"E' protestare questo? A me sembra che sia semplicemente vivere. Dignitosamente. Sapersi al mondo: ecco". GIGI MERONI
![]()
PIERANGELO RUBIN
Nonostante fumasse 20 sigarette al giorno ha deciso di smettere. Sarebbe un Rivera dei nostri giorni. Ma non lo sapremo mai con certezza. Collabora con "Il Mattino di Padova" e la "Nuova di Venezia e Mestre".
ALBERTO FACCHINETTI
Il Mario Kempes della Terza Categoria. Difficile rapporto con il gol e con le donne in genere. Cronista sportivo per “La piazza”.
PAOLO GARATO
Il geometra. Senza rivali in tutto il triveneto. Centrocampista dai piedi buoni. Zero gol in sei anni di prima squadra.
MASSIMO BERTIN
Stopper di professione. Da bambino sognava di diventare un wrestler professionista e in campo si vede.
DANIELE SARTO
Stuolo di donne al seguito, fluidificava per gli Amatori, ora fa panca in una squadra dilettantistica.
MARCO BOLDRIN
Barista di giorno (Off side, via Portello Pd), portiere di notte.
ANDREA MOLENA
Interista così sfortunato che, bambino, nell’anno dello scudetto dei record della sua squadra teneva al Napoli di Maradona. Sorella sfiga…
NICOLA BRILLO
Scarsa preparazione calcistica, ma un grande merito: lo zio Ignazio è un preparatore atletico d’altri tempi.
ALESSANDRO GIRALDO
Rappresenta il paese più di qualsiasi altro. Ha venduto, all'angolo della strada che lo porta al bar, la sua anima per la poco religiosa trinità "sesso, droga e r'n'r".
utente anonimo in GIU’ IL CAPPEL...
utente anonimo in GIU’ IL CAPPEL...
Action Now! Play Old Style
Andrea Maietti
Andrea Scanzi
Anglocalcio
Anglotedesco
Bar delle Antille
Breviario del Caos
Calcio Spagnolo
Chienandalusia
Clamoroso al Cibali
Considerazioni Inattuali
Damiano Tommasi
Davide Grassi
Eternauti
Football Derbies
Football Poets Society
Franco Rossi
GIGI MERONI, SITO UFFICIALE
GonzoCalcio
Hup Holland
Il Clan
Indiscreto
Ivan Zazzaroni
Kids are United
Limina Edizioni
Malgoverno
Nota Disciplinare
Note a Margine
Paperogha
Posta del Gufo
Prima Base
Rock' n' Roll Factory
Sblog the Mind
Skiantos
Tutti allo Stadio
Victor Obinna
Visioni Offuscate
We Love Chuck Norris
World Stadiums
Wu Ming
alberto facchinetti
alessandro giraldo
andrea molena
comitato gigi meroni
daniele sarto
massimo bertin
nicola brillo
paolo garato
pierangelo rubin
visitato *loading* volte
LA GRANDE UNGHERIA di Massimo Bertin
A mio parere una delle più grandi squadre di tutti i tempi fu la grande Ungheria di Gusztav Sebes. Le vicende dell’ “Aranycsapat” (squadra d’oro) sono fortemente legate alla figura del suo creatore, il c.t. Sebes. Era stato un buon centromediano del calcio ungherese, ma soprattutto fu grande ammiratore del calcio austriaco e italiano, e in particolare di Hugo Meisl (il creatore del Wunderteam) e di Vittorio Pozzo. Sebes divenne c.t. dell’Ungheria nel 1949 e si trovò immerso in una giovane generazione di fuoriclasse. In gran parte quei fuoriclasse erano concentrati nella Honved di Budapest, la squadra dell’esercito, all’epoca probabilmente la più forte del mondo. Forte dei precedenti di Meisl e Pozzo, Sebes decise di fondare la squadra su due blocchi, completando il meglio della Honved con elementi del Voros Lobogo. A poco a poco, la “squadra d’oro” prese forza, sbaragliando il campo alle Olimpiadi di Helsinki nel 1952. Vittorio Pozzo commentò nell’occasione di non aver mai visto un calcio così spettacolare. Tatticamente, la squadra era sistemata secondo il classico Sistema, ma con una modifica fondamentale, che ne fece passare alla storia anche il modulo. L’origine era stata suggerita a Sebes da una contingenza particolare: il più grande centravanti ungherese, Deak, poderoso uomo d’area, aveva lasciato la nazionale per motivi politici. Lo aveva sostituito Palotas, altro notevole interprete, privo tuttavia delle caratteristiche preferite dal tecnico, che aveva messo gli occhi su un altro campione. Si chiamava Nandor Hidegkuti, grande ala, ma non uomo di sfondamento. Disponendo di due interni, Kocsis e Puskas, eccezionali uomini gol, Sebes riteneva di dover schierare appunto dietro a questi due il primo uomo “dietro le punte” della storia del calcio: Hidegkuti. La difesa ricalcava la “M” tipica del Sistema. In porta giocava Grosics. Davanti a lui, un trio di difensori solidi: Buzansky e Lantos terzini laterali, Lorant stopper. A centrocampo Bozsik dettava i tempi alla squadra, supportato da Zakarias che gli garantiva copertura e corsa. Sugli esterni si trovavano Budai II e Czibor, che dovevano agire arretrati per poter supportare il trequartista (Hidegkuti) e le due punte (Kocsis e Puskas). La leggenda dell’ “Aranycsapat” si snodò attraverso fantastiche dimostrazioni di calcio su ogni campo. In particolare, restarono memorabili tre incontri. Il primo, il 17 maggio 1953, a Roma, per l’inaugurazione dello Stadio Olimpico: il 3-0 alla Nazionale azzurra sfatava una lunga tradizione sfavorevole. La seconda suscitò un clamore straordinario. Il c.t. Sebes, in occasione del successo olimpico, aveva ricevuto da Stanley Rous, presidente del calcio inglese, l’invito a far cimentare i propri ragazzi nel tempio di Wembley. Di propria iniziativa aveva accettato, combinando senz’altro il match, fissato ovviamente dai “maestri” con l’occhio alle loro note preferenze climatiche: 25 novembre del 1953. Mai nessuna squadra continentale aveva vinto sul suolo inglese. Ebbene, quando il giorno fatidico giunse, l’ “incontro del secolo” tra i campioni olimpici ed i “maestri” si risolse in una lezione di calcio a domicilio, chiusa con punteggio di 6-3, con tre reti di Hidegkuti, che stordì lo stopper inglese coi suoi arretramenti, due di Puskas ed una di Bozsik. Il fatto destò enorme scalpore, ma ancor più ne procurò la rivincita, concessa il 23 maggio dell’anno successivo, all’approssimarsi dei mondiali: a Budapest gli ungheresi si affermarono per 7-1: due reti di Puskas, due di Kocsis, una per Lantos, Hidegkuti e Toth. Il titolo mondiale doveva suffragare la superiorità di quella macchina da calcio. Ma in Svizzera, dopo spettacolari dimostrazioni di gioco, il crollo repentino nella seconda parte finale chiuse inaspettatamente e malinconicamente i conti dell’ “Aranycsapat” decretandone la fine. Infatti, la Grande Ungheria perde la finale con i tedeschi per 3-2, con gravi colpe del c.t. per aver scambiato proprio in quella partita le ali Czibor e Toth. Amareggiato, il c.t. rifiutò le dimissioni. Venne esonerato solo due anni dopo, nell’estate 1956, quando ormai la sua grande squadra si era dissolta.
YELENA, LA REGINA DI HELSINKI di Massimo Bertin
Yelena Isimbayeva realizza il suo diciottesimo record del mondo di salto con l’asta venerdì 12 agosto 2005 (nove dei quali realizzati nella metà di quest’anno), portando l’asticella a 5.01 al secondo tentativo di record. Questa formidabile atleta è nata il 3 giugno 1982 nella città Volgograd (Russia), ex Stalingrado. Alta 1.74, pesa 64 kg. Con il capolavoro realizzato ai mondiali di Helsinki va ad ampliare la sua già ricca collezione di medaglie. Oro all’ Olimpiade di Atene 2004, oro ai mondiali indoor 2004, bronzo ai Mondiali 2003, argento agli Europei del 2002, oro ai Mondiali juniores del 2000 e under 18 del 1998. Bella, elegante e strafottente al punto giusto, proprio come piace a me, guarda le altre atlete battersi per misure insignificanti: tranquilla, rilassata, con il cappellino da pin-up davanti agli occhi quasi per non vedere quello scempio. La sua gara ha inizio pochi centimetri sotto il risultato finale della seconda classificata e praticamente il suo primo salto sarebbe già da medaglia. Al secondo salto stacca tutte e se ne va in testa, al terzo è già campionessa del mondo, poi chiede al giudice di mettere già l’asticella a 5.01 . Non ha praticamente alcuna rivale visto che la polacca Pyrek ha saltato solamente 4.60 e la Ceca Hamackova 4.50. Riesce a farsi amare da tutti, anche le avversarie dell’ultima gara scandivano con il pubblico il tempo per l’assalto al record, riconoscendo che, nell’asta femminile, c’è un’ unica concorrente da ammirare. Secondo gli esperti può arrivare benissimo a 5.20, ma lei non vuole sentirne parlare, andando più cauta sull’avvenire: “Forse al 5.20 un giorno ci arriverò, ma per quest’anno mi sono posto un limite molto più basso: 5.03. Ho dimostrato di non saltare un centimetro alla volta per soldi, ma ora non ho alternative. Oltre i cinque metri posso salire solo di un centimetro alla volta!”.
LA MALEDIZIONE DELLO SCUDETTO di Massimo Bertin
Lo scudetto 1973/’74 per i tifosi della Lazio è stato un sogno. Un sogno, nient’altro, figlio delle felici intuizioni di Maestrelli e del suo credo calcistico. La sua Lazio riuscì in un' impresa unica, battendo gli squadroni del Nord ed esaltando i tifosi per il gioco spumeggiante. Così, grazie soprattutto ai gol del Giorgione nazionale, impareggiabile trascinatore, i biancocelesti vinsero il loro primo titolo. Chi altri, se non Maestrelli, sarebbe stato capace di tenere insieme un gruppo di undici indomabili purosangue, inevitabilmente destinati a sbranarsi a vicenda? E fu un destino crudele, quello che si abbatté sulla giovane truppa allestita dal presidente Lenzini. Divennero improvvisamente uomini, quegli undici purosangue, il giorno in cui il loro amato Tommaso Maestrelli, dopo un anno di calvario, li lasciò per sempre, il 2 dicembre del 1976. Si scoprirono più uomini, ma tanto più soli, senza la guida sicura del buon Tommaso.Ancora più tragica, per l’assurdità della vicenda e per la giovane età della vittima, fu la scomparsa dell’Angelo Biondo, Luciano Re Cecconi, a poco più di un mese di distanza dal grande maestro Tommaso. L’aveva ucciso la sua stessa voglia di vivere, quella sua pazza giovinezza che gli faceva sempre accarezzare il brivido, in compagnia dell’amico Martini. Amavano l’adrenalina, praticavano paracadutismo sportivo e nutrivano una viscerale passione per le armi, con le quali si esercitavano in aperta campagna. Amavano vivere al massimo ogni giorno, non volevano che gli anni migliori sfuggissero così, come neve al sole. Ma il gioco, purtroppo, un giorno si spinse troppo in là. E fu la fine.Stava ormai per chiudere, la gioielleria di via Nitti, quartiere Flaminio, il 18 gennaio 1977. Chissà perché gli venne un’idea tanto sciocca, quella sera. E dire che tutto forse sarebbe finito in una risata collettiva, se ci fosse stato più sangue freddo. Erano quasi le 19.30 quando il profumiere Giorgio Fraticcioli, amico del gioielliere Bruno Tabacchini, fece ingresso nel negozio di quest’ultimo, accompagnato da due loschi individui. Uno di questi, biondo, col bavero dell’impermeabile alzato e le mani in tasca, esordì: “Fermi tutti questa è una rapina!” Attimi di silenzio, poi un botto, e la vana speranza di un nuovo scherzo. In soccorso del povero Re Cecconi si affettò il compagno di squadra Ghedin, l’altro “losco individuo”. Il gioielliere, che già in passato era stato vittima di rapine, d’istinto aveva estratto la pistola che teneva sotto il banco e aveva fatto fuoco, senza rendersi conto di aver ucciso un ragazzo che conosceva molto bene.Nel 1990, poi, fu la volta di Mario Frustalupi, il regista, il campione: fu un crudele destino a strapparlo alla vita, in un tragico incidente automobilistico.Sono in tanti, degli artefici del capolavoro Lazio ’74, a guardarci da lassù, oggi: anche il presidente Lendini, il medico Ziaco, Gianni Bezzi e padre Lissandrini. I tifosi biancocelesti non dimenticheranno facilmente i loro nomi. Nomi che hanno grande per sempre la storia della Lazio.
IL GRANDE TORINO di Massimo Bertin
Il Grande Torino, era nato durante la guerra. Il presidente Ferruccio Novo, ex giocatore granata, si era adoperato alla fine degli anni Trenta per ricostruire su nuove basi la società, debilitata da una pesante crisi. Dall’amico Vittorio Pozzo aveva appreso i sistemi organizzativi dei club inglesi e ad essi si era ispirato, provvedendo poi a rastrellare i migliori talenti del calcio italiano, con l’aiuto dello stesso Pozzo, che poteva nella sua qualità di Ct promettere esenzioni militari più allettanti di qualunque ingaggio. Il nucleo essenziale risaliva per l’appunto all’inizio degli anni Quaranta, col tesseramento del varesino Franco Ossola e delle ali Ferraris II, funambolo dell’Ambrosiana, e Menti, dalla Fiorentina; erano poi venuti tre “cugini” della Juventus: il portiere Bodoira, il centravanti Gabetto e “Farfallino” Borel II. Al termine di un appassionante testa a testa a tre con Roma e Venezia, i granata chiudono, quell’anno, il campionato al secondo posto dietro i giallorossi. Il fatto determinante, tuttavia, capita alla terz’ultima di campionato. Il Torino va a giocare a Venezia, lo scudetto è ancora in ballo anche per i neroverdi. I granata, passati in vantaggio, vengono travolti dagli uomini di casa, trascinati dagli irresistibili interni Loik e Mazzola, due autentici rulli compressori. Novo assiste in tribuna alle loro vertiginose azioni, poi, al fischio di chiusura, scende negli spogliatoi e incontra i dirigenti neroverdi: ci sono 1.250.000 lire, una cifra colossale per l’epoca, più Patron e Mezzadri, per avere i due fenomeni. Il contratto viene firmato all’istante sottraendo così i due giocatori alla Juve.Campionato 1942-43: mentre ormai la guerra devasta il paese, i granata conquistano all’ultima giornata lo scudetto sul Livorno e la coppa Italia. Il Livorno è l’ultima squadra a riuscire ad insidiare fino in fondo la corsa al titolo del Torino. I campionati (quelli ufficiali, almeno) vengono interrotti. Quando la guerra si spegne, due anni dopo, Novo pesca altri assi sul mercato, mentre gli altri club restano in attesa: il portiere Bacigalupo dal Genoa, il terzino Ballarin dal Venezia, il poderoso mediano Castigliano dallo Spezia, il giovane terzino Maroso dall’Alessandria. L’allenatore è Luigi Ferrero. In campo va una squadra dalla forza dirompente, ed una tale concentrazione di fuoriclasse che, in una circostanza contro l’Ungheria nel ’47, la Nazionale scenderà in campo con dieci giocatori granata, tutti tranne il portiere. Questa gloriosa squadra fa incetta di titoli e record. Quattro scudetti consecutivi (1946, 1947, 1948, 1949), il maggior numero di punti in classifica (65), il massimo numero di gol realizzati (125), il maggior vantaggio sulla seconda classificata (16 punti): queste cifre si riferiscono al campionato 1947-’48, quando lo strapotere della squadra non conosce avversari in grado di impensierirla. Memorabili le partite al Filadelfia, quando capitan Mazzola decide di cambiare marcia (“Su le maniche, ragazzi, e vadi come vadi!”) tutto lo stadio si esaltava ed un addetto a bordo campo suonava la carica. Diventano famosi i dieci minuti di bufera Toro, la superiore preparazione fisica e la grinta dei giocatori granata a spazzare via qualsiasi ostacolo. Il portiere Bacigalupo, di grandi doti acrobatiche, veniva protetto da un trio di difensori di classe cristallina: Ballarin, gran combattente e duro negli interventi; Maroso, considerato tuttora come uno dei più tecnici difensori della storia del calcio italiano (con De Vecchi, Caligaris, Facchetti, Cabrini e Paolo Maldini); il centromediano Rigamonti fu inventato come stopper per contribuire alla costruzione del gioco. Il quadrilatero di centrocampo era l’anima della squadra: Castigliano e Grezar situati davanti alla difesa, con la loro forza fisica e di interdizione, bilanciavano l’assetto spregiudicato della squadra, le mezzali Loik e Mazzola si completavano a vicenda. Il primo era un infaticabile costruttore, mentre il secondo era il campione più completo della storia del calcio italiano. In avanti, due ali rapide ed incisive: Ferraris II o Menti e Ossola, a sostegno dell’acrobatico Gabetto. Il mito di questa squadra invincibile s’infranse contro il terrapieno della Basilica di Superga in un piovoso pomeriggio di primavera. Il 4 Maggio 1949, sulla via del ritorno da Lisbona, dove la squadra ha partecipato ad un amichevole contro il Benfica per giocare la partita dell’addio al calcio del capitano José Ferreyra, un mutamento di rotta indirizza l’aereo del Torino dall’aeroporto Malpensa di Milano al capoluogo piemontese. Sull’aereo ci sono i giocatori ed i dirigenti: non è salito il presidente, il segretario Igino Giusti, il dirigente Carlo Rocca ed un unico giocatore: Sauro Tomà. Due minuti dopo le diciassette il velivolo si abbassa troppo presto verso l’aeroporto, il pilota, viste le condizioni atmosferiche, ha appena il tempo di trovarsi davanti la Basilica, poi lo schianto, contro la parete sul lato sinistro del colle. Non si salva nessuno, assieme ai diciotto giocatori della rosa e l’allenatore Erbstein muoiono cinque dirigenti, tre giornalisti (tra cui Renato Tosatti, padre di Giorgio) e i quattro membri dell’equipaggio. Un popolo intero pianse la perdita della squadra simbolo della rinascita e gettò numerosi fiori sulle bare il giorno dei funerali. Le ultime quattro giornate di campionato furono giocate dalla squadra ragazzi e lo scudetto assegnato alla memoria.