"E' protestare questo? A me sembra che sia semplicemente vivere. Dignitosamente. Sapersi al mondo: ecco". GIGI MERONI
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PIERANGELO RUBIN
Nonostante fumasse 20 sigarette al giorno ha deciso di smettere. Sarebbe un Rivera dei nostri giorni. Ma non lo sapremo mai con certezza. Collabora con "Il Mattino di Padova" e la "Nuova di Venezia e Mestre".
ALBERTO FACCHINETTI
Il Mario Kempes della Terza Categoria. Difficile rapporto con il gol e con le donne in genere. Cronista sportivo per “La piazza”.
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Il geometra. Senza rivali in tutto il triveneto. Centrocampista dai piedi buoni. Zero gol in sei anni di prima squadra.
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Rappresenta il paese più di qualsiasi altro. Ha venduto, all'angolo della strada che lo porta al bar, la sua anima per la poco religiosa trinità "sesso, droga e r'n'r".
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BUON COMPLEANNO SIMPSON! di Pierangelo Rubin
Sono già passati vent’anni da quando fecero la loro prima apparizione televisiva. Era il 19 aprile 1987 e quel giorno la famiglia gialla più famosa del mondo andava in onda per la prima volta, durante una puntata del “The Tracey Ullman Show”, in una breve puntata intitolata “Good Night”. Per due anni il cartone venne trasmesso sempre nello stesso programma. Dal 1989 la Fox iniziò la prima serie e gli episodi andarono in onda ogni settimana. Il merito era di Matt Groening che aveva già mostrato al mondo le sue creature provenienti da Springfield nel fumetto “Life in Hell”. Circolano molti voci discordanti sul perché Matt abbia creato la famiglia. In una puntata speciale Troy McClure, l’attore caduto in rovina, quello che tutti dovrebbero ricordare per qualche film del passato (“Salve! Sono Troy McClure! Forse vi ricorderete di me per…”), sosteneva che Groening avesse creato Homer e il suo mondo per pagare dei debiti. Nella vita reale si dice che li abbia creati in pochissimi minuti dando loro nomi dei suoi parenti. Forse è tutto vero, forse è tutto falso, poco importa. Quello che conta è che sebbene di tempo ne sia passato loro sono sempre lì. Homer lavora ancora per la centrale nucleare di Montgomery Burns, mentre quest’ultimo continua a non ricordarsi di lui, insieme a Carl e Lenny (in un episodio si vede che Homer ha scritto sulla mano “Lenny= bianco, Carl= nero”), Bart è ancora in quarta elementare, Marge tedia sempre con le sue raccomandazioni e le sue cause strampalate (come quella di non far andare più in onda il feroce cartone Grattachecca&Fichetto), Lisa suona sempre il sassofono e Maggie continua a non parlare (tranne quando alla fine di un episodio disse “Papà”). Il mondo stereotipato, ma fino ad un certo punto, del cartone animato mostra gli USA nella loro ferocia e nella loro illusione. Le contraddizioni di un paese che continua a fare in conti soltanto con se stesso e non con il resto del mondo. Per esempio Nonno Simpson più volte ha manifestato il suo odio verso gli hippy e verso la contestazione giovanile e per questo sarà lasciato dalla moglie Mona. Però quando permetterà ad Homer di prendere la sua tessera della loggia massonica dei Tagliatori di Pietre il figlio prenderà anche la sua tessera del Partito Comunista e quella di presidente dell’Alleanza dei Gay e delle Lesbiche. Gli stessi autori sono controversi. I Simpson sono sempre stati trasmessi dalla repubblicana Fox e l’emittente è spesso nominata e arcicriticata dai Simpson stessi; ma è anche vero che quando hanno potuto i creatori della serie hanno preso in giro anche gli italiani, i francesi, gli europei dell’est, i cubani, gli australiani e l’elenco potrebbe continuare. E’ uno spaccato di vita statunitense, e come tale va accettato. Il mondo creato dai suoi disegnatori rispecchia quello reale nel quale vivono, loro ne accentuano solo gli aspetti più classici rendendoli comici. Così il Commissario Winchester è uno scansafatiche, frequentatore di prostitute; al Jet Mart lavora il solito straniero, magari asiatico, Apu; il venditore di armi, Herman, è un losco figuro guerrafondaio che tiene una bomba atomica in giardino (con Homer che sogna di cavalcarla come il capitano dell’aereo nel film “Il Dottor Stranamore…”); il direttore Skinner è il classico reduce dal Vietnam ossessionato dagli incubi della guerra; Kirk Van Houten, padre di Milhouse, non riesce a concretizzare nella propria vita il sogno americano, viene lasciato dalla moglie che inizia ad accompagnarsi a uomini più realizzati mentre lui discende in una vita fatta di fallimenti; Krusty il Clown è il tipico protagonista del Tv-business: alcolizzato, cocainomane, analfabeta, intrallazzato con la mafia e con progetti eversivi di estrema destra. E’ un universo parallelo al nostro e sempre affascinante. Spesso uomini reali incombono dalle parti di Springfield, e così gli Who, gli U2, Clinton, Kissinger, Castro, gli Smashing Pumpkins, Ringo Starr, Gorbaciov, Ron Howard, i Ramones, Mel Gibson e tantissimi altri diventano cartoni animati e interagiscono con Homer. I colpi di scena e le sorprese non mancano mai. La moglie di Ned Flanders è morta proprio come Gengive Sanguinanti Murphy, bluesman maestro di Lisa. Ma per due personaggi deceduti ce ne sono altrettanti che compaiono: la madre di Homer Mona per molto tempo creduta morta si scoprirà poi scappata dalla squallida routine quotidiana, Homer incontrerà il fratellastro Herbert e in una puntata si vedrà anche la sorellastra britannica di Homer. Le frasi alla lavagna che Bart scrive ad inizio sigla (“Non ho visto Elvis”, “Esplosivo ad alto potenziale e scuola non sono una buon mix”, “Restituirò il cane guida al cieco”, “I trapianti di organi vanno lasciati ai medici competenti”, “Non promuovono il satanismo”, ““chiappe.com” non è il mio indirizzo E-mail”) straordinarie come i suoi scherzi telefonici al meschino barista Boe (Boe: “Bar Boe?!”, Bart:“C'è Mhor?”, Boe:“Chi?”, Bart: “Mhor Dillow”, Boe: “Aspetta un momento... Mhor Dillow! Mhor Dillow! Mhor Dillow!”), il finale sempre diverso della sigla, i "D'oh!" di Homer e le puntate speciali di Halloween sono alcune delle caratteristiche inconfondibili del cartone che ha stravolto il modo di fare… cartoni e che ha permesso a loro di divenire il 9 Febbraio 1997 la più lunga serie animata trasmessa in prima serata. Altri hanno scopiazzato le creature di Matt, pensate ai Griffin, ignobile cazzata disumana presa in giro e ridicolizzata anche nei Simpson; questo la dice lunga sull'impatto che ha avuto sulla società e sulla Tv la città di Springfield e i suoi abitanti. La serie più longeva, forse la più copiata, sicuramente la più amata. Grazie di tutto, grazie per le risate che mi faccio, grazie per tutta la serie di rimandi di cui sono costellati gli episodi, grazie per avermi dato un appuntamento fisso alle 14:30. Grazie Simpson e buon compleanno.
E IL TANGO INCONTRO’ IL CALCIO: JUAN MANUEL MORENO di Pierangelo Rubin
E’ passata nella storia con il nome di Maquina quella splendida squadra dove trovavano spazio autentici fenomeni del football. Giocolieri, prestigiatori e maghi della pelota. Era il River Plate di inizio anni quaranta. “Alcuni entrano, altri escono, tutti attaccano, tutti difendono” diceva Carlos Peucelle uno dei fautori di quella squadra che ancora moltissimi ricordano in Argentina. Anticiparono i tempi del calcio totale e delle formazioni galattiche imbottite di incredibili giocatori, senza però mai perdere il legame con la bellezza, con l’estetica, furono molto brasileiri in questo senso. Ed eccoli i fenomeni di quella squadra: Munoz, Pedernera, Labruna, Loustau e infine lui il più amato dai tifosi platensi Josè Manuel Moreno. Era adorato e dileggiato, osannato ed insultato. Lui, dal canto suo, si difendeva dagli attacchi menando anche le mani, non importa fossero i suoi tifosi, o tifosi avversari, non importa fossero dieci, cento o mille, lui si difendeva. In campo faceva magie, illuminava il campo, scambiava con gli altri fenomeni e realizzava. Di notte invece inseguiva donne (“Te quiero!”) o l’alcool (“Un mate por favor!”) in bar aperti tutta la notte in una Buenos Aires che non conosceva ancora disastri economici. Era un calciatore ma non faceva la vita da calciatore, gli piaceva tirare fino all’alba con il tango, che riteneva l’esercizio migliore per il football, insieme a qualche donna dall’aspetto di angelo, angeli venuti ad allietare le sue caldi notti di desiderio, poi alla domenica per pranzo prima della partita mangiava come non avesse mangiato da anni, divorava piatti carichi di carne e sopra ci beveva una bella bottiglia di vino. Il rendimento sembrava non risentirne, anzi. I dirigenti del River si domandarono se le prestazioni del giocatore, già di per sé funamboliche, sarebbero migliorate con una vita più morigerata. Gli ordinarono di darsi una calmata, lui da bravo ragazzo ascoltò e mise in pratica i loro consigli-ordini. La domenica successiva fece una partita da schifo. Capì subito che lui doveva solo vivere così, anche per rendere meglio in campo. Non lo capirono i pezzi grossi della squadra che appena seppero del suo ritorno al suo vecchio modo di intendere vita e football lo sospesero. Per solidarietà il resto della squadra si autosospese. Eppure la sua carriera non risentì mai della vita sregolata, anzi. Per vent’anni illuminò le giornate calcistiche dei suoi tifosi, non importa se essi fossero argentini, colombiani, messicani, cileni o uruguayani. Non scelse sempre le squadre più forti, anzi a lui piaceva andare dove c’erano i suoi amici, come quando andò nel Defensor di Montevideo, squadra che stava retrocedendo, ma che alla fine si salvò. Quando si ritirò divenne direttore tecnico. Andò anche al Nacional di Medellin. Una volta la sua squadra stava perdendo contro il Boca, lui aveva 45 anni. Entrò in campo e segnò, due volte, permettendo ai colombiani di vincere. Mica male…
LO SCUDETTO INAFFERRABILE PER TURONE di Pierangelo Rubin
Io al fato, alla (s)fortuna, alle maledizioni non ci credo, non posso. Se ci credessi andrei contro una parte di me che mi dice che solo io, ed esclusivamente io, sono artefice del mio destino. Fortunatamente (ironia della sorte), mi viene da aggiungere. Ma c’è stato un momento in cui questa mia incrollabile fede ha vacillato. Il tutto è scaturito quando ho saputo che Maurizio Ramon Turone giocava con il Milan il 20 Maggio 1973, il giorno della “fatal Verona”. Quel giorno il Milan perse un campionato che pareva già vinto. Ma a Verona quello che è successo non è stato per colpa di Turone. Ma Turone era anche in campo il 10 Maggio 1981 con la maglia giallorosa romana. Che giorno era quello? La nefasta giornata in cui la Roma perse uno scudetto a Torino. Contro la Juventus ovviamente. E al povero Turone fu annullato un gol regolare, gol che avrebbe significato sorpasso giallorosso sui bianconeri a 180 minuti dalla fine del campionato. Insomma Turone era presente in due giornate passate alla storia del nostro calcio per gli incredibili risultati che emersero da esse. E Turone le perse, entrambe. Ovviamente due partite che portarono fiumi di polemiche, litri di inchiostro scritto su quotidiani, settimanali, mensili… Tutte cose che non hanno alleggerito il cuore di Ramon (“Al cuore Ramon, al cuore…” non diceva così Eastwood a Volontè ne “Per un pugno di dollari”?) che si è visto, oserei scrivere, quasi scippato di due scudetti che avrebbero sicuramente nobilitato il suo, già di per sé, buon palmares. Turone ha giocato gran parte della carriera nel Milan, dal quale era stato comprato dal Genoa, e alla Roma, dopo una sola stagione a Catanzaro. Ora il Milan anni ’70 era una squadra di tutto rispetto, nella quale giocavano dei grandi giocatori e che poteva lottare per lo scudetto. Disgraziatamente invece, o forse sarebbe meglio dire stranamente, in quegli anni il Milan era particolarmente sciupone o incostante, così scialaquò una gran numero di possibili scudetti. Però verso la fine degli anni ’70, precisamente il 1978/’79 il Milan vinse la stella, uno scudetto particolarmente sentito. Ma Turone non c’era, era stato venduto al Catanzaro. Sicuramente ci sono gli estremi per imprecare la malasorte ma anche la voglia di rimboccarsi le maniche e cercare lo scudetto da un’ altra parte. E dove se non a Roma dove ci sono grandissimi campioni (Conti, Falcao, Di Bartolomei) e un grandissimo in panchina (Liedholm)? E allora Ramon se ne va nella capitale a cercare di prendere quello scudetto che ha sfiorato per ben due volte, uno gli è scappato all’ultima di campionato, un altro gli è scappato ad un anno di distanza. A Roma Turone vedrà passargli uno scudetto davanti agli occhi ma nemmeno questa volta riuscirà ad afferrarlo. A Torino un guardialinee non convaliderà un suo gol che anche per l’arbitro era valido. Anche questa volta a beneficiare delle sfighe della squadra di Turone, o di Turone stesso, è la Giuventus, strano, vero? Ma la Roma in quegli anni era saldamente legata al gotha del calcio nazionale e ad ogni anno lo scudetto poteva arrivare. E infatti arrivò in un’ annata leggendaria per i colori giallorossi. Incredibile ma Ramon nemmeno quella volta c’era. Ad ottobre preferì andare a Bologna in serie B. Sì quando ho saputo di questa congiura astrale contro il povero difensore ho veramente messo in dubbio l’ (in)esistenza di fato. Forse esistono davvero divinità perfide che maledicono giocatori di calcio, portandoli alla pazzia facendo vedere loro traguardi importanti e impedire loro anche solo di toccarli.
La ribellione è una camicia un po’ rotta e sgualcita che negli ultimi tempi mi pare che molti credano di portare. Al giorno d’oggi essere ribelli è un po’ come essere alla moda. Ci si rifà per forza a qualche stereotipo passato (capi d’abbigliamento, slogan facili…) come sono passati gli anni sessanta o i settanta, e a livello esteriore si appare come dei grandi ribelli (si badi bene come per molti la ribellione scaturisca non dall’animo umano o dall’atteggiamento personale ma dagli accessori). Mode passeggere che per lo più danno un motivo a molti. Leggete la storia di Sindelar perché Mathias, lui sì, è stato un vero ribelle.
Mathias Sindelar è stato probabilmente il miglior giocatore austriaco di tutti i tempi. Ebbe la sfortuna di giocare in un periodo storico drammatico per gli austriaci e per chi, come lui, era ebreo. Giocò infatti negli anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale. Ma partiamo con ordine. Sindelar nasce il 1903 nella Moravia austriaca, ben presto la famiglia si trasferisce a Vienna ed è lì che il suo enorme talento sboccia. In molti si accorgono di quel ragazzino che nasconde la palla alle gambe degli avversari, che quando decide di segnare lo fa senza scomporsi troppo, che ha una fantasia al limite del perverso, che è un dribblomane nato e con un fisico leggero, minuto. Nel 1921 approda al Vienna Amatori che due anni dopo diventerà l’Austria Vienna. Ed è da qui che nasce la leggenda di Mathias “Der Papiereine” Sindelar, Mathias “Cartavelina” Sindelar. Eleganza, stile, classe divengono in lui concreta realizzazione, il suo fisico che per molti lo avrebbe penalizzato e che gli procurò il soprannome di “Cartavelina”, lo aiuta a sgusciare senza troppi patemi fra i difensori avversari e a smarcarsi senza che nessun di questi ne capisca qualcosa. Ben presto però un dolore acuto al ginocchio lo ferma. Un chirurgo dell’epoca gli propone un’ operazione al menisco che funziona perfettamente, Sindelar è il primo calciatore di sempre a sottoporsi ad una simile intervento, divenuto poi nell’ambiente calcistico consuetudine. Recupera e torna in campo e insieme ai suoi compagni domina il campionato austriaco e vince per due volte la Coppa Europa, la Champions League ante guerra.
Hugo Weisl, l’allenatore dell’Austria, capisce che un giocatore così può trasformare la sua nazionale, già di per sé forte, in imbattibile, ed è cos’ che nasce il “Wunderteam”. Dal maggio 1931 all’aprile 1933 l’Austria gioca 16 partite e ottiene 12 vittorie, 2 pareggi e altrettante sconfitte segnando 63 reti. Inutile dire che in quelle partite Sindelar è un autentico iradidio, segna infatti ventisette reti. La sua prova migliore tuttavia avviene nel dicembre 1932 quando l’Austria gioca contro i maestri del football, gli inglesi a Londra. La partita è vinta, non senza particolari difficoltà, dagli inglesi che sono messi a dura prova da “Cartavelina” e dai suoi. Sindelar in particolar modo mette in ambasce gli inglesi quando segna un gol fantastico; parte da metà campo e salta senza difficoltà gli inglesi che li si pongono davanti. In un’altra partita contro l’Ungheria, match poi finito 8-2 per l’Austria, l’ebreo fa delle autentiche magie calcistiche. Segna tre gol ed è l’assistman di tutte le altre reti. Nel 1934 l’Austria partecipa alla Coppa del Mondo che si svolge in Italia. Sono in molti che la danno per favorita visto l’enorme potenziale tecnico tattico di cui dispone. In semifinale però i bianchi incontrano i padroni di casa che godendo dei favori dell’arbitro riescono a passare il turno e ad approdare in finale. Vittorio Pozzo, allenatore di quell’Italia poi laureatasi Campione del Mondo, così parlò di lui: “Aveva, sì, struttura atletica, nel senso che era alto, slanciato e che i suoi lineamenti esprimevano energia e decisione. Ma era magro, secco, asciutto in modo impressionante. Di muscoli non ne aveva, di consistenza non ne mostrava. Di profilo pareva piatto, sottile, trasparente, come se – scusate la frase alpina un po’ irriverente che viene in mente – la madre ci si fosse, per errore, seduta su appena nato. A vederlo giuocare, si trasformava. Era il padrone della palla, l’artista della finta. Alla mancanza di fisico sopperiva subito con l’intelligenza. Aveva appreso a smarcarsi in modo magistrale. Lasciato libero distribuiva, smistava, dettava temi di attacco, diventava la vera intelligenza della prima linea. Monti odiava tutti i danubiani, li metteva in un mucchio solo, ma chi aveva particolarmente in uggia era Sindelar: vedeva rosso, e contro di lui e contro le danze a base di finte che gli faceva davanti e le continue richieste di penalty, aveva una paura matta di perdere le staffe”. Proprio in semifinale Sindelar ha un infortunio e quindi non riesce ad essere d’aiuto ai suoi compagni di squadra nella finalina terzo-quarto posto contro la Germania, la Germania vincerà la partita ed arriverà terza. Intanto in Austria arriva una crisi economica che paralizza il paese e che prepara il suolo per l’avvento nazista. I comportamenti antisemiti non si contano. Sindelar comincia a risentirne, è preoccupato più che per la sua stessa sorte per quella dei parenti e degli amici. La morte l’anno successivo del suo maestro Weisl, colui che lo aveva definito il “Mozart del football” lo prova ancora di più. Tuttavia era ancora all’apice della forma quando il 3 aprile 1938 l’Austria diviene ufficialmente Germania. Era un sogno che il baffetto, ex-imbianchino, Adolf Hitler sognava da tempo, Germania-Austria insieme; riunificazione delle due nazioni germaniche sotto la stessa bandiera e la stesse croce uncinata. L’ Anchluss (annessione) quindi colpisce la nazione di Mathias Sindelar. I gerarchi nazisti vogliono assolutamente che la grande nazione germanica nazista vinca anche in campo sportivo, conquisti anch’essa, come l’Italia fascista, un grande torneo calcistico. Con l’Anchluss gli austriaci diventano tedeschi quindi, quale migliore occasione per incamerare un discreto numero di giocatori fantasiosi ed estrosi (caratteristiche queste tipicamente danubiane ma non tedesche) che aiutino i fratelli tedeschi alla conquista della Coppa Rimet? Sindelar manco a dirlo è il primo sulla lista dell’allenatore tedesco Herberger. Ma Sindelar non ne vuole proprio sentire di giocare per i nazisti, e questo le grandi capoccie vestite di nero lo vedranno proprio il 3 aprile ’38 dopo una partita di fratellanza giocata fra Germania e Austria, la partita che avrebbe suggellato la loro unione sotto l’unica bandiera con la croce uncinata, l’ultima partita dell’Austria. Il match venne vinto dagli austriaci per due a uno e il gol vittoria venne segnato da Sindelar. A fine partita venne previsto che tutti i giocatori salutassero con il braccio destro alzato il pubblico lo fanno tutti, Sindelar no. Intanto i Mondiali si fanno sempre più vicini e Herberger insiste sempre di più con Sindelar, ma non c’è niente da fare, prima l’austriaco sostiene di avvertire dei dolori ad un ginocchio poi una volta capito che l’allenatore non era un nazista chiede semplicemente di non giocare. Herberger capisce il giocatore e non gli chiederà più di giocare, anni dopo lo stesso allenatore dirà “Mi accorsi che c’erano altri motivi per cui non voleva giocare, ed io decisi di lasciarlo in pace, anche se sapevo che era ancora il più forte.” . Ma non tutti i calciatori austriaci ebrei hanno la forza e il coraggio che ha Sindelar di ribellarsi, alcuni di loro infatti vestiranno la maglia della nazionale teutonica ai Mondiali francesi del ’38 e poi dopo la figuraccia rimediata, eliminazione contro la Svizzera, emigreranno. Comunque Sindelar ha apertamente sfidato la Germania nazista e questo era inaccettabile per i pagliacci vestiti di nero. Il 23 gennaio 1939 Sindelar viene trovato morto a letto nel suo appartamento in compagnia di una giovane ebrea italiana, non aveva compiuto ancora 36 anni e meno di un mese prima, il 26 Dicembre 1938 a Berlino aveva giocato la sua ultima partita contro l’Herta Berlino segnando anche il suo ultimo gol. Gli inquirenti sostengono che la coppia sia morta a causa di una fuoriuscita di gas probabilmente causata da una stufa non perfettamente funzionante. Le autorità hanno fretta di archiviare il caso e questo fa crescere sempre di più i sospetti. In molti sostengono che Sindelar e compagna fossero stati assassinati dalla Gestapo forse perché la ragazza, Camilla Castagnola, era un agente di un’ Agenzia ebraica che favoriva la fuoriuscita di ebrei dai territori nazisti. Dopo la guerra sicuramente delle indagini sarebbero state effettuate per accertare maggiormente le cause della morte dell’uomo ma il fascicolo del suo caso non fu più trovato. Il giorno dei funerali di Sindelar sono quarantamila i viennesi che scendono nelle strade per rendergli omaggio e che così manifestano il loro disappunto sulle vicende politiche del loro paese, quindicimila telegrammi da tutta Europa arrivano nella sede dell’ Austria Vienna. Nessuno si è dimenticato di lui. Ad oltre cinquant’anni di distanza dalla grande prova di coraggio e di intelligenza di Sindelar ci si accorge che durante quel periodo nefasto non furono molti ad avere la forza e l’integrità che ebbe il giocatore austriaco. Non la ebbero i suoi compagni ebrei che pur sapendo quali orribili ristrettezze e discriminazioni dovessero patire i loro “fratelli” accettarono comunque di giocare per una nazionale che indossava sul petto il simbolo nazista, il simbolo per eccellenza di morte. Quel coraggio e quella forza non la ebbe nemmeno la nazionale inglese che il 15 Maggio 1938 a Berlino prima di una amichevole saluta i capinazi con il braccio destro alzato. La forza di Sindelar fu in sostanza la stessa forza che trovarono gli ebrei polacchi del ghetto di Varsavia che nel 1943 capiscono a quale orribile fine vanno incontro e decidono di prendere in mano le armi e di cominciare a sparare ai tedeschi, perché la morte sarebbe arrivata comunque, meglio accoglierla nel miglior modo possibile, da uomo libero combattente per la propria libertà. In Austria non tutti ebbero la forza e la voglia di ribellione che ebbe “Cartavelina”, non solo dei calciatori ma anche della, cosiddetta, gente normale, che vive una vita non sotto la luce dei riflettori, ma questo è un'altra cosa. Tutto ciò non fa altro che accentuare in maniera macroscopica il grande gesto di resistenza e soprattutto di ribellione, quella vera che esiste solo quando in ballo c’è la libertà dell’uomo (non futili apparenze) il bene più supremo che ognuno ha, di un giocatore che si chiamava Mathias Sindelar.
MILAN: PIU’ ALIBI CHE MEA CULPA di Pierangelo Rubin
Annata disastrosa per il Milan. Annata partita male e che forse finirà peggio (chi lo sa?). Sbagliando s’impara, ma non se si è Berlusconi, il Berlusca non sbaglia. Mai. Annata 1994/’95, annata post-mondiale. Il Milan alla nazionale italiana ha dato tanti giocatori che quindi iniziano il campionato di calcio non proprio riposati e di acquisti importanti nemmeno l’ombra. Nasce la Juve lippiana quell’anno, il Milan quasi non esiste e lo scudetto torna a Madama. In quella stagione l’attacco rossonero non colpì molto i tifosi, c’era il mi(s)tico Savicevic, Massaro, Simone, Stroppa e Melli. Savicevic fece bene anche se si ruppe nel momento clou della stagione, Simone la buttò dentro come mai prima d’ora (17 reti in tutto), Massaro e Stroppa non fecero faville, Melli fu un pianto. Con la stagione in corso ci sono molte analogie, Kakà come Savicevic cercano di non far affondare la barca; Massaro come Inzaghi, non più giovani, con un Mondiale alle spalle e con le polveri un po’ bagnate; Melli come Oliveira, oggetti misteriosi; Stroppa come Boriello, tanta buona volontà ma poca incisività, anche se Giovannino aveva piedi fatati. C’è però una differenza Simone segnava e Gilardino meno. Gullit se ne andò a Genova, un campione che se ne andava e un Milan che lo sostituiva con una controfigura, Melli in quel caso; un po’ come quest’estate, via Shevchenko dentro Oliveira. In finale di Champions Kluivert mandò in frantumi i sogni rossoneri. In quell’edizione della coppa dalle grandi orecchie il Milan giocò contro l’ AEK, proprio come in questa, e perse la finale allo stadio Prater di Vienna dove con Sacchi battè il Benfica e conquistò la quarta Coppa Campioni, alcuni anni prima. Quest’anno la finale si gioca ad Atene dove nel 1994 il Milan vinse la quinta Coppa Campioni. Niente niente se il Milan torna in un campo dove ha già vinto una finale, hai visto mai… Quella stagione non insegnò nulla a Berlusconi e dodici anni dopo il Milan patisce ancora gli stessi mali. Quell’anno il Milan arrivò quarto a 13 punti dai goebi. A guardarla ora non fu fallimentare al 100%, allora pareva di sì, l’anno prima c’era stata l’accoppiata Scudetto-Champions! Quest’anno le cose per i colori rossoneri possono andare peggio, molto peggio. Perché? Galliani faceva ridere quando in TV se ne veniva fuori con “I nostri acquisti di gennaio sono il signor Costacurta, il signor Cafù…”. La società di via Turati ha perso il contatto con la realtà illudendosi di essere invincibile ed eterna. I fari di Marsiglia e la stagione 1997/’98 non hanno insegnato nulla. Vincere sempre e comunque è impossibile (è talmente banale che mi vergogno di scriverlo), farlo sempre con gli stessi uomini è pura utopia. Non sono sicuro che dopo Istanbul qualcosa dovesse essere cambiato, alla fine la colpa era solo dei giocatori, già di per sé Istanbul era una punizione e un nuovo stimolo, di enormi cambiamenti non c’era bisogno. Ma ora i cambiamenti sono fondamentali, necessari. Lo scandalo Meani ha complicato la stagione rossonera ma, al contempo, è divenuto un alibi per non intervenire in campagna acquisti. Berlusconi era sicuro che il Milan non sarebbe andato in B, ma intanto non è riuscito (o non ha voluto) comprare nessun giocatore di rilievo (Ronaldo non lo più, potrebbe tornare ad esserlo ma, a mio avviso ora non lo è) lamentando il fatto che Moggiopoli ha reso difficili gli affari di calciomercato. Una presa per i fondelli bella e buona, forse qualche giocatore cambierebbe squadra solo se potesse lottare per certi traguardi ma la stragrande maggioranza dei giocatori di football cambia maglia per i soldi. Quelli che il Berlusca una volta usava, ora non più. Sul piano dell’immagine funziona di più non spendere e vincere, “Mi consenta Moratti spende e non vince, io non spendo e vinco, cribbio”. L’acquisto di Favalli e di Ronaldo (su cui avrò modo di tornare) si collocano in questo piano, Milan vincente grazie ad un’ Inter poco accorta. E’ andata bene con Pirlo, Seedorf, Crespo e a suo modo con Brocchi e Simic ma Vieri è stato un flop, un errore che bisognava far dimenticare, e di tutti i terzini ecco che arriva Favalli, uno dei più vecchi, di tutte le punte ecco che arriva Ronaldo, una delle più grasse. Intanto Moratti compra Crespo e Ibrahimovic sui quali il Milan s’era indirizzato, e prenota Cassano. Mi chiedo inoltre, se nessun giocatore vuole venire al Milan perché non richiamare qualche giovane promettente assicurandogli quello spazio che finora non ha mai trovato? Foggia forse meritava più attenzione, Marzoratti sta disputando una buona stagione, tutti i giovani che Galliani ha sparpagliato per la penisola potevano essere valide alternative. Sul piano acquisti il Milan ha fatto non molto negli ultimi anni. Gilardino, Kakà, Nesta e forse Gurcouff. Cafù e Pancaro sono stati realmente splendidi per non moltissimo tempo, Rui Costa non ha brillato come ci si aspettava, Stam andava comprato prima, Jankulowski patisce tanto la maglia che indossa. Vieri, Vogel, Dhorasoo colpi mancati e altri giocatori sono stati comprati sperando che i titolari non si infortunassero. Con un Mondiale alle spalle la campagna acquisto doveva essere sostanziosa, magari non con fenomeni assoluti, ma comunque tale da permettere di far rifiatare i giocatori con più minuti nelle gambe. Dalla Bona, Donati, Pozzi, Donadel, De Zerbi una volta erano proprietà del Milan, ora non so, so che comunque sarebbero stati utili. Giocatori milanisti come Bazzani, Rocchi, Barone sarebbe venuta in via Turati di corsa ma non sono stati nemmeno presi in considerazione. Dall’Argentina è arrivato Grimi, il classico nome da dare in pasto alla folla bramosa di virgulti sudamericani, colpiscono di più la fantasia, accendono maggiormente i cuori. Spero che dimostri di essere meritevole e valido e spero se ne vada da Milano appena possibile, lo spero per lui, il Milan lo brucerà, lo venderà nel giro di un paio di stagioni, come altri prima di lui, e così si ritroverà senza una squadra decente che lo voglia acquistare, ancora giovane e con la carriera rovinata. Lotito ha fatto sudare a Galliani le proverbiali sette camicie per Oddo, se non lo si fosse venduto anni fa tutto ciò si sarebbe evitato (fra l’altro l’acquisto è stato un colpo di genio, ricomprare un giocatore trentenne dopo che lo si è allevato calcisticamente e, soprattutto a quel prezzo… Da mettersi le mani nei capelli, ma questo Galliani non lo può fare, Berlusconi forse, tanto dopo si mette la bandana). Storari è un buon portiere che da sicurezze come seconda scelta, ma alcuni anni fa quando fu comprato Kalac nessuno s’era accorto che presentava delle lacune? Fiori cosa ci sta a fare se appena il secondo non va viene preso un altro? Terzo portiere? Meglio dire quarto, quinto, sesto… Lamentarsi di Borrelli, di quanto ha inguaiato la prima squadra di Milano, delle scorie di Germania, del preliminare di Champions, dell’assenza di ferie e di una preparazione atletica non adeguata è facile, facilissimo. Un po’ come non imparare dagli errori di ieri e non risolvere i problemi di oggi.
RITRATTO STRANIERO (BIDONI, METEORE E MEZZETACCHE) IN UN INTERNO ROSSONERO di Pierangelo Rubin
Van Basten, Shevchenko, Weah ma non solo. Il parco stranieri del Milan negli ultimi anni è stato popolato anche, e mi verrebbe da scrivere soprattutto, da bidoni, meteore e mezze tacche. Da sempre amo spulciare gli annali calcistici e così ho scoperto o ricordato giocatori non italiani che hanno fatto incazzare per le loro strepitose gesta sportive i tifosi della Fossa. Intendiamoci subito come bidoni vanno da intendersi giocatori comprati come fenomeni ma rivelatisi solamente delle bufale, per meteore dei giocatori, magari anche discreti, ma che per un motivo o per un altro non hanno lasciato il segno e per mezze tacche i classici stranieri che hanno ruoli che molti giocatori italiani potrebbero coprire. Ma partiamo con ordine. Prima c’erano i tre stranieri, e qui il Milan aveva tre assi, Van Basten, Gullit e Rijkaard, poi venne il periodo del quarto straniero e poi ancora, grazie a quel cazzone di Bosman le frontiere si aprirono completamente. Berlusconi, Galliani e Braida indiscutibilmente subiscono da sempre il fascino degli stranieri e ne hanno comprato a dozzine. Nella stagione 1993/’94 arrivarono in casa rossonera il romeno Florin Raducioiu e il danese Brian Laudrup. Il primo collezionò l’esaltante bottino di 7 presenze e di una sola rete, il secondo tentò di emularlo 9 presenze e 1 gol. Per loro non ci sarà spazio nella stagione seguente, quindi due meteore. Annata 1995/’96 Futre e Vieira al Milan faranno la bellezza di 3 presenze in due (una per il portoghese e due per il futuro juventino), anche a loro non verrà concesso il bis e anche loro sono quindi due meteore. Stagione migliore è quella successiva, in via Turati arrivano degli autentici fenomeni. Michael Reizeger era il terzino destro di quell’ Ajax che due anni prima aveva battuto il Milan in finale di Champions, 10 presenze e zero gol fanno di lui un bidone eclatante; l’anno successivo sarà al Barcellona. Edgar Davids nella stagione Tabarez/Sacchi-bis giocò 15 partite, l’anno successivo solo 4, Costacurta di lui disse “E’ una mela marcia”, l’olandese dal carattere fumantino andò a Torino a vincere (molto) con la Juve; se con i bianconeri sarà campione con il Milan solo meteora, peccato. Jesper Blomqvist, svedese, arriverà a Milanello dall’ IFK Goteborg a campionato già iniziato, 19 presenze e una rete, l’anno dopo una sola presenza, poi andrà al Parma che lo venderà al Manchester United, anche quest’ultimo è da ritenersi meteora. Christophe Dugarry faceva parte del Bordeaux che sconfisse il Milan in semifinale di Coppa Uefa, 21 presenze e 5 gol per il generoso francese, tuttavia il posto di mezza tacca non glielo toglie nessuno. Anno di (dis)grazia 1997/’98 dopo il Sacchi-bis arriva il Capello-bis e arriva una grande teppaglia calcistica. Winston Bogarde, terzino sinistro dell’Ajax, collezionerà tre presenze, memorabile un suo retropassaggio verso Rossi che favorirà un gol di Bierhoff. Un bidone indiscusso. Con lui arriverà Patrick Kluivert che da Milano andrà via con un bottino di gol invidiabilissimo: 27 presenze, 6 reti. Bidone incredibile. I due olandesi troveranno rifugio al Barcellona, dove il loro ex-tecnico dell’Ajax, Louis Van Gaal fece di loro due presenze fisse nel Camp Nou, facendo incazzare, e non poco, i tifosi catalani. Christian Ziege, esterno sinistro con una certa propensione al gol, veniva dal Bayern Monaco e giocò per due anni in rossonero: 22 presenze e 2 reti il primo anno, 17 presenze e 2 reti il secondo; decise di lasciare l’Italia per il Middlesbrough quando lesse sui principali quotidiani sportivi che Zaccheroni voleva fare di lui un attaccante. Il tedesco dalla pelle tumefatta dopo anni di acne era una mezza tacca bella e buona. Un autentico bidone acquistato dal Bordeaux quell’anno fu Ibrahim “Ibou” Ba. L’esterno destro francese di colore ma con i capelli tinti di biondo in Francia era considerato un campione, il calcio italiano lo ridimensionò, non a caso nella stagione pre-Mondiale uscì dal giro della nazionale e non divenne mai Campione del Mondo. La stagione successiva troverà spazio solo 15 volte e, inutile dirlo, non mise a segno nessuna rete. Venne quindi prestato al Perugia che dopo un anno lo rimandò a Milanello molto probabilmente a calci nel culo e nelle successive tre stagioni il francese scenderà in campo per la bellezza di dieci volte. Bidone d’oltralpe. Lo svedese Andreas Andersson approdò alla corte di Capello dall’ IFK Goteborg che dopo aver venduto Blomqvist iniziò a prenderci gusto a fare affari con il Milan. Lo score dello svedese parlava da solo, nell’ultima stagione 8 presenze ma la bellezza di 13 reti. In Italia giocò un po’ di più e segnò molto di meno: 12 presenze e 1 gol, in compenso si ammalò di epatite, malattia, forse, contratta da un amore mercenario. Il bidone che venne dal nord. Il difensore brasiliano Cruz era già stata svezzato al calcio italiano, venne acquistato infatti dal Napoli, tuttavia non trovò il posto che forse credeva, a torto, di meritare: 11 presenze nella sua prima stagione meneghina, 2 presenze e zero reti nella seconda. Meteora verdeoro. Sempre in quell’annata magica per i colori rossoneri arrivarono altri campionissimi che si dimostrarono semplici meteore: Samir Beloufa difensore franco-algerino classe 1979 (3 presenze e 0 reti) che ora gioca in un campionato maiuscolo come quello belga, Steinar Nielsen (5 presenze, zero reti) difensore norvegese (questa mi mancava) successivamente dirottato a Napoli, Dario Smoje, difensore croato, leggenda lo vorrebbe un protetto di Boban, per lui 6 presenze e zero reti. Il Milan dopo due anni di vacche magre decide di tornare a vincere e cambia tecnico, al posto di Capello arriva il romagnolo Zaccheroni che porterà alla corte di Berlusconi oltre allo scudetto una serie di autentici genialoidi. Primo fra tutti Jens Lehmann, portiere tedesco proveniente dallo Shalke 04 che riuscirà a fare addirittura cinque partite prima di fare le valigie e di ritornare mestamente nella terra dei crauti e della birra. Bidone volante. L’argentino Ayala veniva dal Napoli, al Milan fece due stagioni non proprio esaltanti, nella prima 11 presenze, nella seconda 13, zero reti per lui. Si ritroverà al Valencia dove diviene un punto cardine della difesa; dispiace dirlo ma al Milan era una mezza tacca. Dal Paris Saint Germain venne un roccioso difensore dall’espressione tipicamente baluba: Bruno N’Gotty. Il pachidermico francese era riuscito a perdere i Mondiali nonostante fosse stato per un periodo nel giro della nazionale, stette due anni al Milan, due anni in cui fece venire il coccolone ai tifosi della Sud, 25 presenze e una rete il primo anno, 9 presenze e zero reti per lui al secondo. Bidone indiscusso. Meteora di quell’anno e di quello seguente è Mohammed Aliyu Datti, nigeriano, 1 presenza e zero gol in entrambe le stagioni. Stagione 1999/’00, il Milan è scudettato e punta alla Champions. Arrivano pertanto dei maestri internazionali dell’arte calcistica. Il primo di questi è lo spagnolo José Mari proveniente dall’ Atletico Madrid, in tre anni collezionerà uno score entusiasmante: 57 presenze e la bellezza di 5 reti. Bidone casigliano. L’argentino Chamot approdò sempre quell’anno al Milan e vi rimase per suo gradimento e per tristezza delle Brigate quattro stagioni, zero reti in tutto e le presenze vanno distribuite così: 13 nel primo anno, 14 nel secondo, 22 nel terzo e solamente, e giustamente, due nel quarto. Mezza tacca dura e pura. Verso la fine del secondo anno zaccheroniano arrivò dai sempre generosi cugini nerazzurri Taribo West, che trovò spazio in sole quattro occasioni ma che riuscì comunque a segnare un gol. Meteora appariscente. Altra stagione, altri campioni. In rossonero arriva Roque Junior, difensore brasiliano, considerato stupidamente un fenomeno. 22 presenze il primo anno, l’anno successivo 18 il terzo solamente 4 poi venne cacciato. Bidonaccio. Per il resto nella stagione 2000/’01 solo meteore: il brasiliano Julio Cesar prelevato dal Real Madrid arriverà a campionato in corso, farà quattro partite poi sarà rispedito in Spagna, la controfigura Pablo Garcia, lo scorso anno addirittura al Real, che riesce a collezionare la miseria di cinque presenze e dulcis in fundo l’uomo dal nome e cognome più impronunciabili: Drazen Brncic che fa una sola e squallida presenza. L’anno successivo al Milan arriva Fatih Terim l’allenatore che per primo portò una squadra turca a vincere una competizione europea. Inutile dire che il sopraccitato tecnico si era portato appresso un giocatore. Umit giocò finchè Terim restò rossonero, quando fu esonerato e arrivò Carlo Ancellotti cominciò a diradare le sue apparizioni nei campi di gioco. Accumulò 10 presenze e oltre alla fama di attaccabrighe accumulò la fama di mezza tacca. Per presidiare la fascia destra arrivò Cosmin Contra romeno, che giocò parecchio 29 presenze condite da tre reti ma che non convinse allenatore e dirigenza (difatti in campagna acquisti fu venduto), anche lui fu una gran bella mezza tacca. Andò decisamente meglio a Martin Laursen, danese, che riuscì a fare tre stagioni in rossonero durante le quali accumulò 42 presenze e due reti. Anche lui, tuttavia da includere fra le mezze tacche. Javi Moreno era, invece, l’uomo che doveva risolvere le partite con i suoi gol, il povero spagnolo non risolse proprio nulla visto che in sedici presenze in campionato segnò la miseria di due reti. Bidone iberico. Due meteore quell’anno: Mohammed Adama Sarr e Vitaly Kutuzov, il primo fece una sola presenza poi seguì Terim al Galatasaray e infine si accasò all’Ancona, il secondo fece solo due presenze e zero reti, girerà un po’ per poi andare alla Samp per la gioia di Novellino. L’anno seguente al Milan arriva un bidone colossale, stratosferico, abnorme: Rivaldo. Lasciato libero dal Barça il brasiliano ingolosì subito Galliani che non aspettò un secondo ad arruolarlo. Ancellotti capì fin dai primi allenamenti che l’ex-pallone d’oro era finito come giocatore ma ne tollerò comunque i comportamenti altezzosi e provocatori e gli fece timbrare il cartellino presenze addirittura 22 volte, il fantasista lo ripagò con 5 miseri golletti. La stagione seguente il brasiliano sarà defenestrato e dopo un via-vai nella sua terra natale finirà in un supercampionato, quello greco. Meteora di quell’ anno Catilina Aubameyang, gabonese di Libreville, che collezionò una sola presenza e poi fu mandato alla Triestina che a sua volta lo mandò al Rimini, suo fratello ha segnato nell' ultimo Trofeo berlusconi. Stranamente nella stagione 2003/’04 la dirigenza non recluta nessun campione come i sopraccitati, ma l’anno dopo arriveranno tre strani personaggi: Coloccini, Dhorasoo e Esajas. Il primo è un difensore argentino, molto giovane e fresco di qualche titolo vinto con la sua nazionale a livello giovanile, non ho la più pallida idea di quante presenze abbia fatto in campionato e francamente non lo voglio sapere, di lui so solo che in una partita di Coppa Italia fece un erroraccio che favorì il gol avversario, di più non chiedetemi, fu rispedito subito dopo in Spagna. Meteora albiceleste. Vikash Dhorasso aveva molte credenziali, una fra tutte quella di essere stato eletto miglior giocatore francese nei due anni precedenti. Ovviamente Galliani appena lo seppe non riuscì a resistere e lo arruolò appena possibile. Il calciatore–filosofo, così chiamato per le sue letture kantiane, ballò un solo anno e subito dopo fu defenestrato per fare spazio ad un altro genialoide Johann Vogel (mezzatacca purissima), che a sua volta verrà dato come contropartita, credo, per il ballerino zoppo di samba Oliveira (meteora, spero). Esajas giocò ai tempi dell’Ajax con Seedorf e sapeva farci sul serio, poi si perse per strada, lasciò il calcio, lavorò in un bar e ingrassò a vista d’occhio. Fa un viaggio in Italia, capita a Milanello e va a trovare l’amico delle giovanili Clarence e gli chiede di mettere una buona parola per poter ritornare a giocare, visto che ha una voglia matta ma un fisico debordante. Seedorf l’accontenta e in pochi mesi al Milan-Lab l’olandese perderà tantissimi chili e finirà per giocare anche in Coppa Italia. Adesso gioca a Lecco, certo non calca i prati di campi gloriosi come il Nou Camp di Barcellona o il nuovo Wembley di Londra però è tornato dopo anni di non attività, il calcio lo ha di nuovo attirato a sé e ora a più di trent’anni gli dà una possibilità. Non è una bella storia, anche se è stata raccontata nel programma di Ruggeri? Meteora felice.
GIU’ IL CAPPELLO PER GINO di Pierangelo Rubin
Ne ha visti di giocatori il vecchio Nils Liedholm, detto il Barone. Ne ha visti di fuoriclasse, ci ha giocato insieme e contro, li ha anche allenati. Restando dentro i confini nazionali pensiamo a Rivera, a Conti, a Di Bartolomei, ma anche a Baresi e Paolo Rossi. Eppure nessuno di questi splendidi giocatori ha fatto mai dimenticare nella mente aristocratica svedese Gino Cappello. Nacque a Padova nel 1920, iniziò con la squadra della sua città, vi giocò due anni in serie B quando lui di anni ne aveva ancora 18. Il secondo anno fu letteralmente devastante 28 presenze e 29 reti. Approdò al Milan dove Boffi faceva impazzire i tifosi e dove c’ era anche il grande Meazza. Tre anni giocati con l’angoscia dentro per un regime che imperseverava e una guerra che incombeva. Dopo la guerra il Milan lo cedette al Bologna per “Testina d’oro” Puricelli. 11 anni in rossoblu, 11 anni da protagonista, nel bene (80 reti in tutto, fra i primi 10 cannonieri rossoblu di sempre) e nel male, dopo vedremo come. Chiude nel Novara il patavino dove gioca per due anni, in serie B. Detta così non pare proprio che Cappello sia stato un personaggio degno di nota o il miglior italiano di tutti i tempi, come sentenziò Liedholm. Ma la vita e la storia di un uomo prescindono numeri e statistiche, di cui per altro sono particolarmente ghiotto. Il fatto è che Cappello era un lunatico al limite della perversione. Talmente lunatico da sconfinare nell’ autolesionismo. Un autolesionismo troppo marcato per essere solo sincero. Aveva una tecnica sopraffina e un fisico incredibile che gli permettevano di giocare da centravanti di sfondamento ma anche da mezzala, di toccare il pallone con infinita estasi, di dribblare con un movimento d’anca mortifero per gli avversari, di pennellare assist illuminanti, di battere le punizioni a “foglia morta” quando Corso era ancora in fasce. Ma spesso e volentieri di sbattersi in campo e di uscire dal rettangolo verde con la lingua a penzoloni non ne aveva proprio voglia. Irritante, apatico, assente quando non era in giornata, autentica forza della natura quando se la sentiva. E il guaio era che nemmeno lui sapeva quando era in giornata. Da mettersi le mani nei capelli. Se poi aggiungiamo a questo suo essere ondivago al limite fra la grazia divina e lo storpio reduce di guerra il suo caratteraccio, abbiamo veramente da che preoccuparci. Il buon Gino, a guardar la sua storia a 16 anni dalla morte, ci pare anche un uomo capace di mettersi nei guai anche senza il suo essere svogliato in campo. Nell’estate del 1952 giocava per il Bologna un torneo estivo quando aggredì l’arbitro Palmieri. Squalifica a vita poi commutata in un anno di stop, il periodo nero sotto le Due Torri di cui abbiamo accennato sopra. Verso la fine della carriera è stato poi coinvolto in uno scandalo di partite truccate. Il suo nome venne fatto da un compagno. Inutile dire che in entrambe le occasioni Cappello si è sempre proclamato innocente. Con la maglia azzurra 11 presenze e tre reti, parteciperà ai Mondiali del 1950 e del 1954 senza mai segnare. Esordì in nazionale il 22 maggio del 1949, la prima partita azzurra senza il Grande Torino quando aveva 29 anni, e questo ci fa capire quanto, anche allora, fosse considerato inaffidabile. Eppure lui in una partita di Nazionale B contro i maestri inglesi lasciò i giornalisti d’Oltremanica a bocca aperta, da solo aveva demolito il loro squadrone. Insomma croce e delizia, olio santo e pan bagnato. Adalberto Bortolotti, a cui ho fatto un intervista, andate a cercarla nell’ archivio, scrisse di lui “Gino Cappello era un autentico genio del calcio, dotato da madre natura di tutte le qualità per risultare un fuoriclasse epocale. Le sfruttò al quaranta per cento, a essere larghi”.
Il suo approdo in Italia lo si deve all’avvocato Agnelli. Gianni era a Lisbona in viaggio d’affari, si prese una pausa ed andò a guardare la partita Svezia-Portogallo. Si era nell’ottobre del 1953 e quel giorno un ragazzo di 19 anni esordiva con la maglia gialla della Svezia. Saltava agli occhi subito, lui piccolo piccolo (1, 69 d’altezza per 69 kilogrammi) fra i giganti nordici di imponenti dimensioni. Però colpì l’avvocato, eccome se lo colpì, tanto da convincerlo ad acquistare quella minuscola ma guizzante ala destra dall’ AIK per il suo giocattolo calcistico. E così nella stagione 1956/’57 ecco Kurt Hamrin alla Juve. Kurt non colpì altrettanto la fantasia dell’allenatore e compagni, racimolò 23 presenze e 8 reti. L’anno successivo andò a Padova dove Rocco aveva portato i tifosi a sognare la leadership nazionale. Qui lo svedesino dopo un infortunio iniziale deflagrò come una bomba, 30 partite condite da 20 reti. Divenne la vera sensazione del campionato. Poi ci furono i Mondiali svedesi, dove la squadra di casa arrivò in finale con una formazione di classe pura, già parzialmente fagocitata dal calcio italiano: Liedholm, Gren, Skoglund e ovviamente la sgusciante ala Hamrin. I padroni di casa si fermeranno in finale battuti da un Brasile sicuramente più ricco di fantasia. Il duello che il giocatore del Padova intraprende con Niton Santos durante la partita assume i connotati dell’epico. Finisce la Coppa del Mondo e Hamrin è appetito da molti club. Su tutti la spunta la Fiorentina che lo voleva a tutti i costi perché cercava il sostituto di Julinho, l’ ala destra dello scudetto, il primo per i viola, del 1955/’56, e voleva regalare ai propri sostenitori ancora lo scettro di Campione d’Italia dopo due secondi posti. A Firenze Hamrin divenne Uccellino. Muoveva velocemente le braccia per darsi equilibrio mentre seminava avversari fra finte e controfinte; ai sempre fantasiosi tifosi viola sembrava un uccello che batteva le ali. Ma era un Uccellino difficilmente malleabile: aveva un dribbling irriverente, un tiro dalla distanza da paura e astuzia notevole nel gioco senza palla, era sempre dove doveva essere, sempre pronto, sempre concreto. E sbeffeggiava gli avversari, pure. Tirava addosso ai difensori la palla, svelto la recuperava e si involava, a segnare. Nove anni a Firenze, nove anni vissuti da re, senza mai però conquistare il primo posto però. I primi due anni poi la Fiorentina dovette attestarsi sempre al secondo posto proprio come aveva fatto nei due anni precedenti. Quattro volte secondi, un record, credo. 189 presenze condite da 150 gol e dovrà arrivare Batistuta per fare meglio di lui. Nelle prime due stagioni poi è letteralmente mortifero, per due campionati consecutivi butta dentro il pallone per 26 volte. Intanto la sua classe, eleganza, tecnica e velocità sono da esempio a dei giovani virgulti viola (Superchi, Ferrante, Merlo, Esposito, Brugnera e Chiarugi) che riporteranno, loro sì, lo scudetto sulle sponde dell’Arno sotto la sapiente guida di Pesaola. Passano gli anni e Hamrin consolida ogni anno il suo bottino di gol. Decide poi a 33 anni di accasarsi a Milano, sponda rossonera. Qui raccoglierà i frutti di una carriera fino a quel momento povera. Rocco che molti definivano catenacciaro lo piazza alla destra di un attacco letale. Al centro giocava Sormani, alla sinistra Parti, dietro di loro sua maestà Gianni Rivera. Il Milan vince il Campionato e l’anno successivo la CoppaCampioni contro l’Ajax di Cruijff. In rossonero l’aletta svedese colleziona 36 presenze 9 reti, non male per un ultratrentenne. Il fisico sopporta ancora gli sforzi che Hamrin gli impone e così Uccellino decide di andare a spendere gli ultimi anni di carriera sul solare golfo di Napoli. Qui troverà Altafini, Juliano e Zoff. Ma la vecchiaia calcistica si fa avanti e Kurt in maglia azzurra realizzerà solo 3 gol in ventuno partite. Poi non so se si ritirò e trovò rifugio in patria, alla quale aveva dato 54 gol in 62 partite o restò per sempre da noi. Ciò che so è che quell’Uccellino a Firenze e in Italia non è stato dimenticato.
INTERVISTA A TOMMASO IANNINI di Pierangelo Rubin
Tommaso Tannini ci racconta il suo libro sui Korn, la vita del giornalista musicale, i suoi incontri preferiti fra musica e cinema e ci parla anche un po’ di calcio.
1- Domanda di rito che poniamo a tutti: perché hai scritto un libro, nel tuo caso, sui Korn?
È andata così. La mia amica Milena Ferrante, che avevo conosciuto rispondendo a un annuncio della sua fanzine ASAP (per cui ho scritto dei pezzi tutt'altro che irresistibili), era già in contatto con la Giunti e Riccardo Bertoncelli per un suo libro che poi è diventato Pearl Jam – Atto di rivolta (attenzione: da non confondere con un altro testo sui Pearl Jam uscito di recente e che ha lo stesso titolo, mamma che fantasia). Mi ha portato lei a un incontro con Riccardo: lui per conto della Giunti cercava qualcuno che scrivesse un libro sui Korn. Il gruppo mi piaceva; scrivere di musica è un mio pallino da quando avevo quindici/sedici anni e ho cominciato ad appassionarmi seriamente con il rock, per me è stata quasi una nuova dimensione della mia vita, perlomeno una trasvalutazione di tutto un sistema di idee che avevo e non avevo in testa. Avevo cominciato per la verità mandando delle recensioni a Rockstar: ne pubblicarono alcune nello spazio dei lettori. Ricordo curiosamente che la prima fu proprio Life Is Peachy dei Korn. Insomma, era la mia occasione. Sono andato poi in Giunti, che allora aveva sede in zona Navigli, e ho presentato un progetto. Ho scritto il primo capitolo che doveva essere una sorta di banco di prova; tutto questo è successo tra l’estate e l’autunno del 2001. Diciamo che lo scoglio è stato superato e il progetto approvato in via definitiva. Da lì alla primavera del 2002 – era anche la mia prima esperienza seria di lavoro – ho terminato di scrivere il libro. In giugno Korn – Gli intoccabili era nelle librerie; nonostante su Mucchio Extra abbiano scritto che ho scarso senso narrativo (in parte non gli do nemmeno torto), sembra che lo abbiano apprezzato quei pochi fan del gruppo di cui ho avuto modo di leggere il parere su Internet. Speriamo. A tutt’oggi non so quante copie abbia venduto.
2-Che difficoltà può incontrare un fan di una band se ne deve raccontare la storia, la musica?
Beh, devi avere alle spalle un lavoro di documentazione, procurarti materiale cartaceo e on-line su di loro e soprattutto interviste. Poi io sono un autodidatta della musica, quel poco di chitarra che suono l’ho imparato da solo, rimpiango di non potere ancora analizzare i pezzi come potrebbe fare un vero musicista, qualcosa ho studiato ma mi affido soprattutto alle esperienze di ascolto e alle suggestioni. Sto cercando di studiare per conto mio almeno i fondamenti di teoria e armonia, anche se mi ci vorrebbe forse un maestro che per ora non mi posso permettere. Per quanto riguarda la scrittura, devi trovare un tono e un ritmo, ci vuole un po’. E poi io non sono mai soddisfatto di quello che scrivo, lo rifarei di continuo (qualcuno mi darà forse ragione ...).
3- Hai collaborato a "24000 dischi" e anche in quel libro parli dei Korn. Fra l'altro scrivi che "spesso gli album dei Korn sono reazioni ai precedenti", cosa intendi dire?
Direi che spesso reagiscono a quanto hanno fatto nel disco precedente, cercando di rovesciarne i termini. In Follow The Leader c’erano molti ospiti, in Issues nessuno. Untouchables batteva strade diverse mentre Take A Look In The Mirror riallaccia – o almeno tenta di farlo – un filo diretto con le prime prove.
4- I Korn recentemente hanno pubblicato un nuovo disco. Anche i Pearl Jam e i Red Hot Chili Peppers hanno fatto uscire il loro ultimo disco non molto tempo fa. La band di Vedder ha ricevuto buone critiche, i Peppers sono stati bocciati. I Korn invece che risultato hanno ottenuto a tuo giudizio?
I Pearl Jam non deludono mai, anche se secondo me dopo Vitalogy – che io amo particolarmente avendoci trascorso su una fetta non trascurabile di adolescenza – e in parte No Code sono un gruppo diverso. Non è certo l’ultimo il loro disco migliore. Tra l’altro mi sono perso il concerto a Milano (dove li ho visti nel ’96 e nel ‘2000; avevo anche questa volta il biglietto) e la cosa mi brucia assai. Il successo degli ultimi dischi dei Red Hot Chili Peppers mi sembra sproporzionato rispetto al loro valore attuale (Californication era un bel disco pop anche se un bel gradino sotto Blood Sugar Sex Magik) senza mettere in dubbio che siano stati e siano da considerare una grande band. Ho ascoltato l’ultimo disco dei Korn e non mi ha soddisfatto. Non dico che la formula sia stantia, ma la forza e l’originalità del loro esordio sono irripetibili. Per tanti motivi. Hanno perso un elemento che adesso è rinato a nuova vita come cristiano radicale. Hanno cercato di sopperire attingendo a nuove fonti creative; i risultati per ora non mi sembrano entusiasmanti.
5– Scrivere per "24000 dischi", opera che si auspica divenire il Mereghetti della musica, deve essere stato particolare: poche righe per descrivere un disco cercando di dire l'essenziale e, magari, qualcosa di più. Raccontaci questa tua esperienza.
Di questa concentrazione risente ovviamente la forma. La forma breve richiede concisione ma non è una cosa assoluta: può stonare di più una chiusura superflua in una recensione di quattro righe (ne so qualcosa ...) o una parola in più in una frase, rispetto a una recensione lunga che però scorre fluida dall’inizio alla fine. Il problema (in realtà è una ricerca e un piacere) è trovare il lessico adatto alla musica che stai trattando, a quello che il disco ti comunica; lo puoi fare inserendo immagini o evocando idee che riguardano l’aspetto artistico generale – il lato visivo, concettuale o lirico, connesso a quello puramente sonoro, che puoi trovare nelle copertine dei Wire, nei testi di PJ Harvey, nei riferimenti politico/culturali dei Rage Against The Machine, negli aforismi degli Hüsker Dü e in mille altri esempi. Non mi importa del look o della moda, che trovo stucchevoli, eppure per generi come il dark (il punk, l’hardcore, lo stesso grunge, se vogliamo ... persino l’indie rock) ammetto che anche l’aspetto estetico possa essere parte integrante dell’immaginario musicale o di una certa weltanschauung.
La cosa migliore è come in tutto bilanciarsi: più informazioni possibili per chi non conosce un musicista o un gruppo, ma stimolare anche chi conosce e ha ‘interiorizzato’ la materia quando legge la scheda dell’artista preferito. La cosa migliore di tutte sarebbe poi invogliare chi legge ad ascoltare cose per lui nuove, magari perché presentate con un linguaggio originale intonato al contenuto dell’album o della canzone. Un appassionato di rock classico potrebbe scoprire un altro target, idem per il ragazzo che segue le nuove tendenze.. ma qui forse cedo all’autoindulgenza.
Per me scrivere di musica è una questione di flusso, di suono, di scansione ritmica, è difficile già rendere a parole - in un discorso organizzato - un linguaggio complesso e non tutto verbalizzabile come quello musicale, ma può esserlo di più lasciare da parte l’appagamento del tuo ego scrittorio e pensare che qualcuno ti legge e tu sei al suo servizio, non il contrario, cioè lui (o lei) a doversi sorbire le tue elucubrazioni. Essere semplici è sempre meglio, anche adottando un linguaggio più figurato: l’ho imparato a mie spese dato che spesso sono farraginoso per non dire criptico per non dire incomprensibile.
Di certe cose però ti rendi conto solo con distacco e con il libro stampato davanti. Il vantaggio che ti dà un’opera in progresso come 24.000 dischi è la possibilità non solo di aggiornare e di integrare ma anche di far evolvere il tuo lavoro, di vederlo accostato a quello dei colleghi, di accorgerti di difetti o sviste che ti erano sfuggiti e, almeno dopo un certo periodo di tempo, correggerli.
6- Saturnino recentemente in un'intervista ha affermato che in Italia è difficile vivere facendo musica. Scrivere di musica invece da di che vivere?
No. Sono in pochissimi davvero a poterselo permettere e io non sono decisamente tra questi. Quello che ho speso in tempo, impegno e anche denaro – anche per un progetto che ho dovuto sospendere e che ora vorrei riprendere in mano – non è certo compensato dal guadagno pecuniario. È una passione, non sono certo in it for the money. Anche perché altrimenti sarei autolesionista (già così lo sono non poco).
Mi viene in mente che un personaggio del paese di cui è originario mio padre (in Abruzzo), alla domanda ‘Si guadagna bene facendo il tuo lavoro?’ pare abbia risposto: ‘Se ti piace la fame, campi da signore’.
7- Cinema e musica, un rapporto che spesso può regalare grandi emozioni. Fra tutti i registi io credo che Kubrick e Leone abbiano utilizzato le musiche in maniera stupefacente, tu cosa ne pensi? Sai dirci altri registi che sono riusciti a coniugare magnificamente queste due forme d'arte?
David Lynch, altrimenti non avrei scritto pagine e pagine di tesi sul suo ‘disegno sonoro’. Lì veramente ti confronti con un regista audiovisivo che pensa immagini e colonna sonora (non solo la musica ma anche le parole, gli effetti, i rumori) in maniera olistica: addirittura scrive o produce le musiche dei suoi film, poi ha dalla sua sia alcune ottime musiche originali composte da Angelo Badalamenti, sia un modo di reinventare brani preesistenti in scene pazzesche come quelle di Velluto blu. Forse è il più completo da questo punto di vista perché creativo a 360 gradi: impasta tecnicamente le mani con tutto. Ho scoperto da poco che qualcosa di simile lo fa anche Abel Ferrara. Registi che hanno un modo molto musicale di narrare per immagini sono senza dubbio Terrence Malick e Wong Kar Wai: mi piacciono davvero molto entrambi. Un grandissimo – più intellettuale – come Godard addirittura ha decostruito il rapporto musica-immagine insieme a tutto il linguaggio del cinema. The End dei Doors è lavorata in modo magistrale da una delle mie sequenze-mito: l’inizio di Apocalypse Now. Di Francis Ford ricorderei anche Rusty il selvaggio. Rimanendo in casa Coppola, ma passando alla figlia del padrino, non mi sarebbe piaciuto tanto Lost In Translation senza le musiche; il film mi intriga, quando però alla fine parte Just Like Honey dei Jesus & Mary Chain la cosa diventa apoteosi. In questi giorni andrò a vedere Marie Antoinette, non so come sarà ma sentire Siouxsie e i Cure alla corte di Francia mi stuzzica assai. Last Days di Gus Van Sant è un saggio di acustica introspettiva quanto di tecnica drammatica (e visiva, ovvio). Jim Jarmusch e Spike Lee mantengono un legame proficuo con la musica contemporanea. Ah, poi dimenticavo Martin Scorsese e il suo magnifico sincopato (ma non ditemi per favore che The Departed è il suo capolavoro altrimenti mi incazzo peggio di Travis/De Niro in Taxi Driver: ringraziate solo che ho la piazza e se mi faccio il taglio da moi-cano viene una cosa ridicola, you talkin’ to me?). Olivier Assayas è un appassionato di musica rock tra l’altro molto competente (a un incontro di due anni fa ero riuscito a chiedergli della musica in Clean: avrei sottoscritto ogni parola della risposta) e consapevole del suo utilizzo nei film: c’è una sequenza bellissima del suo L’eau froide in cui si incastrano varie canzoni, tra cui una splendida di Janis Joplin (scritta da Kris Kristoffersson: Me & Bobby McGee). Poi ci sono Tarantino, Gregg Araki, Derek Jarman, Philippe Garrel ... la musica di Millennium Mambo di Hou Hsiao Hsien. Se poi vogliamo fare un discorso storico dovremmo andare su Hitchcock e Welles almeno, e tra i nostri su Fellini (per la musica: non posso dire per il suono perché la mia prof mi sega le gambe ...) e Antonioni; non finiremmo più. Blow Up non lo farei mai mancare dai miei film di riferimento. In Italia ultimamente dovrei farti nomi di maestri ancora attivi: c’è chi usa in modo visionario brani di musica classica come Marco Bellocchio; uno più smaliziato come Bernardo Bertolucci, l’Olmi de Il mestiere delle armi (musiche di Fabio Vacchi, un autore contemporaneo). Spesso la musica da noi è stereotipata e banale, oppure si svilisce in maniera vergognosa: fossi nei Blonde Redhead querelerei Muccino all’istante (l’avrei fatto già sei anni fa per quella For The Damaged ... non mi far pensare alla scena). Per le cose interessanti devo farti il nome del regista che al momento mi piace di più: Paolo Sorrentino.
8- Ora come ora cosa sta regalando la scena musicale a livello internazionale?
Pochino. Non sono un tuttologo e ultimamente ero concentrato su altre cose (tesi di laurea). Ci sono buoni gruppi in giro ma anche molte proposte gonfiate che poi si rivelano inconsistenti. Hai qualcuno da consigliarmi?
9- E quella italiana? Nomi e cognomi, promossi e bocciati.
Vale quanto ho detto prima. Più che fare una graduatoria scolastica, preferisco citare un album che mi ha colpito in questi mesi – per la verità è passato un annetto: La malavita dei Baustelle. É un disco pop da cui mi stacco con fatica se mi capita di riascoltarlo. Poi ci sono sempre Afterhours e Marlene Kuntz (anche sull’ultimo di Godano & Co. sono tiepido, per non dire di peggio; però vorrei sentire il live acustico). Ma anche gruppi indie come i Julie’s Haircut. Gli Offlaga Disco Pax hanno una formula particolare: vediamo cosa combinano sul secondo album. Mi sono perso l’ultimo dei La Crus perché il precedente era un po’ sottotono; però meritano e Joe oltretutto è un personaggio eccezionale (un’altra volta vi racconto dei biglietti del treno...). Essendomi appassionato da giovane al rock e a un certo tipo di rock di marca prettamente alternativa americana/anglossassone, ascolto sempre un numero limitato di produzioni italiane. Il primo CD italiano che ho comprato in vita mia è stato Catartica dei Marlene Kuntz nel 1995 (è uscito nel ’94); oggi seguo il mondo del rock indipendente se qualcosa cattura la mia attenzione, ma piuttosto che sentire la troppa musica omologata che c’è da noi (non che altrove sia meglio, sia chiaro) mi andrei piuttosto a recuperare i dischi di Fabrizio De André (magnifico) che mi mancano, visto che di lui ho solo un paio di antologie e una cassetta dal vivo (poco, molto poco). O anche – rimanendo in un ambito cantautoriale a cui non mi sono ancora dedicato come si dovrebbe per carenza di tempo, ma cambiando decisamente genere e periodo – quelli di Vinicio Capossela.
10- Fra alcune settimane l'anno finisce, di questo 2006 che dischi rimarranno nel bene e nel male?
Dovessi indicare il mio disco preferito del 2006 direi, senza dubbio, Drum’s Not Dead dei Liars.
11- Domanda banale ma simpatica, quali sono i tuoi dieci dischi preferiti di sempre?
Preferiti, sì, è una cosa personale, sono partito da questi dischi che per me sono particolari, scoperti e/o ascoltati tutti nel periodo ’94-’97. Superunknown dei Soundgarden; Nevermind dei Nirvana; The Downward Spiral dei Nine Inch Nails; Vitalogy dei Pearl Jam; Mellon Collie & The Infinite Sadness degli Smashing Pumpkins; The Bends dei Radiohead; Daydream Nation dei Sonic Youth; mettiamoci due italiani che sono arrivati dopo, Catartica, appunto dei Marlene e Hai paura del buio? degli Afterhours; infine il disco storico che metterei in cima è The Velvet Underground & Nico. Sono solo dieci e ce ne staranno fuori centinaia ...
12-Non di solo pane vivrà l'uomo ma anche di musica e football. Con la musica e il calcio l'uomo può sognare ad occhi aperti. Spesso mi diverto a pensare che tipo di musicista potrebbe essere il tal giocatore, esempio: Meroni sarebbe Tenco come suggerisce anche Dalla Chiesa nel suo libro sul numero 7 granata, George Best potrebbe essere Keith Moon ma pure Brian Jones. Se dovessi continuare con questo gioco cosa diresti?
Eh, trovarli due come Meroni e Best attualmente. Meroni era una anticonformista, specie rara nel calcio. Best era il quinto beatle e oggi ci si deve accontentare degli spice boys: i giocatori che imitano le popstar. Davvero mi sforzo ma non mi vengono in mente che accostamenti tirati per i capelli. Ronaldinho lo trovo molto hip hop (e anche un po' tamarro) - anche se il suo riferimento naturale mi sembra la playstation, ha dei joystick al posto dei piedi; Kakà potrebbe essere il Tom Verlaine del pallone, non so perché mi fa venire in mente proprio le chitarre dei Television ... comunque è una cazzata, meglio lasciar perdere. In questo momento vedo in giro molto lo-fi....
13- Calcio e cinema, un abbinamento che non mi pare abbia detto granchè. Mi viene in mente "Fuga per la vittoria" con Stallone e degli ex-assi del pallone e poi "Best" la pellicola su George. Perchè il grande schermo non va tanto d'accordo con il football? Conosci altri film-pallonari che ci puoi consigliare?
Fuga per la vittoria non mi dice nulla a parte la plastica rovesciata di Pelé (un Miles Davis ..?.) Best vorrei vederlo, anche solo perché George ha speso la maggiore parte del suo denaro in alcol e donne e il resto lo ha sperperato. Il grande schermo non va d'accordo con il football secondo me per un motivo di fondo: le scene di gioco in una fiction non sono credibili. Sono come i gol della A rifatti dal team di Maifredi. Di questo passo hanno più senso le parodie trash come L'allenatore nel pallone: tra l'altro quel film è un culto, nella vetrina di un negozio in centro a Milano ho visto le maglie della Longobarda con tanto di nomi (Speroni, Aristoteles ...). Bisognerebbe vedere un grande regista alle prese con un soggetto calcistico: se non sbaglio Kusturica sta preparando un film su Maradona, potrebbe essere interessante. Altrimenti è meglio sentirsi raccontare i campioni e le squadre da un bel documentario o da servizi giornalistici come quelli di Sfide. Il film più interessante che ho visto trattare il calcio è sicuramente L'uomo in più.
Tommaso Iannini è un pongista, che scenderà inesorabilmente dalla sua posizione nelle classifiche assolute lombarde (intorno al 450) appena si opererà al ginocchio. Milanista inconscio dalle elementari e appena un anno prima dell’arrivo di Van Basten, lo è rimasto, nonostante i vari nonostante, in virtù dell’artista olandese che insieme a Mondrian e – almeno di origine, credo – De Kooning lo ha colpito di più, e di Sheva, Kakà e altri ... (a proposito premette di essere d’accordo con Scanzi su tutta la linea). Inveisce contro il crociato, la disoccupazione, i suoi topspin mancati, i servizi poco incisivi, un attaccante brasiliano dalle orecchie a sventola e un attacco più sterile dell’umanità nel film di Cuaròn. I suoi pochi reperti disponibili alla pubblica opinione lo vedono esibirsi in un anomalo rapporto di do ut des con la lingua italiana e invischiarsi in frasi contorte dall’alto contenuto di pathos musicologico: scrive infatti biografie rock, atlanti, contributi di aggiornamento cancellati dai libri sui Radiohead, e dà il suo curioso e immaginifico contributo (cita Scanzi di nuovo) alla squadra di 24.000 dischi. É un jolly, dovunque lo metti fa confusione ... Bruca pure la settima arte: dileggia, nutrendosene, la citazione cinematografica. Non si interessa di gossip ma non gli dispiace leggere che Scarlett Johansson ora sarebbe libera ... pure non gli dispiacerebbe che lo fossero Naomi Watts o Zang Ziyi e altre delle sue donne di celluloide preferite. La solitudine lo segue sempre. Cos’è? Lui lo sa (non è detto), ma voi provate ugualmente a scoprirlo ...
RINGRAZIO A NOME DI TUTTI I MEMBRI DEL “COMITATO GIGI MERONI” TOMMASO IANNINI, PER LA GENTILEZZA E LA DISPONIBILITA’ DIMOSTRATA.
MIO FIGLIO COME PAOLINO PULICI di Pierangelo Rubin
Chiamerò mio figlio Paolino, come Pulici. Nato a Roncello, in provincia di Milano, il 27 aprile del 1950 Pulici per molti anni è stato molto di più del simbolo della Curva Maratona, il cuore della tifoseria granata, era semplicemente l’ intera curva in campo a lottare e a sputar sangue. L’amore dei tifosi per lui fu immediato, lui contraccambiò con vagonate di reti 142 in tutto su 325 gare (tanto per capirci ha segnato più di Mazzola, Altobelli e Bettega) formando con Graziani una coppia storica del nostro calcio, i Gemelli del gol (quelli veri, mica Mancini&Vialli), portando il Toro a vincere l’unico scudetto post-Superga (1975/’76) e a far sognare i tifosi torinisti come non succedeva da molto tempo. Analizzare la sconfinata ammirazione fra lui e la curva e l’amore viscerale che li legava sarebbe cosa ardua ma bastano un paio di esempi per rendere capibile la cosa. 16 maggio 1976 al Comunale di Torino si gioca Torino-Cesena match fondamentale per l’assegnazione dello scudetto, scudetto che può essere vinto solo da una delle due torinesi. L’atmosfera è quindi particolarmente tesa, dopo 27 anni il Toro può vincere lo scudetto e festeggiare sotto le finestre degli Agnelli che manderebbero giù un boccone amaro visto che la Giuve fino alla fine ha lottato per lo scudetto. Mi aiuta a raccontare il primo episodio Marco Cassardo, grande tifoso torinista, che ha dedicato alla sua squadra il libro “Belli e dannati” a cui ho anche fatto un’interessante intervista (cercatela nella prime pagine del blog, grazie). “Il Cesena è chiuso nella sua area. Al 16’ un lancio di Patrizio Sala va a imbeccare Graziani allargatosi sulla sinistra, lo stop è difettoso ma il centravanti recupera la palla e la mette in mezzo con un centro debole, basso, impossibile da sfruttare. Danova si appresta a intercettare ma non ha fatto i conti con il demonio che sta sotto la maglia granata numero 11. Pulici arriva da dietro, si lancia in tuffo, la palla è a 30 cm da terra ma lui ci arriva e di testa la infila alle spalle dell’esterrefatto Boranga. E’ gol. E’ fatta. Pulici è sotto la curva, in lacrime, a mostrare i pugni”. Capito?! Pulici sotto la curva, in lacrime a mostrare i pugni, pugni che non sono solo i suoi sono tutti quelli dei ragazzi della curva che piangono di felicità per aver finalmente piegato un destino che per anni aveva piegato i loro sogni. E’ lì a gioire con il suo popolo prima che lo raggiungano i suoi compagni. Un amore intenso, unico, magico dunque quello fra il ragazzo lombardo e la curva granata, un altro esempio ce lo suggerisce sempre Cassardo che nel suo libro intervista proprio lui, Pulici. “Quando il Torino mi cedette e tornai al Comunale con la maglia dell’Udinese, mi marcava Danova. Lui giocava nel Toro, io ero avversario eppure non poteva sfiorarmi chè veniva giù lo stadio dai fischi… Quanto amore… Quasi mi vergognavo che i tifosi del Toro mi vedessero con una maglia diversa da quella granata”. Un rapporto che va al di là, dunque, del semplice rapporto d’amore, sconfina nell’adorazione, nella venerazione, tanto che il non più giovane e granata Pulici si vergogna, vorrebbe scappare non farsi vedere con un’altra maglia, ma i tifosi lo perdonano, sono con lui anche se non è più il loro attaccante, anche se non veste la loro maglia e quella che ha addosso è colorata di bianco e nero. Anzi a prendere i fischi è Danova che veste granata. Se ci pensate un paio di secondi è una cosa che trascende la commozione, la malinconia per i tempi passati insieme, per l’amore che ha legato per molto tempo due destini che per un po’ hanno camminato insieme fisicamente mentre poi dovranno accontentarsi di farlo solo spiritualmente. Ed è davvero una cosa strana che parlando di Pulici sotto sotto ci si debba commuovere perché quel marcantonio di uomo (1, 77 cm per 74 kg, e provate a buttarlo giù Cuccureddu e Gentile, se ci riuscite) che non aveva paura di niente e soprattutto degli avversari, che si gettava generosissimo su ogni pallone, che cercava il gol in tutte i modi e i tempi (in questo è stato molto Riva, molto Boninsegna), incurante anche del suo stesso corpo (magnifico tempio della sua anima) pur di far gioire il popolo granata e che ha sconfitto anche una malattia durissima era veramente, pareva e ancora pare oggi, indistruttibile, invulnerabile. Un’ icona che non si è resa ridicola come l’altro gemello Graziani; un totem geloso della sua vita privata, ma che in rarissime occasioni si fa vedere in Tv con l’estrema felicità del suo popolo (l’ultima volta è accaduto alcuni mesi fa in un’emittente locale torinese, gli studi erano pieni di tifosi, ecco un paio delle risposte che ha dato: “Chi butterebbe giù dalla torre fra la triade juventina e Cimminelli?”. Risposta: “Mi butto giù io per non stare con quello dei due che resta”, “Deve scegliere fra battere un rigore decisivo per il risultato al minuto 90’ di un derby, finale mondiale e finale Champions, che sceglie?”. Risposta: “Non sono domande da farmi”, sottintendendo la prima scelta, il tutto fra le ovazioni del pubblico), un uomo che ancora coltiva il suo amore per il calcio dirigendo delle scuole calcio, senza aver bisogno della luce di riflettori. E’ entrato nella storia del calcio Pulici e non ci uscirà mai più, anche se manca a tanti. Non c’è più il tempo in cui l’urlo della curva gli faceva capire quanto vicino o distante fosse dalla porta avversaria. Resta un simbolo, questo sì, di un calcio diverso, di un calcio pulito, se vogliamo (non a caso gli Statuto lo hanno voluto nel loro video “Facci un gol” dove Paolino interpreta il giocatore “deus ex-machina” che salva una squadra da scommettitori, medici e giornalisti), che oggi non esiste più. Resta anche il simbolo, uno dei più grandi della antijuventinità (particolare da non sottovalutare questo); per anni Pulici è stato l’incubo delle notti agnelliane riuscendo sempre a trasformare gli incubi in realtà pesantissime (come quella volta che segnò con un pallonetto da 35 metri a Zoff, dopo una sgroppata sull’out sinistro) da digerire per i sopraccitati snob, snob nel senso puro e latino del termine, sine nobilitate, senza nobiltà, d’animo in questo caso. Era un grande Pulici, e non me ne frega niente anche se non ha giocato molto in nazionale, era grande perché aveva un cuore grande così intriso dell’amore per i suoi colori, per il suo popolo, per la sua maglia. Era grande perché è riuscito a far star male gli giuventini in anni in cui era difficile, era grande perché era anche molto umano, in senso lato. Fuori dal campo aveva composta saggezza e profonda lealtà sociale ed emotiva. Dentro il campo era scaramantico all’inverosimile, pensate alla fasciatura sul braccio destro che portava sempre, a quando entrava in campo prima delle partite, voleva essere sempre l’ultimo a calcare il terreno di gioco per poi correre per mettersi a salutare il pubblico per primo. Quando si alzava i calzoncini per battere una punizione e lasciava scoperta la natica, così poteva avere più potenza. Quando era in possesso palla entrava in contatto con tutto il Comunale e perfino gli avversari si lasciavano soccombere pressati da una forza indescrivibile. Dopo un suo gol Mazzone, allenatore della Fiorentina, andò a stringergli la mano. Era grande ma è ancora grande, perché è rimasto fedele a sé stesso, a ciò che era e quindi a ciò che sarà. Si, mi piacerebbe chiamare mio figlio Paolino come Pulici, mi piacerebbe vedermelo tornare a casa, dopo un pomeriggio passato a giocare a calcio, un po’ cicciotello, la fronte perlata di sudore, le scarpe slacciate, le ginocchia sbucciate e chiedergli “Bhè ma cosa è successo?”. E sentirmi rispondere “Ah, niente, abbiamo giocato a pallone”. E domandargli di getto “Ma come è andata?”, “Bene, abbiamo vinto, le squadre erano gli juventini contro tutti gli altri. Abbiamo vinto e ho fatto pure un paio di gol”. Allora lo prenderei, lo farei sedere sulle mie ginocchia e gli spiegherei, prima che vada a farsi la doccia, chi era, cosa rappresentava Paolino Pulici da Roncello usando le parole di uno dei De Gregori più famoso “Fulmine, torpedine, miccia, scintillante bellezza, fosforo e fantasia, molecole d’acciaio, pistone, guerra lampo e poesia” (“I muscoli del capitano”).