COMITATO GIGI MERONI

"E' protestare questo? A me sembra che sia semplicemente vivere. Dignitosamente. Sapersi al mondo: ecco". GIGI MERONI

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Utente: COMITATOMERONI
PIERANGELO RUBIN Nonostante fumasse 20 sigarette al giorno ha deciso di smettere. Sarebbe un Rivera dei nostri giorni. Ma non lo sapremo mai con certezza. Collabora con "Il Mattino di Padova" e la "Nuova di Venezia e Mestre". ALBERTO FACCHINETTI Il Mario Kempes della Terza Categoria. Difficile rapporto con il gol e con le donne in genere. Cronista sportivo per “La piazza”. PAOLO GARATO Il geometra. Senza rivali in tutto il triveneto. Centrocampista dai piedi buoni. Zero gol in sei anni di prima squadra. MASSIMO BERTIN Stopper di professione. Da bambino sognava di diventare un wrestler professionista e in campo si vede. DANIELE SARTO Stuolo di donne al seguito, fluidificava per gli Amatori, ora fa panca in una squadra dilettantistica. MARCO BOLDRIN Barista di giorno (Off side, via Portello Pd), portiere di notte. ANDREA MOLENA Interista così sfortunato che, bambino, nell’anno dello scudetto dei record della sua squadra teneva al Napoli di Maradona. Sorella sfiga… NICOLA BRILLO Scarsa preparazione calcistica, ma un grande merito: lo zio Ignazio è un preparatore atletico d’altri tempi. ALESSANDRO GIRALDO Rappresenta il paese più di qualsiasi altro. Ha venduto, all'angolo della strada che lo porta al bar, la sua anima per la poco religiosa trinità "sesso, droga e r'n'r".

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martedì, 26 settembre 2006

TALENTO ESAURITO SUBITO: BRUNO NICOLE’ di Pierangelo Rubin

La distanza che separa un campo di calcio da una palestra di una scuola media superiore non è poi molta. E’ la stessa distanza che separa un calciatore da un professore di educazione fisica. Oppure è la vita di Bruno Nicolè. Riavvolgiamo il nastro dei ricordi, andiamo a ritroso nel tempo. Siamo negli anni ’50, ogni mercoledì la prima squadra del Padova gioca una partita con una formazione minore della società. Sarebbe un modo per testare forma e voglia dei giocatori, non a caso vengono presi dei ragazzini a giocar contro. Per tutta la formazione patavina, che in quegli anni navigava le serie maggiori del nostro campionato, era realmente una partitella, ma per Azzini, storico stopper della squadra non proprio. Aveva davanti a sé un ragazzino tutto pepe che correva in continuazione e che sembrava scappargli sempre. Quel ragazzino si chiamava Bruno Nicolè. Tutti si accorgono del giovane virgulto, anche l’allenatore della prima squadra, un certo Nereo Rocco, che non si fa intimidire dalla giovane età del ragazzo e lo butta nella mischia. Bruno ha sedici anni quando esordisce in A, durante il Campionato 1956/’57. E’ la riserva di Bonistalli, capocannoniere del Padova quell’anno con 12 reti. Arrivano comunque i primi gol, uno al Genoa e l’altro alla Juve. Dopo la rete a Madama, rete che decreta la vittoria del Padova, l’Appiani ebbro di gioia lo porta in trionfo. Tutto è molto veloce. La Juve vuole assolutamente il giocatore, è disposta a cedere anche Hamrin, lo svedese comprato appena l’anno prima. Hamrin va a Padova dove trova Rocco, si incontreranno anche al Milan, Nicolè è della Juve.  Al primo anno a Torino, Bruno vince subito la scudetto. E’ una Juve bella e micidiale, l’allenatore Brocic la vuole molto offensiva: Charles è al centro dell’attacco ai suoi lati ali d’attacco: Nicolè a destra (a Padova giocava attaccante centrale, per non far panca alla Juve si ritrova defilato sulla fascia, sarà il primo spostamento in campo di una lunga serie) e Stacchini a sinistra. Dietro a questa prima linea Sivori con possibilità di affondare, più dietro ancora Emoli in mediana e Boniperti a dirigere l’orchestra. La squadra quell’anno vincerà la stella, la prima. L’anno dopo Bruno è oramai un punto inamovibile della Vecchia Signora che però non riesce a ripetersi, Nicolè realizza comunque 13 reti. Il 9 novembre 1958 Nicolè fa il suo esordio in nazionale a Parigi, contro la Francia. Nella Francia gioca Fontaine e il nostro segna una doppietta, l’incontro finirà 2-2. I principali quotidiani italiani il giorno dopo narrano la nascita di un nuovo Piola, Nicolè si è imposto anche in nazionale. Pochi mesi più tardi giocherà, sempre in azzurro, contro la  Cecoslovacchia di Masopust e la Spagna di Kubala, Di Stefano, Suarez e Gento. Campionato 1959/’60 Sivori già dall’anno prima è riuscito a cacciare via lo slavo Brocic, quest’anno riesce a chiamare il suo maestro Renato Cesarini che diventa direttore tecnico mentre a Parola è affidato il ruolo di allenatore. La squadra vince il campionato sulla Fiorentina, Sivori fa sfracelli, Nicolè ha arretrato il suo raggio d’azione, è sempre un’ ala d’attacco ma parte da più dietro, il suo score sembra risentirne 10 gol, tre in meno dell’anno precedente. I bianconeri vincono anche la Coppa Italia, sempre contro la Fiorentina allenata da Hidegkuti. Bruno gioca in nazionale ancora contro la Cecoslovacchia, l’Italia perde 2-1. L’anno dopo alla Juve arriva Burgnich ma Sivori si rompe presto, Parola e Cesarini fanno indietreggiare il gigante Charles e accentrano Nicolè, che ringrazia buttando dentro 13 palloni. Gli Agnelli comunque intravedono una flessione nel giovane patavino e ingaggiano, nel pieno rispetto delle regole, Bruno Mora dalla Sampdoria, un altro capace di ricamare in venti centimetri e di vedere la porta alla grande. Con l’arrivo di Mora, che poi andrà al Milan, inizia il declino di Nicolè, declino che non si arresterà mai. Anche i giornalisti si accorgono del suo calo di rendita, scrivono che pare abbia dieci anni in più di quelli che effettivamente ha. Intanto in tutta Italia si affermano altri talenti della stessa generazione di Bruno ma emersi più tardi rispetto a lui, ecco quindi che Rivera, Bulgarelli, Corso e altri cominciano a farsi notare. Intanto Mora si sistema in fascia lì dove Nicolè ha lasciato libero il posto e si scatena: 28 presenze e dodici reti. Quando torna Sivori la squadra è inarrestabile, conquista il primo posto e non lo lascia più. Cesarini comunque non si salva e viene sacrificato per Gunnar Gren e se ne va a Napoli, chiamato da Lauro. Il padovano viene convocato dalla nazionale contro la Svizzera (Italia sconfitta 3-0), la Spagna (anche qui l’Itali perde, 3-1) e contro l’Ulster (questa volta 3-2 per gli azzurri). La stagione 1961/’62 sarà una delle più tremende per la Juve, alla fine si posizionerà a soli 6 punti dalla zona retrocessione. Il mercato era stato fallimentare, Rosa, regista del Padova, argentino, può essere impiegabile solo se mancano Sivori e Charles. Durante la stagione Gren viene cacciato e resta il solo Parola. Nicolè gioca al fianco di Sivori, dietro di loro, da destra, Mora, Charles e Stacchini. Tutta la squadra non gira, Sivori e il gigante gallese compresi. Bruno collezionerà 27 presenze e 8 reti, preferisce decentrarsi e partire da lontano, dialogare con i compagni piuttosto che tenatare la sortita personale. L’anno successivo le cose non migliorano, esplode l’Inter, la Juve è seconda, c’è aria di smobilitazione. Bruno è un ragazzo sensibile e si rifugia sui libri, consegue il diploma alle scuole serali, presto si ritrova sul mercato ma nessuno sembra disponibile a comprarlo. Gli Agnelli vogliono Menichelli della Roma, per comprarlo versano 150 milioni alla società capitolina e Nicolè, trattato come una merce di scambio. La Roma lo acquista ma non sa cosa farsene e lo sbologna al Mantova. Lì troverà Zoff. Il campionato dei biancorossi è per certi versi soddisfacente, la squadra si salva e impone all’attenzione mondiale un terzino tedesco di prim’ordine: Schnellinger. Nicolè invece è anonimo, 19 presenze e due soli gol per lui, nonostante giochi nella posizione che predilige, quella con la quale ha iniziato a Padova, al centro dell’attacco. La società biancorossa non fa niente per trattenerlo, la Roma lo riprende. L’allenatore Juan Carlos Lorenzo tenta di rilanciarlo in grande stile in una squadra di tutto rispetto; fra i pali Cudicini, Schnellinger in difesa, De Sisti in mediana, Angelillo in attacco. Ma Nicolè è un pianto, gioca 13 partite e segna solo due gol. Lo mandano a Genova, sponda blucerchiata, dove marca il cartellino presenze solo 8 volte. L’anno dopo è in B con l’Alessandria dove realizza tre reti in 17 presenze. L’anno successivo è ancora con i piemontesi, la squadra sbanda e finisce in serie C, Nicolè scende in campo 7 volte, realizza una sola rete, l’ultima rete della sua vita. A 27 anni. Continua con gli studi che gli stanno dando molte soddisfazioni, sicuramente maggiori rispetto a quelle del campo, e riesce a diplomarsi all’ Isef. Dopodiché inizia una nuova carriera sempre a contatto con il sudore, la fatica, il desiderio di correre, di sentirsi appagati. Nicolè è diventato un professore di educazione fisica, insegnerà qualche numero dei suoi agli allievi, parlerà loro del fatato mondo del football, di Sivori e Charles, di Boniperti che veniva chiamato Marisa e di quando lui era un calciatore.

Postato da: COMITATOMERONI a 15:27 | link | commenti (2) |
pierangelo rubin