"E' protestare questo? A me sembra che sia semplicemente vivere. Dignitosamente. Sapersi al mondo: ecco". GIGI MERONI
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Nonostante fumasse 20 sigarette al giorno ha deciso di smettere. Sarebbe un Rivera dei nostri giorni. Ma non lo sapremo mai con certezza. Collabora con "Il Mattino di Padova" e la "Nuova di Venezia e Mestre".
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UN AVVISO AI NAVIGANTI
Ieri, 8 Maggio, il Comitato Gigi Meroni ha compiuto 1 anno. Speriamo il primo di molti. Per festeggiare con voi il “compleanno” del blog sono stati creati due blogs-appendici che ci auguriamo diventino per voi passaggio obbligatorio durante le vostre scorribande in rete.
Ecco i due indirizzi (linkateli, grazie): http://comitatomeroninterviste.splinder.com e
http://comitatomeronifoto.splinder.com.
Il primo contiene le interviste che il Comitato Meroni ha avuto l’onore di fare, il secondo fa da corollario agli articoli, passati e futuri, grazie a delle fotografie. Seguiteci ancora.
Grazie.
PERCHE’ ABBIAMO DEDICATO IL NOSTRO COMITATO E IL NOSTRO BLOG A GIGI MERONI Comitato Gigi Meroni
Luigi Meroni nacque il 24 febbraio 1943 a Como e morì il 15 ottobre 1967 a Torino.
Meroni era un giocatore di calcio, un’ala destra, forse la più funambolica ala destra italiana di sempre. Fisico asciutto e nervoso, basso e un po’ sbilenco, aveva gambe storte: sembrava essere il prototipo medio di chi non può essere calciatore. Ma più di altri energumeni, che in quegli anni attraversavano il nostro calcio, colpiva l’immaginazione collettiva con i suoi dribbling ai difensori avversari, le sue giocate veloci e imprevedibili che mettevano in crisi i terzinacci di turno. Ma non era solo questo, non solo un campione. Era anche un grande uomo. Nell’Italia conformista degli anni ’60 Meroni era un pugno nell’occhio, una voce che stonava in un canto altrimenti “perfetto”. Capellone, con i baffi, con la barba e con tutti i suoi vestiti eccentrici era veramente troppo diverso per vivere tranquillamente, per sperare di giocare in nazionale senza sentirsi dire “Giochi se ti tagli i capelli”, per sperare che i tifosi avversari non gli dicessero “Tagliati i capelli, barbone”, per sperare che gli allenatori non commentassero acidamente la sua straordinaria storia d’amore con una donna sposata.
No, questo era troppo, Meroni pretendeva troppo, se sperava di poter vivere senza che nessuno gli negasse qualche stravaganza, qualche particolare fuori dal comune.
Ma non permetteva ad alcuno, tuttavia, di imporgli qualcosa, e questo era forse, per un Italia ancora non toccata dal ’68, il suo peggior crimine.
Quando dal Como andò al Genoa quasi nessuno si accorse di lui, quando lasciò la casacca rossoblù per il capoluogo piemontese a Genova ci furono disordini causati da tifosi che non volevano che il loro idolo partisse. A Torino diventò la Farfalla Granata, il simbolo di una squadra che cercava di rinascere, di ripartire, dopo essere morta alcuni anni prima sulla maledetta collina di Superga.
Pian piano mostrava le sue immense capacità, la sua classe, e tutti si accorsero di lui. Se ne accorse Fabbri il Commissario Tecnico che lo portò con sé ai Mondiali del 1966, quelli della Korea, dopo i quali si disse che forse l’atteggiamento fuori dal comune di Meroni nella vita privata portò alla debaclè azzurra, quando lui la partita contro i Koreani non l’aveva nemmeno giocata. Si accorse di lui anche Agnelli con i suoi soldi. Fu allora quando pareva che potesse divenire bianconero che si capì quanto era radicato nei cuori granata l’amore per lui. Infatti la stragrande maggioranza dei lavoratori della F.I.A.T. era di fede granata e, pare, che fossero pronti a boicottare la catena di montaggio della 128; biglietti minatori trovati nella fabbrica in cui si prometteva il finimondo se Meroni fosse andato alla Juve indussero Agnelli con i suoi cinquecento milioni, la cifra che sarebbe entrata nelle casse del Toro, a farsi da parte e lasciare il giovane lariano dov’era.
Abitava in corso re Umberto in una piccola mansarda dove disegnava i suoi quadri poi ammirati anche da Guttuso, leggeva Pavese, si disegnava gli abiti e ascoltava Tenco e i Beatles. Gli studenti che iniziavano a sentire la necessità di occupare università, di scendere in strada, di lottare lo elessero a proprio compagno ideale, amico, fratello maggiore. A Meroni la politica non interessava, desiderava, sperava, solo di poter vivere a modo suo e tranquillo. Divenne un’icona anche se non voleva esserlo.
Poi ci fu la fine. Dopo una partita lui e un suo compagno di squadra si recarono in un bar davanti alla sua mansarda, attraversarono la strada diretti nuovamente verso casa Meroni e un’auto li investì. Alla fragile Farfalla Granata i femori si ruppero e uscirono dalla gamba, portato all’ospedale Mauriziano dopo alcune ore fu decretato morto. Ventiquattro anni era durata la sua vita.
Tragedia nella tragedia a guidare l’auto “assassina” era un giovane tifosissimo di Meroni che poche ore prima aveva avuto una scazzottata allo stadio con un altro tifoso granata che rimproverava a Gigi di non aver giocato una belle partita. Il povero tifoso non andò allo stadio per anni. Ora è divenuto il presidente del Torino: Attilio Romero.
La prima partita senza l’ala destra era il derby contro l’odiatissima Juventus.
Erano in molti a pensare che la Vecchia Signora con il suo solito stile poteva vincere la partita senza umiliare un avversario già distrutto, annichilito per la mancanza del suo miglior elemento.
Accade invece l’inverosimile. Il Toro rifila una quaterna ad una Juventus che in campo è incapace di imporre il proprio gioco. L’ultimo gol lo segna Alberto Carelli con la maglia numero sette, la maglia di Meroni. Il Torino non vinse più un derby con uno scarto di gol così grande.
Un sentito omaggio, una dimostrazione d’affetto per un uomo che non ebbe vita facile neppure sul campo di gioco, proprio lì dove lui faceva apparire tutto facile.