"E' protestare questo? A me sembra che sia semplicemente vivere. Dignitosamente. Sapersi al mondo: ecco". GIGI MERONI
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Nonostante fumasse 20 sigarette al giorno ha deciso di smettere. Sarebbe un Rivera dei nostri giorni. Ma non lo sapremo mai con certezza. Collabora con "Il Mattino di Padova" e la "Nuova di Venezia e Mestre".
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RITRATTO STRANIERO (BIDONI, METEORE E MEZZETACCHE) IN UN INTERNO ROSSONERO di Pierangelo Rubin
Van Basten, Shevchenko, Weah ma non solo. Il parco stranieri del Milan negli ultimi anni è stato popolato anche, e mi verrebbe da scrivere soprattutto, da bidoni, meteore e mezze tacche. Da sempre amo spulciare gli annali calcistici e così ho scoperto o ricordato giocatori non italiani che hanno fatto incazzare per le loro strepitose gesta sportive i tifosi della Fossa. Intendiamoci subito come bidoni vanno da intendersi giocatori comprati come fenomeni ma rivelatisi solamente delle bufale, per meteore dei giocatori, magari anche discreti, ma che per un motivo o per un altro non hanno lasciato il segno e per mezze tacche i classici stranieri che hanno ruoli che molti giocatori italiani potrebbero coprire. Ma partiamo con ordine. Prima c’erano i tre stranieri, e qui il Milan aveva tre assi, Van Basten, Gullit e Rijkaard, poi venne il periodo del quarto straniero e poi ancora, grazie a quel cazzone di Bosman le frontiere si aprirono completamente. Berlusconi, Galliani e Braida indiscutibilmente subiscono da sempre il fascino degli stranieri e ne hanno comprato a dozzine. Nella stagione 1993/’94 arrivarono in casa rossonera il romeno Florin Raducioiu e il danese Brian Laudrup. Il primo collezionò l’esaltante bottino di 7 presenze e di una sola rete, il secondo tentò di emularlo 9 presenze e 1 gol. Per loro non ci sarà spazio nella stagione seguente, quindi due meteore. Annata 1995/’96 Futre e Vieira al Milan faranno la bellezza di 3 presenze in due (una per il portoghese e due per il futuro juventino), anche a loro non verrà concesso il bis e anche loro sono quindi due meteore. Stagione migliore è quella successiva, in via Turati arrivano degli autentici fenomeni. Michael Reizeger era il terzino destro di quell’ Ajax che due anni prima aveva battuto il Milan in finale di Champions, 10 presenze e zero gol fanno di lui un bidone eclatante; l’anno successivo sarà al Barcellona. Edgar Davids nella stagione Tabarez/Sacchi-bis giocò 15 partite, l’anno successivo solo 4, Costacurta di lui disse “E’ una mela marcia”, l’olandese dal carattere fumantino andò a Torino a vincere (molto) con la Juve; se con i bianconeri sarà campione con il Milan solo meteora, peccato. Jesper Blomqvist, svedese, arriverà a Milanello dall’ IFK Goteborg a campionato già iniziato, 19 presenze e una rete, l’anno dopo una sola presenza, poi andrà al Parma che lo venderà al Manchester United, anche quest’ultimo è da ritenersi meteora. Christophe Dugarry faceva parte del Bordeaux che sconfisse il Milan in semifinale di Coppa Uefa, 21 presenze e 5 gol per il generoso francese, tuttavia il posto di mezza tacca non glielo toglie nessuno. Anno di (dis)grazia 1997/’98 dopo il Sacchi-bis arriva il Capello-bis e arriva una grande teppaglia calcistica. Winston Bogarde, terzino sinistro dell’Ajax, collezionerà tre presenze, memorabile un suo retropassaggio verso Rossi che favorirà un gol di Bierhoff. Un bidone indiscusso. Con lui arriverà Patrick Kluivert che da Milano andrà via con un bottino di gol invidiabilissimo: 27 presenze, 6 reti. Bidone incredibile. I due olandesi troveranno rifugio al Barcellona, dove il loro ex-tecnico dell’Ajax, Louis Van Gaal fece di loro due presenze fisse nel Camp Nou, facendo incazzare, e non poco, i tifosi catalani. Christian Ziege, esterno sinistro con una certa propensione al gol, veniva dal Bayern Monaco e giocò per due anni in rossonero: 22 presenze e 2 reti il primo anno, 17 presenze e 2 reti il secondo; decise di lasciare l’Italia per il Middlesbrough quando lesse sui principali quotidiani sportivi che Zaccheroni voleva fare di lui un attaccante. Il tedesco dalla pelle tumefatta dopo anni di acne era una mezza tacca bella e buona. Un autentico bidone acquistato dal Bordeaux quell’anno fu Ibrahim “Ibou” Ba. L’esterno destro francese di colore ma con i capelli tinti di biondo in Francia era considerato un campione, il calcio italiano lo ridimensionò, non a caso nella stagione pre-Mondiale uscì dal giro della nazionale e non divenne mai Campione del Mondo. La stagione successiva troverà spazio solo 15 volte e, inutile dirlo, non mise a segno nessuna rete. Venne quindi prestato al Perugia che dopo un anno lo rimandò a Milanello molto probabilmente a calci nel culo e nelle successive tre stagioni il francese scenderà in campo per la bellezza di dieci volte. Bidone d’oltralpe. Lo svedese Andreas Andersson approdò alla corte di Capello dall’ IFK Goteborg che dopo aver venduto Blomqvist iniziò a prenderci gusto a fare affari con il Milan. Lo score dello svedese parlava da solo, nell’ultima stagione 8 presenze ma la bellezza di 13 reti. In Italia giocò un po’ di più e segnò molto di meno: 12 presenze e 1 gol, in compenso si ammalò di epatite, malattia, forse, contratta da un amore mercenario. Il bidone che venne dal nord. Il difensore brasiliano Cruz era già stata svezzato al calcio italiano, venne acquistato infatti dal Napoli, tuttavia non trovò il posto che forse credeva, a torto, di meritare: 11 presenze nella sua prima stagione meneghina, 2 presenze e zero reti nella seconda. Meteora verdeoro. Sempre in quell’annata magica per i colori rossoneri arrivarono altri campionissimi che si dimostrarono semplici meteore: Samir Beloufa difensore franco-algerino classe 1979 (3 presenze e 0 reti) che ora gioca in un campionato maiuscolo come quello belga, Steinar Nielsen (5 presenze, zero reti) difensore norvegese (questa mi mancava) successivamente dirottato a Napoli, Dario Smoje, difensore croato, leggenda lo vorrebbe un protetto di Boban, per lui 6 presenze e zero reti. Il Milan dopo due anni di vacche magre decide di tornare a vincere e cambia tecnico, al posto di Capello arriva il romagnolo Zaccheroni che porterà alla corte di Berlusconi oltre allo scudetto una serie di autentici genialoidi. Primo fra tutti Jens Lehmann, portiere tedesco proveniente dallo Shalke 04 che riuscirà a fare addirittura cinque partite prima di fare le valigie e di ritornare mestamente nella terra dei crauti e della birra. Bidone volante. L’argentino Ayala veniva dal Napoli, al Milan fece due stagioni non proprio esaltanti, nella prima 11 presenze, nella seconda 13, zero reti per lui. Si ritroverà al Valencia dove diviene un punto cardine della difesa; dispiace dirlo ma al Milan era una mezza tacca. Dal Paris Saint Germain venne un roccioso difensore dall’espressione tipicamente baluba: Bruno N’Gotty. Il pachidermico francese era riuscito a perdere i Mondiali nonostante fosse stato per un periodo nel giro della nazionale, stette due anni al Milan, due anni in cui fece venire il coccolone ai tifosi della Sud, 25 presenze e una rete il primo anno, 9 presenze e zero reti per lui al secondo. Bidone indiscusso. Meteora di quell’anno e di quello seguente è Mohammed Aliyu Datti, nigeriano, 1 presenza e zero gol in entrambe le stagioni. Stagione 1999/’00, il Milan è scudettato e punta alla Champions. Arrivano pertanto dei maestri internazionali dell’arte calcistica. Il primo di questi è lo spagnolo José Mari proveniente dall’ Atletico Madrid, in tre anni collezionerà uno score entusiasmante: 57 presenze e la bellezza di 5 reti. Bidone casigliano. L’argentino Chamot approdò sempre quell’anno al Milan e vi rimase per suo gradimento e per tristezza delle Brigate quattro stagioni, zero reti in tutto e le presenze vanno distribuite così: 13 nel primo anno, 14 nel secondo, 22 nel terzo e solamente, e giustamente, due nel quarto. Mezza tacca dura e pura. Verso la fine del secondo anno zaccheroniano arrivò dai sempre generosi cugini nerazzurri Taribo West, che trovò spazio in sole quattro occasioni ma che riuscì comunque a segnare un gol. Meteora appariscente. Altra stagione, altri campioni. In rossonero arriva Roque Junior, difensore brasiliano, considerato stupidamente un fenomeno. 22 presenze il primo anno, l’anno successivo 18 il terzo solamente 4 poi venne cacciato. Bidonaccio. Per il resto nella stagione 2000/’01 solo meteore: il brasiliano Julio Cesar prelevato dal Real Madrid arriverà a campionato in corso, farà quattro partite poi sarà rispedito in Spagna, la controfigura Pablo Garcia, lo scorso anno addirittura al Real, che riesce a collezionare la miseria di cinque presenze e dulcis in fundo l’uomo dal nome e cognome più impronunciabili: Drazen Brncic che fa una sola e squallida presenza. L’anno successivo al Milan arriva Fatih Terim l’allenatore che per primo portò una squadra turca a vincere una competizione europea. Inutile dire che il sopraccitato tecnico si era portato appresso un giocatore. Umit giocò finchè Terim restò rossonero, quando fu esonerato e arrivò Carlo Ancellotti cominciò a diradare le sue apparizioni nei campi di gioco. Accumulò 10 presenze e oltre alla fama di attaccabrighe accumulò la fama di mezza tacca. Per presidiare la fascia destra arrivò Cosmin Contra romeno, che giocò parecchio 29 presenze condite da tre reti ma che non convinse allenatore e dirigenza (difatti in campagna acquisti fu venduto), anche lui fu una gran bella mezza tacca. Andò decisamente meglio a Martin Laursen, danese, che riuscì a fare tre stagioni in rossonero durante le quali accumulò 42 presenze e due reti. Anche lui, tuttavia da includere fra le mezze tacche. Javi Moreno era, invece, l’uomo che doveva risolvere le partite con i suoi gol, il povero spagnolo non risolse proprio nulla visto che in sedici presenze in campionato segnò la miseria di due reti. Bidone iberico. Due meteore quell’anno: Mohammed Adama Sarr e Vitaly Kutuzov, il primo fece una sola presenza poi seguì Terim al Galatasaray e infine si accasò all’Ancona, il secondo fece solo due presenze e zero reti, girerà un po’ per poi andare alla Samp per la gioia di Novellino. L’anno seguente al Milan arriva un bidone colossale, stratosferico, abnorme: Rivaldo. Lasciato libero dal Barça il brasiliano ingolosì subito Galliani che non aspettò un secondo ad arruolarlo. Ancellotti capì fin dai primi allenamenti che l’ex-pallone d’oro era finito come giocatore ma ne tollerò comunque i comportamenti altezzosi e provocatori e gli fece timbrare il cartellino presenze addirittura 22 volte, il fantasista lo ripagò con 5 miseri golletti. La stagione seguente il brasiliano sarà defenestrato e dopo un via-vai nella sua terra natale finirà in un supercampionato, quello greco. Meteora di quell’ anno Catilina Aubameyang, gabonese di Libreville, che collezionò una sola presenza e poi fu mandato alla Triestina che a sua volta lo mandò al Rimini, suo fratello ha segnato nell' ultimo Trofeo berlusconi. Stranamente nella stagione 2003/’04 la dirigenza non recluta nessun campione come i sopraccitati, ma l’anno dopo arriveranno tre strani personaggi: Coloccini, Dhorasoo e Esajas. Il primo è un difensore argentino, molto giovane e fresco di qualche titolo vinto con la sua nazionale a livello giovanile, non ho la più pallida idea di quante presenze abbia fatto in campionato e francamente non lo voglio sapere, di lui so solo che in una partita di Coppa Italia fece un erroraccio che favorì il gol avversario, di più non chiedetemi, fu rispedito subito dopo in Spagna. Meteora albiceleste. Vikash Dhorasso aveva molte credenziali, una fra tutte quella di essere stato eletto miglior giocatore francese nei due anni precedenti. Ovviamente Galliani appena lo seppe non riuscì a resistere e lo arruolò appena possibile. Il calciatore–filosofo, così chiamato per le sue letture kantiane, ballò un solo anno e subito dopo fu defenestrato per fare spazio ad un altro genialoide Johann Vogel (mezzatacca purissima), che a sua volta verrà dato come contropartita, credo, per il ballerino zoppo di samba Oliveira (meteora, spero). Esajas giocò ai tempi dell’Ajax con Seedorf e sapeva farci sul serio, poi si perse per strada, lasciò il calcio, lavorò in un bar e ingrassò a vista d’occhio. Fa un viaggio in Italia, capita a Milanello e va a trovare l’amico delle giovanili Clarence e gli chiede di mettere una buona parola per poter ritornare a giocare, visto che ha una voglia matta ma un fisico debordante. Seedorf l’accontenta e in pochi mesi al Milan-Lab l’olandese perderà tantissimi chili e finirà per giocare anche in Coppa Italia. Adesso gioca a Lecco, certo non calca i prati di campi gloriosi come il Nou Camp di Barcellona o il nuovo Wembley di Londra però è tornato dopo anni di non attività, il calcio lo ha di nuovo attirato a sé e ora a più di trent’anni gli dà una possibilità. Non è una bella storia, anche se è stata raccontata nel programma di Ruggeri? Meteora felice.
GIU’ IL CAPPELLO PER GINO di Pierangelo Rubin
Ne ha visti di giocatori il vecchio Nils Liedholm, detto il Barone. Ne ha visti di fuoriclasse, ci ha giocato insieme e contro, li ha anche allenati. Restando dentro i confini nazionali pensiamo a Rivera, a Conti, a Di Bartolomei, ma anche a Baresi e Paolo Rossi. Eppure nessuno di questi splendidi giocatori ha fatto mai dimenticare nella mente aristocratica svedese Gino Cappello. Nacque a Padova nel 1920, iniziò con la squadra della sua città, vi giocò due anni in serie B quando lui di anni ne aveva ancora 18. Il secondo anno fu letteralmente devastante 28 presenze e 29 reti. Approdò al Milan dove Boffi faceva impazzire i tifosi e dove c’ era anche il grande Meazza. Tre anni giocati con l’angoscia dentro per un regime che imperseverava e una guerra che incombeva. Dopo la guerra il Milan lo cedette al Bologna per “Testina d’oro” Puricelli. 11 anni in rossoblu, 11 anni da protagonista, nel bene (80 reti in tutto, fra i primi 10 cannonieri rossoblu di sempre) e nel male, dopo vedremo come. Chiude nel Novara il patavino dove gioca per due anni, in serie B. Detta così non pare proprio che Cappello sia stato un personaggio degno di nota o il miglior italiano di tutti i tempi, come sentenziò Liedholm. Ma la vita e la storia di un uomo prescindono numeri e statistiche, di cui per altro sono particolarmente ghiotto. Il fatto è che Cappello era un lunatico al limite della perversione. Talmente lunatico da sconfinare nell’ autolesionismo. Un autolesionismo troppo marcato per essere solo sincero. Aveva una tecnica sopraffina e un fisico incredibile che gli permettevano di giocare da centravanti di sfondamento ma anche da mezzala, di toccare il pallone con infinita estasi, di dribblare con un movimento d’anca mortifero per gli avversari, di pennellare assist illuminanti, di battere le punizioni a “foglia morta” quando Corso era ancora in fasce. Ma spesso e volentieri di sbattersi in campo e di uscire dal rettangolo verde con la lingua a penzoloni non ne aveva proprio voglia. Irritante, apatico, assente quando non era in giornata, autentica forza della natura quando se la sentiva. E il guaio era che nemmeno lui sapeva quando era in giornata. Da mettersi le mani nei capelli. Se poi aggiungiamo a questo suo essere ondivago al limite fra la grazia divina e lo storpio reduce di guerra il suo caratteraccio, abbiamo veramente da che preoccuparci. Il buon Gino, a guardar la sua storia a 16 anni dalla morte, ci pare anche un uomo capace di mettersi nei guai anche senza il suo essere svogliato in campo. Nell’estate del 1952 giocava per il Bologna un torneo estivo quando aggredì l’arbitro Palmieri. Squalifica a vita poi commutata in un anno di stop, il periodo nero sotto le Due Torri di cui abbiamo accennato sopra. Verso la fine della carriera è stato poi coinvolto in uno scandalo di partite truccate. Il suo nome venne fatto da un compagno. Inutile dire che in entrambe le occasioni Cappello si è sempre proclamato innocente. Con la maglia azzurra 11 presenze e tre reti, parteciperà ai Mondiali del 1950 e del 1954 senza mai segnare. Esordì in nazionale il 22 maggio del 1949, la prima partita azzurra senza il Grande Torino quando aveva 29 anni, e questo ci fa capire quanto, anche allora, fosse considerato inaffidabile. Eppure lui in una partita di Nazionale B contro i maestri inglesi lasciò i giornalisti d’Oltremanica a bocca aperta, da solo aveva demolito il loro squadrone. Insomma croce e delizia, olio santo e pan bagnato. Adalberto Bortolotti, a cui ho fatto un intervista, andate a cercarla nell’ archivio, scrisse di lui “Gino Cappello era un autentico genio del calcio, dotato da madre natura di tutte le qualità per risultare un fuoriclasse epocale. Le sfruttò al quaranta per cento, a essere larghi”.