"E' protestare questo? A me sembra che sia semplicemente vivere. Dignitosamente. Sapersi al mondo: ecco". GIGI MERONI
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PIERANGELO RUBIN
Nonostante fumasse 20 sigarette al giorno ha deciso di smettere. Sarebbe un Rivera dei nostri giorni. Ma non lo sapremo mai con certezza. Collabora con "Il Mattino di Padova" e la "Nuova di Venezia e Mestre".
ALBERTO FACCHINETTI
Il Mario Kempes della Terza Categoria. Difficile rapporto con il gol e con le donne in genere. Cronista sportivo per “La piazza”.
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Il geometra. Senza rivali in tutto il triveneto. Centrocampista dai piedi buoni. Zero gol in sei anni di prima squadra.
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Stopper di professione. Da bambino sognava di diventare un wrestler professionista e in campo si vede.
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GIU’ IL CAPPELLO PER GINO di Pierangelo Rubin
Ne ha visti di giocatori il vecchio Nils Liedholm, detto il Barone. Ne ha visti di fuoriclasse, ci ha giocato insieme e contro, li ha anche allenati. Restando dentro i confini nazionali pensiamo a Rivera, a Conti, a Di Bartolomei, ma anche a Baresi e Paolo Rossi. Eppure nessuno di questi splendidi giocatori ha fatto mai dimenticare nella mente aristocratica svedese Gino Cappello. Nacque a Padova nel 1920, iniziò con la squadra della sua città, vi giocò due anni in serie B quando lui di anni ne aveva ancora 18. Il secondo anno fu letteralmente devastante 28 presenze e 29 reti. Approdò al Milan dove Boffi faceva impazzire i tifosi e dove c’ era anche il grande Meazza. Tre anni giocati con l’angoscia dentro per un regime che imperseverava e una guerra che incombeva. Dopo la guerra il Milan lo cedette al Bologna per “Testina d’oro” Puricelli. 11 anni in rossoblu, 11 anni da protagonista, nel bene (80 reti in tutto, fra i primi 10 cannonieri rossoblu di sempre) e nel male, dopo vedremo come. Chiude nel Novara il patavino dove gioca per due anni, in serie B. Detta così non pare proprio che Cappello sia stato un personaggio degno di nota o il miglior italiano di tutti i tempi, come sentenziò Liedholm. Ma la vita e la storia di un uomo prescindono numeri e statistiche, di cui per altro sono particolarmente ghiotto. Il fatto è che Cappello era un lunatico al limite della perversione. Talmente lunatico da sconfinare nell’ autolesionismo. Un autolesionismo troppo marcato per essere solo sincero. Aveva una tecnica sopraffina e un fisico incredibile che gli permettevano di giocare da centravanti di sfondamento ma anche da mezzala, di toccare il pallone con infinita estasi, di dribblare con un movimento d’anca mortifero per gli avversari, di pennellare assist illuminanti, di battere le punizioni a “foglia morta” quando Corso era ancora in fasce. Ma spesso e volentieri di sbattersi in campo e di uscire dal rettangolo verde con la lingua a penzoloni non ne aveva proprio voglia. Irritante, apatico, assente quando non era in giornata, autentica forza della natura quando se la sentiva. E il guaio era che nemmeno lui sapeva quando era in giornata. Da mettersi le mani nei capelli. Se poi aggiungiamo a questo suo essere ondivago al limite fra la grazia divina e lo storpio reduce di guerra il suo caratteraccio, abbiamo veramente da che preoccuparci. Il buon Gino, a guardar la sua storia a 16 anni dalla morte, ci pare anche un uomo capace di mettersi nei guai anche senza il suo essere svogliato in campo. Nell’estate del 1952 giocava per il Bologna un torneo estivo quando aggredì l’arbitro Palmieri. Squalifica a vita poi commutata in un anno di stop, il periodo nero sotto le Due Torri di cui abbiamo accennato sopra. Verso la fine della carriera è stato poi coinvolto in uno scandalo di partite truccate. Il suo nome venne fatto da un compagno. Inutile dire che in entrambe le occasioni Cappello si è sempre proclamato innocente. Con la maglia azzurra 11 presenze e tre reti, parteciperà ai Mondiali del 1950 e del 1954 senza mai segnare. Esordì in nazionale il 22 maggio del 1949, la prima partita azzurra senza il Grande Torino quando aveva 29 anni, e questo ci fa capire quanto, anche allora, fosse considerato inaffidabile. Eppure lui in una partita di Nazionale B contro i maestri inglesi lasciò i giornalisti d’Oltremanica a bocca aperta, da solo aveva demolito il loro squadrone. Insomma croce e delizia, olio santo e pan bagnato. Adalberto Bortolotti, a cui ho fatto un intervista, andate a cercarla nell’ archivio, scrisse di lui “Gino Cappello era un autentico genio del calcio, dotato da madre natura di tutte le qualità per risultare un fuoriclasse epocale. Le sfruttò al quaranta per cento, a essere larghi”.
