"E' protestare questo? A me sembra che sia semplicemente vivere. Dignitosamente. Sapersi al mondo: ecco". GIGI MERONI
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Nonostante fumasse 20 sigarette al giorno ha deciso di smettere. Sarebbe un Rivera dei nostri giorni. Ma non lo sapremo mai con certezza. Collabora con "Il Mattino di Padova" e la "Nuova di Venezia e Mestre".
ALBERTO FACCHINETTI
Il Mario Kempes della Terza Categoria. Difficile rapporto con il gol e con le donne in genere. Cronista sportivo per “La piazza”.
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Il geometra. Senza rivali in tutto il triveneto. Centrocampista dai piedi buoni. Zero gol in sei anni di prima squadra.
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Interista così sfortunato che, bambino, nell’anno dello scudetto dei record della sua squadra teneva al Napoli di Maradona. Sorella sfiga…
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ROMARIO, SENSO DEL GOL:11 di Paolo Garato
In area di rigore succedono cose davvero strane. Il ritmo di gioco aumenta vertiginosamente e il battito cardiaco di conseguenza. La tattica salta, non ci sono più schemi, ne regole di gioco. Inizia “la lotta per la sopravvivenza”. E se vuoi far gol devi essere freddo, rapido, spietato. Insomma devi essere Romario.
Romario de Souza Faria è nato (per segnare) il 29 Gennaio 1966, ovviamente come tutti i più grandi in un quartiere povero, a Rio de Janeiro, Brasile. E’ basso, un metro e sessantotto per settantadue chili, lo chiamano il “Baixinho” (piccolo). Già da ragazzo però si fa notare per la sua grande abilità nel segnare. In una partitella nelle giovanili del Vasco de Gama la sua squadra vince 18 a 1. Lui ne segna sedici. La sua carriera è ricca di partenze, addii e ritorni, litigi, feste ma soprattutto gol. Il 23 Marzo scorso ha fatto il numero novecento. Secondo marcatore di sempre nel calcio professionistico, dietro solamente al grande Pelè. Esordisce nel 1985 col Vasco De Gama, squadra in cui milita ancora oggi a trentanove anni suonati. In Europa veste le maglie di PSV Eindhoven (’88-’93), Barcellona (’93-’95) e Valencia (’96-’98). Quindi chiude l’avventura europea per ritornare in patria, Flamengo, Vasco de Gama e Fluminense. Una piccola parentesi araba nel 2003 per arricchirsi e il ritorno al suo club d’esordio con il quale è arrivato ad avere uno score di 252 gol in 331 presenze. Con la nazionale vanta 52 gol in 70 presenze. Il Brasile vince nel ‘94 la prima coppa del mondo dopo ventiquattro anni di astinenza dall’ultima Rimet. Lui ne è l’artefice principale. Votato come miglior giocatore del torneo, segna cinque reti. Lo stesso anno vince anche il premio “Fifa world player”. E’ un attaccante puro, pochi come lui uniscono una grande tecnica ad una facilità nel fare gol. Dribbling stretto, opportunismo e fiuto del gol sono le sue doti principali. Non è veloce solamente di gambe, ma soprattutto nel pensiero, questo fa la differenza. Estroso anche fuori dal campo, non disdegna mai una serata party o una dichiarazione pungente. Al suo arrivo a Barcellona rilascia un’intervista dove promette 30 gol. Alla fine del campionato la promessa è mantenuta in pieno, diventa capocannoniere e il Barça vince il titolo. Non sarà Pelè, ma non ho mai visto nessuno come lui avere il controllo totale della situazione in area di rigore, sia quando riceve il cross che quando avanza palla al piede. Un giocatore unico, imprevedibile, fuoriclasse. Per me sui sedici metri è il migliore degli anni novanta. Jorge Valdano ha detto di lui: “Si tratta di Romario: l’unico giocatore ad avere tecnica in tutto il corpo, quando riceve la palla il mondo si ferma. Cosa succede? L’arbitro ha fischiato la fine? Romario se vuelve loco? Una catastrofe? Niente di tutto ciò, se il genio ha una pausa è perché sta creando il gol nella sua immaginazione”. Anche questa volta sono d’accordo con te, Jorge.
TAKE A LOOK AT THE GUY... RON WOOD di Paolo Garato
Se davvero sono importanti lo stile, il look e l’attitudine con i quali un chitarrista si approccia allo strumento, allora Ron Wood è decisamente uno dei miei preferiti. Ok Keith Richards è il più grande, si sa, la sua chitarra ha fatto scuola, ha scritto pagine indelebili nella storia del rock. C’è però qualcosa in Ronnie che mi affascina fin dai primi tempi in cui ascolto gli Stones e ne ho avuto conferma vedendoli in concerto a Milano due anni fa: questo suo modo di suonare, di muoversi sul palco. Riesce ad avere un feeling con la band veramente incredibile. La sua carriera lo distingue per la sua capacità di confrontarsi con mostri sacri del mestiere quali Eric Clapton, David Bowie, Bob Dylan e Jeff Beck tra gli altri. E poi questo look che non passa mai di moda; i capelli sono sempre gli stessi di quarant’anni fa, si proprio quaranta!, è sempre al passo con i tempi, in tutto ciò che fa, lo puoi sentire anche nei suoi album da solista, secondo me regge benissimo il confronto con qualsiasi altro chitarrista importante di vecchia data, non tanto per l’inventiva, ma per la sua capacità di divertire chi lo ascolta. Il suono della sua chitarra è blues, molto simile a quella di Keith, non capace di grandi assoli , è eccezionale nelle parti ritmiche-soliste degli Stones. E’ anche molto bravo con la “slide”, altra sua grande passione. Insomma più lo ascolto e più mi convinco che un posto tra i grandi gli spetta di diritto. Ronnie è nato a Hillingdon Londra il 1° Luglio 1947, inizia la carriera in band quali: Thunderbirds, Birds, Creation. Fino a quando viene “invitato” a suonare il basso nel Jeff Beck Group, con Rod Stewart alla voce. Qui rimane il tempo per due album “Truth”, ’68 e “Beck ola” ’69, ma lascerà presto il gruppo insieme all’amico cantante, sfortunatamente poco prima di suonare a Woodstock nel ’69. Torna alla sei corde negli Small Faces lo stesso anno, con Stewart alla voce, sotto questo nome il gruppo compone un album “First Step”, diventati poi Faces, nei quali ci sono anche Ronnie Lane Ian Mc Laghan e l’amico Stewart, il gruppo incide altri quattro album. Ma il passo importante della sua carriera lo fa nel ’75 quando viene chiamato nei Rolling Stones a sostituire la partenza di Mick Taylor. Di qui in poi la sua storia non poteva avere percorso più glorioso, visto che proprio il giorno del suo ventottesimo compleanno debutta live, in concerto a New York con le “Pietre Rotolanti”. Con loro inciderà otto album nel corso dei successivi trent’anni. Sicuramente non poteva esserci destino migliore per un chitarrista che da sempre amava gli Stones e che meritatamente ne era entrato a far parte, proprio in un periodo in cui, uscito dai Faces, componeve per i suoi primi album da solista. Carriera solista che inizia nel ’74 con “I’ve got my own album to do” e proseguirà contemporaneamente alla carriera negli Stones con altri sei album, più svariate raccolte di collaborazioni live con Ronnie Lane e Bo Diddley. Il resto lo conoscete già, non voglio dire altro; sui Rolling Stones è già stato detto tutto e poi non troverete di sicuro qui la notizia che vi mancava su di loro, solo una cosa: oggi è certo ci sono ancora grandi chitarristi, però quando li ascolto a volte mi annoiano, non mi trasmettono allegria, mi sembra che manchino un po’ di personalità, di stile. Allora mi viene voglia ancora una volta di dare un’occhiata al ragazzo…
Gli AEROSMITH E GLI ANNI ’70 di Paolo Garato
Il 1973 è l’anno del debutto discografico degli Aerosmith. Il gruppo, formatosi a Boston (nella east coast statunitense) nei primi anni settanta, ha le sue radici principalmente nel blues dei primi Rolling Stones e lo stesso interesse nell’ esplorazione di altri generi musicali dei loro idoli Led Zeppelin. Rimanendo essenzialmente un gruppo dalle attitudini rock’n’roll. Sono proprio i gruppi inglesi, Stones, Zeppelin, T-Rex, Yardbyrds, Cream e Beatles a dare loro l’ispirazione musicale per cercare di essere la prima band americana a competere a quei livelli. Il feeling che unisce la grande estrosità compositiva del cantante Steven Tyler al riff accattivante e sporco della chitarra di Joe Perry (ascoltatevi “Somebody” e “Walking the dog”) è la chiave che porterà in futuro al successo il gruppo. Canzoni come “Mama Kin” (tatuata anche sul braccio sinistro di Tyler) e “Dream On” ne sono la prova. La personalità introversa e confusa di Perry, la voglia di emergere, di farcela non di fallire (“Make it”) di Tyler, creano, unite alla chitarra ritmica di Brad Whitford, al basso di Tom Hamilton e alla batteria di Joey Kramer una alchimia che, negli anni a seguire, si rivelerà l’unica chiave del loro successo: un vero e proprio “sound Aerosmith”. Il contratto con la casa discografica di Leber-Krebs prevede per loro la produzione di un’ album all’anno, così nel ’74 esce “Get your wings”, che contiene tra gli altri una versione di “Train kept a rollin”, canzone resa ancor più significativa nelle loro esibizioni live; “Pandoras box” canzone scritta da Tyler-Kramer (primo episodio di collaborazione del cantante con un componente della band che non sia Perry); “Lord of the thighs” (“il signore delle cosce”) basato sulle avventure sessuali dei cinque durante la loro permanenza a New York; “S.O.S. too bad” (che secondo Hamilton stava a significare – “same old shit”) e una prova emozionale di Tyler con “Season of Whiter”. Il loro terzo lavoro discografico arriva l’anno successivo, il 1975, con “Toys in the attic”, album con il quale si fanno conoscere a suon di concerti e vendite nell’intero continente a stelle e strisce, la title-track è il brano che apre l’album, una collisione a tutta velocità di chitarre urlanti e di immagini testuali da incubo che richiamano strani sogni dell’infanzia; arriva poi la prima collaborazione Tyler-Hamilton in “Uncle Salty”, canzone che parla della disperata vita di una povera orfanella reduce da un miscuglio di droga e prostituzione; “Walk this way” iniziata da un riff di Perry con un testo cadenzato di Tyler; la cover-boogie “Big ten inch record”; passando per “Sweet emotion” firmato ancora Tyler-Hamilton (riferita ad una ragazza che mette in mostra il suo corpo durante un concerto degli Aerosmith), per il rhytm’n’blues “No more no more”, poi la collaborazione Tyler-Whitford “Round and round” e infine l’ennesima canzone strappa lacrime del solito Tyler “You see me crying”. L’anno successivo c’è il ritorno in scena di un loro pezzo vecchio di tre anni: “Dream on” comincia a scalare le classifiche dei singoli più trasmessi e venduti d’America; spinti da questa corrente di successo pubblicano il loro quarto album “Rocks”, nel ’76, “Back in the saddle” apre le danze e in futuro anche molte esibizioni live, passando per “Last child” con un testo stile rap firmato Tyler-Whitford, affiora poi la tetra personalità di Joe Perry in “Combination”, da lui stesso scritta; “Lick and promise” invece è un pezzo allegro in puro stile rock’n’roll. Così la parabola ascendente Aerosmith arriva all’apice, ma i loro problemi di droga continuano a crescere: Joe Perry arriva a conoscere l’eroina, Tyler ci era già arrivato, passando periodi di assoluta incoscienza mentale creata dall’assuefazione all’ oppio e a qualsiasi altra sostanza potesse causargli alterazione dei sensi. Gli altri tre dipendevano fortemente da alcool e cocaina. Inizia quindi il ’77 con il gruppo lanciato per la prima volta (ed effettivamente non con molto successo) in tour europei e giapponesi, le case discografiche infatti preferivano riempire gli stadi con concerti da tutto esaurito negli States piuttosto che girovagare per il vecchio continente in cerca di fama che faticava ad arrivare. Nonostante ciò gli Aerosmith sono impegnati nella registrazione del loro quinto album: “Draw the line” è il titolo e comprende canzoni che diventeranno classici come la title-track e “I wanna know why”; “Bright light fright” invece rispecchia ancora una volta lo stato confusionale della band, con Joe Perry alla voce; “Sight for sore eyes” invece è una collaborazione Tyler-Perry-Douglas e David Johansen (cantante dei New York Dolls). Nel ’78 gli Aerosmith sono ancora in tour, ma sono evidenti i dissidi interni e soprattutto i concerti non sono più all’altezza delle grandi esibizioni live che li ha portati a suonare anche davanti a un pubblico di 80.000 persone, con un Tyler che ormai barcolla sul palco e che talvolta fatica a terminare il concerto o ancor peggio dimentica i testi dei brani. Il 1979 è l’anno di “Night in the ruts”, ma ormai la band è fuori controllo, l’assuefazione alle droghe è all’apice e risulta difficile trovare un Tyler ispirato per la composizione di qualcosa che sia simile ad una canzone, rimane però qualcosa di positivo in brani come “Chiquita” e “No surprize”.Così finiscono gli anni settanta per “l’Aerofabbro” di Boston, in un delirio tossico che li porterà ad autodefinirsi “drogati professionisti che si dilettavano con la musica”. Certo con gli anni a seguire arriverà il momentaneo abbandono della band da parte di Perry e Whitford per intraprendere sfortunate carriere soliste, arriveranno sdolcinate ballate da MTV che li renderà famosi al grande pubblico, addirittura il gruppo si disintossicherà dalla droga, ma ormai non erano più l’immagine della band che viveva “come uno zingaro per strada” e che aveva le “stelle negli occhi e i buchi nelle scarpe”, ma che cazzo importa! Ormai la storia era già stata scritta!