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INTERVISTA A TOMMASO IANNINI di Pierangelo Rubin
Tommaso Tannini ci racconta il suo libro sui Korn, la vita del giornalista musicale, i suoi incontri preferiti fra musica e cinema e ci parla anche un po’ di calcio.
1- Domanda di rito che poniamo a tutti: perché hai scritto un libro, nel tuo caso, sui Korn?
È andata così. La mia amica Milena Ferrante, che avevo conosciuto rispondendo a un annuncio della sua fanzine ASAP (per cui ho scritto dei pezzi tutt'altro che irresistibili), era già in contatto con la Giunti e Riccardo Bertoncelli per un suo libro che poi è diventato Pearl Jam – Atto di rivolta (attenzione: da non confondere con un altro testo sui Pearl Jam uscito di recente e che ha lo stesso titolo, mamma che fantasia). Mi ha portato lei a un incontro con Riccardo: lui per conto della Giunti cercava qualcuno che scrivesse un libro sui Korn. Il gruppo mi piaceva; scrivere di musica è un mio pallino da quando avevo quindici/sedici anni e ho cominciato ad appassionarmi seriamente con il rock, per me è stata quasi una nuova dimensione della mia vita, perlomeno una trasvalutazione di tutto un sistema di idee che avevo e non avevo in testa. Avevo cominciato per la verità mandando delle recensioni a Rockstar: ne pubblicarono alcune nello spazio dei lettori. Ricordo curiosamente che la prima fu proprio Life Is Peachy dei Korn. Insomma, era la mia occasione. Sono andato poi in Giunti, che allora aveva sede in zona Navigli, e ho presentato un progetto. Ho scritto il primo capitolo che doveva essere una sorta di banco di prova; tutto questo è successo tra l’estate e l’autunno del 2001. Diciamo che lo scoglio è stato superato e il progetto approvato in via definitiva. Da lì alla primavera del 2002 – era anche la mia prima esperienza seria di lavoro – ho terminato di scrivere il libro. In giugno Korn – Gli intoccabili era nelle librerie; nonostante su Mucchio Extra abbiano scritto che ho scarso senso narrativo (in parte non gli do nemmeno torto), sembra che lo abbiano apprezzato quei pochi fan del gruppo di cui ho avuto modo di leggere il parere su Internet. Speriamo. A tutt’oggi non so quante copie abbia venduto.
2-Che difficoltà può incontrare un fan di una band se ne deve raccontare la storia, la musica?
Beh, devi avere alle spalle un lavoro di documentazione, procurarti materiale cartaceo e on-line su di loro e soprattutto interviste. Poi io sono un autodidatta della musica, quel poco di chitarra che suono l’ho imparato da solo, rimpiango di non potere ancora analizzare i pezzi come potrebbe fare un vero musicista, qualcosa ho studiato ma mi affido soprattutto alle esperienze di ascolto e alle suggestioni. Sto cercando di studiare per conto mio almeno i fondamenti di teoria e armonia, anche se mi ci vorrebbe forse un maestro che per ora non mi posso permettere. Per quanto riguarda la scrittura, devi trovare un tono e un ritmo, ci vuole un po’. E poi io non sono mai soddisfatto di quello che scrivo, lo rifarei di continuo (qualcuno mi darà forse ragione ...).
3- Hai collaborato a "24000 dischi" e anche in quel libro parli dei Korn. Fra l'altro scrivi che "spesso gli album dei Korn sono reazioni ai precedenti", cosa intendi dire?
Direi che spesso reagiscono a quanto hanno fatto nel disco precedente, cercando di rovesciarne i termini. In Follow The Leader c’erano molti ospiti, in Issues nessuno. Untouchables batteva strade diverse mentre Take A Look In The Mirror riallaccia – o almeno tenta di farlo – un filo diretto con le prime prove.
4- I Korn recentemente hanno pubblicato un nuovo disco. Anche i Pearl Jam e i Red Hot Chili Peppers hanno fatto uscire il loro ultimo disco non molto tempo fa. La band di Vedder ha ricevuto buone critiche, i Peppers sono stati bocciati. I Korn invece che risultato hanno ottenuto a tuo giudizio?
I Pearl Jam non deludono mai, anche se secondo me dopo Vitalogy – che io amo particolarmente avendoci trascorso su una fetta non trascurabile di adolescenza – e in parte No Code sono un gruppo diverso. Non è certo l’ultimo il loro disco migliore. Tra l’altro mi sono perso il concerto a Milano (dove li ho visti nel ’96 e nel ‘2000; avevo anche questa volta il biglietto) e la cosa mi brucia assai. Il successo degli ultimi dischi dei Red Hot Chili Peppers mi sembra sproporzionato rispetto al loro valore attuale (Californication era un bel disco pop anche se un bel gradino sotto Blood Sugar Sex Magik) senza mettere in dubbio che siano stati e siano da considerare una grande band. Ho ascoltato l’ultimo disco dei Korn e non mi ha soddisfatto. Non dico che la formula sia stantia, ma la forza e l’originalità del loro esordio sono irripetibili. Per tanti motivi. Hanno perso un elemento che adesso è rinato a nuova vita come cristiano radicale. Hanno cercato di sopperire attingendo a nuove fonti creative; i risultati per ora non mi sembrano entusiasmanti.
5– Scrivere per "24000 dischi", opera che si auspica divenire il Mereghetti della musica, deve essere stato particolare: poche righe per descrivere un disco cercando di dire l'essenziale e, magari, qualcosa di più. Raccontaci questa tua esperienza.
Di questa concentrazione risente ovviamente la forma. La forma breve richiede concisione ma non è una cosa assoluta: può stonare di più una chiusura superflua in una recensione di quattro righe (ne so qualcosa ...) o una parola in più in una frase, rispetto a una recensione lunga che però scorre fluida dall’inizio alla fine. Il problema (in realtà è una ricerca e un piacere) è trovare il lessico adatto alla musica che stai trattando, a quello che il disco ti comunica; lo puoi fare inserendo immagini o evocando idee che riguardano l’aspetto artistico generale – il lato visivo, concettuale o lirico, connesso a quello puramente sonoro, che puoi trovare nelle copertine dei Wire, nei testi di PJ Harvey, nei riferimenti politico/culturali dei Rage Against The Machine, negli aforismi degli Hüsker Dü e in mille altri esempi. Non mi importa del look o della moda, che trovo stucchevoli, eppure per generi come il dark (il punk, l’hardcore, lo stesso grunge, se vogliamo ... persino l’indie rock) ammetto che anche l’aspetto estetico possa essere parte integrante dell’immaginario musicale o di una certa weltanschauung.
La cosa migliore è come in tutto bilanciarsi: più informazioni possibili per chi non conosce un musicista o un gruppo, ma stimolare anche chi conosce e ha ‘interiorizzato’ la materia quando legge la scheda dell’artista preferito. La cosa migliore di tutte sarebbe poi invogliare chi legge ad ascoltare cose per lui nuove, magari perché presentate con un linguaggio originale intonato al contenuto dell’album o della canzone. Un appassionato di rock classico potrebbe scoprire un altro target, idem per il ragazzo che segue le nuove tendenze.. ma qui forse cedo all’autoindulgenza.
Per me scrivere di musica è una questione di flusso, di suono, di scansione ritmica, è difficile già rendere a parole - in un discorso organizzato - un linguaggio complesso e non tutto verbalizzabile come quello musicale, ma può esserlo di più lasciare da parte l’appagamento del tuo ego scrittorio e pensare che qualcuno ti legge e tu sei al suo servizio, non il contrario, cioè lui (o lei) a doversi sorbire le tue elucubrazioni. Essere semplici è sempre meglio, anche adottando un linguaggio più figurato: l’ho imparato a mie spese dato che spesso sono farraginoso per non dire criptico per non dire incomprensibile.
Di certe cose però ti rendi conto solo con distacco e con il libro stampato davanti. Il vantaggio che ti dà un’opera in progresso come 24.000 dischi è la possibilità non solo di aggiornare e di integrare ma anche di far evolvere il tuo lavoro, di vederlo accostato a quello dei colleghi, di accorgerti di difetti o sviste che ti erano sfuggiti e, almeno dopo un certo periodo di tempo, correggerli.
6- Saturnino recentemente in un'intervista ha affermato che in Italia è difficile vivere facendo musica. Scrivere di musica invece da di che vivere?
No. Sono in pochissimi davvero a poterselo permettere e io non sono decisamente tra questi. Quello che ho speso in tempo, impegno e anche denaro – anche per un progetto che ho dovuto sospendere e che ora vorrei riprendere in mano – non è certo compensato dal guadagno pecuniario. È una passione, non sono certo in it for the money. Anche perché altrimenti sarei autolesionista (già così lo sono non poco).
Mi viene in mente che un personaggio del paese di cui è originario mio padre (in Abruzzo), alla domanda ‘Si guadagna bene facendo il tuo lavoro?’ pare abbia risposto: ‘Se ti piace la fame, campi da signore’.
7- Cinema e musica, un rapporto che spesso può regalare grandi emozioni. Fra tutti i registi io credo che Kubrick e Leone abbiano utilizzato le musiche in maniera stupefacente, tu cosa ne pensi? Sai dirci altri registi che sono riusciti a coniugare magnificamente queste due forme d'arte?
David Lynch, altrimenti non avrei scritto pagine e pagine di tesi sul suo ‘disegno sonoro’. Lì veramente ti confronti con un regista audiovisivo che pensa immagini e colonna sonora (non solo la musica ma anche le parole, gli effetti, i rumori) in maniera olistica: addirittura scrive o produce le musiche dei suoi film, poi ha dalla sua sia alcune ottime musiche originali composte da Angelo Badalamenti, sia un modo di reinventare brani preesistenti in scene pazzesche come quelle di Velluto blu. Forse è il più completo da questo punto di vista perché creativo a 360 gradi: impasta tecnicamente le mani con tutto. Ho scoperto da poco che qualcosa di simile lo fa anche Abel Ferrara. Registi che hanno un modo molto musicale di narrare per immagini sono senza dubbio Terrence Malick e Wong Kar Wai: mi piacciono davvero molto entrambi. Un grandissimo – più intellettuale – come Godard addirittura ha decostruito il rapporto musica-immagine insieme a tutto il linguaggio del cinema. The End dei Doors è lavorata in modo magistrale da una delle mie sequenze-mito: l’inizio di Apocalypse Now. Di Francis Ford ricorderei anche Rusty il selvaggio. Rimanendo in casa Coppola, ma passando alla figlia del padrino, non mi sarebbe piaciuto tanto Lost In Translation senza le musiche; il film mi intriga, quando però alla fine parte Just Like Honey dei Jesus & Mary Chain la cosa diventa apoteosi. In questi giorni andrò a vedere Marie Antoinette, non so come sarà ma sentire Siouxsie e i Cure alla corte di Francia mi stuzzica assai. Last Days di Gus Van Sant è un saggio di acustica introspettiva quanto di tecnica drammatica (e visiva, ovvio). Jim Jarmusch e Spike Lee mantengono un legame proficuo con la musica contemporanea. Ah, poi dimenticavo Martin Scorsese e il suo magnifico sincopato (ma non ditemi per favore che The Departed è il suo capolavoro altrimenti mi incazzo peggio di Travis/De Niro in Taxi Driver: ringraziate solo che ho la piazza e se mi faccio il taglio da moi-cano viene una cosa ridicola, you talkin’ to me?). Olivier Assayas è un appassionato di musica rock tra l’altro molto competente (a un incontro di due anni fa ero riuscito a chiedergli della musica in Clean: avrei sottoscritto ogni parola della risposta) e consapevole del suo utilizzo nei film: c’è una sequenza bellissima del suo L’eau froide in cui si incastrano varie canzoni, tra cui una splendida di Janis Joplin (scritta da Kris Kristoffersson: Me & Bobby McGee). Poi ci sono Tarantino, Gregg Araki, Derek Jarman, Philippe Garrel ... la musica di Millennium Mambo di Hou Hsiao Hsien. Se poi vogliamo fare un discorso storico dovremmo andare su Hitchcock e Welles almeno, e tra i nostri su Fellini (per la musica: non posso dire per il suono perché la mia prof mi sega le gambe ...) e Antonioni; non finiremmo più. Blow Up non lo farei mai mancare dai miei film di riferimento. In Italia ultimamente dovrei farti nomi di maestri ancora attivi: c’è chi usa in modo visionario brani di musica classica come Marco Bellocchio; uno più smaliziato come Bernardo Bertolucci, l’Olmi de Il mestiere delle armi (musiche di Fabio Vacchi, un autore contemporaneo). Spesso la musica da noi è stereotipata e banale, oppure si svilisce in maniera vergognosa: fossi nei Blonde Redhead querelerei Muccino all’istante (l’avrei fatto già sei anni fa per quella For The Damaged ... non mi far pensare alla scena). Per le cose interessanti devo farti il nome del regista che al momento mi piace di più: Paolo Sorrentino.
8- Ora come ora cosa sta regalando la scena musicale a livello internazionale?
Pochino. Non sono un tuttologo e ultimamente ero concentrato su altre cose (tesi di laurea). Ci sono buoni gruppi in giro ma anche molte proposte gonfiate che poi si rivelano inconsistenti. Hai qualcuno da consigliarmi?
9- E quella italiana? Nomi e cognomi, promossi e bocciati.
Vale quanto ho detto prima. Più che fare una graduatoria scolastica, preferisco citare un album che mi ha colpito in questi mesi – per la verità è passato un annetto: La malavita dei Baustelle. É un disco pop da cui mi stacco con fatica se mi capita di riascoltarlo. Poi ci sono sempre Afterhours e Marlene Kuntz (anche sull’ultimo di Godano & Co. sono tiepido, per non dire di peggio; però vorrei sentire il live acustico). Ma anche gruppi indie come i Julie’s Haircut. Gli Offlaga Disco Pax hanno una formula particolare: vediamo cosa combinano sul secondo album. Mi sono perso l’ultimo dei La Crus perché il precedente era un po’ sottotono; però meritano e Joe oltretutto è un personaggio eccezionale (un’altra volta vi racconto dei biglietti del treno...). Essendomi appassionato da giovane al rock e a un certo tipo di rock di marca prettamente alternativa americana/anglossassone, ascolto sempre un numero limitato di produzioni italiane. Il primo CD italiano che ho comprato in vita mia è stato Catartica dei Marlene Kuntz nel 1995 (è uscito nel ’94); oggi seguo il mondo del rock indipendente se qualcosa cattura la mia attenzione, ma piuttosto che sentire la troppa musica omologata che c’è da noi (non che altrove sia meglio, sia chiaro) mi andrei piuttosto a recuperare i dischi di Fabrizio De André (magnifico) che mi mancano, visto che di lui ho solo un paio di antologie e una cassetta dal vivo (poco, molto poco). O anche – rimanendo in un ambito cantautoriale a cui non mi sono ancora dedicato come si dovrebbe per carenza di tempo, ma cambiando decisamente genere e periodo – quelli di Vinicio Capossela.
10- Fra alcune settimane l'anno finisce, di questo 2006 che dischi rimarranno nel bene e nel male?
Dovessi indicare il mio disco preferito del 2006 direi, senza dubbio, Drum’s Not Dead dei Liars.
11- Domanda banale ma simpatica, quali sono i tuoi dieci dischi preferiti di sempre?
Preferiti, sì, è una cosa personale, sono partito da questi dischi che per me sono particolari, scoperti e/o ascoltati tutti nel periodo ’94-’97. Superunknown dei Soundgarden; Nevermind dei Nirvana; The Downward Spiral dei Nine Inch Nails; Vitalogy dei Pearl Jam; Mellon Collie & The Infinite Sadness degli Smashing Pumpkins; The Bends dei Radiohead; Daydream Nation dei Sonic Youth; mettiamoci due italiani che sono arrivati dopo, Catartica, appunto dei Marlene e Hai paura del buio? degli Afterhours; infine il disco storico che metterei in cima è The Velvet Underground & Nico. Sono solo dieci e ce ne staranno fuori centinaia ...
12-Non di solo pane vivrà l'uomo ma anche di musica e football. Con la musica e il calcio l'uomo può sognare ad occhi aperti. Spesso mi diverto a pensare che tipo di musicista potrebbe essere il tal giocatore, esempio: Meroni sarebbe Tenco come suggerisce anche Dalla Chiesa nel suo libro sul numero 7 granata, George Best potrebbe essere Keith Moon ma pure Brian Jones. Se dovessi continuare con questo gioco cosa diresti?
Eh, trovarli due come Meroni e Best attualmente. Meroni era una anticonformista, specie rara nel calcio. Best era il quinto beatle e oggi ci si deve accontentare degli spice boys: i giocatori che imitano le popstar. Davvero mi sforzo ma non mi vengono in mente che accostamenti tirati per i capelli. Ronaldinho lo trovo molto hip hop (e anche un po' tamarro) - anche se il suo riferimento naturale mi sembra la playstation, ha dei joystick al posto dei piedi; Kakà potrebbe essere il Tom Verlaine del pallone, non so perché mi fa venire in mente proprio le chitarre dei Television ... comunque è una cazzata, meglio lasciar perdere. In questo momento vedo in giro molto lo-fi....
13- Calcio e cinema, un abbinamento che non mi pare abbia detto granchè. Mi viene in mente "Fuga per la vittoria" con Stallone e degli ex-assi del pallone e poi "Best" la pellicola su George. Perchè il grande schermo non va tanto d'accordo con il football? Conosci altri film-pallonari che ci puoi consigliare?
Fuga per la vittoria non mi dice nulla a parte la plastica rovesciata di Pelé (un Miles Davis ..?.) Best vorrei vederlo, anche solo perché George ha speso la maggiore parte del suo denaro in alcol e donne e il resto lo ha sperperato. Il grande schermo non va d'accordo con il football secondo me per un motivo di fondo: le scene di gioco in una fiction non sono credibili. Sono come i gol della A rifatti dal team di Maifredi. Di questo passo hanno più senso le parodie trash come L'allenatore nel pallone: tra l'altro quel film è un culto, nella vetrina di un negozio in centro a Milano ho visto le maglie della Longobarda con tanto di nomi (Speroni, Aristoteles ...). Bisognerebbe vedere un grande regista alle prese con un soggetto calcistico: se non sbaglio Kusturica sta preparando un film su Maradona, potrebbe essere interessante. Altrimenti è meglio sentirsi raccontare i campioni e le squadre da un bel documentario o da servizi giornalistici come quelli di Sfide. Il film più interessante che ho visto trattare il calcio è sicuramente L'uomo in più.
Tommaso Iannini è un pongista, che scenderà inesorabilmente dalla sua posizione nelle classifiche assolute lombarde (intorno al 450) appena si opererà al ginocchio. Milanista inconscio dalle elementari e appena un anno prima dell’arrivo di Van Basten, lo è rimasto, nonostante i vari nonostante, in virtù dell’artista olandese che insieme a Mondrian e – almeno di origine, credo – De Kooning lo ha colpito di più, e di Sheva, Kakà e altri ... (a proposito premette di essere d’accordo con Scanzi su tutta la linea). Inveisce contro il crociato, la disoccupazione, i suoi topspin mancati, i servizi poco incisivi, un attaccante brasiliano dalle orecchie a sventola e un attacco più sterile dell’umanità nel film di Cuaròn. I suoi pochi reperti disponibili alla pubblica opinione lo vedono esibirsi in un anomalo rapporto di do ut des con la lingua italiana e invischiarsi in frasi contorte dall’alto contenuto di pathos musicologico: scrive infatti biografie rock, atlanti, contributi di aggiornamento cancellati dai libri sui Radiohead, e dà il suo curioso e immaginifico contributo (cita Scanzi di nuovo) alla squadra di 24.000 dischi. É un jolly, dovunque lo metti fa confusione ... Bruca pure la settima arte: dileggia, nutrendosene, la citazione cinematografica. Non si interessa di gossip ma non gli dispiace leggere che Scarlett Johansson ora sarebbe libera ... pure non gli dispiacerebbe che lo fossero Naomi Watts o Zang Ziyi e altre delle sue donne di celluloide preferite. La solitudine lo segue sempre. Cos’è? Lui lo sa (non è detto), ma voi provate ugualmente a scoprirlo ...
RINGRAZIO A NOME DI TUTTI I MEMBRI DEL “COMITATO GIGI MERONI” TOMMASO IANNINI, PER LA GENTILEZZA E LA DISPONIBILITA’ DIMOSTRATA.