COMITATO GIGI MERONI

"E' protestare questo? A me sembra che sia semplicemente vivere. Dignitosamente. Sapersi al mondo: ecco". GIGI MERONI

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Utente: COMITATOMERONI
PIERANGELO RUBIN Nonostante fumasse 20 sigarette al giorno ha deciso di smettere. Sarebbe un Rivera dei nostri giorni. Ma non lo sapremo mai con certezza. Collabora con "Il Mattino di Padova" e la "Nuova di Venezia e Mestre". ALBERTO FACCHINETTI Il Mario Kempes della Terza Categoria. Difficile rapporto con il gol e con le donne in genere. Cronista sportivo per “La piazza”. PAOLO GARATO Il geometra. Senza rivali in tutto il triveneto. Centrocampista dai piedi buoni. Zero gol in sei anni di prima squadra. MASSIMO BERTIN Stopper di professione. Da bambino sognava di diventare un wrestler professionista e in campo si vede. DANIELE SARTO Stuolo di donne al seguito, fluidificava per gli Amatori, ora fa panca in una squadra dilettantistica. MARCO BOLDRIN Barista di giorno (Off side, via Portello Pd), portiere di notte. ANDREA MOLENA Interista così sfortunato che, bambino, nell’anno dello scudetto dei record della sua squadra teneva al Napoli di Maradona. Sorella sfiga… NICOLA BRILLO Scarsa preparazione calcistica, ma un grande merito: lo zio Ignazio è un preparatore atletico d’altri tempi. ALESSANDRO GIRALDO Rappresenta il paese più di qualsiasi altro. Ha venduto, all'angolo della strada che lo porta al bar, la sua anima per la poco religiosa trinità "sesso, droga e r'n'r".

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mercoledì, 03 gennaio 2007

GIU’ IL CAPPELLO PER GINO di Pierangelo Rubin

Ne ha visti di giocatori il vecchio Nils Liedholm, detto il Barone. Ne ha visti di fuoriclasse, ci ha giocato insieme e contro, li ha anche allenati. Restando dentro i confini nazionali pensiamo a Rivera, a Conti, a Di Bartolomei, ma anche a Baresi e Paolo Rossi. Eppure nessuno di questi splendidi giocatori ha fatto mai dimenticare nella mente aristocratica svedese Gino Cappello. Nacque a Padova nel 1920, iniziò con la squadra della sua città, vi giocò due anni in serie B quando lui di anni ne aveva ancora 18. Il secondo anno fu letteralmente devastante 28 presenze e 29 reti. Approdò al Milan dove Boffi faceva impazzire i tifosi e dove c’ era anche il grande Meazza. Tre anni giocati con l’angoscia dentro per un regime che imperseverava e una guerra che incombeva. Dopo la guerra il Milan lo cedette al Bologna per “Testina d’oro” Puricelli. 11 anni in rossoblu, 11 anni da protagonista, nel bene (80 reti in tutto, fra i primi 10 cannonieri rossoblu di sempre) e nel male, dopo vedremo come. Chiude nel Novara il patavino dove gioca per due anni, in serie B. Detta così non pare proprio che Cappello sia stato un personaggio degno di nota o il miglior italiano di tutti i tempi, come sentenziò Liedholm. Ma la vita e la storia di un uomo prescindono numeri e statistiche, di cui per altro sono particolarmente ghiotto. Il fatto è che Cappello era un lunatico al limite della perversione. Talmente lunatico da sconfinare nell’ autolesionismo. Un autolesionismo troppo marcato per essere solo sincero. Aveva una tecnica sopraffina e un fisico incredibile che gli permettevano di giocare da centravanti di sfondamento ma anche da mezzala, di toccare il pallone con infinita estasi, di dribblare con un movimento d’anca mortifero per gli avversari, di pennellare assist illuminanti, di battere le punizioni a “foglia morta” quando Corso era ancora in fasce. Ma spesso e volentieri di sbattersi in campo e di uscire dal rettangolo verde con la lingua a penzoloni non ne aveva proprio voglia. Irritante, apatico, assente quando non era in giornata, autentica forza della natura quando se la sentiva. E il guaio era che nemmeno lui sapeva quando era in giornata. Da mettersi le mani nei capelli. Se poi aggiungiamo a questo suo essere ondivago al limite fra la grazia divina e lo storpio reduce di guerra il suo caratteraccio, abbiamo veramente da che preoccuparci. Il buon Gino, a guardar la sua storia a 16 anni dalla morte, ci pare anche un uomo capace di mettersi nei guai anche senza il suo essere svogliato in campo. Nell’estate del 1952 giocava per il Bologna un torneo estivo quando aggredì l’arbitro Palmieri. Squalifica a vita poi commutata in un anno di stop, il periodo nero sotto le Due Torri di cui abbiamo accennato sopra. Verso la fine della carriera è stato poi coinvolto in uno scandalo di partite truccate. Il suo nome venne fatto da un compagno. Inutile dire che in entrambe le occasioni Cappello si è sempre proclamato innocente. Con la maglia azzurra 11 presenze e tre reti, parteciperà ai Mondiali del 1950 e del 1954 senza mai segnare. Esordì in nazionale il 22 maggio del 1949, la prima partita azzurra senza il Grande Torino quando aveva 29 anni, e questo ci fa capire quanto, anche allora, fosse considerato inaffidabile. Eppure lui in una partita di Nazionale B contro i maestri inglesi lasciò i giornalisti d’Oltremanica a bocca aperta, da solo aveva demolito il loro squadrone. Insomma croce e delizia, olio santo e pan bagnato. Adalberto Bortolotti, a cui ho fatto un intervista, andate a cercarla nell’ archivio, scrisse di lui “Gino Cappello era un autentico genio del calcio, dotato da madre natura di tutte le qualità per risultare un fuoriclasse epocale. Le sfruttò al quaranta per cento, a essere larghi”.

Postato da: COMITATOMERONI a 01:06 | link | commenti (3) |
pierangelo rubin


Commenti
#1    14 Gennaio 2007 - 16:58
 
io sinceramente non so mai che atteggiamento avere con questi geni sregolati.Storia interessante,come ho già detto grazie a voi mi sto facendo una cultura calcistica davvero grande
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#2    11 Giugno 2009 - 05:13
 
Ottimo articolo, preciso nei dettagli. Il torneo estivo di cui parlate era il "Palio Petroniano", che si disputava nell'allora Bologna degli anni '50 tra i vari quartieri della città. La partita di calcio era tra il "Bar Otello", covo storico dei supporters rossoblù, e il "Bar San Mamolo", bar fuori la porta medesima, verso i colli. Gino Cappello è stato un grandissimo del football, Alfeo Biagi, giornalista di "Stadio" e cantore dell'epopea rossoblù, lo paragonava per struttura atletica (superava il metro e 80), tecnica e classe, a Johann Cruijff. Solo nell'olandese egli rivide le doti del grande Cappello, fuoriclasse dimenticato. In un Bologna a volte sgangherato, ormai l'ombra dell'antico "Squadrone che tremare il mondo fa", Cappello brillava di luce vivida. In quegli anni salvò spesso il Bologna quasi da solo, di prepotenza, a suon di gol e assist. 101 gol in maglia rossobù tra campionato e coppe, 101 perle che spesso tolsero dai guai il mio Bologna. Grazie Gino. PS. Gino Cappello è stato un mito a Bologna, molti tifosi dell'epoca aspettavano la domenica solo per vedere giocare lui. Se non avesse avuto un carattere così ombroso, lunatico, probabilmente sarebbe ricordato tra i più grandi di tutti i tempi PPS. Suo figlio ha gestito per anni la tabaccheria di famiglia in via Castiglione, in pieno centro storico, nella quale campeggiava una stupenda foto di Gino Cappello al tiro. Mai, io studente adolescente, ho avuto il coraggio di entrare a scambiare anche solo due chiacchiere... me ne pento ancora oggi. ciao, Mirko.
utente anonimo

#3    11 Giugno 2009 - 05:25
 
Dimenticavo: anche per Sandro Ciotti, indimenticato conduttore radiofonico e televisivo, Cappello fu il migliore giocatore italiano da lui mai visto giocare, Candido Cannavò, lo ricordò anche in un suo editoriale sulla Gazzetta dello sport di qualche anno fa. Io comunque gestisco questo blog http://tremareilmondofa.blogspot.com/ chi è interessato alla storia del Bologna F.C. dia un'occhiata. Ciao a tutti e complimenti per il vostro bel blog.
utente anonimo

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