in patria, zero in Europa) li soddisfi e che si chiedano “E’ abbastanza?”.

 

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pierangelo rubin

lunedì, 03 aprile 2006

CON LE MANI di Alberto Facchinetti

 

 

 

Inizia con la boxe, Gianfranco Piovesan. Nel 1955 batte tutti a Firenze e diventa campione italiano tra i dilettanti. Ma è il 1957 il suo anno migliore: a Roma vince una seconda volta i Campionati italiani, a Praga è secondo agli Europei e a Mosca ancora secondo al “Festival mondiale della gioventù” (in pratica un Campionato del mondo giovanile, ma senza gli americani, costretti a boicottare le manifestazioni sportive negli anni della Guerra fredda). Ha vent’anni e in prospettiva una brillante carriera da boxer. Lui continua a vincere, ma nel ’60 smette. Motivi familiari. Un vero peccato, avrebbe partecipato alle Olimpiadi di Roma. Riesce comunque a collezionare 27 presenze in Nazionale e in tutta la sua carriera 52 vittorie in 57 incontri. Non c’è male. “Ma lo sport ce l’ho dentro- ci racconta Piovesan- e così ho continuato. Nella Reyer, a Mestre, sono rimasto tanti anni. Prima come istruttore di pugilato, poi come massaggiatore nel basket e nella ginnastica artistica”. Anche qui grandi soddisfazioni, la maggiore con la Superga di Pieraldo Celada. Promozione in A1 nella stagione 1981-1982, la pallacanestro che conta e la partecipazione alla Coppa Korac. E poi l’incontro con Jury Chechi. “Sì, ho massaggiato i muscoli anche a lui”. Nel 1991, il calcio. A Mestre, la lunga cavalcata fino alla C2. Frankie Piovesan rimane 11 anni: “Me ne sono andato con l’arrivo in società dei napoletani. Bravissimi poi a fare fallire il Mestre in poco tempo”. Dopo una parentesi a Vetrego, dall’ anno scorso è al Mira, Categoria Promozione. “Mi ha cercato direttamente l’allenatore. Marton è uno bravo, ha una professionalità e un attaccamento al lavoro che raramente si vedono. Una persona eccezionale. Spero di chiudere la carriera con lui”. Lavorerà con il Mister anche la prossima stagione, intanto c’è dal salvare il Mira, che naviga in acque poco tranquille. A 69 ha ancora voglia di stare in gruppo, di fare da “padre” ai ragazzi, italiani e argentini, attualmente in rosa ce ne sono 8, della squadra. “Ogni anno dico a mia moglie che è l’ultimo. Ma poi cambio idea, mi piace troppo fare quello che faccio. Fortunatamente anche lei si è appassionata alla squadra e segue tutte le partite. È diventata la prima tifosa”.

 

 

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alberto facchinetti