"E' protestare questo? A me sembra che sia semplicemente vivere. Dignitosamente. Sapersi al mondo: ecco". GIGI MERONI
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Nonostante fumasse 20 sigarette al giorno ha deciso di smettere. Sarebbe un Rivera dei nostri giorni. Ma non lo sapremo mai con certezza. Collabora con "Il Mattino di Padova" e la "Nuova di Venezia e Mestre".
ALBERTO FACCHINETTI
Il Mario Kempes della Terza Categoria. Difficile rapporto con il gol e con le donne in genere. Cronista sportivo per “La piazza”.
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Il geometra. Senza rivali in tutto il triveneto. Centrocampista dai piedi buoni. Zero gol in sei anni di prima squadra.
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CALCIO CATTIVO di Alberto Facchinetti
Diventa cattivo anche il calcio della Riviera. Domenica 11 febbraio è stata sospesa la partita Borbiago-Sambruson, derby brentano valevole per il campionato di terza categoria. Il giovane arbitro mestrino, non ancora maggiorenne, non se l’è sentita di portare a termine la partita (1-1 il risultato fino a quel momento) perché minacciato di morte dai giocatori della squadra ospite. La giacchetta nera aveva appena fischiato un rigore per la squadra di casa. Mancavano pochi minuti al novantesimo e i ragazzi del Sambruson hanno perso la testa. Hanno accerchiato l’arbitro e sembra che uno di loro lo abbia minacciato. Al Sambruson è arrivata così la sconfitta a tavolino per 3-0. L’episodio non è passato inosservato non soltanto per la gravità del fatto, ma anche perché tutto il mondo del calcio sta vivendo un periodo brutto. Sempre domenica 11 nella terza categoria padovana, l’arbitro della partita Giarre-Pernumia è stato costretto a chiamare i carabinieri. Il Giarre stava battendo la squadra ospite 6-0, ma il fischietto di Chioggia aveva espulso troppi giocatori del Pernumia perché ci fosse ancora il numero legale per continuare la partita. Insomma, il calcio dilettantistico si è trasformato in un far west. In prima categoria a Salerno due dirigenti di squadra opposte si sono presi a transennate. E tutto questo dopo la domenica di stop per la tragedia di Catania dove è morto il poliziotto Filippo Raciti, e dopo che un dirigente di una squadra di terza categoria cosentina è stato ucciso dalle botte di alcuni giocatori della squadra avversaria. Bisogna ammetterlo c’è qualcosa di sbagliato in questo sport. Addirittura il calcio giovanile negli ultimi giorni è stato sporcato dalla violenza. Durante una partita del Torneo di Viareggio, il più importante nel mondo a livello di settore giovanile, un arbitro genovese è stato preso a calci da giocatori della squadra argentina Real Arroyo Seco di Santa Fè. Anche qui la partita che vedeva in campo anche la Primavera del Genoa, è stata interrotta perché l’arbitro aveva lasciato in sei la squadra dei sudamericani inferociti. Intanto si cerca di mettere a norma gli stadi italiani: tornelli, biglietti nominali e via discorrendo. Ma c’è qualcos’altro che manca, che nessuna legge potrà mai risolvere. In questo paese, ma anche in altri se è per questo, non esiste una cultura sportiva. Educare i giovani allo sport. È anche in questa direzione che si deve lavorare.
QUASI UN SECOLO di Alberto Facchinetti
Nel 2007 gli anni saranno 100. Ha quasi un secolo di storia il calcio Venezia, non muore mai la squadra lagunare: è un dato di fatto, non una considerazione. Sembrava dover sparire solo un paio d’anni fa. E invece eccola qua, il 14 dicembre ha festeggiato 99 anni. Mentre l’anno solare è finito bene: secondo posto in classifica, a soli due punti dalla capolista Sassuolo. Promossa quest’anno in C1 dopo una stagione fantastica e ora subito protagonista nella categoria. Non poteva festeggiare in maniera migliore il compleanno. La storia del Venezia Football Club ha inizio il 14 dicembre 1907. Un gruppo di appassionati di sport, già presenti nelle Società sportive Marziale e Reyer, decide di dar vita ad una nuova associazione. La Trattoria “Da Nane”, in Corte dell’Orso nelle vicinanze di campo San Bartolomeo, dove ha luogo la società. Davide Fano il primo presidente. Il blu e il rosso i primi colori delle maglie. Ma già l’anno dopo diventarono il nero e il verde. Il Venezia non poteva somigliare al Genoa. Nel 1913 viene invece inaugurato il campo di Sant’Elena, oggi intitolato all’aviatore Pierluigi Penzo. Sono gli anni Quaranta gli anni belli. Nella stagione ’40-’41 il Venezia vince la Coppa Italia, battendo in finale la Roma. L’anno successivo la squadra arriverà terza in campionato, e così i due giocatori più forti, Ezio Loik e Valentino Mazzola, passeranno al Torino. E contribuiranno a creare il Grande Torino che ha fatto la storia del calcio. Poi tanti alti e bassi, su e giù. Ma nel 1986 Luciano Mazzucato, un imprenditore del vetro di Murano, traghetta la società nelle mani di Maurizio Zamparini. Il friulano vuole riportare il calcio lagunare ad un certo livello. Fonde il Venezia, allora in C2 con il Calcio Mestre, società di lunga tradizione anch’essa. Per due anni la squadra si chiamerà Venezia-Mestre e al neroverde si aggiunge l’arancione. La stagione ’87-’88 la squadra passa di categoria: due stagione di C1 e nel 1990 la serie B. Ma è la massima categoria l’obiettivo primario. Che finalmente viene acciuffata nel campionato 1997-’98. Walter Alfredo Novellino, detto Monzon, l’allenatore vincente. Schwoch, Luppi e Iachini i veri trascinatori della squadra. In serie A il campionato è spettacolare. L’inizio è piuttosto complicato, ma poi l’arrivo di Alvaro Recoba in prestito dall’Inter risolve tutti i guai. Con Pippo Maniero formerà una coppia d’attacco formidabile e la salvezza arriverà tranquilla. Ma l’anno dopo il Venezia vive un’altra stagione brutta. Ancora retrocessione. Torneranno in A solamente per una breve presenza nel 2001-’02. Poi solo anni bui. Di fallimenti e delusioni. Ora però la storia sembra essere ritornata bella. I 100 anni la società potrebbe festeggiarli con la squadra in serie B. Sarebbe bello.
INTERVISTA A ANDREA SCANZI 2 di Alberto Facchinetti
È uscito ad aprile con “Il Volatore”, la biografia ufficiale di Ivano Fossati. Ma Andrea Scanzi, premiato nel 2003 come miglior giornalista italiano under 30, non è la prima volta che racconta la vita di un “fuoriclasse”. Con “Una porta nel cielo”, “Il piccolo aviatore” e “Il canto del cigno” ci aveva già detto di Roberto Baggio, Gilles Villeneuve e Marco Van Basten. L’anno scorso Scanzi si è trasferito dalle pagine sportive de “Il Manifesto” a quelle culturali de “La stampa”. Come mai questa scelta? “Quando nel 2001 ho iniziato a scrivere per “Il manifesto” collaboravo già per “Il Mucchio Selvaggio”, quindi si può parlare di un ritorno alla cultura più che di un esordio. Devo comunque ammettere che in me c’è stato un progressivo allontanamento nei confronti del mondo del calcio. Non rinnego lo sport, questo no, ma penso che non ci siano più grandi figure calcistiche da raccontare. E allora preferisco parlare di film, di libri, di dischi. Mi diverto di più”. Ivano Fossati. Che persona ha incontrato? “Musone, duro, il tipico genovese, un lupo solitario: le voci su di lui sono queste. Io invece ho incontrato una persona corretta, rispettosa, gentile. Certo non è un estroverso, un mattatore, uno che si apre al primo incontro. Prima ha bisogno di conoscerti”. Il corteggiamento quindi è stato lungo? “Ho cominciato a seguire i suoi concerti nel ’90, avevo 16 anni. Nel febbraio 2003 l’ho incontrato la prima volta ad una conferenza stampa. Era appena morto Gaber, abbiamo parlato di lui. Fossati mi conosceva già perché aveva letto qualche mio pezzo sul “Mucchio selvaggio”. Ci siamo piaciuti. Poi due anni d’incontri, cene, chiacchierate a casa sua. Ci siamo presi le misure, “annusati” direbbe qualcuno. Solo nel 2005 ho iniziato la scrittura. Per la prima volta si è lasciato andare a racconti privati. Nel libro ci sono anche passaggi di questo tipo. I rapporti famigliari e quelli con le donne.” Le biografie che ha scritto hanno una struttura diversa tra loro? “Quella su Ivano Fossati l’ho fatta assieme al biografato. Gilles Villeneuve e Marco Van Basten invece non li ho conosciuti. “Il piccolo aviatore” e “Il canto del cigno” sono ritratti a persone che non ci sono più, nel caso di Villeneuve, o che volutamente non ho voluto conoscere, nel caso dell’olandese: perché volevo metterci qualcosa di mio. Magari lasciandomi andare in alcuni voli pindarici. In questo libro non si trova il numero di gol che ha fatto Van Basten, ma quello che lui ha rappresentato per me quand’ero ragazzo. Resta un linguaggio di ampio respiro anche su “Il Volatore”. Fossati viene paragonato spesso a certi jazzisti americani e ci sono tanti riferimenti culturali, citazioni. Marquez, Celine…”. La biografia meno personale è “Una porta nel cielo”. “Ho scritto solo i testi, assieme a Enrico Mattesini. Qui è anche Baggio il firmatario del libro. Gli abbiamo fatto (soprattutto Mattesini) delle interviste, e poi tutti e due le abbiamo “sbobinate”. Perché i dialoghi diventassero romanzo. Qui la biografia si presenta come una lunga confessione del campione”.
LE ASICS DI JUAN SEBASTIAN VERON di Alberto Facchinetti
“Anima Sana In Corpore Sano”, il giapponese Khiachiro Onitsuka modifica di poco un proverbio latino e fonda l’azienda Asics. È il 1949. Perché nasca Asics Italia invece bisogna aspettare che Francesco Arese, già campione di atletica leggera e distributore del marchio nella nostra terra, decida nel 1991 di diventare imprenditore. Si mette nel mercato: produce e vende articoli sportivi per il tempo libero, per il running e il volley. L’azienda italiana, che ha sede a Cuneo, produce un fatturato annuo di 75 milioni di Euro. Lo scorso Febbraio è stata uno degli sponsor ufficiali dei XX Giochi Olimpici Invernali.
Ma dicevamo di Verón: nasce nel 1975 a La Plata (Buenos Aires). È piccolo veramente, ha solo 5 anni, quando inizia col pallone. Estudiantes de La Plata, la prima maglia. Il motivo? Semplice: è la squadra con la quale il padre Juan Ramon, la “Bruja” (ecco perché Seba è la “Brujita”, la streghetta) vinse due Libertadores, 1968 e 1969. Strepitosi quegli anni: la loro storia più bella. Nel ’68 gli “Studenti” vincono anche l’Intercontinentale, battendo il Manchester United (quello di Charlton, Law e Best, con tutto il rispetto: non il Castel di Sangro). Un anno dopo le cose andranno diversamente: sconfitti dal Milan, nonostante le botte e l’assurda guerra a Combin, Rivera e compagni. Seba Verón parte da qui, dentro alla storia di famiglia. Ma passa giovanissimo al Boca Juniors, 17 partite che bastano per mostrare tutto il suo talento e per i Bosteros è già ora di fare cassa. C’ è l’ Europa ad aspettarlo. Lo vendono alla Sampdoria, è il ’96. A Genova resta due stagioni, poi a Parma: Coppa Italia e Coppa Uefa in un anno, non è poco. Trasferimento a Roma, la streghetta è un po’ uno zingaro. Con la Lazio vince un’altra Coppa Italia e finalmente il Campionato. Nel 2001 si trasferisce in Inghilterra, Manchester United (vince la Premier League) e Chelsea. Ma l’Italia gli manca troppo, così ritorna: è all’Inter per la stagione 2004-2005 e per quella successiva. Ma a marcargli di più è la sua terra, l’ Argentina. Vuole ritornare a casa, chiudere il cerchio e rimettersi la camiseta dei Leoni dell’ Estudiantes. Motivi familiari, dice. Al cuor non si comanda, e per tornare si riduce notevolmente l’ingaggio. Tante squadre, tanti numeri di maglia cambiati. Difficile che giochi due anni di seguito con lo stesso numero. Scaramanzia (che lo fa giocare da anni con una fascetta bianca sotto il ginocchio, anche quando sta bene!). Impossibile comunque vederlo con il 10 sulle spalle, una questione di rispetto. Perché quello spetta ai maestri, a Diego Maradona per fare un nome. Il suo mito, l’altro è Ernesto Che Guevara, che ha tatuato sul braccio (e anche l’amico Diego ce l’ha). Perché era uno che nuotava controcorrente, dice. Il 5 gli manca, numero che in Sudamerica spetta al “volante”, il centrocampista che illumina il gioco, quello che “il pallone datelo a me, l’azione parte da qui”. Potrebbe stargli bene, ma non rispecchierebbe in toto il suo modo di giocare. Verón resta un giocatore atipico, difficile vederlo in posizione. È dappertutto. Un anarchico che costruisce gioco (il lancio lungo e millimetrico la sua specialità, da scuola calcio), ma si impegna anche a recuperare palloni, soprattutto se una sua giocata non è andata a buon fine. Jorge Valdano, lo ha definito un “vagacampista”: un giocatore dallo spirito nomade dentro e fuori dallo stadio. Per noi invece: un’ anima sana in un corpo sano.
INTERVISTA A MATTIA COLLAUTO di Alberto Facchinetti
Ha giocato in A con Cassano (“è un fenomeno”), ma Mattia Collauto, capitano del Venezia, voleva realizzare il sogno che aveva da bambino e giocare con la maglia della sua città: “non ne ho fatto una questione di categoria”.
Era il novembre del 2004 quando ha firmato per il Venezia e la squadra, allenata allora da Ribas, faticava in serie B. Nessuna marcia indietro poi, quando per le note vicende societarie, la squadra è dovuta ripartire dalla C2. I sogni vanno vissuti fino in fondo. Nella sua carriera ha indossato anche le maglie di Como, Atletico Catania, Cremonese e Bari. Ha fatto più di 40 partite in A. Questo per lui è stato un anno magico.
Ti aspettavi una stagione del genere per il Venezia?
“Che arrivasse la promozione non me l’aspettavo di sicuro. Siamo partiti da zero, quest’anno. Doveva essere un anno di costruzione, di transizione dopo le vicende societarie dell’anno scorso che c’ avevano portato in C2”.
E per la prossima stagione?
“Speriamo di cavalcare l’onda di quest’anno. Non so che acquisti farà la società, e sinceramente al momento non mi interessa neanche saperlo. La cosa più importante che abbiamo fatto è stata quella di ricreare un certo spirito. Sano. Erano anni che non vedevo la gente di Venezia così vicina alla squadra”.
Credi che patirete la C1?
“Penso di no, perché più su che si va di categoria, maggiore è la qualità. Per il nostro modo di giocare, dovremmo trovarci bene: Di Costanzo è un allenatore che privilegia l’aspetto tecnico. Quest’anno abbiamo fatto vedere un buon calcio”.
Qualche anno fa Mediavideo, analizzando statisticamente le tue partite, ti aveva messo tra le migliori ale destre italiane.
“Queste sono cose che fanno piacere, che rimangono dentro. Ho fatto un gran campionato in serie A, poi dopo l’infortunio al collaterale la stagione successiva ho avuto meno possibilità. Il rammarico per quella stagione è questo: non aver potuto confermare ciò che di buono avevo fatto l’anno prima”.
Quali sono gli allenatori con cui ti sei trovato meglio nella tua carriera?
“Tutti mi hanno lasciato qualcosa. Diciamo, che mi sento legato molto a Fascetti, in quegli anni di Bari mi ha fatto crescere come giocatore. E poi è una persona pulita, in un mondo che sappiamo cosa è diventato”.
“Perrotta è un amico, uno dei pochi che ho nel mondo del calcio. Con lui sono rimasto in contatto. È un ragazzo che si merita tutto quello che ha, in regalo non ha mai avuto niente. Mi ricordo che a Bari ha avuto delle difficoltà, veniva criticato frequentemente, ma ha saputo reagire grazie alle sue qualità tecniche. E morali”.
Erano gli anni in cui Cassano stava emergendo.
“Cassano è un fenomeno, ma è un ragazzo particolare. Ma se non fosse così non sarebbe il talento che è. Il carattere bizzarro e l’incoscienza sono la sua forza. È uno che va gestito, non gli si deve mettere il bastone fra le ruote. In questo senso sono stati bravi, sia Fascetti che Capello. È la gente come Cassano che avvicina la gente allo stadio. Insomma, oggi non è Cassano il male del nostro calcio”.
INTERVISTA A FILIPPO MARIA RICCI di Alberto Facchinetti
Vigo, “Estadio Balaidos”, 23 Giugno 1982: Italia-Camerun 1-1. Di questa partita Oliviero Beha ne ha fatto un libro-inchiesta, “Mundialgate” (ora si trova in “Trilogia della censura”, uscito nel 2005); la tesi: si sono messi d’accordo per il pareggio che bastava all’Italia, ma non ai “leoni Indomabili”, per passare alla fase successiva del Mondiale spagnolo. Che voci girano in Camerun su questa partita, su questa storia? “Si dice che sull’aereo che riportava i Leoni Indomabili in Camerun parecchi soldi sono passati di mano in mano. E non erano un semplice premio partita, ma qualcosa di extra. Io però non ho mai raccolto testimonianze dirette in proposito. Sono voci, e come tali vanno considerate”. Ho l’impressione che la Costa d’Avorio abbia la possibilità di fare bene al Mondiale di Germania, viceversa le altre squadre africane qualificate faticheranno. Faticheranno parecchio. Dai gironi di qualificazioni non sono passate le migliori in assoluto, vero? I motivi? “Chi si qualifica merita sempre rispetto, perché le cosiddette grandi potenze che sono rimaste a casa, Camerun, Nigeria, Senegal, Sudafrica, hanno avuto tante occasioni per rettificare la situazione. Non sono uscite dopo una partita secca o un doppio confronto. Le qualificazioni sono durate quasi due anni. I motivi principali sono la superficialità e la presunzione. In Africa le grosse nazionali pensano di aver già vinto le partite prima ancora di giocarle, solo leggendo le formazioni. Non è più così. Detto questo, senz’altro Angola e Togo soffriranno parecchio in Germania, e difficilmente riusciranno a fare punti. Il Ghana è meno peggio di quel che sembra anche se con Italia e Repubblica Ceca non è cascato benissimo, ed è sicuramente meglio del Sudafrica attuale, inguardabile. La Costa d’Avorio potrebbe pagare l’inesperienza e un girone difficilissimo, con Olanda e Argentina. La Tunisia ha qualche chance: ottimo allenatore (il francese Lemerre), girone abbordabile, poca pressione, organizzazione molto europea. In generale ho paura però che il calcio africano a Germania 2006 non farà una gran figura, speriamo bene”. Immagino che le squadre africane avranno al Mondiale tedesco un seguito di tifosi, come sempre accade, divertenti, colorati, sportivi… ma chi è che può permettersi nell’ Africa sub-sahariana una partita al Mondiale (voglio dire, i biglietti costano un occhio della testa) e da dove vengono (direttamente dalla loro patria o sono immigrati che vivono in Europa)? “Ci saranno le due componenti. Il torneo in Europa faciliterà la presenza dei tifosi africani emigrati nel nostro continente. Poi arriveranno delegazioni dall’Africa. I costi sono proibitivi, ma governo, sponsor e benefattori vari daranno una mano pagando le spese interamente o in parte. Non c’è da attendersi grandi folle ma anche le nazioni più povere e meno organizzate, Togo e Angola, a mio parere avranno almeno un migliaio di tifosi al seguito. Seicento angolani in gennaio sono andati in Egitto per la Coppa d’Africa. E il mondiale conta molto di più”. Quale stato dell’ Africa nera consiglieresti per una vacanza sportiva: belle città, gente accogliente, giovani promesse e scuole calcio da studiare? “Il Ghana, per la tranquillità generale del paese. O il Senegal per l’aspetto più strettamente turistico. Costa d’Avorio, Camerun e Nigeria sono calcisticamente più attivi, ma non sono paesi semplici da visitare, per motivi diversi legati alla sicurezza. Non c’è da aspettarsi troppo dalle città, ma in Ghana e Senegal il mare è bello e soprattutto in Ghana l’atmosfera è molto rilassata. Il mio paese preferito resta però il Burkina Faso, che non ha il mare ma organizza ogni due anni il festival del cinema africano. Speciale”. Attualmente sembra che sempre più spesso il giornalista lavori in redazione, sulla sua scrivania a navigare, sì ma nel web. Rinunceresti più facilmente alla magia dello scrivere o alle avventure mitiche dell’inviato? “Viaggiare, soprattutto se si va in Africa, è qualcosa di impagabile. Internet è una gran cosa ma non potrà mai competere con le emozioni di un viaggio. La rete è un mezzo, una scorciatoia spesso molto utile ma un evento come la Coppa d’Africa va vissuta sul campo. Nessun dubbio”. Quali sono stati i campioni africani che nel loro paese sono diventati idoli anche per ciò che hanno fatto fuori dal campo? E giocatori di questa pasta ce ne sono in attività? “George Weah, che l’anno scorso ha sfiorato il successo nelle elezioni liberiane. Roger Milla, in parte. Il maliano Salif Keita, primo pallone d’oro africano di France Football, nel 1970. Il sudafricano Lucas Radebe, per avvicinarsi al presente. Al momento non vedo nessuno tra i giocatori in attività che possa rispondere a questi criteri. Al calcio africano oggi manca un po’ di personalità”. Schiera in campo la tua squadra ideale all time di giocatori africani, tra quelli che hai avuto il piacere di vedere dal vivo, in tivù o semplicemente tra quelli di cui hai sentito parlare in termini entusiastici nella loro terra. La formazione, Mister Ricci… “Operazione impossibile. In Africa ci sono almeno quattro afriche calcistiche. E poi le epoche, le storie, i cambiamenti radicali, l’emigrazione… scegliere undici giocatori mi sembra una mancanza di rispetto nei confronti dell’intero movimento”. Giuro che è l’ultima domanda: quali sono i giovani fenomeni africani su cui puntare, che secondo te emergeranno per talento, cultura (forse può servire anche questa nel pallone), carattere? “Al momento andrei verso la Costa d’Avorio: Zokora, i fratelli Yaya e Kolo Toure, Eboue. O in Nigeria: Taiwo, Obinna, Mikel, Odemwingie. I giovani ormai sono tantissimi, e non tutti africani al cento per cento. C’è ormai una grande generazione di ragazzi nati in Europa o arrivati da noi con i genitori emigranti quando erano piccoli. Tanti scelgono di giocare con la nazionale del padre e non per il paese che li ha adottati, cosa che fa loro onore e che arricchisce le nazionali africane, culturalmente e tatticamente. Gli ‘europei’ tornano a casa a riscoprire le proprie radici, e portano con se una bella valigia, piena di esperienze che possono aiutare a crescere chi è ancora in Africa. Uno scambio proficuo”.
ORO A SHANGHAI di Alberto Facchinetti
Nel mese di Aprile il nuoto italiano è stato impegnato a Shanghai per l’ottava edizione dei Mondiali in vasca corta: gli azzurri si sono dimostrati in stato di grazia. Hanno vissuto un momento magico, i ragazzi del Commissario Tecnico Alberto Castagnetti. Record frantumati, 14 primati nazionali e 1 europeo; 12 medaglie, 2 del metallo più prezioso, 7 d’argento, 3 di bronzo. 5 di queste poi sono arrivate da nuotatori veneti: Klaus Lanzarini, Christian Galenda, Francesca Segat, Alessandro Terrin e Federica Pellegrini. Ma l’oro che più ha emozionato è arrivato dalla finale dei 4x100 stile libero. La gara è tirata, combattuta. Piena di emozioni. Quando Alessandro Calvi dà il cambio al compagno, gli italiani sono secondi, ma la frazione di Lanzarini è complicata, finisce sesto. È il turno di Galenda, il nuotatore di Vigonovo: accende il turbo e velocissimo (46.86) recupera tutte le posizioni. Ora si può vincere, è così: ci pensa il campione del Mondo Filippo Magnini. Nessun dubbio: è primo posto. I ragazzi entrano nella storia: è il primo oro italiano ad un mondiale in vasca corta. Dietro c’è la Svezia, agli Stati Uniti solo il bronzo. Tutto qua? No, perché il cronometro si ferma a 3.10.74. E’ il nuovo record italiano, battuto quello che apparteneva a Gallo - Lanzarini - Cercato - Rosolino (Atene, 2000). Record migliorato di quasi 6 secondi e sesta prestazione mondiale di tutti i tempi, ad un solo un secondo dal record del mondo (bisogna dire però che le staffette in vasca corta non sono così frequenti). “Certo, siamo stati avvantaggiati - dice Galenda - dall’assenza di qualche big. Sudafrica e Stati Uniti non hanno portato tutti i migliori e noi ne abbiamo approfittato. Siamo contentissimi. Questo risultato ci carica, ora sono buone le prospettive per la vasca lunga”. Avrebbe potuto non essere l’unica medaglia per il nuotatore delle Fiamme Gialle. Nella gara individuale dei 100 misti è arrivato quarto, per un decimo di secondo fuori dal podio. “Ho fatto un errore in una virata nel cambio dorso-rana. Mi è costato il bronzo”. Alla luce dei risultati ottenuti in Cina, c’è molto ottimismo attorno agli azzurri per i prossimi Europei di Budapest: “Con la staffetta non possiamo più nasconderci. Le nostre ambizioni? Puntiamo a vincere. La gara individuale invece sarà durissima per me. Ma io ci provo comunque”. Galenda, che sportivamente è cresciuto nella Riviera Nuoto Dolo con il maestro Antonino Spagnolo, è già nella piscina di Roma. Assieme all’amico Alessandro Terrin e Andrea Palloni, il tecnico che li sta allenando. Per portarli in forma agli Europei, che valgono anche come selezione per i prossimi Mondiali in vasca lunga di Melbourne. Ora che hanno imparato a vincere, difficile fermarli.
INTERVISTA A RINO TOMMASI di Alberto Facchinetti
Quali sono i tornei dello Slam che preferisce? “Wimbledon e Open degli Stati Uniti sopra tutti, ma anche gli altri vanno bene. A Londra c’è un’atmosfera diversa, la gente capisce di tennis. Ogni bambino che fa questo sport sogna di vincerlo, Wimbledon. Ha un difetto: non ti lascia tempo libero, in Australia invece è diverso, con le 10 ore di fuso orario non si è assillati dagli orari”. La generazione di Camporese, Gaudenzi, Canè, Narciso che sempre faceva bene in Davis cosa aveva in più rispetto a questa? “Canè e Camporese hanno più talento di quelli di oggi, hanno una maggiore qualità tennistica, per esempio di Volandri, che invece per quantità si può paragonare a Gaudenzi. Narciso no: ha vinto un Wimbledon Juniores, ma quando questi tornei già non dicevano più niente, non scoprivano più nessuno, cioè esattamente dal momento in cui Becker ha vinto Wimbledon. Gasquet, per intendersi, non ha mai giocato un Wimbledon Juniores”. Richard Gasquet come Henry Leconte: un po’ come quei calciatori slavi di talento che s’accontentavano dell’idea che avrebbero potuto fare di più, se solo lo avessero voluto, se solo fossero stati alle regole. Il francese cosa può diventare? “Non credo si possa fare una similitudine tra i due. Leconte è stato un grandissimo talento, ma non un bambino prodigio. Gasquet invece sì, un bambino prodigio che non ha un fisico adatto a sostenere le sue caratteristiche. Il braccio è buono, ma nel tennis di oggi… si fa sempre male: non ha giocato all’ultimo Torneo di Montecarlo perché in Davis era appena arrivato per due volte al quinto set”. Rispetto agli Ottanta, al tennis di oggi mancano di più i campioni o i personaggi che, in modo o nell’altro, promuovano questo sport? “Si può essere personaggi in due modi: perché si vince tanto (Borg) o perché si è dei mascalzoni (McEnroe). Certo, i ragazzi per bene fanno fatica a diventare personaggi, in questo senso bisogna avere più difetti, che qualità umane. Oggi personaggi come McEnroe non ce ne sono. Né Nadal, né Federer”. Gianni Clerici… “Dico sempre: devo aver combinato qualche disastro da bambino, se poi il destino mi ha mandato Clerici. Siamo diversi, per questo andiamo d’accordo. Ma non la pensiamo sempre allo stesso modo; finale di Montecarlo, lui crede che Federer, contro Nadal, abbia sbagliato tattica, per me no. Ha perso perché ha giocato solo al 20% delle sue possibilità. Se lo leggo? Tutti i pezzi che scrive, e ai suoi libri do sempre un’occhiata in anteprima così che gli correggo qualche refuso: perché in certe cose è un po’ sbadato”. Di solito capita nel pugilato, campioni che si buttano via perché non riescono a gestirsi la carriera, e la vita. Nel tennis succede di meno? “Sì. Di solito il pugile nasce dalla strada, vedi Tyson. E dopo spesso finiscono male. Denaro e popolarità sono una brutta malattia, una brutta bestia. I pugili non hanno le attrezzature, anche a livello culturale, per gestire certe cose. Devo dire una cosa però: di boxe si può morire, ma qualcuno questo sport lo ha pure salvato. A Tyson gli avrebbero sparato presto”. Come mai la boxe ha queste storie così belle così profonde, che riescono, a differenza degli altri sport, bene al cinema? “Niente boxe al cinema. Va bene finche i film descrivono l’ambiente, ma la boxe finta non fatemela vedere! Mi fa venire l’itterizia. Sì, ha belle storie e quadri d’ambiente straordinari, ma in generale non mi piace lo sport al cinema. So già chi ha vinto i 100 metri olimpici, non mi va di vederli in un film. Nello sport il bello è il finale, se lo si conosce già il bello dove sta?” Calcio. Quali sono i sei attaccanti che porterebbe ai Mondiali di Germania? “No, la formazione non la faccio. La facciano gli allenatori e i giornalisti-allenatori. Io credo che ognuno debba fare il proprio mestiere. Inorridisco quando sento un giornalista dire che questa non è una punta, ma una mezzapunta o un esterno… io mi limito a guardare una partita e a vedere se una squadra gioca bene o male. Se poi mi chiedi Vieri o Inzaghi, io ti dico Inzaghi perché è più adatto a giocare gli ultimo 20 minuti, quindi più utile. Iaquinta invece lo lascerei a casa. Lucarelli? Col Palermo ne ha fatti 3, che però valgono meno di 3 in altrettante partite. L’anno scorso con Gilardino in un Parma-Livorno si sono messi d’accordo per farne 4 a testa. Lucarelli capocannoniere, a Parma i punti per lo spareggio-salvezza. Quale è stato il primo sport che ha iniziato a seguire? “Il mio primo amore è stata l’atletica leggera, mio padre è stato olimpionico. Poi ho iniziato a seguire il calcio. Il tennis e la boxe sono arrivati dopo. Campionato 1941-42, mio padre era in Russia ed io avevo i biglietti per vedere il Verona in tribuna, ma io preferivo seguire la partita da dietro la porta. Il “Calcio illustrato” era già il mio vangelo. Ho una foto con Menegotti dentro al campo, tutti e due bambini. Suo padre era il custode dello stadio, lui poi giocherà in serie A col Milan”. Segue ancora la sua squadra? “Sono ancora tifosissimo del Verona, ma anche del Chievo. Non c’è la stessa rivalità che c’è tra Genoa e Samp, e tra Roma e Lazio. Sono contento che il Chievo vada in Coppa Uefa”. Pillon dopo qualche annata storta, sta facendo davvero bene. Le piace? “Pillon è bravo e preparato, ha lavorato bene anche a Treviso. In generale poi non sopporto gli esoneri, è la società che fallisce, non l’allenatore”. È quello che è successo a Livorno. “A parte il fatto che Spinelli non capisce niente, Mazzone non doveva accettare. Ma gli allenatori non riescono a mollare, a stare distanti dal palcoscenico. Dopo un po’ cominciano a sentire la mancanza delle interviste, delle telefonate dei giornalisti… io sono amico di Mazzone, lui vive ad Ascoli ed io per 4 anni ho abitato a San Benedetto del Tronto: gli do del tu. Quest’estate mi ha detto che ormai voleva godersi la pensione, io gli ho risposto di stare tranquillo che tanto qualcuno l’avrebbe chiamato. E sono sicuro che se non fosse stato per la storia che ha Mazzone, a Livorno avrebbero già fatto la rivoluzione”.
LE LOTTO DI GULLIT di Alberto Facchinetti
Fu un calcio mercato movimentato, quello dell’estate 1987. Il Napoli prese Careca, la Roma Voller, il Milan Van Basten. Alla Juve, al Toro e all’Inter andò peggio, resta il fatto che il colpo sensazionale lo cercarono pure loro. Rush, Polster, Scifo. Non tutte le ciambelle escono col buco, lo sa qualunque pasticciere. Doppia poi, la fortuna per i rossoneri: arrivò anche Ruud Gullit. Dopo due stagioni strepitose al Psv Eindhoven, due titoli nazionali e un sacco di gol, 46 in 68 partite dicono le statistiche. Erano gli anni Ottanta e l’azienda Lotto, produttrice di calzature sportive dal 1973, iniziava le grandi collaborazioni, Newcombe, Gomes e Clerc nel tennis, e a produrre i primi modelli di scarpe da calcio. Gullit: l’uomo giusto per essere il loro testimonial. Per l’azienda di Montebelluna (Treviso) iniziò una nuova stagione di mercato. Quello internazionale, che portò il marchio a frequentare, nel giro di una decina d’anni, i negozi di 60 diversi Paesi sparsi per il mondo. I fratelli Caberlotto, terza generazione di una storica famiglia nel mondo della calzatura sportiva, vendettero all’americana Spalding, la Caber (specializzati in scarponi da sci) e fondarono la Lotto, appunto nel 1973, nel mese di Giugno. La scelta del nome è semplice: presero in prestito le ultime cinque lettere dal loro cognome. Quella del logo, che resta in sostanza sempre quello a distanza di anni, anche: due campi che si sovrappongono parzialmente. Quello con le racchette, una pallina e una rete a metà campo lo sport a cui all’inizio sono interessati. Quando l’azienda Lotto capì che il mondo del pallone poteva voler dire business (negli stessi anni iniziarono ad essere prese in considerazione anche le calzature sportive per il tempo libero), pensarono a Ruud Gullit. Un grande giocatore. Una forza della natura, tiro potente e stacco da terra imperioso. Un vero atleta, capace di ricoprire più ruoli nei diversi reparti. Attaccante, centrocampista, addirittura difensore (iniziò e concluse la carriera da libero, ruolo che praticò all’olandese: costruiva il gioco e partecipava attivamente alla fase offensiva). Il portiere no, questo gli è mancato, non l’ha mai fatto. I piedi educati, allenati quand’era giovane. Quando, ragazzino, giocava nel Meerboys, l’allenatore non si preoccupava di tenere aggiornata la classifica marcatori della squadra. I gol li segnava tutti quanti lui. Ma la Lotto scelse anche il personaggio. Ruud, baffi neri e dreadlock lunghi lunghi, lo è sempre stato. Stile Bob Marley. La passione per la musica lo portò, in una serata milanese, a suonare musica reggae con i Revelation Time. Concerto contro il razzismo e Pala Trussardi tutto esaurito. Nel 1987 quando vinse il Pallone d’oro, la prima persona a cui pensò: Nelson Mandela. Dedica immediata a chi, per la sua lotta contro l’Apartheid, era ancora segregato in un carcere sudafricano. E con le donne? Matrimonio nel 1984 con Yvonne De Vries, lui ventiduenne, lei uno di meno. Due figli. A Milano poi conoscerà la modella Cristina Pensa. La sposò. Altri due figli. Finirà anche con questa. Le due rilasciarono interviste al “Sun” e per entrambe la tesi fu pressappoco la stessa. Sintetizziamo: il Tulipano Nero non se la cavava male neanche sotto le lenzuola. Ebbe anche una relazione con la nipote del grande Johan Cruijff. Risulta tuttavia difficile segnarsi tutte le donne di Ruud. Più facile fare i conti con cosa ha vinto. Una Coppa d’Olanda, tre Campionati olandesi, il primo, 1984, con la maglia del Feyenoord, lui ragazzino giovane sulla fascia destra, per lasciare campo aperto proprio al mitico Cruijff, che spendeva gli ultimi anni di carriera, lottando contro l’amore di una vita, l’Ajax e il suo presidente che l’aveva tradito. Con il Milan (in panca prima Sacchi, poi Capello) vinse tre Campionati Italiani, due Supercoppe italiane, due Coppe dei Campioni, due Intercontinentali, due Supercoppe Europee. La carriera italiana finì a Genova, con la maglia della Samp s’aggiudicò una Coppa Italia. Venne allora il trasferimento al Chelsea, per un bel gruzzolo di sterline. E il fatidico passaggio: dal campo alla panchina. Vita agra da allenatore. Non sempre un fuoriclasse diventa un brillante coach, si sa. Resta con la sua nazionale (è nato ad Amsterdam, nel 1962) il ricordo più bello da giocatore. Vale una vita sui campi da calcio un Campionato Europeo vinto.1988 in Germania. L’Olanda di Rinuus Michels, capitanata da Ruud, riuscì nell’impresa di vincere a livello internazione. Unico titolo per gli arancioni. Non c’era riuscita nemmeno “l’Arancia Meccanica”, che da favorita aveva perso le finali di Coppa del Mondo del ’74 e del ’78. Gullit e Van Basten dove Cruijff e Neeskeens si erano fermati.
CON LE MANI di Alberto Facchinetti
Inizia con la boxe, Gianfranco Piovesan. Nel 1955 batte tutti a Firenze e diventa campione italiano tra i dilettanti. Ma è il 1957 il suo anno migliore: a Roma vince una seconda volta i Campionati italiani, a Praga è secondo agli Europei e a Mosca ancora secondo al “Festival mondiale della gioventù” (in pratica un Campionato del mondo giovanile, ma senza gli americani, costretti a boicottare le manifestazioni sportive negli anni della Guerra fredda). Ha vent’anni e in prospettiva una brillante carriera da boxer. Lui continua a vincere, ma nel ’60 smette. Motivi familiari. Un vero peccato, avrebbe partecipato alle Olimpiadi di Roma. Riesce comunque a collezionare 27 presenze in Nazionale e in tutta la sua carriera 52 vittorie in 57 incontri. Non c’è male. “Ma lo sport ce l’ho dentro- ci racconta Piovesan- e così ho continuato. Nella Reyer, a Mestre, sono rimasto tanti anni. Prima come istruttore di pugilato, poi come massaggiatore nel basket e nella ginnastica artistica”. Anche qui grandi soddisfazioni, la maggiore con la Superga di Pieraldo Celada. Promozione in A1 nella stagione 1981-1982, la pallacanestro che conta e la partecipazione alla Coppa Korac. E poi l’incontro con Jury Chechi. “Sì, ho massaggiato i muscoli anche a lui”. Nel 1991, il calcio. A Mestre, la lunga cavalcata fino alla C2. Frankie Piovesan rimane 11 anni: “Me ne sono andato con l’arrivo in società dei napoletani. Bravissimi poi a fare fallire il Mestre in poco tempo”. Dopo una parentesi a Vetrego, dall’ anno scorso è al Mira, Categoria Promozione. “Mi ha cercato direttamente l’allenatore. Marton è uno bravo, ha una professionalità e un attaccamento al lavoro che raramente si vedono. Una persona eccezionale. Spero di chiudere la carriera con lui”. Lavorerà con il Mister anche la prossima stagione, intanto c’è dal salvare il Mira, che naviga in acque poco tranquille. A 69 ha ancora voglia di stare in gruppo, di fare da “padre” ai ragazzi, italiani e argentini, attualmente in rosa ce ne sono 8, della squadra. “Ogni anno dico a mia moglie che è l’ultimo. Ma poi cambio idea, mi piace troppo fare quello che faccio. Fortunatamente anche lei si è appassionata alla squadra e segue tutte le partite. È diventata la prima tifosa”.