COMITATO GIGI MERONI

"E' protestare questo? A me sembra che sia semplicemente vivere. Dignitosamente. Sapersi al mondo: ecco". GIGI MERONI

Eccomi

Utente: COMITATOMERONI
PIERANGELO RUBIN Nonostante fumasse 20 sigarette al giorno ha deciso di smettere. Sarebbe un Rivera dei nostri giorni. Ma non lo sapremo mai con certezza. Collabora con "Il Mattino di Padova" e la "Nuova di Venezia e Mestre". ALBERTO FACCHINETTI Il Mario Kempes della Terza Categoria. Difficile rapporto con il gol e con le donne in genere. Cronista sportivo per “La piazza”. PAOLO GARATO Il geometra. Senza rivali in tutto il triveneto. Centrocampista dai piedi buoni. Zero gol in sei anni di prima squadra. MASSIMO BERTIN Stopper di professione. Da bambino sognava di diventare un wrestler professionista e in campo si vede. DANIELE SARTO Stuolo di donne al seguito, fluidificava per gli Amatori, ora fa panca in una squadra dilettantistica. MARCO BOLDRIN Barista di giorno (Off side, via Portello Pd), portiere di notte. ANDREA MOLENA Interista così sfortunato che, bambino, nell’anno dello scudetto dei record della sua squadra teneva al Napoli di Maradona. Sorella sfiga… NICOLA BRILLO Scarsa preparazione calcistica, ma un grande merito: lo zio Ignazio è un preparatore atletico d’altri tempi. ALESSANDRO GIRALDO Rappresenta il paese più di qualsiasi altro. Ha venduto, all'angolo della strada che lo porta al bar, la sua anima per la poco religiosa trinità "sesso, droga e r'n'r".

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giovedì, 06 luglio 2006

INTERVISTA A DAVIDE GRASSI di Pierangelo Rubin

Davide Grassi risponde alle mie domande sull’ Inter, i suoi tifosi e il suo rapporto con entrambi, sempre senza scordare di essere milanista, un grande milanista.

Tempi duri per i milanisti che trovano la loro squadra invischiata in fatti non di certo piacevoli, ma così è. Amici rossoneri rilassatevi e godetevi questa intervista che ho fatto a Davide Grassi autore di libri cult come “Inter? No, grazie!” e “La palla è rotonda?” o redattore insieme ad Andrea Scanzi (abbiamo intervistato anche lui, cercate l’intervista) di “Rossoneri comunque” (tutti editi da Limina). Sempre con il sorriso sulle labbra, se vi va…

1) Se un bambino di pochi anni che non ha ancora scelto la squadra del cuore Le chiedesse consiglio, che argomentazioni darebbe per indirizzarlo verso i colori rossoneri?

Non vorrei fare un elenco di motivi anche perché si sceglie la squadra di calcio quando si è bambini, istintivamente, in modo irrazionale. E la squadra diventa poi una passione che dura tutta la vita. E’ proprio questa causalità la parte più bella. Spesso influisce la passione per un giocatore, come è stato nel mio caso con Gianni Rivera. Ma i motivi possono essere tanti. A questo ipotetico bambino, comunque, direi che tifare Milan è divertente perché permette di vivere sempre grandi emozioni,  nel bene e nel male. Quale altra squadra è passata in pochi anni dalla serie B agli scudetti, dalla Mitropa Cup alle Coppe dei Campioni? Quale altra squadra ha avuto il miglior giocatore italiano di sempre (Rivera) e il peggiore (Calloni), il più grande centravanti di tutti i tempi (Van Basten) e il più scarso (Blissett)? 

2) Perché tanta acrimonia verso i cugini?

Tutto è nato durante i duri anni dell’adolescenza. In quel periodo, già turbato da tempeste ormonali e brufoli, ci si mise pure il Milan, che sprofondò in serie B due volte (la prima pagando e la seconda gratis, come amava raccontare Peppino Prisco). Fu allora che i cugini bauscia infierirono su di me, povero casciavid rossonero, ostentando una presunta superiorità cittadina dell’Inter, la squadra dell’elite milanese che si contrapponeva al Milan, di estrazione più popolare. Con gli anni, però, le cose sono cambiate e mi sono tolto diverse soddisfazioni sportive. In realtà, comunque, non si tratta di acrimonia, ma solo di goliardia. Anche se intorno al mondo esasperato del calcio di oggi vedo troppa idiozia, soldi e violenza, cerco infatti ancora di trovare in questo sport qualche pretesto per sorridere con gli amici… 

3) Un commento su Bobo Vieri che lascia l’Inter e approda al Milan.

Potrei rispondere in modo molto profondo e ragionato, come farebbe lo stesso Vieri: boh… In realtà, temevo l’arrivo al Milan di uno “che è più uomo di tutti voi messi insieme”, come ha dichiarato ai giornalisti durante una conferenza stampa ai Mondiali di Corea. E quando era all’Inter mi consolavo con lui mentre osservavo alcuni milanisti che – per usare un eufemismo – non mi suscitavano una simpatia istintiva. Così, quando ho saputo della sua partenza per Monaco, è stata una liberazione, una specie di 25 aprile…

4) Come ha vissuto il 5 maggio?

Con stupore, divertimento. E mi è venuta in mente un’immagine di quando ero bambino: avevo solo nove anni quando il Milan perse in modo simile un campionato all’ultima giornata. Il giorno dopo tornai a scuola tra le risate di tanti piccoli mocciosi nerazzurri. E per anni mi dovetti sorbire a San Siro i cori “20 maggio ’73: Verona batte Milan 5-3”… Il 5 maggio mi sono così divertito a pensare agli ex-compagni di scuola che, diventati adulti, avranno passato un pomeriggio un po’ “movimentato”.

5) Prendendo giocatori di epoche diverse ci può fare il suo Milan ideale?

In porta Cudicini; difesa con Baresi, Tassotti, Cesare e Paolo Maldini; a centrocampo Rivera, Liedholm, Gullit, Rijkaard; in attacco Van Basten e Nordhal. E’ una squadra forse un po’ sbilanciata, però…Le riserve? Buffon, Rosato, Schnellinger, Schiaffino, Lodetti, Ancelotti, Donadoni, Prati, Shevchenko.  

6) Cosa Le piace dell’Inter?

Una sola cosa: era la squadra del cuore di mio padre. E già questo dovrebbe fare capire che, quando “parlo male” degli interisti, lo faccio sempre con intento scherzoso.

7) Ha scritto un libro dal titolo inequivocabile “Inter? No, grazie!”, sappiamo che la Juventus è la squadra più amata ma anche più odiata d’Italia, in Lei l’astio nei confronti della Vecchia Signora supera quello verso i colori nerazzurri?

Le due squadre mi suscitano “sentimenti” diversi. La rivalità con l’Inter l’ho sempre vissuta in modo più viscerale perché è l’altra (o la seconda?) squadra di Milano e perché ho più amici interisti che juventini. Alle vittorie della Juventus, inotre, ci sono purtroppo abituato; a quelle dell’Inter un po’ meno…Rivalità e goliardia a parte, devo però aggiungere che la Juve mi suscita un’atavica antipatia superiore, che anche questa volta affonda le radici nell’infanzia. Come dimenticare il periodo Rivera-Lo Bello-scudetti juventini anni Settanta? Chi si intende di calcio sa a cosa mi riferisco…

 

Ecco un omaggio che il gentile Grassi ci ha regalato, un suo scritto su Gigi Meroni.

 

1967, JUVENTUS-TORINO 0-4

UN DRIBBLING TRA LE NUVOLE

Fu un derby particolare quello che Juventus e Torino giocarono il 22 ottobre 1967. Si trattò di una partita nella quale tristezza, voglia di vincere, malinconia, esultanza, si mescolarono in un turbinio di emozioni irripetibili. E, già dalle premesse, non poteva che essere così. Pochi giorni prima, infatti, in un tragico incidente, era morto Gigi Meroni, idolo del popolo granata, poeta del dribbling. L’estroso numero sette era stato travolto da un’auto. Ironia della sorte, a guidarla era l’attuale presidente del Torino e, allora, acceso tifoso di Meroni. Uno che girava con i capelli lunghi, per imitare il suo idolo, e aveva in camera le foto dell’ala torinista.

Quel 22 ottobre, dal cielo arrivò un pallone di fiori, con un elicottero. Lo misero proprio dove solitamente si schierava quella che Nando dalla Chiesa, in seguito, definì la farfalla granata. Oltre settantamila persone improvvisamente zittirono. Un silenzio irreale pervase tutto lo stadio. Poi fu il momento delle bandiere e degli incitamenti. Fino al calcio d’inizio. Tutti si aspettavano un Torino ancora scosso dalla tragedia, in difficoltà di fronte ai bianconeri. E invece i granata iniziarono la partita quasi in trance agonistico. In particolare, Nestor Combin, che fino al giorno prima sembrava non dovesse neanche giocare a causa della febbre, decise che avrebbe fatto la partita della vita. Dopo soli tre minuti, calciò una punizione con forza, rabbia. Quasi per sfogare il dolore dei giorni precedenti. E segnò. Dopo altri quattro minuti, ancora Combin scagliò un altro tiro di prepotenza, da oltre trenta metri di distanza. Ancora gol, ancora gol. In quel momento, tutti capirono che non si stava assistendo a una partita di calcio come tutte le altre. E che il Toro avrebbe vinto, dominato. Per Meroni. Perfino gli juventini  seguirono l’incontro in modo rassegnato. Come se il destino avesse già scritto l’esito finale.

Nel secondo tempo, di nuovo Combin, incontenibile, andò a segno per la terza volta. Poi, il tocco finale, quando il giovane Alberto Carelli, chiamato al gravoso compito di indossare proprio la maglia della farfalla granata, siglò il quarto gol. Juventus 0 Torino 4. Un risultato senza precedenti. Ma il numero che a tutti rimase impresso fu quello sulla schiena di Carelli: il sette. Il numero di Gigi Meroni. Da ricordare per sempre. A molti piacque pensare che quel pallone, in fondo, non lo aveva calciato Carelli. Che dentro quella rete lo aveva sospinto qualcun altro, un poeta ormai impegnato solo a dribblare le nuvole. Non era vero. Ma ogni tanto, anche nel calcio, è bello credere alle favole. E quella di Meroni è stata una favola. Anche se ha avuto un finale tragico. Anche se è durata troppo poco.

D.G. 

 

RINGRAZIO A NOME DI TUTTI I MEMBRI DEL “COMITATO GIGI MERONI” DAVIDE GRASSI, PER LA GENTILEZZA E LA DISPONIBILITA’ DIMOSTRATA. 

 

 

Postato da: COMITATOMERONI a 13:07 | link | commenti (1) |
pierangelo rubin