COMITATO GIGI MERONI

"E' protestare questo? A me sembra che sia semplicemente vivere. Dignitosamente. Sapersi al mondo: ecco". GIGI MERONI

Eccomi

Utente: COMITATOMERONI
PIERANGELO RUBIN Nonostante fumasse 20 sigarette al giorno ha deciso di smettere. Sarebbe un Rivera dei nostri giorni. Ma non lo sapremo mai con certezza. Collabora con "Il Mattino di Padova" e la "Nuova di Venezia e Mestre". ALBERTO FACCHINETTI Il Mario Kempes della Terza Categoria. Difficile rapporto con il gol e con le donne in genere. Cronista sportivo per “La piazza”. PAOLO GARATO Il geometra. Senza rivali in tutto il triveneto. Centrocampista dai piedi buoni. Zero gol in sei anni di prima squadra. MASSIMO BERTIN Stopper di professione. Da bambino sognava di diventare un wrestler professionista e in campo si vede. DANIELE SARTO Stuolo di donne al seguito, fluidificava per gli Amatori, ora fa panca in una squadra dilettantistica. MARCO BOLDRIN Barista di giorno (Off side, via Portello Pd), portiere di notte. ANDREA MOLENA Interista così sfortunato che, bambino, nell’anno dello scudetto dei record della sua squadra teneva al Napoli di Maradona. Sorella sfiga… NICOLA BRILLO Scarsa preparazione calcistica, ma un grande merito: lo zio Ignazio è un preparatore atletico d’altri tempi. ALESSANDRO GIRALDO Rappresenta il paese più di qualsiasi altro. Ha venduto, all'angolo della strada che lo porta al bar, la sua anima per la poco religiosa trinità "sesso, droga e r'n'r".

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giovedì, 15 dicembre 2005

LADIES & GENTLEMEN: THE DREAM TEAM di Andrea Molena

 

 

Tutti lo riconoscono: nel panorama sportivo di tutti i tempi c’è stata una sola vera volta in cui i migliori talenti e campioni di una singola disciplina si ritrovassero a giocare nella stessa squadra in un torneo mondiale. E’ il caso della nazionale americana di basket alle Olimpiadi di Barcellona nel 1992, meglio conosciuta come il “Dream Team”, la squadra da sogno che ha letteralmente distrutto, massacrato, umiliato qualunque avversaria “osasse” sfidarla. Un’ assemblaggio di assi che ha lasciato il segno non solo nel mondo cestistico, ma nello sport in generale: è come se nel calcio fosse esistita una squadra dove giocavano assieme Maradona, Pelè, Cruyff, Platini e via discorrendo. Non si poteva pretendere di più: sullo stesso campo hanno corso, si sono passati la palla, hanno tirato (per lo più schiacciato) i più famosi giocatori di pallacanestro mai scesi sulla faccia della terra. Era la prima volta che gli Stati Uniti portavano in una manifestazione mondiale un gruppo di giocatori provenienti dalla NBA, il campionato di basket professionistico a stelle e strisce. Appena in tempo per rivedere, prima del loro ritiro, Magic Johnson e Larry Bird di nuovo sullo stesso parquet, addirittura con le stesse maglie. Questi due grandissimi del basket hanno dato vita nelle sfide infinite fra i Los Angeles Lakers dello “showtime” e i Boston Celtics, la squadra con più vittorie nella NBA, a duelli indimenticabili negli anni ’80: un playmaker di oltre 2 metri fuori dal comune e un bianco di puro talento e classe genuina. Fantastici. E poi Michael Jordan, ovvero il cestista più forte di tutti i tempi. Che dire: il basket in persona, l’essenza del gioco, sapeva fare tutto. Il classico giocatore che ti risolveva le partite da solo e quando lo voleva. I leggendari Chicago Bulls hanno vinto 6 titoli nella loro storia, 2 volte per 3 stagioni consecutive (dal ’91 al ’93 e dal ’96 al ’98), in mezzo la pausa di 2 anni perché Air Jordan non c’era. Con Jordan, però, in quei Bulls c’era lo swingman Scottie Pippen, la tattica e la maestria a servizio del più grande di tutti prima citato. I centri erano Pat Ewing e David Robinson, incontrastabili sotto canestro. L’elenco non è ancora finito: la squadra era da sogno anche grazie a Drexler e Barkley (assieme avrebbero poi vinto l’anello di campioni NBA a Houston) e l’affiatatissima coppia (quasi sposi) che per un soffio non è riuscita a battere i Bulls negli ultimi 2 anni di Jordan a Chicago, ovvero Stockton-Malone degli Utah Jazz. La compagine si completava con un grande tiratore da 3 punti, Chris Mullin, e dall’anello debole Christian Laettner, all’epoca appena sfornato dall’Università di Duke e l’unico dilettante del gruppo. Solo per rispettare le regole del gioco c’era anche un allenatore, Chuck Daly, ma non serviva praticamente a niente. Lo stesso coach ha affermato anni più tardi: “Era come stare a un concerto dove sullo stesso palco si esibiscono Elvis e i Beatles. Viaggiare con il Dream Team era come viaggiare con 12 rock star”. Ed è inutile ricordare anche come sono andate a finire le partite di quel torneo per gli Stati Uniti (riporto solo il punteggio della finale con la Croazia di Kukoc: 117-85, 32 punti di differenza  per, incredibile a dirsi, il minimo scarto tra gli Usa e gli avversari in quel torneo). Inutile anche perché sembrava che in quell’Olimpiade ci fosse solo una squadra in campo. Ci si accorgeva della presenza dell’altra compagine solo a inizio e fine partita quando i giocatori avversari scattavano foto ai propri idoli. Jordan, Johnson, Bird e gli altri hanno così scritto la più importante pagina di tutta la storia dello sport. Hanno fatto sì che si realizzasse un sogno. In quell’agosto del ‘92 il Dream Team ha fatto conoscere il basket anche a chi non se ne era mai interessato prima. Forse la squadra dei sogni ha fatto spodestare il calcio dal primo gradino sul podio della popolarità sportiva globale.

 

 

 

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andrea molena

giovedì, 08 dicembre 2005

JOHN LENNON, UN ADDIO LUNGO 25 ANNI di Andrea Molena

 

Già un quarto di secolo è trascorso da quel maledetto giorno, il più triste nella storia della musica, l’8 dicembre 1980. Tanto tempo è passato ma, ogni volta che questa data arriva durante l’anno, tornano alla mente quei pochi attimi che hanno messo fine alla vita dell’uomo più discusso e più amato del XX secolo. Un gesto folle. 5 colpi di pistola partiti dalla mano di Mark David Chapman e John Lennon si accascia al suolo davanti al suo appartamento nel quartiere residenziale della Dakota House a Manhattan, New York. Sono le 23:15. Inutili i primi soccorsi e il trasporto in ospedale. John questa volta perde la battaglia, la più importante della sua vita. Il mondo è sotto choc: la morte di questo mito, di questo genio della musica (e non solo) sembrava non dovesse coglierlo mai, a 40 anni poi era impensabile. Per tutti doveva vivere in eterno. Anche per lo squilibrato assassino che con quelle 5 pressioni sul grilletto voleva tenere per sè l’immagine intatta del suo idolo. Paradossalmente anche quegli istanti hanno contribuito a portare John Lennon nella sfera dei più grandi e degli indimenticabili. Indimenticabile John perché ha lasciato un’eredità troppo importante per non essere ricordata. Riduttivo definirlo solo cantante e riduttivo definirlo solo anticonformista. Nel panorama musicale, prima assieme agli altri 3 eroi di Liverpool (Paul McCartney, George Harrison, Ringo Starr) poi da solista, ha totalmente cambiato il modo di fare e di concepire questa straordinaria arte. Gli anni ’60 dei Beatles per la musica sono stati come la creazione della donna per l’uomo. Chiuso. “Siamo più famosi di Gesù Cristo” aveva detto in quei tempi John. Indispensabile per la musica e “indispensabile” John lo è stato, a mio parere, per la società in cui è vissuto . “Fate l’amore, non fate la guerra” lo slogan più giusto e semplice l’ha lanciato lui assieme a Yoko Ono da quel famoso letto (“bed-in”), nudi contro la guerra in Vietnam. All we are saying is Give Peace A Chance”. Anticonformista, ribelle, rivoluzionario. Si, ma a modo suo. La rivoluzione, la ribellione alla torbida società borghese e alla guerra la voleva fare non con le armi o con l’odio, ma con la musica e le parole, con l’amore e la meditazione e, ma si, anche con la droga. Prova ne è lo spinello fumato prima di essere ricevuto con gli altri 3 dalla Regina Elisabetta, che li stava per nominare baronetti. Questo è stato John Lennon, questo è John Lennon. Le poche parole che ho appena scritto vogliono essere un piccolo omaggio, un piccolo saluto ad un uomo che fisicamente non c’e più, ma che rimarrà eterno come la sua musica e i suoi insegnamenti. Thank you for all, John! 

 

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andrea molena

giovedì, 03 novembre 2005

L’INTER DEI RECORD di Andrea Molena

 

 

Zenga, Bergomi, Brehme, Matteoli, Ferri, Mandorlini, Bianchi, Berti, Diaz, Matthaus, Serena. E’ la formazione dell’Inter nel campionato di Serie A ‘88/’89, stagione passata alla storia per essere stata quella dei record stabiliti dalla squadra meneghina, vincitrice, alla fine di quell’ormai lontanissimo campionato, del suo scudetto n. 13. Una compagine fantastica, perfetta, imbattibile, che, appena preso coscienza della propria forza, ha travolto ogni ostacolo. Primo merito per la riuscita di questa meraviglia va sicuramente attribuito al solido e tenace presidente Ernesto Pellegrini, uomo non da spettacolo ma che ha fatto della normalità la sua forza e la sua vocazione. Mai domo e sempre pronto a fare sacrifici per la sua Inter da quando, nel 1984, aveva preso il testimone da Ivanoe Fraizzoli. Per ritornare dopo 9 anni sul tetto d’Italia c’era bisogno di un grande condottiero che facesse girare alla perfezione questa macchina infermabile: Pellegrini scelse Giovanni Trapattoni, tecnico che aveva vinto tutto con la Juventus, ma che aveva voglia di calarsi in nuove esperienze, di rimettersi in discussione. Certo i primi 2 anni aveva fatto fatica (terzo nell’87, sesto nell’88), aveva ricevuto critiche su critiche per il suo modello di calcio ormai superato, ma grazie anche all’appoggio del presidente, non si era mai arreso. Per fortuna. Nell’estate ’88 questi 2 milanesi si misero scrupolosamente all’opera per formare una squadra invincibile, aggiungendo campioni su un gruppo già ben plasmato. Dal Bayern Monaco arrivarono Lothar Matthaus e Andreas Brehme, due colonne della nazionale tedesca, dalla Fiorentina (con un anno d’anticipo per paura di vedersi soffiare l’affare) il ventunenne Nicola Berti e, in extremis, Ramon Diaz, dopo aver abbandonato a malincuore un Madjer lesionato. La squadra era così pronta per competere ai massimi livelli contro il Milan di Berlusconi e dei 3 olandesi, il Napoli di Maradona, la Samp di Vialli e Mancini e la Juve di Zoff, sebbene molto ridimensionata rispetto agli anni precedenti. Nessuno poteva immaginare che quella squadra arrivasse a conquistare uno scudetto-record, superando avversari su avversari con faciltà irrisoria in 34 partite di campionato. Eccoli i campioni, i veri fautori di questa impresa indimenticabile, perché si sa che al di là di tutto sono i giocatori a decidere le sorti di una squadra. Quel matto di Zenga tra i pali, lo zio-capitano Bergomi, la roccia Ferri, ovvero il portiere più forte al mondo e metà difesa della nazionale, più la tranquillità del libero Mandorlini e l’incredibile utilità del fluidificante Brehme, ultimo vero terzino sinistro dell’Inter: un vero e proprio bunker, tanto che si diceva che una volta fatto il gol il successo era garantito con una difesa così imperforabile. L’osso duro della squadra era comunque il centrocampo con la regia dell’esperto Matteoli, la velocità del tornante Bianchi (solo il Moriero del ’98 gli si avvicina), l’esplosione a sorpresa del giovane Berti, adorato dai tifosi nerazzurri per le sue battute contro gli odiati cugini rossoneri, ma soprattutto la forza, la caparbietà e la personalità del grandissimo Lothar Matthaus. A detta di tutti questo giocatore è stato la chiave per la vittoria finale , l’unico in grado di decidere le sorti di una partita con i suoi cambi di ritmo che portavano la squadra in pochi tocchi dalla propria area alla porta avversaria. “Questo scudetto all’Inter per me essere uguale a 3 scudetti vinti in Germania con Bayern”. Grande Lothar! E arriviamo all’attacco con il capocannoniere della stagione Aldo Serena (22 gol) che ringrazia l’abilità dei suoi assist-man: ”Devo più di metà di quei 22 gol ai cross mozzafiato di Andy Brehme e Alessandro Bianchi che ti mettevano la palla sulla testa”. Poi l’ultimo arrivato sull’autobus dello scudetto, Ramon Diaz, la sua agilità e la sua scaltrezza hanno sorpreso tutti. Grave errore venderlo un anno dopo. La formazione titolare era questa, pochi cambi e poche polemiche dalla panchina, da dove uscivano più frequentemente di altri il grande vecchio Beppe Baresi (l’unico ad aver vinto lo scudetto dell’80), Pierino Fanna e lo stopper Verdelli. Una miscela esplosiva che ha totalizzato 58 punti (c’erano ancora i 2 punti a vittoria), record per un campionato a 18 squadre, con la bellezza di 26 vittorie (11 delle quali in trasferta) e solo 2 sconfitte (una a campionato acquisito), segnando 67 gol e subendone 19. Eppure tutta la storia era cominciata con la bruciante eliminazione in Coppa Italia a Settembre per mano della Fiorentina (4-3 sul neutro di Piacenza): l’Inter si chiuse nel silenzio stampa e fece gruppo analizzando gli errori commessi ma anche capendo di essere una bomba pronta ad esplodere per l’inizio del torneo ad Ottobre. L’Inter infatti fa capire subito di che pasta è fatta: 8 vittorie nelle prime 9 partite (unico pari a Verona nella terza giornata, 0-0). La squadra discontinua e “pazza” degli ultimi anni è diventata compatta, grintosa e sicura di sé. Ascoli e Pisa schiantate all’avvio, poi la pausa di Verona e via con altre 6 vittorie, le più importanti con la Roma (2-0) e con la Samp (1-0, Berti al primo minuto dopo una respinta su un bolide di Matthaus). L’ultima di questa lunga trafila di vittorie, che porta l’Inter in fuga, è il significativo successo nel derby col Milan campione d’Italia: l’Inter veniva dall’incredibile eliminazione in Coppa Uefa ad opera del Bayern Monaco (1-3 a S.Siro dopo l’affermazione in Germania all’andata per 2-0, con la straordinaria cavalcata di Nicolino Berti) quindi quella partita poteva rappresentare il tracollo per un gruppo già al centro di aspre critiche. Invece la Beneamata offre una prestazione ineccepibile e riesce a far sua la sfida grazie al “solito” colpo di testa di Serena su cross di Bergomi. Altra tappa importante è la trasferta al S.Paolo di Napoli, con Maradona e compagni secondi a pochi punti dall’Inter: finisce 0-0 e la difesa dimostra ancora una volta di essere veramente insuperabile. La prima sconfitta arriva ancora per mano della Fiorentina e ancora per 4-3, ma l’Inter non perde la testa e, anzi, infila una nuova serie di vittorie consecutive all’inizio del girone di ritorno (ben 8!) con goleade a Pisa e a Roma (3-0) e in casa col Como (4-0). Arriva la sfida col Napoli a S.Siro preceduta dal perentorio 6-0 di Bologna: al ritorno in autostrada dalla città felsinea il pullman della squadra è “scortato” da carovane di macchine con bandiere nerazzurre. I giocatori capiscono che questo pubblico merita di festeggiare lo scudetto tra le mura amiche del Meazza. Migliore occasione non poteva arrivare: battere i partenopei, sempre secondi in classifica, e festeggiare la certezza matematica del tricolore a Milano. Careca spaventa con un gol nel primo tempo gli 80000 di S.Siro, ma, dopo l’autorete di Fusi su tiro di Berti, una punizione di Matthaus, un missile dei suoi, regala all’Inter il tredicesimo scudetto. Ricorda Serena: ”Su quella punizione c’era un’atmosfera irreale allo stadio, sembrava che tutto il pubblico stesse tirando con Lothar”. E’ l’apoteosi, la città di sponda nerazzurra fa esplodere la sua gioia e ringrazia i grandi artefici di questo storico e impensabile traguardo. Quella squadra avrebbe poi vinto una Supercoppa Italiana e una Coppa Uefa nel ’91. Molto meno di quello che avrebbe potuto vincere. All’epoca il sottoscritto, che non aveva ancora compiuto 7 anni, era già un grande tifoso di calcio. Come ormai molte persone sanno la mia squadra del cuore era però il Napoli, per il semplicissimo motivo che vi giocava il più forte calciatore al mondo, un certo Diego Armando Maradona. Quindi, cazzo, non mi son goduto neanche quella lontanissima vittoria della mia squadra preferita di oggi, l’Inter appunto. E’ comunque sempre affascinante rivivere i fasti passati di quella squadra magica e ricordare che, almeno per una stagione, abbiamo chiuso senza nessuna squadra davanti a noi in classifica a fine campionato. Meglio quindi, per un interista, andare indietro con gli anni che guardare al desolante panorama di adesso, visto che l’Inter da un paio di stagioni conclude il suo campionato non a Maggio ma già a Novembre. Ma questa, ahimè, è tutta un’altra storia.    

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andrea molena

venerdì, 21 ottobre 2005

LUIGI LO CASCIO, LA NUOVA STAR DEL CINEMA ITALIANO di Andrea Molena

 

 

 

Sono passati ormai i tempi in cui al cinema italiano si criticava la mancanza di attori con la A maiuscola che riportassero in auge un mondo sempre più in crisi. Dopo i grandi Gassman, Mastroianni, Sordi, Tognazzi, Manfredi, Loren, Magnani, Vitti e tanti altri, il cinema italiano ha vissuto infatti una fase intermedia in cui c’era stato un ricambio generazionale con attori non all’altezza di quelli prima citati. Fase che ora sembra essere terminata grazie alla crescita di nuove leve. Una di queste è sicuramente Luigi Lo Cascio, attore che vede sempre di più crescere la propria fama grazie alle sue grandi doti interpretative mostrate in film anche con tematiche molto diverse fra loro: da pellicole sentimentali a ruoli forti di personaggi storici e di grande importanza sociale, passando anche per la commedia e il giallo poliziesco. Un attore a tutto campo che ha costruito il suo successo solo grazie a un preciso e lungo lavoro di gavetta a teatro (cosa che non hanno fatto interpreti più conosciuti dal pubblico, ma con scarse qualità). Luigi Lo Cascio nasce a Palermo il 20 Ottobre 1967. Frequenta l’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma e si diploma con un saggio su “Amleto” diretto da Orazio Costa; si fa subito notare in “Aspettando Godot” di Beckett e messo in scena da Federico Tiezzi, dove recita una piccola parte, ma soprattutto in “Sogno di una notte d’estate” di Carlo Cecchi. E’ affascinato dal teatro e non si ritiene adatto al cinema. Il caso, tuttavia, lavora per lui: lo zio Luigi Maria Burruano, che interpreta il padre di Peppino Impastato ne “I cento passi”, consiglia al regista Marco Tullio Giordana di provare suo nipote per il ruolo di Peppino dopo i tanti provini andati a vuoto. Il regista rimane impressionato e sceglie Lo Cascio come protagonista del suo film. Se “I cento passi” (2000) riscuote un grande successo di pubblico parte del merito è del bravissimo attore, che al suo esordio riceve subito un David di Donatello come miglior attore protagonista. Nel film Lo Cascio interpreta, appunto, Peppino Impastato, coraggioso attivista antimafia cresciuto in una famiglia di Cinisi legata a Cosa Nostra, un grande lottatore che va avanti fino al suo assassinio del ’78 nonostante le minacce e i contrasti familiari. Di tutt’altro genere è il secondo film interpretato dall’attore siciliano, che intanto si è stabilito a Roma: “Luce dei miei occhi” (2001) è infatti un film sentimentale dove recita in coppia con Sandra Ceccarelli, assieme a Maya Sansa la partner femminile preferita. Interpreta un autista che s’innamora della titolare di un negozio di surgelati piena di problemi: “Ho accettato la proposta di Piccioni (il regista)  perché mi ha colpito la possibilità di interpretare un personaggio agli antipodi di Peppino Impastato. In questo film, a differenza del primo, parlo pochissimo”. Grazie a questo film vince la Coppa Volpi alla Mostra di Venezia. Successivamente conferma le sue qualità ne “Il più bel giorno della mia vita” (2002) di Cristina Comencini, dove traccia con finezza il ritratto di un avvocato omosessuale che vuole urlare contro i soliti pregiudizi. Commedia con risvolti drammatici è “Mio cognato” (2002) di Alessandro Piva. Qui è Vito, impiegato tranquillo e pignolo che passa un’intera notte col poco stimato cognato Toni (Sergio Rubini) alla ricerca dell’auto rubata. E arriviamo a “La meglio gioventù” (2003, trasmesso in 4 puntate da RaiUno), straordinario lungometraggio di M.T.Giordana concentrato sulle vicende di una famiglia italiana (i Carati) dagli anni ’60 ai giorni nostri. E’ la consacrazione totale e definitiva di Lo Cascio che riceve assieme ai “colleghi” Alessio Boni, Fabrizio Gifuni, Andrea Tidona e ad Adriana Asti, Maya Sansa, Jasmine Trinca e Sonia Bergamasco (l’intero cast) il nastro d’argento come miglior attore protagonista. Film che vede al centro il forte, ma anche discusso legame tra i vari membri della famiglia sullo sfondo della società italiana sempre in mutamento. Discusso e al centro di tante critiche è stato il film di Bellocchio “Buongiorno, notte” (2003), in cui Lo Cascio veste i panni del sequestratore di Aldo Moro: un’altra prova dell’incredibile dimistichezza e abilità con cui l’attore riesce a passare da un personaggio all’altro e a interpretare ruoli difficili e “rischiosi” anche in vicende non ancora risolte e vive nei cuori della gente come quella del sequestro del segretario DC. “La vita che vorrei” (2004) è un film romantico-sentimentale ancora con la Ceccarelli e ancora con la regia di Piccioni: è la storia d’amore tra gli attori Stefano e Laura vissuta in parallelo con i ruoli che interpretano nel film che li vede recitare assieme (un po’ come il teatro nel teatro di Pirandello). Film insolito per Lo Cascio è “Occhi di cristallo” (2004) di Eros Puglielli, dove interpreta l’ispettore Arnaldi all’inseguimento di un pericoloso assassino. Insolito perché è un film a grandi effetti speciali visivi e dove il sangue la fa da protagonista. Ancora grande successo alla Mostra di Venezia, quest’anno, con “La bestia nel cuore” di Cristina Comencini: qui è Daniele, il fratello della protagonista Sabina (Giovanna Mezzogiorno) alle prese con i ricordi e gli incubi legati alla sua infanzia. Sempre di quest’anno, ma ancora in fase di lavorazione, sono le pellicole “La guerra privata del Tenente Guillet” e “Mare buio”. C’è da credere che anche questa volta il bravo Lo Cascio ci stupirà. Si perché, ripeto, il grande attore, a mio modesto parere, è quello che riesce a spaziare fra un personaggio e l’altro senza aver alcun tipo di problema o difficoltà: questa caratteristica è stata riconosciuta a Lo Cascio dai maggiori registi contemporanei, che sicuramente ne sanno più di me. E’ per questo quindi che Luigi Lo Cascio è ritenuto, giustamente, la nuova star del cinema italiano.

 

 

 

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andrea molena

venerdì, 14 ottobre 2005

EUROPEI ’68, LA VITTORIA DIMENTICATA di Andrea Molena

 Se chiedete a qualcuno quali sono state le pagine più emozionanti vissute dalla nazionale italiana di calcio, questo vi risponderà sicuramente la vittoria al Mundial ’82 (uno meno giovane anche le vittorie mondiali del ’34 e del ’38), il memorabile 4-3 alla Germania in Messico nel ’70 o le grandi prove (finite in grandi delusioni) nel mondiale argentino del ’78, in quello casalingo del ’90 e negli Europei 2000. Quasi certamente non vi citerà l’affermazione all’Europeo ’68, giocato proprio nel nostro paese. Un trionfo ingiustamente sottovalutato se si pensa che in quella nazionale giocavano calciatori come Mazzola e Rivera, Zoff e Facchetti, Riva e Anastasi, quindi quasi tutti coloro che avrebbero partecipato ai mondiali messicani 2 anni più tardi (a mio avviso la più grande Italia di tutti i tempi). Inoltre questa vittoria “scomparsa” rimane l’unica in questo torneo e rappresenta il ritorno al primato in una competizione dopo 30 anni dal mondiale ’38. Tanti possono essere i motivi di questa dimenticanza: l’ancora viva delusione per la sconfitta con la Corea nel ’66 o la poca importanza all’epoca di un torneo nato da appena 8 anni. Se però nominiamo il ’68 ci vengono in mente altre cose che nulla hanno a che fare col calcio: le manifestazioni studentesche, la primavera di Praga, il “maggio francese”. Ecco le vere cause, i fatti che hanno occupato la mente e le coscienze degli italiani in quegli anni. La storia e la società stavano cambiando, non si poteva pensare ad altro e non ci si poteva fermare. Adriano Sofri, in un’intervista a “Sky racconta” di D. Pastorin, afferma che la sua esistenza nel ’68 era tutta incentrata sul tentativo di fare la rivoluzione, non c’era spazio per passioni o passatempi. Eppure anche il calcio rappresentava un’occasione di protesta contro i padroni e i borghesi bempensanti: l’ex leader di Lotta Continua ricorda com’era diviso il tifo allo stadio, da una parte la curva dei proletari, dall’altra la tribuna dei padroni, tutti a battere il cuore per la stessa squadra. Tornando a parlare di calcio “giocato”e di quell’Europeo, la nazionale azzurra ci arrivò passando le qualificazioni contro Romania, Svizzera e Cipro (5 vittorie e 1 pareggio) ed eliminando ai quarti la Bulgaria (sconfitta 3-2 a Sofia, vittoria 2-0 a Napoli). La fase finale a quei tempi si giocava in un unico paese solo dalle semifinali e l’Italia nel ’68 ebbe appunto quel vantaggio. Per entrare nella finalissima contro la Jugoslavia (battuta l’Inghilterra 1-0 a Firenze), l’Italia deve superare l’ostacolo URSS: il 5 Giugno a Napoli finisce 0-0 dopo i tempi regolamentari e supplementari. Tutto quindi sarà deciso dal sorteggio della monetina (a quei tempi non si tiravano i rigori per decidere la vincitrice): arbitro e capitani negli spogliatoi, le squadre e i 70000 del San Paolo fuori ad attendere col fiato sospeso. Al primo lancio la monetina si fermò in bilico contro la gamba di un tavolo, si dovette ripetere l’operazione e questa volta l’Italia ebbe chiaramente la meglio. L’8 Giugno l’Olimpico di Roma ospitò le finali, prima quella per il terzo posto vinta dall’Inghilterra campione del mondo (2-0 sull’URSS), poi la sfida per il primo posto tra Italia e Jugoslavia alle 21:15 davanti a 80000 persone. Finì 1-1 (39’ Dzajic, 80’ Domenghini su punizione), quindi ci fu bisogno della ripetizione 2 giorni dopo, stesso stadio e stessa ora. Valcareggi cambia molti uomini rispetto alla prima finale: fuori Lodetti, Prati, Ferrini e Juliano (Rivera si era infortunato in semifinale contro l’URSS), dentro Salvadore, Rosato, Mazzola, De Sisti. Mossa azzeccata del nostro ct che, al contrario del collega slavo Mitic, teme la stanchezza per la partita giocata appena 2 giorni prima. Riva al 12’ e Anastasi al 31’ firmano le reti del trionfo azzurro davanti a 50000 persone, che alla fine festeggiano con una memorabile fiaccolata una vittoria strameritata per il gioco esaltante mostrato dagli azzurri. Era l’Italia degli esordienti (o quasi) Zoff, Prati, De Sisti e Anastasi, della colonia interista composta da Mazzola, cap. Facchetti, Domenghini e Burgnich, del grande Rombo di Tuono Riva e del genio di Rivera (sebbene infortunato nell’ultima fase del torneo). Una nazionale che sarebbe arrivata 2 anni più tardi in Messico, con i vari innesti, dietro solo al Brasile di Pelè e alla stanchezza per l’eterna semifinale con la Germania. Assi storici del calcio italiano che hanno portato l’Italia sul tetto d’Europa in una fase in cui il nostro paese e l’Europa intera guardavano da tutt’altra parte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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andrea molena

giovedì, 21 luglio 2005

FREDDIE MERCURY, UNA ROCKSTAR IMMORTALE di  Andrea Molena

Freddie Mercury è considerato ancor oggi il più grande showman della storia del rock. Un cantante leggendario che, con la sua incredibile voce, la sua energia e  la sua carica, ha conquistato e trascinato, assieme agli altri 3 componenti dei Queen, folle oceaniche di fans e ha venduto centinaia di milioni di dischi in tutto il mondo. “L’eccesso è una parte di me. La monotonia è un male. Ho davvero bisogno di pericolo ed eccitazione…” frasi che descrivono bene la personalità del cantante, una personalità ritenuta eccessiva persino per le abitudini del rock n’ roll in tema di sesso, droga e alcool. Era un esteta puro, un genio della diversità e della trasgressività, ma allo stesso tempo un”perfezionista pignolo” quando scriveva e pubblicava canzoni e album. Farookh Bulsara (questo il suo vero nome) era nato il 5 Settembre 1946 da genitori iraniani nell’isola di Zanzibar (Tanzania) e già a 1 anno ebbe il suo primo incontro con la celebrità, quando un fotografo espose un suo ritratto nella vetrina del proprio negozio consentendogli di vincere un concorso per bambini. Il lavoro del padre, un funzionario del governo inglese, comportava continui viaggi in India: i suoi genitori decisero allora di iscriverlo al collegio inglese di Bombay, dove, oltre allo studio, Freddie poteva dedicarsi ai suoi hobbies sportivi (la boxe e l’hockey) ma soprattutto alla sua grande passione, la musica. Nel ’64 la famiglia Bulsara si stabilisce in Inghilterra e Freddie, grande disegnatore, si iscrive all’istituto d’arte di Kensington (Londra). È in questa scuola che forma i suoi primi gruppi musicali, gli Ibex e i Wreckage, nei quali fa vedere subito le sue grandi qualità vocali e la sua verve coinvolgente. Nel ’66 incontra in una delle tante feste nei locali londinesi Roger Taylor e Brian May , rispettivamente batterista e chitarrista degli Smile. I 3 diventano subito inseparabili soprattutto per la comune passione musicale (Led Zeppelin, Beatles, J.Hendrix) passione che li porterà nel 1970, visti anche i fallimenti delle precedenti esperienze, a formare un gruppo tutto loro, i Queen (nome scelto dallo stesso Freddie per il suo carattere regale). Mancava ancora un bassista e la scelta cadde su John Deacon dopo varie selezioni. I Queen ora erano al completo con Freddie voce del gruppo, coadiuvato da 3 artisti alla sua altezza: May alla chitarra, Taylor alla batteria e Deacon al basso. “Senza gli altri 3 non sarei stato nessuno” ammetteva Freddie, che oltre a essere il vocalist del gruppo era anche uno straordinario suonatore al piano. La band fece subito scalpore per il modo in cui si presentava: vestiti attillati e sfarzosi, preparati appositamente da sarte di primo livello, trucco e unghie smaltate; indovinate di chi fu l’idea di mostrarsi in questo modo al pubblico… Questo stile caratterizzerà il gruppo per tutti gli anni ’70, periodo nel quale la popolarità dei 4 cresce grazie alle varie Bohemian rhapsody, We are the champions, We will rock you, Somebody to love, Tie your mother down, Killer Queen e a tanti altri capolavori. Il gruppo trova la propria fortuna nell’accostare testi provocatori e spesso autobiografici a un rock duro e melodico, mescolato con armonie derivanti dall’opera e dal jazz. Gli anni ’80 vedono il gruppo in vetta alle classifiche di vendite e all’apice della popolarità, popolarità che porta anche a dissidi interni,  che però non scalfiscono mai l’unità della band. Freddie cambia look, capelli più corti e baffi da macho. Oltre a continuare il lavoro con i Queen, trova anche il tempo di pubblicare 2 album da solista, uno in coppia con la soprano spagnola Montserrat Caballè (“Barcelona”); ma è con i Queen che ha più successo: Another one bites the dust, Radio ga ga, I want to break free, A kind of magic, The miracle, I want it all sono tutte canzoni di questo decennio. Nel 1985 partecipano al Live Aid organizzato da Bob Geldof. È forse il momento più importante della loro carriera perché vengono ritenuti da tutti la band che più ha impressionato durante il concerto più seguito di tutti i tempi. Con quei 20 memorabili minuti di esibizione hanno oscurato tutte le altre star presenti. L’ultima tournee, il “Magic Tour”, è dell’86: più di 400000 spettatori nei 5 concerti più importanti , biglietti a ruba in poche ore e party memorabili alla fine di ogni performance. Fa parte di questo tour la famosa esibizione al Nepstadion di Budapest, primo concerto per una band occidentale in un paese sovietico. Già dai primi mesi del ’90 si capisce che la malattia di Freddie lascia poche speranze (in quel periodo l’AIDS era un male sconosciuto) ma è lui stesso a voler continuare a lavorare  e a registrare in studio. Fino all’ultimo ha così voluto lasciare un segno indelebile: “Innuendo” (’91) è l’ultimo album dei Queen con il cantante ancora vivo e rispecchia gli stati d’animo del leader, così sofferente eppure così tenace e coraggioso. Freddie Mercury muore per una polmonite causata dall’ HIV il 24 Novembre 1991 nella sua casa di Kensington, accudito fino all’ultimo da Mary Austin, l’amore della sua vita (a lei aveva dichiarato di essere omosessuale) e da Jim Hutton, suo ultimo compagno. Il mondo della musica si ferma e per un attimo anche la band. I 3 componenti dei Queen però di li a poco organizzano il concerto “The Freddie Mercury Tribute” (Aprile ’92) a Wembley con tantissime star della musica a cantare pezzi che fino a pochi mesi prima cantava l’amico scomparso. Il giusto addio a Freddie, in uno stile che sarebbe piaciuto anche a lui. L’amore dei fans per questa leggenda del rock però non è scomparso e non scomparirà mai, rimarrà immortale… come lui. Good - bye Mr Mercury. We still love you!

 

 

 

 

 

 

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andrea molena

sabato, 09 luglio 2005

1995-2005: 10 ANNI CON MASSIMO MORATTI, 10 ANNI DI SOFFERENZA    di Andrea Molena

 

 

 

 18 Febbraio 1995. Una data che ai più non dirà molto ma che per un popolo significa molto: un popolo sofferente, esigente al punto giusto, che spesso si lamenta, bistrattato e preso per il culo da chi non ne fa parte. Un popolo sempre sconfitto ma che una cosa non perde mai, la speranza che un giorno potrà finalmente anche lui far esplodere la propria gioia, una gioia vera e illimitata perché attesa da troppo tempo. Naturalmente sto parlando del popolo interista, che quel giorno di 10 anni fa ha visto salire sul “trono” della Beneamata il signor Massimo Moratti, un petroliere che prometteva di mettere a disposizione tutti i soldi possibili per ridare trofei e gloria all’Inter e al popolo prima citato. Una persona fuori dal comune fra i presidenti di calcio e gli addetti ai lavori di questo sport: semplice e straordinariamente generoso con i suoi “dipendenti” calciatori, anche quando quest’ultimi l’ hanno tradito (il caso del traditore Vieri non è il primo), mai sopra le righe e per un calcio più pulito e imparziale... insomma l’esatto opposto dei patron e manager che in questi anni stanno rovinando lo sport più seguito dagli italiani (i vari Galliani, Moggi, Giraudo, Carraro). Con gli anni si è visto che quella promessa l’ ha ampiamente mantenuta spendendo più di 1000 miliardi in calciatori e allenatori, i più bravi che c’erano sulla piazza: Ronaldo, Vieri, Adriano, Baggio, R.Carlos, Recoba, Cannavaro, Seedorf, Cordoba, Djorkaeff, Toldo, Davids, Veron, Stankovic solo per citarne alcuni in ordine sparso (l’elenco è infinito). Tutto ciò però è servito solo a vincere una Coppa Uefa nel ’98 e una Coppa Italia quest’anno. Certo le colpe ce le ha anche lui. Si è fidato troppo di persone che alla fine si sono dimostrate incapaci e ha comprato tanti giocatori che al massimo potevano aspirare a indossare altre maglie nerazzurre come quelle dell’Atalanta o del Pisa (meglio non citarli altrimenti mi sento male). Poi ci si è messa la sfiga che in ogni stagione si è manifestata in tutte le salse: dagli infortuni ai migliori giocatori, i quali, appena venduti, non hanno saltato una partita (vero Ronaldo?),ad arbitraggi scandalosi che hanno sempre e solo favorito le due padrone assolute del calcio italiano Juve e Milan. Insomma Moratti ha veramente cambiato la vita a tutti i tifosi nerazzurri da quel giorno d’inverno del ’95. Tutti hanno iniziato di nuovo a sognare dopo gli anni anonimi del dopo-Trapattoni, magari i meno giovani hanno rivisto la possibilità concreta di rivivere i fasti degli anni ’60 con papà Angelo. A dire la verità anch’io ho iniziato veramente a seguire con il cuore e con passione l’Inter da quella famosa data: come tutti gli interisti ho sofferto e pianto;come tutti gli interisti ho mandato giù sconfitte incredibili (fottuto 5 Maggio) e vittorie degli avversari; come tutti gli interisti però, ho sempre rialzato la testa e ho sempre sperato in un futuro diverso e gioioso per i miei colori. Ed è proprio a 10 anni di distanza che sembra girare il vento in poppa, sembra davvero che le cose stiano cambiando e che la sfiga sia andata a fare compagnia ad altri, chissà... Se sarà così il merito principale sarà sicuramente di quel famoso petroliere sessantenne che, come me, ci ha sempre creduto e che dell’ Inter ha fatto la sua unica ragione di vita.

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andrea molena