COMITATO GIGI MERONI

"E' protestare questo? A me sembra che sia semplicemente vivere. Dignitosamente. Sapersi al mondo: ecco". GIGI MERONI

Eccomi

Utente: COMITATOMERONI
PIERANGELO RUBIN Nonostante fumasse 20 sigarette al giorno ha deciso di smettere. Sarebbe un Rivera dei nostri giorni. Ma non lo sapremo mai con certezza. Collabora con "Il Mattino di Padova" e la "Nuova di Venezia e Mestre". ALBERTO FACCHINETTI Il Mario Kempes della Terza Categoria. Difficile rapporto con il gol e con le donne in genere. Cronista sportivo per “La piazza”. PAOLO GARATO Il geometra. Senza rivali in tutto il triveneto. Centrocampista dai piedi buoni. Zero gol in sei anni di prima squadra. MASSIMO BERTIN Stopper di professione. Da bambino sognava di diventare un wrestler professionista e in campo si vede. DANIELE SARTO Stuolo di donne al seguito, fluidificava per gli Amatori, ora fa panca in una squadra dilettantistica. MARCO BOLDRIN Barista di giorno (Off side, via Portello Pd), portiere di notte. ANDREA MOLENA Interista così sfortunato che, bambino, nell’anno dello scudetto dei record della sua squadra teneva al Napoli di Maradona. Sorella sfiga… NICOLA BRILLO Scarsa preparazione calcistica, ma un grande merito: lo zio Ignazio è un preparatore atletico d’altri tempi. ALESSANDRO GIRALDO Rappresenta il paese più di qualsiasi altro. Ha venduto, all'angolo della strada che lo porta al bar, la sua anima per la poco religiosa trinità "sesso, droga e r'n'r".

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martedì, 31 ottobre 2006

MIO FIGLIO COME PAOLINO PULICI di Pierangelo Rubin

Chiamerò mio figlio Paolino, come Pulici. Nato a Roncello, in provincia di Milano, il 27 aprile del 1950 Pulici per molti anni è stato molto di più del simbolo della Curva Maratona, il cuore della tifoseria granata, era semplicemente l’ intera curva in campo a lottare e a sputar sangue. L’amore dei tifosi per lui fu immediato, lui contraccambiò con vagonate di reti 142 in tutto su 325 gare (tanto per capirci ha segnato più di Mazzola, Altobelli e Bettega) formando con Graziani una coppia storica del nostro calcio, i Gemelli del gol (quelli veri, mica Mancini&Vialli), portando il Toro a vincere l’unico scudetto post-Superga (1975/’76) e a far sognare i tifosi torinisti come non succedeva da molto tempo. Analizzare la sconfinata ammirazione fra lui e la curva e l’amore viscerale che li legava sarebbe cosa ardua ma bastano un paio di esempi per rendere capibile la cosa. 16 maggio 1976 al Comunale di Torino si gioca Torino-Cesena match fondamentale per l’assegnazione dello scudetto, scudetto che può essere vinto solo da una delle due torinesi. L’atmosfera è quindi particolarmente tesa, dopo 27 anni il Toro può vincere lo scudetto e festeggiare sotto le finestre degli Agnelli che manderebbero giù un boccone amaro visto che la Giuve fino alla fine ha lottato per lo scudetto. Mi aiuta a raccontare il primo episodio Marco Cassardo, grande tifoso torinista, che ha dedicato alla sua squadra il libro “Belli e dannati” a cui ho anche fatto un’interessante intervista (cercatela nella prime pagine del blog, grazie). “Il Cesena è chiuso nella sua area. Al 16’ un lancio di Patrizio Sala va a imbeccare Graziani allargatosi sulla sinistra, lo stop è difettoso ma il centravanti recupera la palla e la mette in mezzo con un centro debole, basso, impossibile da sfruttare. Danova si appresta a intercettare ma non ha fatto i conti con il demonio che sta sotto la maglia granata numero 11. Pulici arriva da dietro, si lancia in tuffo, la palla è a 30 cm da terra ma lui ci arriva e di testa la infila alle spalle dell’esterrefatto Boranga. E’ gol. E’ fatta. Pulici è sotto la curva, in lacrime, a mostrare i pugni”. Capito?! Pulici sotto la curva, in lacrime a mostrare i pugni, pugni che non sono solo i suoi sono tutti quelli dei ragazzi della curva che piangono di felicità per aver finalmente piegato un destino che per anni aveva piegato i loro sogni. E’ lì a gioire con il suo popolo prima che lo raggiungano i suoi compagni. Un amore intenso, unico, magico dunque quello fra il ragazzo lombardo e la curva granata, un altro esempio ce lo suggerisce sempre Cassardo che nel suo libro intervista proprio lui, Pulici. “Quando il Torino mi cedette e tornai al Comunale con la maglia dell’Udinese, mi marcava Danova. Lui giocava nel Toro, io ero avversario eppure non poteva sfiorarmi chè veniva giù lo stadio dai fischi… Quanto amore… Quasi mi vergognavo che i tifosi del Toro mi vedessero con una maglia diversa da quella granata”. Un rapporto che va al di là, dunque, del semplice rapporto d’amore, sconfina nell’adorazione, nella venerazione, tanto che il non più giovane e granata Pulici si vergogna, vorrebbe scappare non farsi vedere con un’altra maglia, ma i tifosi lo perdonano, sono con lui anche se non è più il loro attaccante, anche se non veste la loro maglia e quella che ha addosso è colorata di bianco e nero. Anzi a prendere i fischi è Danova che veste granata. Se ci pensate un paio di secondi è una cosa che trascende la commozione, la malinconia per i tempi passati insieme, per l’amore che ha legato per molto tempo due destini che per un po’ hanno camminato insieme fisicamente mentre poi dovranno accontentarsi di farlo solo spiritualmente. Ed è davvero una cosa strana che parlando di Pulici sotto sotto ci si debba commuovere perché quel marcantonio di uomo (1, 77 cm per 74 kg, e provate a buttarlo giù Cuccureddu e Gentile, se ci riuscite) che non aveva paura di niente e soprattutto degli avversari, che si gettava generosissimo su ogni pallone, che cercava il gol in tutte i modi e i tempi (in questo è stato molto Riva, molto Boninsegna), incurante anche del suo stesso corpo (magnifico tempio della sua anima) pur di far gioire il popolo granata e che ha sconfitto anche una malattia durissima era veramente, pareva e ancora pare oggi, indistruttibile, invulnerabile. Un’ icona che non si è resa ridicola come l’altro gemello Graziani; un totem geloso della sua vita privata, ma che in rarissime occasioni si fa vedere in Tv con l’estrema felicità del suo popolo (l’ultima volta è accaduto alcuni mesi fa in un’emittente locale torinese, gli studi erano pieni di tifosi, ecco un paio delle risposte che ha dato: “Chi butterebbe giù dalla torre fra la triade juventina e Cimminelli?”. Risposta: “Mi butto giù io per non stare con quello dei due che resta”, “Deve scegliere fra battere un rigore decisivo per il risultato al minuto 90’ di un derby, finale mondiale e finale Champions, che sceglie?”. Risposta: “Non sono domande da farmi”, sottintendendo la prima scelta, il tutto fra le ovazioni del pubblico), un uomo che ancora coltiva il suo amore per il calcio dirigendo delle scuole calcio, senza aver bisogno della luce di riflettori. E’ entrato nella storia del calcio Pulici e non ci uscirà mai più, anche se manca a tanti. Non c’è più il tempo in cui l’urlo della curva gli faceva capire quanto vicino o distante fosse dalla porta avversaria. Resta un simbolo, questo sì, di un calcio diverso, di un calcio pulito, se vogliamo (non a caso gli Statuto lo hanno voluto nel loro video “Facci un gol” dove Paolino interpreta il giocatore “deus ex-machina” che salva una squadra da scommettitori, medici e giornalisti), che oggi non esiste più. Resta anche il simbolo, uno dei più grandi della antijuventinità (particolare da non sottovalutare questo); per anni Pulici è stato l’incubo delle notti agnelliane riuscendo sempre a trasformare gli incubi in realtà pesantissime (come quella volta che segnò con un pallonetto da 35 metri a Zoff, dopo una sgroppata sull’out sinistro) da digerire per i sopraccitati snob, snob nel senso puro e latino del termine, sine nobilitate, senza nobiltà, d’animo in questo caso. Era un grande Pulici, e non me ne frega niente anche se non ha giocato molto in nazionale, era grande perché aveva un cuore grande così intriso dell’amore per i suoi colori, per il suo popolo, per la sua maglia. Era grande perché è riuscito a far star male gli giuventini in anni in cui era difficile, era grande perché era anche molto umano, in senso lato. Fuori dal campo aveva composta saggezza e profonda lealtà sociale ed emotiva. Dentro il campo era scaramantico all’inverosimile, pensate alla fasciatura sul braccio destro che portava sempre, a quando entrava in campo prima delle partite, voleva essere sempre l’ultimo a calcare il terreno di gioco per poi correre per mettersi a salutare il pubblico per primo. Quando si alzava i calzoncini per battere una punizione e lasciava scoperta la natica, così poteva avere più potenza. Quando era in possesso palla entrava in contatto con tutto il Comunale e perfino gli avversari si lasciavano soccombere pressati da una forza indescrivibile. Dopo un suo gol Mazzone, allenatore della Fiorentina, andò a stringergli la mano. Era grande ma è ancora grande, perché è rimasto fedele a sé stesso, a ciò che era e quindi a ciò che sarà. Si, mi piacerebbe chiamare mio figlio Paolino come Pulici, mi piacerebbe vedermelo tornare a casa, dopo un pomeriggio passato a giocare a calcio, un po’ cicciotello, la fronte perlata di sudore, le scarpe slacciate, le ginocchia sbucciate e chiedergli “Bhè ma cosa è successo?”. E sentirmi rispondere “Ah, niente, abbiamo giocato a pallone”. E domandargli di getto “Ma come è andata?”, “Bene, abbiamo vinto, le squadre erano gli juventini contro tutti gli altri. Abbiamo vinto e ho fatto pure un paio di gol”. Allora lo prenderei, lo farei sedere sulle mie ginocchia e gli spiegherei, prima che vada a farsi la doccia, chi era, cosa rappresentava Paolino Pulici da Roncello usando le parole di uno dei De Gregori più famoso “Fulmine, torpedine, miccia, scintillante bellezza, fosforo e fantasia, molecole d’acciaio, pistone, guerra lampo e poesia” (“I muscoli del capitano”).

Postato da: COMITATOMERONI a 15:21 | link | commenti (8) |
pierangelo rubin