"E' protestare questo? A me sembra che sia semplicemente vivere. Dignitosamente. Sapersi al mondo: ecco". GIGI MERONI
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PIERANGELO RUBIN
Nonostante fumasse 20 sigarette al giorno ha deciso di smettere. Sarebbe un Rivera dei nostri giorni. Ma non lo sapremo mai con certezza. Collabora con "Il Mattino di Padova" e la "Nuova di Venezia e Mestre".
ALBERTO FACCHINETTI
Il Mario Kempes della Terza Categoria. Difficile rapporto con il gol e con le donne in genere. Cronista sportivo per “La piazza”.
PAOLO GARATO
Il geometra. Senza rivali in tutto il triveneto. Centrocampista dai piedi buoni. Zero gol in sei anni di prima squadra.
MASSIMO BERTIN
Stopper di professione. Da bambino sognava di diventare un wrestler professionista e in campo si vede.
DANIELE SARTO
Stuolo di donne al seguito, fluidificava per gli Amatori, ora fa panca in una squadra dilettantistica.
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Barista di giorno (Off side, via Portello Pd), portiere di notte.
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Interista così sfortunato che, bambino, nell’anno dello scudetto dei record della sua squadra teneva al Napoli di Maradona. Sorella sfiga…
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Scarsa preparazione calcistica, ma un grande merito: lo zio Ignazio è un preparatore atletico d’altri tempi.
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Rappresenta il paese più di qualsiasi altro. Ha venduto, all'angolo della strada che lo porta al bar, la sua anima per la poco religiosa trinità "sesso, droga e r'n'r".
utente anonimo in GIU’ IL CAPPEL...
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INTERVISTA A ANDREA SCANZI 2 di Alberto Facchinetti
È uscito ad aprile con “Il Volatore”, la biografia ufficiale di Ivano Fossati. Ma Andrea Scanzi, premiato nel 2003 come miglior giornalista italiano under 30, non è la prima volta che racconta la vita di un “fuoriclasse”. Con “Una porta nel cielo”, “Il piccolo aviatore” e “Il canto del cigno” ci aveva già detto di Roberto Baggio, Gilles Villeneuve e Marco Van Basten. L’anno scorso Scanzi si è trasferito dalle pagine sportive de “Il Manifesto” a quelle culturali de “La stampa”. Come mai questa scelta? “Quando nel 2001 ho iniziato a scrivere per “Il manifesto” collaboravo già per “Il Mucchio Selvaggio”, quindi si può parlare di un ritorno alla cultura più che di un esordio. Devo comunque ammettere che in me c’è stato un progressivo allontanamento nei confronti del mondo del calcio. Non rinnego lo sport, questo no, ma penso che non ci siano più grandi figure calcistiche da raccontare. E allora preferisco parlare di film, di libri, di dischi. Mi diverto di più”. Ivano Fossati. Che persona ha incontrato? “Musone, duro, il tipico genovese, un lupo solitario: le voci su di lui sono queste. Io invece ho incontrato una persona corretta, rispettosa, gentile. Certo non è un estroverso, un mattatore, uno che si apre al primo incontro. Prima ha bisogno di conoscerti”. Il corteggiamento quindi è stato lungo? “Ho cominciato a seguire i suoi concerti nel ’90, avevo 16 anni. Nel febbraio 2003 l’ho incontrato la prima volta ad una conferenza stampa. Era appena morto Gaber, abbiamo parlato di lui. Fossati mi conosceva già perché aveva letto qualche mio pezzo sul “Mucchio selvaggio”. Ci siamo piaciuti. Poi due anni d’incontri, cene, chiacchierate a casa sua. Ci siamo presi le misure, “annusati” direbbe qualcuno. Solo nel 2005 ho iniziato la scrittura. Per la prima volta si è lasciato andare a racconti privati. Nel libro ci sono anche passaggi di questo tipo. I rapporti famigliari e quelli con le donne.” Le biografie che ha scritto hanno una struttura diversa tra loro? “Quella su Ivano Fossati l’ho fatta assieme al biografato. Gilles Villeneuve e Marco Van Basten invece non li ho conosciuti. “Il piccolo aviatore” e “Il canto del cigno” sono ritratti a persone che non ci sono più, nel caso di Villeneuve, o che volutamente non ho voluto conoscere, nel caso dell’olandese: perché volevo metterci qualcosa di mio. Magari lasciandomi andare in alcuni voli pindarici. In questo libro non si trova il numero di gol che ha fatto Van Basten, ma quello che lui ha rappresentato per me quand’ero ragazzo. Resta un linguaggio di ampio respiro anche su “Il Volatore”. Fossati viene paragonato spesso a certi jazzisti americani e ci sono tanti riferimenti culturali, citazioni. Marquez, Celine…”. La biografia meno personale è “Una porta nel cielo”. “Ho scritto solo i testi, assieme a Enrico Mattesini. Qui è anche Baggio il firmatario del libro. Gli abbiamo fatto (soprattutto Mattesini) delle interviste, e poi tutti e due le abbiamo “sbobinate”. Perché i dialoghi diventassero romanzo. Qui la biografia si presenta come una lunga confessione del campione”.
LE ASICS DI JUAN SEBASTIAN VERON di Alberto Facchinetti
“Anima Sana In Corpore Sano”, il giapponese Khiachiro Onitsuka modifica di poco un proverbio latino e fonda l’azienda Asics. È il 1949. Perché nasca Asics Italia invece bisogna aspettare che Francesco Arese, già campione di atletica leggera e distributore del marchio nella nostra terra, decida nel 1991 di diventare imprenditore. Si mette nel mercato: produce e vende articoli sportivi per il tempo libero, per il running e il volley. L’azienda italiana, che ha sede a Cuneo, produce un fatturato annuo di 75 milioni di Euro. Lo scorso Febbraio è stata uno degli sponsor ufficiali dei XX Giochi Olimpici Invernali.
Ma dicevamo di Verón: nasce nel 1975 a La Plata (Buenos Aires). È piccolo veramente, ha solo 5 anni, quando inizia col pallone. Estudiantes de La Plata, la prima maglia. Il motivo? Semplice: è la squadra con la quale il padre Juan Ramon, la “Bruja” (ecco perché Seba è la “Brujita”, la streghetta) vinse due Libertadores, 1968 e 1969. Strepitosi quegli anni: la loro storia più bella. Nel ’68 gli “Studenti” vincono anche l’Intercontinentale, battendo il Manchester United (quello di Charlton, Law e Best, con tutto il rispetto: non il Castel di Sangro). Un anno dopo le cose andranno diversamente: sconfitti dal Milan, nonostante le botte e l’assurda guerra a Combin, Rivera e compagni. Seba Verón parte da qui, dentro alla storia di famiglia. Ma passa giovanissimo al Boca Juniors, 17 partite che bastano per mostrare tutto il suo talento e per i Bosteros è già ora di fare cassa. C’ è l’ Europa ad aspettarlo. Lo vendono alla Sampdoria, è il ’96. A Genova resta due stagioni, poi a Parma: Coppa Italia e Coppa Uefa in un anno, non è poco. Trasferimento a Roma, la streghetta è un po’ uno zingaro. Con la Lazio vince un’altra Coppa Italia e finalmente il Campionato. Nel 2001 si trasferisce in Inghilterra, Manchester United (vince la Premier League) e Chelsea. Ma l’Italia gli manca troppo, così ritorna: è all’Inter per la stagione 2004-2005 e per quella successiva. Ma a marcargli di più è la sua terra, l’ Argentina. Vuole ritornare a casa, chiudere il cerchio e rimettersi la camiseta dei Leoni dell’ Estudiantes. Motivi familiari, dice. Al cuor non si comanda, e per tornare si riduce notevolmente l’ingaggio. Tante squadre, tanti numeri di maglia cambiati. Difficile che giochi due anni di seguito con lo stesso numero. Scaramanzia (che lo fa giocare da anni con una fascetta bianca sotto il ginocchio, anche quando sta bene!). Impossibile comunque vederlo con il 10 sulle spalle, una questione di rispetto. Perché quello spetta ai maestri, a Diego Maradona per fare un nome. Il suo mito, l’altro è Ernesto Che Guevara, che ha tatuato sul braccio (e anche l’amico Diego ce l’ha). Perché era uno che nuotava controcorrente, dice. Il 5 gli manca, numero che in Sudamerica spetta al “volante”, il centrocampista che illumina il gioco, quello che “il pallone datelo a me, l’azione parte da qui”. Potrebbe stargli bene, ma non rispecchierebbe in toto il suo modo di giocare. Verón resta un giocatore atipico, difficile vederlo in posizione. È dappertutto. Un anarchico che costruisce gioco (il lancio lungo e millimetrico la sua specialità, da scuola calcio), ma si impegna anche a recuperare palloni, soprattutto se una sua giocata non è andata a buon fine. Jorge Valdano, lo ha definito un “vagacampista”: un giocatore dallo spirito nomade dentro e fuori dallo stadio. Per noi invece: un’ anima sana in un corpo sano.