COMITATO GIGI MERONI

"E' protestare questo? A me sembra che sia semplicemente vivere. Dignitosamente. Sapersi al mondo: ecco". GIGI MERONI

Eccomi

Utente: COMITATOMERONI
PIERANGELO RUBIN Nonostante fumasse 20 sigarette al giorno ha deciso di smettere. Sarebbe un Rivera dei nostri giorni. Ma non lo sapremo mai con certezza. Collabora con "Il Mattino di Padova" e la "Nuova di Venezia e Mestre". ALBERTO FACCHINETTI Il Mario Kempes della Terza Categoria. Difficile rapporto con il gol e con le donne in genere. Cronista sportivo per “La piazza”. PAOLO GARATO Il geometra. Senza rivali in tutto il triveneto. Centrocampista dai piedi buoni. Zero gol in sei anni di prima squadra. MASSIMO BERTIN Stopper di professione. Da bambino sognava di diventare un wrestler professionista e in campo si vede. DANIELE SARTO Stuolo di donne al seguito, fluidificava per gli Amatori, ora fa panca in una squadra dilettantistica. MARCO BOLDRIN Barista di giorno (Off side, via Portello Pd), portiere di notte. ANDREA MOLENA Interista così sfortunato che, bambino, nell’anno dello scudetto dei record della sua squadra teneva al Napoli di Maradona. Sorella sfiga… NICOLA BRILLO Scarsa preparazione calcistica, ma un grande merito: lo zio Ignazio è un preparatore atletico d’altri tempi. ALESSANDRO GIRALDO Rappresenta il paese più di qualsiasi altro. Ha venduto, all'angolo della strada che lo porta al bar, la sua anima per la poco religiosa trinità "sesso, droga e r'n'r".

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martedì, 28 marzo 2006

OCCHIO AL GORILLA: SANDRONE DAZIERI di Daniele Sarto

 

 

Sandrone Dazieri ha da poco pubblicato il suo ultimo lavoro intitolato “Il karma del gorilla”, quarto libro della serie che vede come protagonista il personaggio del Gorilla. La prima volta che mi sono avvicinato ad un suo libro mi è parso di intravedere il già noto Pinketts. Prima di tutto il genere, il noir, raccontato in chiave sempre ironica, ma non per questo privo dei suoi elementi fondamentali: crimini, misteri, azione e colpi di scena. Poi i personaggi; Dazieri fa girare le sue storie attorno al protagonista, che è Sandrone stesso e per certi atteggiamenti fa venire in mente il Lazzaro Santandrea di Pinketts. Stesso carattere inquieto, che lo porta a volersi occupare in prima persona di delitti trascurati dalle indagini ufficiali, forse perché riguardano gli anelli deboli della società. Uguale attrazione per l’altro sesso con discreto successo e temperamento facile alla rissa. Accanto al protagonista si muovono sempre gli stessi 3-4 personaggi, gli amici più fidati che lo sostengono nelle sue ricerche per risolvere i casi che di volta in volta si presentano. Infine c’è Milano, questa metropoli così controversa, multietnica e con mille contraddizioni, amata e odiata allo stesso modo da entrambi (anche se Sandrone è di Cremona), ma ideale per ambientarci un buon noir. In particolare Dazieri proietta molti passaggi nei centri sociali milanesi, ambienti che conosce bene avendo militato per diversi anni nel famoso Leoncavallo. Un altro suo tratto distintivo è rappresentato dal personaggio del Socio, ovvero l’altra faccia del protagonista che entra in azione mentre Sandrone dorme. Il Socio ha un carattere complementare al protagonista, appare freddo e determinato nell’agire; prima di lasciare spazio all’altra metà, lascia sempre dei lunghi scritti con le sue intuizioni sulle ricerche e quello che ha fatto mentre Sandrone dormiva, in modo che tutto il lavoro compiuto non vada dimenticato. Da poco è uscito il film “La cura del gorilla” tratto dal suo romanzo, in cui Sandrone è anche sceneggiatore, con attori principali Claudio Bisio e Stefania Rocca.

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lunedì, 12 dicembre 2005

GIOANN BRERA E L’ARTE DI SCRIVERE DI CALCIO di Daniele Sarto

 

Brera è stato, a detta di tutti i competenti, il più grande giornalista calcistico di sempre. Mi verrebbe quasi da dire sportivo, nel paese in cui il calcio è lo sport più popolare e praticato. Ma il Gioann non si occupava solo della “pedata”, ha scritto articoli anche di ciclismo, atletica, oltre ad aver seguito come inviato molte Olimpiadi. Comincia a raccontare il calcio negli anni ’50, ma lo fa con un’originalità e fantasia mai vista nel grigiore delle cronache sportive di quegli anni. Per lui il calcio è qualcosa di epico, gli attori nelle loro azioni sono guidati da un’entità superiore, Eupalla, che ne decide le sorti. La forza di un giocatore o di una squadra non è data solo da capacità tecnico-atletiche, c’è la componente fondamentale del caso, che rende il calcio così imprevedibile. Indimenticabili restano i soprannomi, non sempre benevoli, che diede ad alcuni giocatori: “Abatino”, “Rombo di tuono”, “Puliciclone”, “Piper”, “Bonimba” tra i più famosi. La sua scrittura richiede attenzione, ogni parola ha il suo peso, a volte risulta difficile, per alcuni impossibile: troviamo spesso e volentieri termini francesi, inglesi, latini, lombardi. Nei suoi pezzi poi è facile perdere la bussola nelle lunghe divagazioni che spostano di molto l’oggetto del racconto, ma rendono l’articolo vivace. Grande passione e fonte di godimento era la tavola. Semplici e quotidiani gesti come mangiare, bere del buon vino e fumare assumevano una dignità letteraria straordinaria. Suo assiduo compagno di solenni bevute e discussioni attorno al calcio era Nereo Rocco, da cui lo divideva solo il giudizio su Rivera. Negli ultimi anni non ha mai voluto saperne del computer, ha continuato a battere la solita macchina da scrivere che lo affascinava come una donna. Il Presidente di questo Comitato mi ha da poco regalato un libro di Brera, “Derby”, con tutti i resoconti delle stracittadina di Milano fino al 1992. A dicembre di quell’anno infatti la nebbia della sua amata Pianura Padana se l’è preso, e da allora per dirla con Gianni Mura, chi ama il pallone è un Senzabrera.

 

 

 

 

 

 

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lunedì, 29 agosto 2005

PAZ! RE DEL FUMETTO di Daniele Sarto

 

 

 

Andrea Pazienza nasce a S. Benedetto del Tronto nel ’56. Già a 3 anni si nota che il suo talento nel disegnare è indubbiamente fuori dal comune. Il percorso non può che essere questo: liceo artistico a Pescara e Dams a Bologna. A soli 21 anni fa il suo esordio pubblicando “Le straordinarie avventure di Penthotal” in “Alter Alter”. Il protagonista Penthotal (dal nome di un farmaco che agisce sui centri nervosi) per alcuni aspetti sembra l’alter ego dell’autore, anch’egli infatti si divide tra il Dams e i movimenti di sinistra in una Bologna fine anni settanta. Il suo tratto, l’originalità delle storie e il linguaggio innovativo e altamente realistico lo mettono in luce come il nuovo astro nel panorama fumettaro italiano e gli garantiscono successo soprattutto nel pubblico giovanile. E’ tra i fondatori di riviste storiche come “Il Male” e “Frigidaire”, poi precocemente scomparse, collabora con gli inserti “Satyricon” di “Repubblica” e “Tango” de “L’Unità”, disegna per le più prestigiose “Corto Maltese”, “Comic Art” e “Linus”. Nell’84 si trasferisce in Toscana, a Montepulciano. Qui crea uno dei suoi personaggi più famosi e cattivi, Zanardi, e Pompeo, che tratta il tema della droga pesante con competenza e senza ipocrisie. Una serie più leggera e umoristica che personalmente ho molto apprezzato è quella di “Pertini”, in cui proprio l’ex Presidente è visto nei panni di soldato partigiano affiancato da Paz. In un’intervista che ho rintracciato nel web di Vincenzone Mollica, Pazienza afferma che secondo lui il fumetto si avvicina molto alla letteratura, in quanto può suscitare le stesse emozioni che possono dare un romanzo o una poesia, e questo è il suo obiettivo ogni volta che si mette a disegnare. La sua bravura negli anni è richiesta anche in altri campi; disegna manifesti cinematografici (per Fellini) e teatrali, scenografie, copertine di dischi (un album di Vecchioni), costumi per stilisti e pubblicità. Nell’86 sposa Marina Comandini, che dovrà lasciare dopo soli 2 anni. Dopo un periodo di lontananza dall’eroina, Andrea la abbraccia nuovamente e il 16 giugno 1988 muore a soli 32 anni. I suoi ammiratori ne rimpiangono l’innovazione che ha portato nel linguaggio, il sarcasmo e il cinismo dei personaggi, nonché la bravura stilistica. Inoltre la sua figura di giovane dotato di un’arte fuori dal comune e morto giovanissimo ne ha accentuato l’alone di mito presso i suo fan. In suo onore è stato creato a Cremona il “Centro Fumetto Andrea Pazienza” per i giovani che si affacciano in questo mondo. Inoltre è stato girato anche il film “Paz!” di Renato de Maria nel 2002, basato sulle sue storie. 

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daniele sarto

lunedì, 15 agosto 2005

LA FINE DEI LITFIBA: ADIOS CANGACEIROS! di Daniele Sarto

 

 

 

I Litfiba sono stati assieme ai Moda, Rats, Denovo, Diaframma e CCCP protagonisti dell’avanguardia rock italiana degli anni ’80. La loro parabola è durata 19 anni, dall’80 al ’99, e si è conclusa per gli oramai insanabili contrasti tra le 2 anime della band: Federico “Ghigo” Renzulli e il frontman Piero Pelù. Leggendo il libro “Perfetto difettoso” sulla storia del gruppo scritto da Pelù con l’aiuto del giornalista Massimo Cotto, si capisce che i dissapori tra i 2 partono da lontano. Il biennio ’88-’89 a detta di Piero è uno dei momenti più neri del gruppo. Ghigo è ai ferri corti con Gianni Maroccolo (basso), Ringo De Palma (batteria) è sempre più immerso nella spirale dell’eroina. In questo quadro Pelù ricorda così l’atmosfera dell’ultimo concerto a Montreal nell’89 dei Litfiba con la formazione storica: “Eravamo l’ombra di un gruppo. Gianni, appena sposato, era in luna di miele; Antonio non parlava con nessuno; Ringo, completamente fatto, perdeva le bacchette della batteria, dimenticava le parti; Ghigo mi riferiva di cose che altri avrebbero detto alle mie spalle, sorridendomi in faccia, attitudine che avrebbe approfondito negli anni.” Nell’89 Maroccolo e Aiazzi (tastiere) se ne vanno, mentre il 1° giugno se ne va in cielo per overdose Ringo. Per il cantante è un duro colpo, anche perché col batterista aveva suonato anche nel gruppo precedente ai Litfiba, i Mugnions. In questa circostanza viene fuori tutto il cinismo di Ghigo: “Ghigo, che finalmente si sentiva investito del ruolo di capobanda e se ne fregava del resto, mi vomitò addosso parole che non dimenticherò mai: “Non vorrai mica prendere la morte di Ringo come una scusa per non fare un cazzo?”. Dieci anni di vita in comune con un amico non possono essere una scusa, pezzo di merda!” Nel libro Piero mostra di avere il dente avvelenato anche col produttore d’allora Alberto Pirelli che, a suo dire, negli anni si sarebbe arricchito molto a spese del gruppo, avrebbe sempre cercato di dividere i suoi componenti e avrebbe portato la band a scelte artistiche sbagliate. Il divario tra le 2 menti del gruppo si allarga durante la preparazione di “Mondi sommersi” nel ’96; Ghigo è sempre più ostile nei confronti di Piero, non vuole che questi firmi come suoi dei brani arrangiati dallo stesso Pelù. Inoltre va avanti con l’abitudine di far sue idee di composizione che in realtà erano venute fuori da Piero anni prima ed erano state scartate. Il suo atteggiamento in quel tour appare a dir poco irritante: “Lui dava ordini, decideva ogni cosa ed impartiva lezioni di tecnica ad una band allucinata. Arrivò addirittura ad imporre la sistemazione dei musicisti sul palco, il loro raggio d’azione.” Nel ’98, mentre preparano “Infinito” avviene ufficialmente la rottura, con un dialogo che, secondo me, rappresenta una pagina triste per il rock italiano: “Ghigo disse la frase che, per quanto mi riguarda, segnò la nostra dichiarazione di morte: “Non mi fido più di te” . “Va bene Ghigo. Mi sembra che i Litfiba, dopo questo disco, siano obbligati a sparire”. Lui, sicuro di sé: “Se vuoi sparisci tu. Il nome Litfiba lo tengo io”. Ghigo giustifica questa sua assurda pretesa sbandierando la presenza di uno statuto in cui sarebbe stabilito che il nome storico sarebbe toccato a lui. Non è difficile prevedere che quella vecchia volpe di Ghigo lo abbia stampato nottetempo e lo abbia esibito l’indomani. Addirittura mette in moto i suoi avvocati per intimare a Piero di non ostacolarlo nei suoi progetti. Nonostante ciò Pelù fa un ultimo tentativo di ricucire i rapporti e la descrizione è per certi versi esilarante: “Durante le prove cercai per l’ultima volta di farlo ragionare. Andammo a cena insieme. Un albero, un sasso avrebbero reagito di più. Mi guardava con quel suo sorrisino vuoto stampato in faccia, senza parlare, in pieno “ghigocentrismo”. Dirò di più e di meglio: Ghigo si era pirellizzato; nel video e nelle interviste parlava imitando quel tono da intellettuale da salotto, saccente ed insopportabile.” Inoltre rivela che il Renzulli viaggiava sempre solo nei tour, invece che in furgone con la band, e arrivava in ritardo di almeno un’ora agli appuntamenti. Lungo tutto il libro insomma viene fuori un’immagine di Ghigo che stupisce su come abbia fatto la band a rimanere in vita per quasi vent’anni. Io onestamente credo che le colpe del divorzio non siano da far ricadere tutte sul povero Renzulli, il quale ha pubblicato a sua volta un altro racconto di quell’esperienza intitolato “A denti stretti”, anch’esso molto interessante e in cui non c’è tutto quel livore che invece ci ha messo Piero. Quest’ultimo ha continuato col resto della band facendo dell’ottimo “med-rock”, mentre Ghigo ha fatto ben poca strada con quel pagliaccio di “Cabo” alla voce, portando il nome Litfiba a suonare a sagre paesane. A noi resta l’ascolto di melodie straordinarie, riff potenti, atmosfere lontane, liriche immaginifiche e una voce che spaccava!

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martedì, 12 luglio 2005

IL CIGNO NON CANTERA’ PIU’ di Daniele Sarto

 

 

 

Come si fa a parlare di Van Basten senza commuoversi? Io ci provo, ma non ci riesco. Tutto comincia in Olanda, ad Utrecht, dove Marco nasce nel ’64. A scuola più che alle materie pensa al pallone, e durante le lezioni prende appunti sui molti modi per scartare un avversario, seguiti da un disegnino. Beh, straordinario! Il suo è uno sviluppo strano, arriva al metro e ottantotto molto rapidamente e più tardi del solito, lasciando intatta la tecnica sopraffina. A 18 anni debutta con l’Ajax sostituendo in una partita Cruijff che, oltre al posto, gli cede anche l’eleganza. In quei primi campionati in Olanda per Marco è uno scherzo segnare gol a raffica, vincere classifiche cannonieri, scudetti e la Coppa delle Coppe. Destro, sinistro, acrobazia, velocità, colpo di testa perentorio, controllo impeccabile come fosse 20 cm più basso, sa difendere e fare assist. Un giorno il Berlusca vede una cassetta di Van Basten, resta colpito e stranamente fà una cosa buona: lo regala al Milan. La prima stagione rossonera del tulipano è quella del primo scudetto di Sacchi, in cui Marco non gioca tanto per via di un infortunio. Si rifà all’Europeo in Germania: in questa vetrina il mondo ammira la sua classe (vedi gol all’U.R.S.S. in finale). Col Milan vince tutto quello che è a disposizione e nel ’91 la società, dovendo scegliere tra lui e Sacchi oramai ai ferri corti, dà il benservito al mister. Arriva Capello ma la musica è la stessa: Marco non lo ferma nessun difensore, solo la sfortuna riuscirà a marcarlo stretto. Ultimo atto: stagione ‘92-’93. E’ ormai maturo, sembra addirittura più forte ed implacabile. Comincia il campionato e la Champions come una palla di fucile, poi a dicembre, appena ritirato il terzo pallone d’oro, si opera alla caviglia. Dopo 4 mesi torna ad Udine (io c’ero), poi altre partite in campionato e l’ultimo gol della sua carriera all’Ancona. Anche se è al 50%, Capello si ostina a farlo giocare in finale con l’Olimpique Marsiglia. Il Milan perde, ma il calcio perde l’attaccante più forte degli ultimi 20 anni. Nei due anni successivi prova a guarire ma è un buco nell’acqua. Nell’estate ’95 annuncia il suo ritiro. Una parte di lui sono certo sia morta quel giorno, mentre ai rossoneri come me resta come la sensazione di un amore finito all’improvviso, e per colpa di qualcosa più grande di noi. So che è diventato un bravo giocatore di golf, ma sono sicuro che la palla in buca non fa godere quanto S. Siro che esplode dopo un gol. Finisco con questa citazione: “Gli eroi non muoiono, dicevano gli antichi, vengono rapiti in cielo al culmine della loro gloria. Marco Van Basten fortunatamente è vivo e vegeto, però qualcosa muore. La carriera di uno dei più grandi giocatori di ogni tempo è finita, troppo presto. Qualcosa che si avvicina alla prematura scomparsa agonistica di Maradona. Sotto di loro uno strapiombo, e infine la spianata dove giocano i più bravi fra i comuni mortali”.

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giovedì, 23 giugno 2005

QUEL GENIO DEL PINKETTS di Daniele Sarto

Andrea G. Pinketts è un talentuoso della scrittura. Mi sono avvicinato a lui qualche anno fa con il romanzo “Il conto dell’ultima cena” e da quel giorno non l’ho più mollato. Il suo genere è il giallo, anzi il noir come precisa lui, e le sue storie sono attraversate da delitti, miracoli, misteri, apparizioni, personaggi improbabili, il tutto però trattato con un tono leggero ed ironico. Protagonista di tutti i romanzi, fedele alter-ego dell’autore, di cui sembra proprio ricalcare alcune caratteristiche, è Lazzaro Santandrea. In ogni avventura lo vediamo frequentare lo stesso bar e la stessa ristretta cerchia di amici fidati, insidiare ogni fanciulla piacente che lo colpisca, alzare sovente il gomito, rifugiarsi nei momenti difficili dalla nonna, cacciarsi in guai sempre più grandi di lui ma sempre dalla parte dei più deboli. Può addirittura morire sul finire di un romanzo, tanto in quello successivo, visto il nome, ritorna in vita. L’ambientazione è quasi sempre Milano, la città del Pinketts, ma soprattutto la metropoli delle storie raccontate da Scerbanenco negli anni ’60, al quale il nostro Andrea, in una prefazione di un suo libro, dedica un attestato di stima e riconoscenza. Più che l’intreccio delle vicende narrate, ciò che colpisce ed incanta il lettore è lo stile della scrittura di Andrea. Egli gioca con le parole, con i loro significati, si diverte a mettere accanto due termini simili ma di valore distante, a volte sembra essere rapito dal suono della parola che, come una sirena, lo porta a camminare affascinato e senza meta verso lidi remoti, salvo poi riprendersi e continuare il filo del racconto. Ecco che le sue storie, pur sempre interessanti e mai banali, danno al loro contenuto un importanza quasi secondaria; ciò che intriga è sentire scrivere l’autore, ascoltare quello che pensa e che prova. Un esempio? Eccovi serviti: “Cazzo. E ribadisco cazzo. Il che, sino a prova contraria fa almeno due cazzi. Più di quanto ogni essere umano di sesso maschile possa sopportare. Già un cazzo ti dà i suoi problemi. Da piccolo no ci fai caso, ma non appena inizi a crescere ti condiziona. Te lo controlli, lo misuri con quello degli altri, lo maneggi pensando, appunto, ai cazzi tuoi. E quando sei grande, dopo che ne hai appena appreso il funzionamento, magari ti tradisce là per là. Ti impunti tu, ma non si impunta lui. Almeno non sempre quando dovrebbe. Hai voglia a spiegargli che non può prenderti sotto gamba, perché sotto hai due palle così. Se ne frega. Ti giuro, se ne frega. E magari proprio mentre tutti (tutte) si aspettano grandi cose da lui, è renitente alla leva. Ignora che il proprio dovere è il piacere, anche se glielo chiedi per piacere. L’unica è saperlo prendere, sussurrargli paroline dolci o, in alternativa, parolacce. Così sì e così sia, ritorna ad essere il vecchio amicone, quello che ti trascina in compagnia. Ma se lo trascuri trattandolo come se fosse un qualsiasi tubo di scappamento, il cazzo si incazza, e sono cazzi tuoi!” Di lui riporto una secondo me felice descrizione della critica Fernanda Pivano, sua autentica fan: “Un duro dal cuore tenero come una meringa”. Recentemente Pinketts è venuto a Piove di Sacco (PD) a presentare la sua ultima fatica “L’ultimo dei neuroni” e, alla domanda di un ragazzo su cosa significasse quella G tra nome e cognome, la risposta è stata perentoria: “GENIO!”. Ben detto vecchio mio!

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sabato, 04 giugno 2005

PERCHE’ SONO ROSSONERO  di Daniele Sarto

Arrigo Sacchi giunge al Milan tra mille perplessità nell’estate 1987. Proveniente da una lunga gavetta trascorsa nei dilettanti e poi nel Parma, trova una squadra giovane e con molte ambizioni, che il suo presidente, un certo Silvio Berlusconi, vuole riportare agli antichi splendori dopo l’onta della serie B e anni di gestione fallimentare. Quel primo Milan di Sacchi si compone di giocatori maturi come Giovanni Galli, Tassotti, capitan Baresi, Ancellotti, Virdis, Massaro, e giovani promesse, molte delle quali provenienti dal vivaio rossonero, come il puledro Maldini, Billy Costacurta, Filippo Galli, Mussi, "Chicco" "Bubu" Evani, il dribblomane Donadoni. Nella rosa però spiccano i nomi dei 2 nuovi tulipani olandesi: Ruud Gullit, provenienza PSV, e l’indimenticabile cigno di Utrecht Marco Van Basten, che ha appena regalato la Coppa delle Coppe al suo Ajax con un gol in finale. “Non mangerà il panettone a Natale a Milano!”, si sente spesso dire di Sacchi in quell’inizio di stagione ’87-’88. Infatti il Milan stenta ad assimilare le nuove teorie e gli schemi del tecnico: perde in casa con la Fiorentina di un imprendibile Baggio e viene eliminato subito dalla Coppa Uefa ad opera dell’Espanyol. Il romagnolo non si perde d’animo e un po’ alla volta la squadra segue fedelmente i suoi dettami: in attacco dal primo minuto, pressing a tutto campo a partire dagli attaccanti, marcatura a zona con l’implacabile Baresi ad orchestrare una difesa che passerà alla storia, tattica del fuorigioco praticata sistematicamente, con evidente disappunto degli attaccanti avversari. Più in generale Sacchi porta una nuova mentalità nel calcio italiano: non basta la vittoria, bisogna anche divertire, imponendo il proprio gioco sia in casa che in trasferta, senza accontentarsi del pareggio. La vera svolta del campionato avviene durante lo scontro diretto col Napoli di Maradona. Il Milan stende i partenopei con un secco 4 a 1 e comincia la sua rincorsa verso l’11° scudetto che si conclude al ritorno con lo storico sorpasso al San Paolo. L’anno seguente arriva dall’Olanda il terzo straniero, la ruspa di centrocampo Frankie Rijkaard, ed il Milan disputa la Coppa Campioni. Mentre l’Inter dei record vola in campionato, i rossoneri in campo europeo si fanno ammirare al grande pubblico. Memorabile la sfida col Real Madrid in semifinale: il Milan stravince 5 a 0, creando un volume di gioco impressionante, umilia le “merengues” di Hugo Sanchez e del “Buitre” e stacca il biglietto per la finalissima. Ad attenderlo c’è la Steaua Bucarest del giovane Hagi. Davanti a 90000 tifosi i rossoneri vincono 4 a 0 e capitan Baresi alza la sua 1° coppa, gesto che diverrà una consuetudine negli anni a venire. Saranno infatti anni di continui trionfi in ambito internazionale e, dopo 4 anni, Sacchi lascerà in eredità la squadra a Capello, traslocando sulla panchina azzurra. Ecco perché a 7 anni, in una classe di soli interisti, ho preferito il Milan. E a distanza di molti anni sono felice di questa scelta

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