COMITATO GIGI MERONI

"E' protestare questo? A me sembra che sia semplicemente vivere. Dignitosamente. Sapersi al mondo: ecco". GIGI MERONI

Eccomi

Utente: COMITATOMERONI
PIERANGELO RUBIN Nonostante fumasse 20 sigarette al giorno ha deciso di smettere. Sarebbe un Rivera dei nostri giorni. Ma non lo sapremo mai con certezza. Collabora con "Il Mattino di Padova" e la "Nuova di Venezia e Mestre". ALBERTO FACCHINETTI Il Mario Kempes della Terza Categoria. Difficile rapporto con il gol e con le donne in genere. Cronista sportivo per “La piazza”. PAOLO GARATO Il geometra. Senza rivali in tutto il triveneto. Centrocampista dai piedi buoni. Zero gol in sei anni di prima squadra. MASSIMO BERTIN Stopper di professione. Da bambino sognava di diventare un wrestler professionista e in campo si vede. DANIELE SARTO Stuolo di donne al seguito, fluidificava per gli Amatori, ora fa panca in una squadra dilettantistica. MARCO BOLDRIN Barista di giorno (Off side, via Portello Pd), portiere di notte. ANDREA MOLENA Interista così sfortunato che, bambino, nell’anno dello scudetto dei record della sua squadra teneva al Napoli di Maradona. Sorella sfiga… NICOLA BRILLO Scarsa preparazione calcistica, ma un grande merito: lo zio Ignazio è un preparatore atletico d’altri tempi. ALESSANDRO GIRALDO Rappresenta il paese più di qualsiasi altro. Ha venduto, all'angolo della strada che lo porta al bar, la sua anima per la poco religiosa trinità "sesso, droga e r'n'r".

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venerdì, 23 febbraio 2007

SINDELAR: LA CARTAVELINA AUSTRIACA PIU’ FORTE DELL’ACCIAIO TEDESCO di Pierangelo Rubin

La ribellione è una camicia un po’ rotta e sgualcita che negli ultimi tempi mi pare che molti credano di portare. Al giorno d’oggi essere ribelli è un po’ come essere alla moda. Ci si rifà per forza a qualche stereotipo passato (capi d’abbigliamento, slogan facili…) come sono passati gli anni sessanta o i settanta, e a livello esteriore si appare come dei grandi ribelli (si badi bene come per molti la ribellione scaturisca non dall’animo umano o dall’atteggiamento personale ma dagli accessori). Mode passeggere che per lo più danno un motivo a molti. Leggete la storia di Sindelar perché Mathias, lui sì, è stato un vero ribelle.   

Mathias Sindelar è stato probabilmente il miglior giocatore austriaco di tutti i tempi. Ebbe la sfortuna di giocare in un periodo storico drammatico per gli austriaci e per chi, come lui, era ebreo. Giocò infatti negli anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale. Ma partiamo con ordine. Sindelar nasce il 1903 nella Moravia austriaca, ben presto la famiglia si trasferisce a Vienna ed è lì che il suo enorme talento sboccia. In molti si accorgono di quel ragazzino che nasconde la palla alle gambe degli avversari, che quando decide di segnare lo fa senza scomporsi troppo, che ha una fantasia al limite del perverso, che è un dribblomane nato e con un fisico leggero, minuto. Nel 1921 approda al Vienna Amatori che due anni dopo diventerà l’Austria Vienna. Ed è da qui che nasce la leggenda di Mathias “Der Papiereine” Sindelar, Mathias “Cartavelina” Sindelar. Eleganza, stile, classe divengono in lui concreta realizzazione, il suo fisico che per molti lo avrebbe penalizzato e che gli procurò il soprannome di “Cartavelina”, lo aiuta a sgusciare senza troppi patemi fra i difensori avversari e a smarcarsi senza che nessun di questi ne capisca qualcosa. Ben presto però un dolore acuto al ginocchio lo ferma. Un chirurgo dell’epoca gli propone un’ operazione al menisco che funziona perfettamente, Sindelar è il primo calciatore di sempre a sottoporsi ad una simile intervento, divenuto poi nell’ambiente calcistico consuetudine. Recupera e torna in campo e insieme ai suoi compagni domina il campionato austriaco e vince per due volte la Coppa Europa, la Champions League ante guerra.

Hugo Weisl, l’allenatore dell’Austria, capisce che un giocatore così può trasformare la sua nazionale, già di per sé forte, in imbattibile, ed è cos’ che nasce il “Wunderteam”. Dal maggio 1931 all’aprile 1933 l’Austria gioca 16 partite e ottiene 12 vittorie, 2 pareggi e altrettante sconfitte segnando 63 reti. Inutile dire che in quelle partite Sindelar è un autentico iradidio, segna infatti ventisette reti. La sua prova migliore tuttavia avviene nel dicembre 1932 quando l’Austria gioca contro i maestri del football, gli inglesi a Londra. La partita è vinta, non senza particolari difficoltà, dagli inglesi che sono messi a dura prova da “Cartavelina” e dai suoi. Sindelar in particolar modo mette in ambasce gli inglesi quando segna un gol fantastico; parte da metà campo e salta senza difficoltà gli inglesi che li si pongono davanti. In un’altra partita contro l’Ungheria, match poi finito 8-2 per l’Austria, l’ebreo fa delle autentiche magie calcistiche. Segna tre gol ed è l’assistman di tutte le altre reti. Nel 1934 l’Austria partecipa alla Coppa del Mondo che si svolge in Italia. Sono in molti che la danno per favorita visto l’enorme potenziale tecnico tattico di cui dispone. In semifinale però i bianchi incontrano i padroni di casa che godendo dei favori dell’arbitro riescono a passare il turno e ad approdare in finale. Vittorio Pozzo, allenatore di quell’Italia poi laureatasi Campione del Mondo, così parlò di lui: “Aveva, sì, struttura atletica, nel senso che era alto, slanciato e che i suoi lineamenti esprimevano energia e decisione. Ma era magro, secco, asciutto in modo impressionante. Di muscoli non ne aveva, di consistenza non ne mostrava. Di profilo pareva piatto, sottile, trasparente, come se – scusate la frase alpina un po’ irriverente che viene in mente – la madre ci si fosse, per errore, seduta su appena nato. A vederlo giuocare, si trasformava. Era il padrone della palla, l’artista della finta. Alla mancanza di fisico sopperiva subito con l’intelligenza. Aveva appreso a smarcarsi in modo magistrale. Lasciato libero distribuiva, smistava, dettava temi di attacco, diventava la vera intelligenza della prima linea. Monti odiava tutti i danubiani, li metteva in un mucchio solo, ma chi aveva particolarmente in uggia era Sindelar: vedeva rosso, e contro di lui e contro le danze a base di finte che gli faceva davanti e le continue richieste di penalty, aveva una paura matta di perdere le staffe”. Proprio in semifinale Sindelar ha un infortunio e quindi non riesce ad essere d’aiuto ai suoi compagni di squadra nella finalina terzo-quarto posto contro la Germania, la Germania vincerà la partita ed arriverà terza. Intanto in Austria arriva una crisi economica che paralizza il paese e che prepara il suolo per l’avvento nazista. I comportamenti antisemiti non si contano. Sindelar comincia a risentirne, è preoccupato più che per la sua stessa sorte per quella dei parenti e degli amici. La morte l’anno successivo del suo maestro Weisl, colui che lo aveva definito il “Mozart del football” lo prova ancora di più. Tuttavia era ancora all’apice della forma quando il 3 aprile 1938 l’Austria diviene ufficialmente Germania. Era un sogno che il baffetto, ex-imbianchino, Adolf Hitler sognava da tempo, Germania-Austria insieme; riunificazione delle due nazioni germaniche sotto la stessa bandiera e la stesse croce uncinata. L’ Anchluss (annessione) quindi colpisce la nazione di Mathias Sindelar. I gerarchi nazisti vogliono assolutamente che la grande nazione germanica nazista vinca anche in campo sportivo, conquisti anch’essa, come l’Italia fascista, un grande torneo calcistico. Con l’Anchluss gli austriaci diventano tedeschi quindi, quale migliore occasione per incamerare un discreto numero di giocatori fantasiosi ed estrosi (caratteristiche queste tipicamente danubiane ma non tedesche) che aiutino i fratelli tedeschi alla conquista della Coppa Rimet? Sindelar manco a dirlo è il primo sulla lista dell’allenatore tedesco Herberger. Ma Sindelar non ne vuole proprio sentire di giocare per i nazisti, e questo le grandi capoccie vestite di nero lo vedranno proprio il 3 aprile ’38 dopo una partita di fratellanza giocata fra Germania e Austria, la partita che avrebbe suggellato la loro unione sotto l’unica bandiera con la croce uncinata, l’ultima partita dell’Austria. Il match venne vinto dagli austriaci per due a uno e il gol vittoria venne segnato da Sindelar. A fine partita venne previsto che tutti i giocatori salutassero con il braccio destro alzato il pubblico lo fanno tutti, Sindelar no. Intanto i Mondiali si fanno sempre più vicini e Herberger insiste sempre di più con Sindelar, ma non c’è niente da fare, prima l’austriaco sostiene di avvertire dei dolori ad un ginocchio poi una volta capito che l’allenatore non era un nazista chiede semplicemente di non giocare. Herberger capisce il giocatore e non gli chiederà più di giocare, anni dopo lo stesso allenatore dirà “Mi accorsi che c’erano altri motivi per cui non voleva giocare, ed io decisi di lasciarlo in pace, anche se sapevo che era ancora il più forte.” . Ma non tutti i calciatori austriaci ebrei hanno la forza e il coraggio che ha Sindelar di ribellarsi, alcuni di loro infatti vestiranno la maglia della nazionale teutonica ai Mondiali francesi del ’38 e poi dopo la figuraccia rimediata, eliminazione contro la Svizzera, emigreranno. Comunque Sindelar ha apertamente sfidato la Germania nazista e questo era inaccettabile per i pagliacci vestiti di nero. Il 23 gennaio 1939 Sindelar viene trovato morto a letto nel suo appartamento in compagnia di una giovane ebrea italiana, non aveva compiuto ancora 36 anni e meno di un mese prima, il 26 Dicembre 1938 a Berlino aveva giocato la sua ultima partita contro l’Herta Berlino segnando anche il suo ultimo gol. Gli inquirenti sostengono che la coppia sia morta a causa di una fuoriuscita di gas  probabilmente causata da una stufa non perfettamente funzionante. Le autorità hanno fretta di archiviare il caso e questo fa crescere sempre di più i sospetti. In molti sostengono che Sindelar e compagna fossero stati assassinati dalla Gestapo forse perché la ragazza, Camilla Castagnola,  era un agente di un’ Agenzia ebraica che favoriva la fuoriuscita di ebrei dai territori nazisti. Dopo la guerra sicuramente delle indagini sarebbero state effettuate per accertare maggiormente le cause della morte dell’uomo ma il fascicolo del suo caso non fu più trovato. Il giorno dei funerali di Sindelar sono quarantamila i viennesi che scendono nelle strade per rendergli omaggio e che così manifestano il loro disappunto sulle vicende politiche del loro paese, quindicimila telegrammi da tutta Europa arrivano nella sede dell’ Austria Vienna. Nessuno si è dimenticato di lui. Ad oltre cinquant’anni di distanza dalla grande prova di coraggio e di intelligenza di Sindelar ci si accorge che durante quel periodo nefasto non furono molti ad avere la forza  e l’integrità che ebbe il giocatore austriaco. Non la ebbero i suoi compagni ebrei che pur sapendo quali orribili ristrettezze e discriminazioni dovessero patire i loro “fratelli” accettarono comunque di giocare per una nazionale che indossava sul petto il simbolo nazista, il simbolo per eccellenza di morte. Quel coraggio e quella forza non la ebbe nemmeno la nazionale inglese che il 15 Maggio 1938 a Berlino prima di una amichevole saluta i capinazi con il braccio destro alzato. La forza di Sindelar fu in sostanza la stessa forza che trovarono gli ebrei polacchi del ghetto di Varsavia che nel 1943 capiscono a quale orribile fine vanno incontro e decidono di prendere in mano le armi e di cominciare a sparare ai tedeschi, perché la morte sarebbe arrivata comunque, meglio accoglierla nel miglior modo possibile, da uomo libero combattente per la propria libertà. In Austria non tutti ebbero la forza e la voglia di ribellione che ebbe “Cartavelina”, non solo dei calciatori ma anche della, cosiddetta, gente normale, che vive una vita non sotto la luce dei riflettori, ma questo è un'altra cosa. Tutto ciò non fa altro che accentuare in maniera macroscopica il grande gesto di resistenza e soprattutto di ribellione, quella vera che esiste solo quando in ballo c’è la libertà dell’uomo (non futili apparenze) il bene più supremo che ognuno ha, di un giocatore che si chiamava Mathias Sindelar.   

Postato da: COMITATOMERONI a 18:50 | link | commenti |
pierangelo rubin

lunedì, 19 febbraio 2007

CALCIO CATTIVO di Alberto Facchinetti

 

Diventa cattivo anche il calcio della Riviera. Domenica 11 febbraio è stata sospesa la partita Borbiago-Sambruson, derby brentano valevole per il campionato di terza categoria. Il giovane arbitro mestrino, non ancora maggiorenne, non se l’è sentita di portare a termine la partita (1-1 il risultato fino a quel momento) perché minacciato di morte dai giocatori della squadra ospite. La giacchetta nera aveva appena fischiato un rigore per la squadra di casa. Mancavano pochi minuti al novantesimo e i ragazzi del Sambruson hanno perso la testa. Hanno accerchiato l’arbitro e sembra che uno di loro lo abbia minacciato. Al Sambruson è arrivata così la sconfitta a tavolino per 3-0. L’episodio non è passato inosservato non soltanto per la gravità del fatto, ma anche perché tutto il mondo del calcio sta vivendo un periodo brutto. Sempre domenica 11 nella terza categoria padovana, l’arbitro della partita Giarre-Pernumia è stato costretto a chiamare i carabinieri. Il Giarre stava battendo la squadra ospite 6-0, ma il fischietto di Chioggia aveva espulso troppi giocatori del Pernumia perché ci fosse ancora il numero legale per continuare la partita. Insomma, il calcio dilettantistico si è trasformato in un far west. In prima categoria a Salerno due dirigenti di squadra opposte si sono presi a transennate. E tutto questo dopo la domenica di stop per la tragedia di Catania dove è morto il poliziotto Filippo Raciti, e dopo che un dirigente di una squadra di terza categoria cosentina è stato ucciso dalle botte di alcuni giocatori della squadra avversaria. Bisogna ammetterlo c’è qualcosa di sbagliato in questo sport. Addirittura il calcio giovanile negli ultimi giorni è stato sporcato dalla violenza. Durante una partita del Torneo di Viareggio, il più importante nel mondo a livello di settore giovanile, un arbitro genovese è stato preso a calci da giocatori della squadra argentina Real Arroyo Seco di Santa Fè. Anche qui la partita che vedeva in campo anche la Primavera del Genoa, è stata interrotta perché l’arbitro aveva lasciato in sei la squadra dei sudamericani inferociti. Intanto si cerca di mettere a norma gli stadi italiani: tornelli, biglietti nominali e via discorrendo. Ma c’è qualcos’altro che manca, che nessuna legge potrà mai risolvere. In questo paese, ma anche in altri se è per questo, non esiste una cultura sportiva. Educare i giovani allo sport. È anche in questa direzione che si deve lavorare.

Postato da: COMITATOMERONI a 20:15 | link | commenti |
alberto facchinetti

martedì, 13 febbraio 2007

QUASI UN SECOLO di Alberto Facchinetti

 

Nel 2007 gli anni saranno 100. Ha quasi un secolo di storia il calcio Venezia, non muore mai la squadra lagunare: è un dato di fatto, non una considerazione. Sembrava dover sparire solo un paio d’anni fa. E invece eccola qua, il 14 dicembre ha festeggiato 99 anni. Mentre l’anno solare è finito bene: secondo posto in classifica, a soli due punti dalla capolista Sassuolo. Promossa quest’anno in C1 dopo una stagione fantastica e ora subito protagonista nella categoria. Non poteva festeggiare in maniera migliore il compleanno. La storia del Venezia Football Club ha inizio il 14 dicembre 1907. Un gruppo di appassionati di sport, già presenti nelle Società sportive Marziale e Reyer, decide di dar vita ad una nuova associazione. La Trattoria “Da Nane”, in Corte dell’Orso nelle vicinanze di campo San Bartolomeo, dove ha luogo la società. Davide Fano il primo presidente. Il blu e il rosso i primi colori delle maglie. Ma già l’anno dopo diventarono il nero e il verde. Il Venezia non poteva somigliare al Genoa. Nel 1913 viene invece inaugurato il campo di Sant’Elena, oggi intitolato all’aviatore Pierluigi Penzo. Sono gli anni Quaranta gli anni belli. Nella stagione ’40-’41 il Venezia vince la Coppa Italia, battendo in finale la Roma. L’anno successivo la squadra arriverà terza in campionato, e così i due giocatori più forti, Ezio Loik e Valentino Mazzola, passeranno al Torino. E contribuiranno a creare il Grande Torino che ha fatto la storia del calcio. Poi tanti alti e bassi, su e giù. Ma nel 1986 Luciano Mazzucato, un imprenditore del vetro di Murano, traghetta la società nelle mani di Maurizio Zamparini. Il friulano vuole riportare il calcio lagunare ad un certo livello. Fonde il Venezia, allora in C2 con il Calcio Mestre, società di lunga tradizione anch’essa. Per due anni la squadra si chiamerà Venezia-Mestre e al neroverde si aggiunge l’arancione. La stagione ’87-’88 la squadra passa di categoria: due stagione di C1 e nel 1990 la serie B. Ma è la massima categoria l’obiettivo primario. Che finalmente viene acciuffata nel campionato 1997-’98. Walter Alfredo Novellino, detto Monzon, l’allenatore vincente. Schwoch, Luppi e Iachini i veri trascinatori della squadra. In serie A il campionato è spettacolare. L’inizio è piuttosto complicato, ma poi l’arrivo di Alvaro Recoba in prestito dall’Inter risolve tutti i guai. Con Pippo Maniero formerà una coppia d’attacco formidabile e la salvezza arriverà tranquilla. Ma l’anno dopo il Venezia vive un’altra stagione brutta. Ancora retrocessione. Torneranno in A solamente per una breve presenza nel 2001-’02. Poi solo anni bui. Di fallimenti e delusioni. Ora però la storia sembra essere ritornata bella. I 100 anni la società potrebbe festeggiarli con la squadra in serie B. Sarebbe bello.

Postato da: COMITATOMERONI a 15:48 | link | commenti (4) |
alberto facchinetti

domenica, 04 febbraio 2007

MILAN: PIU’ ALIBI CHE MEA CULPA di Pierangelo Rubin

Annata disastrosa per il Milan. Annata partita male e che forse finirà peggio (chi lo sa?). Sbagliando s’impara, ma non se si è Berlusconi, il Berlusca non sbaglia. Mai. Annata 1994/’95, annata post-mondiale. Il Milan alla nazionale italiana ha dato tanti giocatori che quindi iniziano il campionato di calcio non proprio riposati e di acquisti importanti nemmeno l’ombra. Nasce la Juve lippiana quell’anno, il Milan quasi non esiste e lo scudetto torna a Madama. In quella stagione l’attacco rossonero non colpì molto i tifosi, c’era il mi(s)tico Savicevic, Massaro, Simone, Stroppa e Melli. Savicevic fece bene anche se si ruppe nel momento clou della stagione, Simone la buttò dentro come mai prima d’ora (17 reti in tutto), Massaro e Stroppa non fecero faville, Melli fu un pianto. Con la stagione in corso ci sono molte analogie, Kakà come Savicevic cercano di non far affondare la barca; Massaro come Inzaghi, non più giovani, con un Mondiale alle spalle e con le polveri un po’ bagnate; Melli come Oliveira, oggetti misteriosi; Stroppa come Boriello, tanta buona volontà ma poca incisività, anche se Giovannino aveva piedi fatati. C’è però una differenza Simone segnava e Gilardino meno. Gullit se ne andò a Genova, un campione che se ne andava e un Milan che lo sostituiva con una controfigura, Melli in quel caso; un po’ come quest’estate, via Shevchenko dentro Oliveira. In finale di Champions Kluivert mandò in frantumi i sogni rossoneri. In quell’edizione della coppa dalle grandi orecchie il Milan giocò contro l’ AEK, proprio come in questa, e perse la finale allo stadio Prater di Vienna dove con Sacchi battè il Benfica e conquistò la quarta Coppa Campioni, alcuni anni prima. Quest’anno la finale si gioca ad Atene dove nel 1994 il Milan vinse la quinta Coppa Campioni. Niente niente se il Milan torna in un campo dove ha già vinto una finale, hai visto mai… Quella stagione non insegnò nulla a Berlusconi e dodici anni dopo il Milan patisce ancora gli stessi mali. Quell’anno il Milan arrivò quarto a 13 punti dai goebi. A guardarla ora non fu fallimentare al 100%, allora pareva di sì, l’anno prima c’era stata l’accoppiata Scudetto-Champions! Quest’anno le cose per i colori rossoneri possono andare peggio, molto peggio. Perché? Galliani faceva ridere quando in TV se ne veniva fuori con “I nostri acquisti di gennaio sono il signor Costacurta, il signor Cafù…”. La società di via Turati ha perso il contatto con la realtà illudendosi di essere invincibile ed eterna. I fari di Marsiglia e la stagione 1997/’98 non hanno insegnato nulla. Vincere sempre e comunque è impossibile (è talmente banale che mi vergogno di scriverlo), farlo sempre con gli stessi uomini è pura utopia. Non sono sicuro che dopo Istanbul qualcosa dovesse essere cambiato, alla fine la colpa era solo dei giocatori, già di per sé Istanbul era una punizione e un nuovo stimolo, di enormi cambiamenti non c’era bisogno. Ma ora i cambiamenti sono fondamentali, necessari. Lo scandalo Meani ha complicato la stagione rossonera ma, al contempo, è divenuto un alibi per non intervenire in campagna acquisti. Berlusconi era sicuro che il Milan non sarebbe andato in B, ma intanto non è riuscito (o non ha voluto) comprare nessun giocatore di rilievo (Ronaldo non lo più, potrebbe tornare ad esserlo ma, a mio avviso ora non lo è) lamentando il fatto che Moggiopoli ha reso difficili gli affari di calciomercato. Una presa per i fondelli bella e buona, forse qualche giocatore cambierebbe squadra solo se potesse lottare per certi traguardi ma la stragrande maggioranza dei giocatori di football  cambia maglia per i soldi. Quelli che il Berlusca una volta usava, ora non più. Sul piano dell’immagine funziona di più non spendere e vincere, “Mi consenta Moratti spende e non vince, io non spendo e vinco, cribbio”. L’acquisto di Favalli e di Ronaldo (su cui avrò modo di tornare) si collocano in questo piano, Milan vincente grazie ad un’ Inter poco accorta. E’ andata bene con Pirlo, Seedorf, Crespo e a suo modo con Brocchi e Simic ma Vieri è stato un flop, un errore che bisognava far dimenticare, e di tutti i terzini ecco che arriva Favalli, uno dei più vecchi, di tutte le punte ecco che arriva Ronaldo, una delle più grasse. Intanto Moratti compra Crespo e Ibrahimovic sui quali il Milan s’era indirizzato, e prenota Cassano. Mi chiedo inoltre, se nessun giocatore vuole venire al Milan perché non richiamare qualche giovane promettente assicurandogli quello spazio che finora non ha mai trovato? Foggia forse meritava più attenzione, Marzoratti sta disputando una buona stagione,  tutti i giovani che Galliani ha sparpagliato per la penisola potevano essere valide alternative. Sul piano acquisti il Milan ha fatto non molto negli ultimi anni. Gilardino, Kakà, Nesta e forse Gurcouff. Cafù e Pancaro sono stati realmente splendidi per non moltissimo tempo, Rui Costa non ha brillato come ci si aspettava, Stam andava comprato prima, Jankulowski patisce tanto la maglia che indossa. Vieri, Vogel, Dhorasoo colpi mancati e altri giocatori sono stati comprati sperando che i titolari non si infortunassero. Con un Mondiale alle spalle la campagna acquisto doveva essere sostanziosa, magari non con fenomeni assoluti, ma comunque tale da permettere di far rifiatare i giocatori con più minuti nelle gambe. Dalla Bona, Donati, Pozzi, Donadel, De Zerbi una volta erano proprietà del Milan, ora non so, so che comunque sarebbero stati utili. Giocatori milanisti come Bazzani, Rocchi, Barone sarebbe venuta in via Turati di corsa ma non sono stati nemmeno presi in considerazione. Dall’Argentina è arrivato Grimi, il classico nome da dare in pasto alla folla bramosa di virgulti sudamericani, colpiscono di più la fantasia, accendono maggiormente i cuori. Spero che dimostri di essere meritevole e valido e spero se ne vada da Milano appena possibile, lo spero per lui, il Milan lo brucerà, lo venderà nel giro di un paio di stagioni, come altri prima di lui, e così si ritroverà senza una squadra decente che lo voglia acquistare, ancora giovane e con la carriera rovinata. Lotito ha fatto sudare a Galliani le proverbiali sette camicie per Oddo, se non lo si fosse venduto anni fa tutto ciò si sarebbe evitato (fra l’altro l’acquisto è stato un colpo di genio, ricomprare un giocatore trentenne dopo che lo si è allevato calcisticamente e, soprattutto a quel prezzo… Da mettersi le mani nei capelli, ma questo Galliani non lo può fare, Berlusconi forse, tanto dopo si mette la bandana). Storari è un buon portiere che da sicurezze come seconda scelta, ma alcuni anni fa quando fu comprato Kalac nessuno s’era accorto che presentava delle lacune? Fiori cosa ci sta a fare se appena il secondo non va viene preso un altro? Terzo portiere? Meglio dire quarto, quinto, sesto… Lamentarsi di Borrelli, di quanto ha inguaiato la prima squadra di Milano, delle scorie di Germania, del preliminare di Champions, dell’assenza di ferie e di una preparazione atletica non adeguata è facile, facilissimo. Un po’ come non imparare dagli errori di ieri e non risolvere i problemi di oggi.

Postato da: COMITATOMERONI a 19:04 | link | commenti (5) |
pierangelo rubin