"E' protestare questo? A me sembra che sia semplicemente vivere. Dignitosamente. Sapersi al mondo: ecco". GIGI MERONI
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PIERANGELO RUBIN
Nonostante fumasse 20 sigarette al giorno ha deciso di smettere. Sarebbe un Rivera dei nostri giorni. Ma non lo sapremo mai con certezza. Collabora con "Il Mattino di Padova" e la "Nuova di Venezia e Mestre".
ALBERTO FACCHINETTI
Il Mario Kempes della Terza Categoria. Difficile rapporto con il gol e con le donne in genere. Cronista sportivo per “La piazza”.
PAOLO GARATO
Il geometra. Senza rivali in tutto il triveneto. Centrocampista dai piedi buoni. Zero gol in sei anni di prima squadra.
MASSIMO BERTIN
Stopper di professione. Da bambino sognava di diventare un wrestler professionista e in campo si vede.
DANIELE SARTO
Stuolo di donne al seguito, fluidificava per gli Amatori, ora fa panca in una squadra dilettantistica.
MARCO BOLDRIN
Barista di giorno (Off side, via Portello Pd), portiere di notte.
ANDREA MOLENA
Interista così sfortunato che, bambino, nell’anno dello scudetto dei record della sua squadra teneva al Napoli di Maradona. Sorella sfiga…
NICOLA BRILLO
Scarsa preparazione calcistica, ma un grande merito: lo zio Ignazio è un preparatore atletico d’altri tempi.
ALESSANDRO GIRALDO
Rappresenta il paese più di qualsiasi altro. Ha venduto, all'angolo della strada che lo porta al bar, la sua anima per la poco religiosa trinità "sesso, droga e r'n'r".
utente anonimo in GIU’ IL CAPPEL...
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Il suo approdo in Italia lo si deve all’avvocato Agnelli. Gianni era a Lisbona in viaggio d’affari, si prese una pausa ed andò a guardare la partita Svezia-Portogallo. Si era nell’ottobre del 1953 e quel giorno un ragazzo di 19 anni esordiva con la maglia gialla della Svezia. Saltava agli occhi subito, lui piccolo piccolo (1, 69 d’altezza per 69 kilogrammi) fra i giganti nordici di imponenti dimensioni. Però colpì l’avvocato, eccome se lo colpì, tanto da convincerlo ad acquistare quella minuscola ma guizzante ala destra dall’ AIK per il suo giocattolo calcistico. E così nella stagione 1956/’57 ecco Kurt Hamrin alla Juve. Kurt non colpì altrettanto la fantasia dell’allenatore e compagni, racimolò 23 presenze e 8 reti. L’anno successivo andò a Padova dove Rocco aveva portato i tifosi a sognare la leadership nazionale. Qui lo svedesino dopo un infortunio iniziale deflagrò come una bomba, 30 partite condite da 20 reti. Divenne la vera sensazione del campionato. Poi ci furono i Mondiali svedesi, dove la squadra di casa arrivò in finale con una formazione di classe pura, già parzialmente fagocitata dal calcio italiano: Liedholm, Gren, Skoglund e ovviamente la sgusciante ala Hamrin. I padroni di casa si fermeranno in finale battuti da un Brasile sicuramente più ricco di fantasia. Il duello che il giocatore del Padova intraprende con Niton Santos durante la partita assume i connotati dell’epico. Finisce la Coppa del Mondo e Hamrin è appetito da molti club. Su tutti la spunta la Fiorentina che lo voleva a tutti i costi perché cercava il sostituto di Julinho, l’ ala destra dello scudetto, il primo per i viola, del 1955/’56, e voleva regalare ai propri sostenitori ancora lo scettro di Campione d’Italia dopo due secondi posti. A Firenze Hamrin divenne Uccellino. Muoveva velocemente le braccia per darsi equilibrio mentre seminava avversari fra finte e controfinte; ai sempre fantasiosi tifosi viola sembrava un uccello che batteva le ali. Ma era un Uccellino difficilmente malleabile: aveva un dribbling irriverente, un tiro dalla distanza da paura e astuzia notevole nel gioco senza palla, era sempre dove doveva essere, sempre pronto, sempre concreto. E sbeffeggiava gli avversari, pure. Tirava addosso ai difensori la palla, svelto la recuperava e si involava, a segnare. Nove anni a Firenze, nove anni vissuti da re, senza mai però conquistare il primo posto però. I primi due anni poi la Fiorentina dovette attestarsi sempre al secondo posto proprio come aveva fatto nei due anni precedenti. Quattro volte secondi, un record, credo. 189 presenze condite da 150 gol e dovrà arrivare Batistuta per fare meglio di lui. Nelle prime due stagioni poi è letteralmente mortifero, per due campionati consecutivi butta dentro il pallone per 26 volte. Intanto la sua classe, eleganza, tecnica e velocità sono da esempio a dei giovani virgulti viola (Superchi, Ferrante, Merlo, Esposito, Brugnera e Chiarugi) che riporteranno, loro sì, lo scudetto sulle sponde dell’Arno sotto la sapiente guida di Pesaola. Passano gli anni e Hamrin consolida ogni anno il suo bottino di gol. Decide poi a 33 anni di accasarsi a Milano, sponda rossonera. Qui raccoglierà i frutti di una carriera fino a quel momento povera. Rocco che molti definivano catenacciaro lo piazza alla destra di un attacco letale. Al centro giocava Sormani, alla sinistra Parti, dietro di loro sua maestà Gianni Rivera. Il Milan vince il Campionato e l’anno successivo la CoppaCampioni contro l’Ajax di Cruijff. In rossonero l’aletta svedese colleziona 36 presenze 9 reti, non male per un ultratrentenne. Il fisico sopporta ancora gli sforzi che Hamrin gli impone e così Uccellino decide di andare a spendere gli ultimi anni di carriera sul solare golfo di Napoli. Qui troverà Altafini, Juliano e Zoff. Ma la vecchiaia calcistica si fa avanti e Kurt in maglia azzurra realizzerà solo 3 gol in ventuno partite. Poi non so se si ritirò e trovò rifugio in patria, alla quale aveva dato 54 gol in 62 partite o restò per sempre da noi. Ciò che so è che quell’Uccellino a Firenze e in Italia non è stato dimenticato.